Home > Autoracconti d'Autore (gli autori raccontano i loro libri) > MIMMO GANGEMI racconta IL POPOLO DI MEZZO

MIMMO GANGEMI racconta IL POPOLO DI MEZZO

marzo 4, 2021

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: MIMMO GANGEMI racconta IL POPOLO DI MEZZO (Piemme), libro candidato all’edizione 2021 del Premio Strega da Raffaele Nigro

* * *

di Mimmo Gangemi

Nelle giornate di levantina, con il vento che si abbatteva a folate possenti fischiando i muri nel rimbalzarvi sconfitto e sciamando la pioggia di qua e di là al modo di un banco di acciughe, sedevamo attorno alla corona circolare, di legno e con il braciere di rame nel buco in mezzo, il carbone ardente sottomesso alla cenere per allungarne la durata, i piedi sui bordi e le mani protese al centro a raccogliere il calore. E ascoltavamo estasiati le divagazioni degli adulti. Il nonno snodava lenta la voce da fumatore incallito, roca di un catarro acquoso, quasi tenesse stabile uno scaracchio in fondo alla gola. Si smarriva nella sua America, quella degli albori del secolo scorso. Ci era rimasto tredici anni, sempre a costruire ferrovia. Lo restituì all’Italia la diceria che chi non fosse tornato a servire la patria nella Grande Guerra non avrebbe più potuto farlo.
Da allora è diventata anche la mia America, l’ho costruita attraverso quei racconti, i ricordi faticosi su cui lo scorrere del tempo aveva steso una patina che sfumava in dissolvenza i patimenti e imbrillantava di una lucentezza che non c’era stata la gioventù sacrificata lontano. È spanciato al mondo da lì il mio primo romanzo sull’emigrazione, La signora di Ellis Island. Da lì, pure Il popolo di mezzo, perché mi era debitrice di altro, la memoria.
Seguendo la fatica da schiavi nei cantieri ferroviari, ho impattato sul razzismo addosso ai neri e agli italiani – i non visibilmente negri – colpevoli anche di fraternizzare tra loro, e sui linciaggi, con i nostri emigrati che ne furono vittime innocenti, così a Tampa, a Louisville, a Denver, a Tallulah, così nel 1891 a New Orleans, dove vennero impiccati undici siciliani già assolti per l’omicidio del Chief, il capo della polizia. E mi sono imbattuto nel jazz, la cui origine va a merito dei neri e dei siciliani, in una New Orleans che nel 1910 contava 90 mila abitanti, 12 mila dei quali giunti dalla Sicilia. I neri contribuirono con gli spiritual che accompagnavano la fatica nei cantieri e nei campi di cotone. I siciliani, con gli strumenti a fiato e con le sonorità delle bande tradizionali.
Seguendo il jazz, scoprii quel disagio sociale che sfociò nell’anarchia. E i molti, espatriati in America in seguito ai Fasci siciliani, che erano sia anarchici che malandrini e che presto optarono per l’una o l’altra strada. Il “né Dio, né Stato, né servo, né padrone” dei primi portò a una dura lotta politica che in talune occasioni scorticò a sangue l’America – così negli attentati con i pacchi bomba, così nella strage dinamitarda di Wall Street, nel 1920. I secondi si avventurarono nel delitto e nella sopraffazione, con la Mano Nera che, impiantata dai fratellastri Morello Terranova – i precursori della famiglia Genovese e mandanti dell’assassinio di Joe Petrosino – deflagrò in Cosa Nostra.
Attingendo a quelle memorie del passato e alla storia americana dai primi del Novecento alla seconda guerra mondiale, è emerso che noi eravamo il popolo di mezzo – né bianchi e né neri. E si è accesa la scintilla che ha poi attivato l’istinto narrativo e la frenesia di raccontare il lungo e impervio percorso delle nostre genti lungo le asperità dell’America. È diventata una necessità, un’impellenza urgente e doverosa, percorrere le strade del razzismo culminato in un linciaggio, e nella rabbia vendicativa di due fratelli, che nel maggiore trova sfogo nella violenza bombarola dell’anarchia, nel secondo si sbriciola dentro il jazz, che già di suo è ribellione. Lo sguardo è sugli umili e sui maltrattati, sugli sconfitti, ma anche sui violenti che ci hanno resi invisi e su chi l’America è riuscito invece a domarla abbattendo le barriere del pregiudizio e dell’intolleranza, in una nazione spesso tiranna e talvolta prodiga di occasioni, tra la Little Palermo di New Orleans e i bordelli di Storyville, le sterminate praterie della Louisiana, la Georgia, la Little Italy di New York dove imperversava la Mano Nera, e Hart Island, l’isolotto in faccia a City Island, una vergogna americana che il Covid ha scoperchiato, perché vi venivano seppelliti gli indesiderati senza nome, senza parenti, senza patria, senza misericordia e oggi quelli che inghiotte la peste del nuovo millennio.
Così, la narrazione si tinge di verità pur nella finzione della famiglia siciliana, con vicende realmente accadute e con personaggi, sia di fantasia sia esistiti, che sono riusciti a strattonare, a usare violenza alla volontà fino a liberarsi dalla morsa e a condurre per mano su percorsi inimmaginati, mutando pelle, trasformandosi da figuranti in protagonisti della scena; non è rimasto che assecondarli e lasciarsi guidare; ugualmente mi appartengono. E tutto diventa memoria di ciò che siamo stati e però abbiamo velato d’oblio con troppa facilità, diventa testimonianza di un popolo in cammino, tributo a una comunità che infine ha saputo farsi onore.
Fantasia e cronaca del nostro tempo vanno a braccetto e si fondono in un caldo abbraccio agli sventurati che, con oltre un secolo di ritardo, si avventurano nel Canale di Sicilia, percorrendo strade simili, per miseria e bisogno, a quelle dei nostri antenati – generazione eroica, la loro, se si è scossa dal torpore e dall’immutabilità dei secoli e ha forgiato l’idea rivoluzionaria che fosse possibile deviare la rotta di un destino che sembrava già tracciata, immobile e uguale.
Ho rivisto mio nonno, mi sono tornate nitide le immagini di quel tempo antico quando migliori erano i miei giorni e già affannati, vicini agli ultimi fiati, i suoi, quando, fuori, gli operai del frantoio tirato su con i sacrifici distanti l’ostilità liquida di un intero oceano gli usavano ancora il riguardo di annomarlo boss, come facevano i lavoranti di cui era stato caposquadra nei cantieri ferroviari, e su mia nonna aveva preso lingua bossa, che la accompagnò fino al respiro raschioso che non restituì.

