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OTTO PASSI E 1/2 di Tea Ranno

marzo 3, 2021

“Otto passi e 1/2”

* * *

di Tea Ranno

Per otto passi e mezzo ti camminerò accanto: otto di saviezza, quel mezzo ultimo di follia per cui, poi, che sapremo di noi?
Folle sarà quella svolta di strada, forse a filo di precipizio per un volo senza cinture di sicurezza, o forse imbracati a un aliante che ci permetterà un dopo. O forse no: quel mezzo ultimo passo sarà quello dell’abbandono, del taglio netto che reciderà la corda che nel tempo di quegli otto passi ci saremo fatti l’uno per l’altra, amore mio.
Nel primo ci sarà la timidezza del darsi la mano, del provarsi la pelle, del sentirsi seta o ruvido di fatica nella palma, screpolature di freddo tra le dita, perché gelido è quest’inverno in cui ancora dobbiamo incontrarci e il ponte tra noi è solo di parole gettate da una sponda all’altra di questo fiume che ci separa.
Nel secondo, ci sarà un sorriso.
Nel terzo, un abbraccio: sentirti sotto la lana del cappotto, nell’odore che ancora non conosco e che poi cercherò tra uomini mascherati per individuarti, sapere che sarai tu. Il passo dell’abbraccio obbligherà il tempo a fermarsi, e staremo lì a conoscerci nel respiro, nella stretta che poggerà il mio viso al tuo petto, le tue labbra sui miei capelli. Resteremo così nei minuti regalati da una Morgana che ci ammanterà d’invisibile: isola in una piazza dove carabinieri armati impediranno assembramenti, cieli grigi di cui ci importerà zero, perché nel passo degli abbracci c’è sempre sole e brezza di mare, e il cappotto solo uno schermo per nascondere la primavera che ci inguanta il cuore.
Tea RannoIl quarto passo, amore mio, sarà quello del distacco: doloroso, certo, perché il tempo non può fermarsi in eterno e l’invisibilità ti tocca il giusto che Morgana stabilisce, essendo il farsi isola in un mare di pesci in fuga privilegio di pochi istanti; sarà il passo del distacco, non più le tue labbra sui miei capelli, non più la mia guancia sul tuo petto. Gli occhi…
Ecco, il quinto passo sarà quello del conoscersi con gli occhi: screziature, luce che la gioia sparpaglia intorno, quel piccolo sgorgo di lacrime se commozione prevarrà su educazione. Ci leggeremo: gli occhi tuoi neri – che sapranno di neve e inverni amari – nei miei di miele, e il miele inghiottirà il nero in un ladrocinio di te che potrà permettersi di farla franca.
Poi il sesto passo, quello che ci porterà a casa mia: la mia stanza, i miei libri, la musica, tu che ti muovi da padrone, sicuro come se ci fossi nato. Ti togli il cappotto, la giacca, una camicia così bianca che mi spaventa. Poi i silenzi che seguono all’amore, quello detto, quello fatto. Poi il caffè, pane e burro, le campane della chiesa vicina che rammemora penitenze in vista di salvezze ultraterrene che non mi riguardano, perciò il rintocco è fastidio e inutilmente – non sopporterei altri panorami – medito traslochi.
Il settimo passo sarà quello in cui te ne andrai, e mi sembrerà di non avere più un braccio, una gamba: monca mi sentirò, il cuore morsicato, l’incapacità di inventare una vita senza le tue lettere, i messaggi, le telefonate e tutto ciò che sarai stato per me.
L’ottavo passo sarà quello in cui farò di tutto per scordarti: altri uomini nel mio letto, altre parole nel mio pc, altre voci nel telefono a darmi conto del lento tuo appassire dentro di me. Un tempo di scordanza, amore mio infisso come chiodo nella metà di cuore che mi resta per andare avanti, per cercarti annusando la folla in ogni millimetro di quella lunga vita che sarà l’ottavo passo, lunga e senza la misericordia di nuovi amori.
E aspettare.
Aspettare.
E infine rassegnarsi.
E d’improvviso, un giorno, intravederti di spalle, e riconoscerti nell’odore, e desiderare la tua morte intanto che, voltandoti, ti vedrò senza coperture di maschere, luminoso e ardito e ridente e amoroso, e tutto mi sembrerà incongruo, soprattutto il tuo brusco svoltare l’angolo sottraendoti alla mia vista per cui, di corsa, anch’io svolterò l’angolo cercando di coprire quel mezzo passo di follia che ci separa.

 

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