(Riproduzione riservata)

© Mimmo Gangemi

* * *

La scheda del libro: “Il popolo di mezzo” di Mimmo Gangemi (Piemme)

Un padre giunto in America con il sogno di una vita migliore. Due figli che per realizzarlo sceglieranno vie contrapposte. Tra la ribellione del jazz e le spinte anarchiche. In un’america prodiga e crudele, una grande saga su ciò che siamo stati. e abbiamo dimenticato.

«Negri», così sprezzavano quanti agli inizi del Novecento giungevano in America dall’Italia. Anche perché «tanto bianchi non apparivano», erano il popolo di mezzo, sradicato dalle origini per cercare lì un futuro migliore. Masi e la sua famiglia, partiti dalla Sicilia, impattano sullo sfruttamento e sull’esclusione, sul pregiudizio e sul razzismo, che culminano in un barbaro linciaggio. Per i figli, Tony e Luigi, con indole e talenti differenti, si aprono strade difficili, tra le ondate della prima emigrazione e le due guerre mondiali. In un’America che cambia, ora sogno solo a osservarla da lontano, ora prodiga delle opportunità che sa concedere la terra promessa. Insofferente, il primo tenta di conquistarsi uno spazio, finché arriva a odiare l’inganno del nuovo mondo, e lo scianca con le sue vendette. Dotato di talento musicale, il secondo percorre la novità delle orchestrine jazz, imboccando la via per il successo. Dai campi di cotone ai cantieri per le ferrovie, dalla Little Palermo di New Orleans alla Little Italy nella dimensione metropolitana di New York, dalla Mano Nera agli albori di Cosa Nostra, dai bordelli di Storyville ai grandi ritrovi del jazz, dai diseredati seppelliti ad Hart Island alla strage di Wall Street, da un amore travagliato al campo di internamento per italiani resistenti. In questa narrazione epica e struggente, Mimmo Gangemi ci fa rivivere, con il coraggio dei grandi maestri, il senso d’estraneità e una nostalgia divorante, la speranza di piegare il destino e il sogno del ritorno, in una nazione che va rapidamente mutando pelle.

 * * *

Mimmo Gangemi è nato a Santa Cristina d’Aspromonte nel 1950. Ingegnere, vive in Calabria ed è autore di diversi romanzi, tra cui Il giudice meschino, da cui è stata tratta una serie tv interpretata da Luca Zingaretti, e La signora di Ellis Island, apprezzatissimo da pubblico e critica. Collabora, tra gli altri, con il quotidiano La Stampa.

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: