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PREMIO STREGA 2021: i 62 titoli proposti dagli Amici della domenica

marzo 6, 2021

Record di presentazioni dei libri da parte degli “Amici della Domenica” all’edizione 2021 del Premio Strega. Di seguito: tutte le informazioni e le schede complete dei 62 libri presentati in ordine di data. I dodici candidati selezionati dal Comitato direttivo del premio saranno annunciati lunedì 22 marzo, alle ore 12.00.

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Sono 62 i titoli proposti dagli Amici della domenica per la LXXV edizione del Premio Strega, il riconoscimento letterario promosso da Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e Liquore Strega con il contributo di Camera di Commercio di Roma e in collaborazione con BPER Banca, sponsor tecnico IBS.it.

È il più alto numero di proposte dall’edizione 2018, anno in cui il Comitato direttivo ha modificato il regolamento dando a ciascun Amico della domenica l’opportunità di segnalare singolarmente, con il consenso dell’autore, un’opera meritevole di partecipare al premio. Nelle edizioni precedenti sono giunte 41 proposte (2018), 57 (2019) e 54 (2020).

Spetta ora al Comitato direttivo del premio – composto da Pietro Abate, Valeria Della Valle, Giuseppe D’Avino, Ernesto Ferrero, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Helena Janeczek, Melania G. Mazzucco (presidente), Gabriele Pedullà, Stefano Petrocchi, Marino Sinibaldi e Giovanni Solimine – scegliere i dodici titoli che si disputeranno l’edizione 2021, sia tenendo conto delle proposte degli Amici, sia sulla base di valutazioni proprie che potranno eventualmente integrare la lista iniziale.

I dodici candidati saranno annunciati lunedì 22 marzo, alle ore 12.00.

Mercoledì 10 marzo alle ore 18 si terrà online sul canale youtube di Parma Capitale della Cultura 2021 un incontro dal titolo “Il grande romanzo italiano come strumento di lettura della realtà”. Intervengono i vincitori delle ultime tre edizioni del Premio Strega, Helena Janeczek, Antonio Scurati e Sandro Veronesi, intervistati da Alessandra Tedesco, giornalista culturale di Radio24.

Di seguito, l’elenco dei libri presentati dagli Amici della domenica:

  • Michele Ainis, Disordini (La nave di Teseo) – proposto da Sabino Cassese;
  • Giuseppe Aloe, Lettere alla moglie di Hagenbach (Rubbettino) – proposto da Corrado Calabrò;
  • Andrea Bajani, Il libro delle case (Feltrinelli) – proposto da Concita De Gregorio;
  • Andrea Barzini, Il Fratello minore. Il mistero di Ettore Barzini, ucciso a Mauthausen (Solferino) – proposto da Maria Ida Gaeta;
  • Edith Bruck, Il pane perduto (La nave di Teseo) – proposto da Furio Colombo;
  • Patrizia Busacca, Madri gotiche (Linea Edizioni) – proposto da Giorgio Amitrano;
  • Maria Grazia Calandrone, Splendi come vita (Ponte alle Grazie) – proposto da Franco Buffoni;
  • Giulia Caminito, L’acqua del lago non è mai dolce (Bompiani) – proposto da Giuseppe Montesano;
  • Alessandro Carlini, Gli sciacalli (Newton Compton Editori) – proposto da Paolo Ruffilli;
  • Luigi Romolo Carrino, Non è di maggio (Arkadia) – proposto da Wanda Marasco;
  • Anthony Caruana, Contorni opachi (Bertoni) – proposto da Vito Bruschini;
  • Giovanni Catelli, Parigi, e un padre (Inschibboleth) – proposto da Maurizio Cucchi;
  • Giulio Cavalli, Nuovissimo testamento (Fandango) – proposto da Filippo La Porta;
  • Teresa Ciabatti, Sembrava bellezza (Mondadori) – proposto da Sandro Veronesi;
  • Paolo Ciampi, Il maragià di Firenze (Arkadia) – proposto da Giuseppe Conte;
  • Stefano Corbetta, La forma del silenzio (Ponte alle Grazie) – proposto da Lorenza Foschini;
  • Benedetta Cosmi, Orgoglio e sentimento (Armando Editore) – proposto da Antonio Augenti;
  • Gabriele Dadati, La modella di Klimt (Baldini + Castoldi) – proposto da Gian Arturo Ferrari;
  • Massimo De Angelis, L’uomo con il turbante (Rubbettino) – proposto da Marcello Ciccaglioni;
  • Donatella Di Pietrantonio, Borgo Sud (Einaudi) – proposto da Nadia Fusini;
  • Paolo Di Stefano, Noi (Bompiani) – proposto da Luca Serianni;
  • Alessandra Fagioli, Scacco all’isola (Robin) – proposto da Paolo Ferruzzi;
  • Marco Albino Ferrari, Mia sconosciuta (Ponte alle Grazie) – proposto da Paolo Cognetti;
  • Andrea Frediani, I lupi di Roma (Newton Compton Editori) – proposto da Massimo Lugli;
  • Mimmo Gangemi, Il popolo di mezzo (Piemme) – proposto da Raffaele Nigro;
  • Alessandro Gazoia, Tredici Lune (Nottetempo) – proposto da Gaia Manzini;
  • Lisa Ginzburg, Cara pace (Ponte alle Grazie) – proposto da Nadia Terranova;
  • Anna Giurickovic Dato, Il grande me (Fazi) – proposto da Angelo Guglielmi;
  • Fabio Guarnaccia, Mentre tutto cambia (Manni) – proposto da Antonio Pascale;
  • Mattia Insolia, Gli affamati (Ponte alle Grazie) – proposto da Fabio Geda;
  • Antonella Lattanzi, Questo giorno che incombe (HarperCollins) – proposto da Domenico Starnone;
  • Loredana Lipperini, La notte si avvicina (Bompiani) – proposto da Romana Petri;
  • Francesca Mannocchi, Bianco è il colore del danno (Einaudi) – proposto da Renata Colorni;
  • Elena Mearini, I passi di mia madre (Morellini) – proposto da Lia Levi;
  • Chiara Mezzalama, Dopo la pioggia (E/O) – proposto da Jhumpa Lahiri;
  • Roberto Michilli, La sirena dei mari freddi (Di Felice Edizioni) – proposto da Francesca Pansa;
  • Giulio Mozzi, Le ripetizioni (Marsilio) – proposto da Pietro Gibellini;
  • Marilù Oliva, Biancaneve nel Novecento (Solferino) – proposto da Maria Rosa Cutrufelli;
  • Claudio Panzavolta, Al passato si torna da lontano (Rizzoli) – proposto da Enrico Deaglio;
  • Maria Rita Parsi, Stjepan detto Jesus, il figlio (Salani) – proposto da Gianpiero Gamaleri;
  • Carmen Pellegrino, La felicità degli altri (La nave di Teseo) – proposto da Alessandra Tedesco;
  • Simone Perotti, I momenti buoni (Mondadori) – proposto da Paolo Mauri;
  • Daniele Petruccioli, La casa delle madri (TerraRossa) – proposto da Elena Stancanelli;
  • Aurelio Picca, Il più grande criminale di Roma è stato amico mio (Bompiani) – proposto da Edoardo Nesi;
  • Maurizio Ponticello, La vera storia di Martia Basile (Mondadori) – proposto da Maria Cristina Donnarumma;
  • Grazia Pulvirenti, Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani (Jouvence) – proposto da Massimo Onofri;
  • Sabrina Ragucci, Il medesimo mondo (Bollati Boringhieri) – proposto da Maria Teresa Carbone;
  • Alessandro Raveggi, Grande Karma (Bompiani) – proposto da Giorgio van Straten;
  • Stefano Redaelli, Beati gli inquieti (Neo Edizioni) – proposto da Roberto Barbolini;
  • Daniele Rielli, Odio (Mondadori) – proposto da Antonio Monda;
  • Lorenza Rocco Carbone, La gioia della scrittura (Kairόs Editore) – proposto da Marcello Rotili;
  • Massimo Roscia, Il dannato caso del signor Emme (Exòrma) – proposto da Umberto Croppi;
  • Alessandra Sarchi, Il dono di Antonia (Einaudi) – proposto da Valeria Parrella;
  • Stefano Scansani, Raffaello in guerra (Compagnia Editoriale Aliberti) – proposto da Raffaella Morselli;
  • Isabella Schiavone, Fiori di mango (Lastarìa Edizioni) – proposto da Giulia Ciarapica;
  • Stefano Sgambati, I divoratori (Mondadori) – proposto da Daria Bignardi;
  • Emanuele Trevi, Due vite (Neri Pozza) – proposto da Francesco Piccolo;
  • Alice Urciuolo, Adorazione (66thand2nd) – proposto da Daniele Mencarelli;
  • Angela Vecchione, La piazza (Robin) – proposto da Piero Mastroberardino;
  • Roberto Venturini, L’anno che a Roma fu due volte Natale (SEM) – proposto da Maria Pia Ammirati;
  • Paolo Zardi, Memorie di un dittatore (Perrone) – proposto da Paolo Di Paolo;
  • Umberto Zuballi, La congiura del rompighiaccio (La Musa Talìa) – proposto da Paolo Cirillo.

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Paolo di Stefano – Noi – Bompiani

Proposto da
Luca Serianni

«Con Noi Paolo Di Stefano porta a compimento un percorso iniziato in molti dei suoi romanzi precedenti. Noi è insieme una saga familiare, che si estende dagli anni remoti della Seconda guerra mondiale fino al presente-futuro incarnato dall’ultimogenita Maria; uno spaccato di storia italiana vissuta dalla parte dei tanti emigranti dal Mezzogiorno al Nord e del riscatto da una condizione umile al benessere, culturale prima che economico; ma anche una creazione letteraria, scandita da una vicenda tragica, la morte del fratellino dell’autore, Claudio, nel 1967. Tutte queste componenti sono rappresentate con straordinaria efficacia e intensità nel corso del romanzo. La molteplicità dei personaggi via via si concentra nelle figure dominanti, a partire dal padre Vannuzzo, che diventa professore di lettere classiche in un liceo svizzero e che, fino agli ultimi anni, mantiene un saldo legame con il microcosmo di Avola (“Si ritorna sempre lì – commenta il narratore a p. 202 – al paese, tutto arriva sempre, ostinatamente, ad Avola. Anche nostro padre è partito da lì e alla fine è arrivato lì”) e col siciliano, l’idioletto della spontaneità familiare. Ma su tutte spicca la voce di Claudio: una voce, questa volta ideale e fantastica, che accompagna il corso dell’intera vicenda, prima e dopo la morte del bambino, e che è affidata a inserti poetici stampati in rosso, “macchie sanguigne” che alludono, come ha notato un critico, alla leucemia che ne determinerà la fine ad appena cinque anni. È una voce – ha scritto Clelia Martignoni – che si articola in vari registri, ora è affabulante, ora straziata, ma è pure “giocosa da filastrocca-nonsense”.
Ritengo Noi un romanzo di grande spessore, per la capacità di rappresentare con originalità situazioni e personaggi e per la matura duttilità della tenuta espressiva.
Sono lieto di presentarne la candidatura al Premio Strega».

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Antonella Lattanzi – Questo giorno che incombe – HarperCollins

Proposto da
Domenico Starnone

«Desidero candidare al Premio Strega Questo giorno che incombe di Antonella Lattanzi, pubblicato da HarperCollins.

È un giallo avvincente, rispettoso delle regole di genere. Ed è altro. C’è un’esperienza vera ben saldata al finto.

C’è una donna e madre infelice con una voce memorabile, sempre vicina a incrinarsi.

C’è un coro di gente comune che esegue uno spartito di crescente ferocia.

C’è una storia d’amore snervante, con la più dilazionata delle congiunzioni carnali.

C’è un appartamento parlante che inquieta protagonista e lettore. E, sempre, una scrittura potente. Il risultato è una realissima invenzione dell’oggi.»

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Loredana Lipperini – La notte si avvicina – Bompiani

Proposto da
Romana Petri

«Propongo con grande piacere per il Premio Strega 2021 il libro di Loredana Lipperini, La notte si avvicina, edito da Bompiani.
Questo bel romanzo ha, a mio parere, la qualità indispensabile alla letteratura di pregio: quella di sorprendere.
Contro ogni visione classica, la storia è concentrica, fatta dunque di tante storie che si intersecano, ma senza mai abbandonare il lettore che le segue con forte interesse e senza mai confondersi. Maestria dell’autrice.
Il microcosmo preso in esame è un campione del mondo, la possibilità che avrebbe anche di espandersi, ma che per il momento resta lì, a memento del male che solo all’uomo è dato diffondere.
In un periodo ancora senza sospetti (2016) Lipperini comincia a scrivere di un luogo infettato dove la gente, colta improvvisamente da brividi, brucia di febbre e muore. Sopravvive solo chi non contrae la peste. Eppure nulla sarebbe casuale se l’occhio umano non fosse così negligente, perché non esiste pandemia che non sia annunciata, magari proprio da una crescente indifferenza dell’uomo verso i suoi simili. È allora che uno sguardo potente e malevolo (quasi streghesco) cade su un luogo qualsiasi per renderlo Inferno.
Colpisce la rara attenzione verso una lingua sempre accurata che mai cede alla tentazione del facile. Anche nello stesso parlato è sempre letteraria, impregnata della lezione morantiana che si fa portatrice di ogni strato sociale. Una lingua che avvolge, una fantasia debordante e un occhio attento ai cambiamenti epocali, fanno di questo romanzo uno dei migliori pubblicati nel 2020.»

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Stefano Sgambati – I divoratori – Mondadori

Proposto da
Daria Bignardi

«Vorrei candidare al Premio Strega il romanzo I divoratori di Stefano Sgambati, uscito per Mondadori. Si tratta di un romanzo molto coraggioso. Tanto disturbante quanto necessario. Fin dalla prima lettura mi ha colpito soprattutto per la sua originalità: è così poco alla moda ed è scritto in modo così personale. È difficile affezionarsi ai personaggi di questa storia, eppure sappiamo che il fastidio che ci provocano ci riguarda profondamente. Il personaggio dell’attore è straordinario: niente di così lontano da noi, eppure condividiamo i suoi pensieri come se li vivessimo in prima persona. Come diavolo avrà fatto Sgambati a immedesimarsi nelle emozioni e nei ragionamenti di un divo di Hollywood? Per me il personaggio di Daniel William King varrebbe da solo il premio. Stimo Stefano Sgambati da quando anni fa lessi Gli eroi imperfetti e da allora penso che sia uno scrittore che meriterebbe più attenzione sia dai lettori che dagli addetti ai lavori. Ora che è uscito I divoratori, il romanzo suo più maturo, come Amica della domenica vorrei che venisse candidato.»

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Emanuele Trevi – Due vite – Neri Pozza

Proposto da
Francesco Piccolo

«Due vite è la storia di tre amici: Emanuele Trevi che racconta Rocco Carbone e Pia Pera, due scrittori scomparsi troppo giovani. Racconta delle sconfitte e delle euforie, dei litigi e dei gesti indimenticabili, delle notti romane; e parla del dolore di averli persi. Questo libro è il modo di tenerli vicini, anche se il tempo che passa cerca di allontanarli. Le storie, la memoria, la riflessione, le divagazioni e la distrazione – sono tutte caratteristiche della scrittura di Trevi, e della sua capacità di tirarci dentro un tempo e un luogo che non pensavamo ci riguardasse così tanto.
Due vite di Emanuele Trevi è un libro capace di trasformare l’intimità e la malinconia in letteratura, rendendole universali a avvicinandole alle vite di tutti. Ed è un libro che non assomiglia a nessun altro. Per questo lo candido con entusiasmo al premio.»

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Patrizia Busacca
Madri gotiche
Linea edizioni

Proposto da
Giorgio Amitrano
«La testimonianza lucida e vibrante di una donna in lotta contro la malattia, ma soprattutto contro l’ingiustizia e il silenzio. Attraverso il racconto di una congiura di famiglia ai danni di una vittima ignara, l’autrice illumina il tema eterno dei conflitti familiari di una luce nitida e nuova. Due vite apparentemente lontane, quella della narratrice e di una zia rinchiusa da ragazza in manicomio, si scoprono intimamente connesse, unite da quella inerzia invisibile che gela i rapporti umani e si trasmette attraverso le generazioni. Madri gotiche è un libro che scuote, indigna, commuove, e infine diverte, grazie a una sottile ironia che sfuma la tragedia e la alleggerisce. Scritto dall’autrice come una lettera indirizzata soprattutto a sé stessa, si consegna al lettore come un romanzo compiuto, capace di toccare, attraverso la cronaca di una esperienza privata e unica, la vita di tutti.»

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Benedetta Cosmi
Orgoglio e Sentimento
Armando Editore

Proposto da
Antonio Augenti
«Non è agevole riassumere il racconto che Benedetta Cosmi condivide con il lettore, seguendo le vicende di un gruppo di giovani all’ascolto dei quali, sul Frecciarossa Milano-Roma, si pone un anziano giornalista, da poco in pensione.
Si tratta di una storia che accomuna vissuti individuali connotati, sì, da specificità, ma che nell’anno della pandemia sono tratti ad interpretare, con scambievole complicità e in modo contraddittorio, una stagione dalla quale dovrebbero ripartire con orgoglio e sentimento. Quali? Se l’orgoglio non si sposa con la saggezza e il sentimento, come qualcuno osserva, si esprime talvolta in modo mutilato, allora occorre attendere che il tempo possa sanare ferite e risolvere turbamenti e interrogativi individuali perché i modi di essere trovino modo di dispiegarsi.
Da questo punto di vista il romanzo di Benedetta Cosmi, che, senza piegarsi alla moda, è certamente romanzo di formazione, si connota soprattutto come analisi politico-letteraria. I vissuti individuali dei protagonisti e la stessa relazione che li fa camminare insieme verso un improbabile 2036, quindicesimo anniversario del gruppo, non prescindono, infatti, dall’aggrovigliato intreccio dei tanti problemi che mettono duramente alla prova una generazione tenuta in sospeso: occupazione, salute, benessere non soltanto materiale, mutamenti sociali e culturali.
Sonia, Giannenrico, Adriana, Olimpia descrivono, nel modo di affrontare le sfide di una stagione difficile, i caratteri di una generazione fragile, sguarnita, ma che avverte intimamente il bisogno di riscatto sulla linea di un’utopia che, come tale, evidenzia il rapporto tra desiderio e azione, tra scopo e difficoltà di conseguirlo.
L’autrice è dentro i personaggi che tratteggia con pennellate stilistiche di rara abilità. Qualcosa va, infatti, osservato sulle sue capacità espressive. La scrittura, colta e documentata, è forte, assolutamente moderna, asciutta; invia ininterrotte schegge di colore e di luce che mozzano la retorica di un sentire che ha modo di rappresentarsi, invece, senza enfasi e ridondanza, con rapidità, ma insieme con profondità.
Il lavoro di Benedetta Cosmi merita di concorrere ad un premio letterario quale lo Strega. Dalla lettura del libro si esce con il convincimento che le complicazioni – che soprattutto le nuove generazioni stanno vivendo in un tempo che ha sospeso desideri e aspettative, ma non ha azzerato la voglia di una “nuova ascesi” – possono essere messe alle spalle, parafrasando il titolo del libro, con ragione e sentimento.»

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Alessandro Gazoia
Tredici lune
nottetempo

Proposto da
Gaia Manzini
«“Ci baciamo per scambiarci la nostra aria per respirare insieme. Per cospirare, perché un amore un legame è una cospirazione, qualcosa che ci unisce e accorda e separa dal resto.” Ma anche un libro è una cospirazione: nasce da una sola persona, una cospirazione solitaria, poi si allarga a due persone, arriva a chi ci crede e intende sostenerlo, quindi continua a crescere fin quando giunge in libreria e ogni lettore lo consiglia a due amici, infettandoli. Ogni libro è una storia d’amore, l’unico contagio auspicabile per chi ama la letteratura. Alessandro Gazoia nel suo Tredici lune racconta di un editor, della sua vita personale e del suo lavoro ai tempi della pandemia, trovando una voce esatta e naturale: quella di un uomo di cultura che si ritrova a soppesare il senso delle parole e della propria quotidianità. La pandemia e le sue conseguenze assumono qui un’importanza peculiare perché non fanno che estremizzare le caratteristiche specifiche del lavoro intellettuale: l’isolamento necessario, la distanza dalle persone con le quali si lavora, il bastare a sé stessi perché forti di un’appartenenza che non dipende dal luogo nel quale si vive, ma da un luogo ideale fatto di parole. Con la differenza fondamentale che solo pochi mesi fa quell’isolamento era violabile, la distanza dal mondo si poteva accorciare quando se ne aveva necessità. Il protagonista di questo libro si arma di binocolo e guarda le persone per strada. È il bisogno degli altri che si traduce nel bisogno di immaginare le loro esistenze. Ancora una volta nel bisogno insopprimibile di storie: cospirazioni che ci salvano la vita.
Sulla base di queste riflessioni, propongo agli Amici della domenica la candidatura di Tredici lune di Alessandro Gazoia, edito da nottetempo, al LXXV premio Strega.»

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Lisa Ginzburg
Cara pace
Ponte alle Grazie

Proposto da
Nadia Terranova
«Se la famiglia è un’istituzione sociale, un romanzo famigliare è sempre un romanzo politico: racconta i tic e le nevrosi dei legami dentro cui ci ingabbiamo da soli o da cui ci dimeniamo per liberarci, legami fondativi delle relazioni che avremo con il mondo. Nel solco di questa tradizione entra, con raro rigore e suprema eleganza, Cara pace di Lisa Ginzburg, in cui il rapporto fra due sorelle molto diverse è l’occhio con cui guardiamo nella vita dell’una e dell’altra e nella singolare famiglia da cui vengono entrambe. Ginzburg fa una letteratura di piccole storie e grandi dolori; crea un mondo intimo e totalizzante a partire da “un’infanzia esplosa”, un abbandono, una ferita originaria; racconta la timidezza e la sfacciataggine, la fatica e la crescita, il desiderio di proteggere e il bisogno di proteggersi, fino a raggiungere una nuova verità: togliersi di dosso il carapace con cui ogni giorno ci difendiamo è un gesto di libertà che può, all’improvviso, donarci la cara pace di una nuova coscienza e di una raggiunta pienezza. In questo romanzo che non teme crepe e fondali ma sa anche indicare la feritoia da cui può passare la luce, la prosa di Lisa Ginzburg raggiunge una consapevolezza superiore, rivelando una scrittrice intensa e originale, capace di trasfigurare in letteratura i suoi spettri e le sue ombre.»

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Mattia Insolia
Gli affamati
Ponte alle Grazie

Proposto da
Fabio Geda
«Mattia Insolia ha venticinque anni e Gli affamati è il suo primo romanzo. Lo dico subito perché non si tratta solo di accogliere tra i dodici candidati al premio un romanzo potente, contraddistinto da una lingua efficace e da uno sguardo intenso, ma anche di tenere a battesimo un autore che è qui per restare. Cosa fa di prezioso, Insolia? Consegna al lettore le chiavi di una certa periferia urbana ed esistenziale. Lo invita ad abitare la giovinezza, la solitudine e la rabbia di Antonio e Paolo, i fratelli protagonisti, così da capire, o anche solo intuire, la giovinezza, la solitudine e la rabbia di una parte del Paese e del nostro presente. Non solo: Gli affamati è segnato da una onesta compassione. E il patire con Antonio e Paolo spinge a interrogarsi sui privilegi, sui luoghi cui apparteniamo, e ci esorta a immaginare una società capace di farsi villaggio. Per questo lo candido con gioia e convinzione al premio.»

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Marilù Oliva
Biancaneve nel Novecento
Solferino libri

Proposto da
Maria Rosa Cutrufelli
«Il romanzo di Marilù Oliva – Biancaneve nel Novecento, Solferino libri – mescola il presente al passato per raccontarci come il dolore e la sofferenza non si lascino dimenticare. Come affiorino nei modi più inaspettati e nei luoghi più diversi per plasmare la nostra vita.
Una bambina e un’anziana signora sono le due voci narranti che si contrappongono e s’intersecano per tutto il libro, come in un confronto a distanza. La bambina, Bianca, parla della sua piccola vita e degli incomprensibili conflitti che scuotono la sua famiglia e le procurano ferite difficili da sanare. La bambina cresce ma le ferite non guariscono e anzi fuori, nel mondo, diventano ogni giorno più fonde. Non c’è felicità nella sua famiglia, come non c’è giustizia nel mondo.
Bianca vive a Bologna, una città descritta nelle sue pieghe più nascoste, in tutta la sua moderna complessità.
L’altra, Lili, l’anziana signora, vive a Roma, ma il suo dramma si è consumato altrove. Adesso abita lì, in una grande casa, e tuttavia, mentre guarda la città dalla terrazza, la sua mente va ad altri luoghi e altri tempi. I suoi ricordi sono precisi, dettagliati: indelebili. Sono il racconto della più grande tragedia del “secolo breve”: i campi di sterminio nazisti. La sua voce dolente ci porta nel campo di Buchenwald, nel bordello dove vengono rinchiuse le giovani deportate. Lili racconta ciò che accadeva là dentro e lo fa dalla sua prospettiva di sopravvissuta. Di vittima che non riesce più a uscire dalla prigione del suo dolore. La sua sofferenza è simile a una malattia contagiosa, che colpisce chi le sta più vicino.
I due racconti si alternano fin quasi alla fine, fino al momento in cui i ricordi di Lili e la vita di Bianca trovano il punto di sutura. E allora le voci si placano e, in un certo senso, si fondono in un nuovo equilibrio.
Un romanzo tenero e feroce, che entra nella Storia per farci capire come il male generi altro male, inevitabilmente. Come il nostro “passato” non passi mai, se non lo mettiamo a fuoco, con tutti i suoi errori e orrori. E, soprattutto, se non esercitiamo la nostra capacità di empatia e di compassione, cercando di sanare le ferite degli altri, che sono anche le nostre.
È per questo sguardo attento e compassionevole, assecondato da una scrittura vivida, ben calibrata, che desidero presentare il romanzo di Marilù Oliva (con il suo consenso) all’edizione 2021 del Premio Strega.»

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Aurelio Picca
Il più grande criminale di Roma è stato amico mio
Bompiani

Proposto da
Edoardo Nesi
«È un romanzo esistenziale, Il più grande criminale di Roma è stato amico mio, e racconta la vita mentre scorre tagliente e laida, cattiva eppure angelica, nelle vene dei suoi personaggi. Anche del dolore, racconta, il dolore anch’esso angelico – e immenso, e mai sedato – che continua a pugnalare il protagonista, luogotenente inventato d’un criminale invece esistito davvero, che negli anni Settanta terrorizzava tutta Roma.
In quest’opera ambiziosa e mirabilmente scorretta Aurelio Picca ci mostra il portento del male raffigurato, e nelle pagine migliori arriva a svolgere uno dei compiti più sacri della letteratura, quello di mostrarci il mondo slabbrato e vuoto e insensato nel quale viviamo.
Vorrei dunque candidarlo al Premio Strega 2021.»

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Sabrina Ragucci
Il medesimo mondo
Bollati Boringhieri

Proposto da
Maria Teresa Carbone
«Da Sabrina Ragucci, fotografa, ci si poteva aspettare un romanzo che mettesse la dimensione visuale al primo posto. E così per certi versi è. Ma lo sguardo che l’autrice attiva in questo esordio privo di incertezze ha qualcosa di perturbante, sembra sempre puntare verso i bordi della scena oppure la osserva da molto lontano o infine, al contrario, le si accosta al punto che un minimo dettaglio finisce per occupare per intero il campo visivo.
Viene in mente una videoinstallazione, Close, realizzata dal regista Atom Egoyan insieme all’artista portoghese Julião Sarmento e allestita alla Biennale di Venezia del 2001. Là, una parete a pochi centimetri dallo schermo obbligava gli spettatori a una visione ravvicinatissima, ingigantendo i particolari, rendendoli insieme insensati e densi di significato. Qui, gli occhi di chi legge sono costretti a concentrarsi su “briciole d’annata, graffiature di tacchi e suole datate parecchi anni precedenti”, un “marciapiede costellato di mozziconi e di chewing gum masticati”, “un cerone più chiaro di due toni rispetto alla carnagione” sotto il quale “si intravede la pelle leggermente butterata”.
L’effetto di questo sguardo continuamente depistato è straniante e accentua per contrasto la forza della voce dell’autrice, una voce spietata e tuttavia segretamente pietosa, “la voce di un dio”, come è stato scritto a proposito del libro. E in effetti, proprio come un dio – onnisciente, onnipotente – Ragucci muove i suoi personaggi (la famiglia Mogliano e soprattutto la bambina Roberta, poi adolescente e infine donna) lungo un arco temporale di quaranta o cinquant’anni, ma sempre usando l’indicativo presente dell’eternità, di tanto in tanto ammonendo con brevi frasi imperative gli stessi personaggi o noi che leggiamo.
Il medesimo mondo è dunque una storia di famiglia, ma è anche, volendo, un frammento di storia nazionale, dall’Italia ancora paesana dell’immediato dopoguerra all’inurbamento, all’emigrazione, alla costruzione tenace di una piccola borghesia alienata e perdente. Non a caso il romanzo si chiude con l’acquisto di una casa di proprietà, sigillo di una conquista sociale che non cancella una vita deprivata, un “medesimo mondo” le cui cattiverie e ingiustizie si intuiscono solo a tarda sera, al confine tra veglia e sonno.»

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Alessandro Raveggi
Grande karma
Bompiani

Proposto da
Giorgio Van Straten
«Quando mi sono avvicinato per la prima volta al romanzo di Alessandro Raveggi, Grande Karma, pensavo che avrei avuto a che fare con l’autofiction di uno scrittore su uno scrittore. L’ho iniziato perché ero curioso di sapere qualcosa di più su Carlo Coccioli, personaggio peculiare nel panorama letterario italiano, ma via via che procedevo nella lettura mi sono reso conto che lo scrittore che mi interessava davvero era Alessandro Raveggi.
Il gioco fra realtà e finzione, verosimile e romanzesco, fra il narratore fuori e quello dentro il romanzo: era questo gioco serissimo che mi avvinceva e mi restituiva un’idea alta di letteratura spesso dimenticata nell’attuale panorama italiano.
Per questo credo che sia giusto sottoporre all’attenzione dei giurati del più importante premio letterario del nostro paese, quello che secondo me è uno dei libri migliori di questa stagione narrativa.»

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Isabella Schiavone
Fiori di mango
Lastaria Edizioni

Proposto da
Giulia Ciarapica
«Fiori di mango di Isabella Schiavone (Lastaria Edizioni) è un romanzo complesso e stratificato, che tocca più punti tematici attraverso una storia corale e al contempo individuale (e individualista). Se è vero che al centro dell’azione principale c’è Stella, invitata dall’amica Gloria a trascorrere con lei un periodo di pausa in Kenya, è anche vero che tutti gli altri personaggi che ruotano attorno a questa terra, l’Africa, lasciano un segno non solo nella vita della protagonista ma anche nella struttura e nell’organizzazione tematica della storia.
All’interno di uno scenario descritto con dovizia di particolari, minuziosamente, tanto che l’autrice riesce a rendere le atmosfere, i sapori, gli odori, i paesaggi e le situazioni più estreme tipici di una certa realtà africana, si muovono personaggi che hanno come obiettivo principe la (ri)scoperta del Sé, partendo dalla radice, la Famiglia: la famiglia, in Fiori di mango, diventa un luogo, un confine da superare, ma anche un punto da cui partire gettandosi alle spalle il dolore per reinventarsi in una terra sconosciuta e difficile.
Un romanzo “umanocentrico”, non soltanto perché le azioni dei singoli confluiranno in una grande azione collettiva che è la conquista del Sé, appunto, ma perché quella che ci presenta la Schiavone è una storia vicina al dolore e che dal dolore prende forza.»

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Andrea Barzini
Il fratello minore. Il mistero di Ettore Barzini, ucciso a Mauthausen
Solferino

Proposto da
Maria Ida Gaeta
«Andrea Barzini ha scritto un romanzo in cui si intrecciano le vicende della sua famiglia con quelle dell’Italia in anni importanti del nostro Novecento. Padroneggiando bene una trama complessa, con una scrittura brillante e sapiente, ricostruisce con piglio investigativo la vita di suo zio Ettore Barzini, fratello minore di suo padre Luigi.  Di questo zio Ettore in famiglia non si parlava mai, perché? Su di lui, sulla sua vita così diversa da quella degli altri maschi Barzini e soprattutto sulla sua tragica morte era scesa una coltre pesante di silenzio e rimozione. Aveva vissuto come tutta la sua famiglia tra l’Italia e gli Stati Uniti, ma poi, da solo, anche in Giamaica e in Somalia. Non era giornalista, ma agronomo. Non era ambizioso e mondano, piuttosto solitario. Non era interessato alla notorietà, eppure sarà lui, il minore, a intercettare la storia del suo tempo, a combattere per la giustizia, a costo della propria vita.
L’autore si addentra nel labirinto della sua storia familiare: “Ogni famiglia è un labirinto, ci vuole la mappa… grovigli ricoperti di rovi, segreti sussurrati, vergogne… Chi viene dopo crede di poter nuotare liberamente, e si sbaglia” e arriva a una certezza: “i collegamenti non si spezzano, sono cavi di acciaio… Inutile dire bugie, o mascherare verità, in famiglia si sa sempre tutto, i pensieri sono in onda”.
Ho trovato commovente l’ispirazione che sostiene questo libro e ho apprezzato molto la descrizione introspettiva delle contrastanti personalità dei vari personaggi che lo animano. È un romanzo che con passione e originalità accetta la sfida di disvelare le relazioni possibili tra verità storica e documentata e verità letteraria e mostra grande capacità nel ricostruire la vita di Ettore, il protagonista, attraverso fonti d’archivio e pagine d’invenzione. Un libro che testimonia la fiducia nella possibilità di costruzione delle memorie attraverso la letteratura e l’immortale invenzione narrativa, guardando indietro per individuare quel che conta e trasportarlo avanti, scoprendo ciò che è stato in quel che oggi accade, per sciogliere nodi, per comprendere quel che siamo o che vorremmo essere.»

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Maria Grazia Calandrone
Splendi come vita
Ponte alle Grazie

Proposto da
Franco Buffoni
«Il romanzo Splendi come vita è un’ideale lunga lettera stilisticamente compatta – pur se composta di pagine di diario, episodi narrati in prima persona, ricordi brucianti, ferite mai rimarginate – scritta dall’autrice cinquantenne, ben nota come poetessa, alla madre adottiva.
Splendi come vita è una storia di amore e odio (o disamore, come lo definisce l’autrice) di fronte a comportamenti “materni”, non più comprensibili né concepibili. O forse, meglio, è la storia di una perdita, di una cacciata, di un paradiso perduto: con quanto di biblicamente ineluttabile tali termini connotano e comportano. Perché la bambina adottata ama profondamente la madre. Poi succede qualcosa nella sua crescita e da quel momento la madre non crederà più all’amore della figlia.
Trascorrono i mesi e gli anni e la faglia di incomprensione si allarga sino a divenire incolmabile, fino al finale del romanzo – che non sveliamo nella sua essenza – ma che ci riconsegna due donne adulte entrambe bisognose di amore e per questo “amabili”.»

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Giulia Caminito
L’acqua del lago non è mai dolce
Bompiani

Proposto da
Giuseppe Montesano
«È con piacere che presento a questa edizione del Premio Strega L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito, una storia ambientata nel paese lacustre di Anguillara Sabazia, una provincia italiana simile e diversa da molte altre province letterarie: dove le case popolari si intrecciano alle villette, all’antico centro storico, al lungolago e ai capannoni in uno sviluppo disarmonico che rispecchia e genera le disarmonie del vivere, uno sviluppo malato nel quale si annidano oscuri i conflitti. In questi luoghi narrativi Giulia Caminito dipana i percorsi di una famiglia proletaria dominata dalla potenza e prepotenza di una madre, Antonia, la prima a imporsi sulla scena con uno stratagemma e una protesta degni della migliore tradizione neorealista, quella inventiva degli inizi. Ma autentica protagonista del romanzo è sua figlia Gaia: voce narrante che sembra spuntare dal profondo, e sguardo che smaschera ogni convenzione sociale – pur restando alla fine imprigionata nelle contraddizioni di un benessere sempre inseguito e sempre destinato a sprofondare nella melma. La maturità narrativa raggiunta da Giulia Caminito sta proprio nella voce e nei gesti di Gaia, nella quale la timidezza affilata e la rabbia soffocata vengono nutrite dalla vergogna, la fatica di un’adolescenza sgraziata sboccia in violenza e la tenerezza si deforma in strazio, secondo una scrittura che è capace allo stesso tempo di distanziamento stilistico e di immedesimazione emotiva. E colpisce il modo in cui la Caminito sa cogliere una realtà contemporanea tracciando una parabola sociale che punta inesorabilmente verso il basso: dalla testarda speranza con cui la madre tenta di restare a galla in un mare di ingiustizie, alla sconfitta desolata della figlia che affonda in un’acqua avvelenata dal risentimento, appesantita da miraggi scadenti e da una cultura che promette ma non mantiene.»

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Alessandro Carlini
Gli sciacalli
Newton Compton

Proposto da
Paolo Ruffilli
«Candido alla selezione dell’edizione 2021 del Premio Strega il romanzo Gli sciacalli (Newton Compton) di Alessandro Carlini, per l’interessante sviluppo della vicenda e per la qualità della scrittura. È ambientato a Ferrara a guerra appena finita, dietro alla scia di morte dei molti omicidi di simpatizzanti fascisti compiuti in quei giorni come presunta vendetta di ex partigiani. A occuparsene è il sostituto procuratore Aldo Marano, antifascista ma anche persona integerrima e uomo di legge che non sopporta la giustizia sommaria, e l’indagine ha le sue belle sorprese nella scoperta di infiltrazioni, doppiogiochisti, interessi privati. Con bravura l’autore fa rivivere in piena tensione, con personaggi di spessore e tra atmosfere coinvolgenti, una pagina di storia della città, narrando in forma di appassionante noir una vicenda che ha i suoi riscontri di verità documentati negli archivi di polizia e disegnando il protagonista sulla figura professionale del magistrato che si era davvero occupato di omicidi e di killer nella Ferrara fosca di quel 1945.»

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Stefano Corbetta
La forma del silenzio
Ponte alle Grazie

Proposto da
Lorenza Foschini
«Desidero segnalare per il Premio Strega il libro di Stefano Corbetta: La forma del silenzio, edito da Ponte alle Grazie.
Un romanzo che offre uno sguardo sulle nostre solitudini, su come il male può piegarci, ma anche risvegliare le forze che ci trasformano.
Con uno stile intenso, coinvolgente e al tempo stesso delicato, l’autore racconta la storia molto particolare di un bambino nato sordo, Leo, che improvvisamente scompare in una notte di dicembre del 1964. Nel 1983, diciannove anni dopo, la sorella Anna, spinta da alcune rivelazioni di uno sconosciuto, inizia le ricerche del fratellino. Durante l’investigazione la giovane donna incontrerà persone che susciteranno in lei sentimenti nuovi e contrastanti che influenzeranno e per certi aspetti cambieranno la sua vita. Una riflessione sul rapporto tra identità e linguaggio, dove il silenzio diventa voce e assume la dimensione della rivelazione. Una storia avvincente che trattiene il lettore fino all’ultimo, lasciandolo coinvolto e al tempo stesso sorpreso da un finale sconcertante e inatteso. La scrittura di Corbetta ha una notevole forza visiva e riesce a trasformare la vicenda in immagini nitide. La tenuta narrativa è molto solida, anche grazie all’equilibrio che Corbetta raggiunge nell’intreccio tra l’indagine privata di Anna e il contesto storico in cui il piccolo Leo è vissuto, caratterizzato ancora dal clima oscurantista seguito alle decisioni del Congresso Internazionale sull’educazione dei sordi nel 1880. La storia ha anche al suo interno un elemento di attualità: a tutt’oggi l’Italia è l’unico paese in cui la Lingua dei segni non è ufficialmente riconosciuta e in questo senso La forma del silenzio richiama l’attenzione su un problema reale di mancata inclusione sociale e di barriere alla comprensione e alla comunicazione.»

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Massimo de Angelis
L’uomo con il turbante
Rubbettino

Proposto da
Marcello Ciccaglioni
«L’uomo con il turbante di Massimo de Angelis può essere definito un romanzo di constatazione dolente della realtà storica dei nostri tempi. Una realtà rappresentata attraverso la vicenda di due giornalisti che scompaiono in Afghanistan e attraverso gli sforzi amorevoli, diplomatici, militari e amichevoli profusi nella loro ricerca.
L’intreccio è originale e coinvolgente, ma non si tratta di un romanzo d’avventura; è permeato di amore ma non è un’opera romantica.
Fra l’Italia e l’Afghanistan, la vicenda si alimenta con i sensi di colpa di una moglie appassionata che lotta per riportare a casa il marito, con l’intimismo straziante del diario di un prigioniero, con l’angoscia dei garanti per il loro gravoso incarico.
Passioni, paure, sentimenti e rimorsi sono scrutati e messi a nudo con pagine di grande sensibilità e spessore culturale, fino al sorprendente epilogo, evidenziati nella postfazione di Gianni Riotta.
Per questo, dopo averlo letto, sono lieto di candidarlo alla LXXV edizione del Premio Strega.»

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Mimmo Gangemi
Il popolo di mezzo
Piemme

Proposto da
Raffaele Nigro
«Un romanzo duro e struggente, scritto con una maestria non facile da trovare di questi tempi è Il popolo di mezzo, di Mimmo Gangemi. Un romanzo complesso che chiama alla memoria i libri di Mario Puzo, il disincanto di John Fante e il rimprovero sociale di Corrado Alvaro, ma che si chiude con la luce di una fortuna finalmente costruita sulle infelicità del passato. Al centro, il siciliano Tony Rubbini, che dall’aver assistito all’impiccagione dei genitori, senza una ragione e senza un processo, imparerà a odiare l’America e a combatterla con l’esplosivo. Come in una grande ballata nera. L’America di inizio secolo, il razzismo degli americani nei confronti di negri e italiani, assimilati in un unico destino, segnerà la vita di questo giovane che si troverà a convivere e a combattere tra la Mano Nera e la Camorra, ma che sarà attratto da un’idea di libertà invisa agli americani: l’Anarchia. Una passione politica che si sposa a meraviglia con il suo odio antiamericano e da cui solo l’amore per una italo-irlandese, Mary, potrebbe sottrarlo. Ma quando anche l’amore verrà meno, non gli resterà che affondare progressivamente nella violenza e nell’autodistruzione. Suo fratello Luigi avrà migliore fortuna, perché appassionato di jazz e di tromba. Vivrà esibendosi con un gruppo jazz sui battelli che vanno su e giù per il Mississippi. I figli dei figli faranno fortuna, ma nessuno di loro potrà dimenticare che i nonni hanno lottato e sono morti per costruire le fondamenta di un paese che a dispetto di ciò che si propugna, come la più grande democrazia del mondo, è un paese armato fino ai denti e che in piena modernità ancora manda a morte coloro che ritiene colpevoli.»

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Chiara Mezzalama
Dopo la pioggia
E/O

Proposto da
Jhumpa Lahiri
«Come La tempesta, il capolavoro rinascimentale di Giorgione, questo romanzo si interroga sul rapporto profondo e misterioso fra natura e umanità. Anche il romanzo parla di un fiume, un ponte, le rovine. Inquadra una famiglia precisamente raffigurata. E ci troviamo in un’atmosfera burrascosa, densa di nubi, con un cielo squarciato che darà, ai personaggi ma anche al lettore, una svegliata cruciale. In questo romanzo tanto feroce quanto fine la tensione monta pagina dopo pagina. Mezzalama si interpella sul senso precario dell’innamorarsi, di mettere su una casa, di crearsi una famiglia. I punti di vista del marito e della moglie si alternano e oscillano fra passato e presente ma le riflessioni più urgenti riguardano un futuro in ballo, non solo per la coppia ma per un pianeta a rischio i cui fenomeni naturali mostrano un profondo sbilanciamento. Queste pagine affrontano, con grande compostezza e lucidità, le distanze che erodono le relazioni più intime, la vicinanza fra creazione e caos, e lo sconforto di trovarci ai limiti di un mondo sostenibile. Scritto con il massimo controllo, Dopo la pioggia arde quietamente e rivela la mano di un’artista esatta, matura e incisiva. Mezzalama ha realizzato un romanzo straordinariamente attuale, eppure, nella sua specificità, si nutre di mitologia e di una dimensione astratta attraverso la quale questa famiglia affranta diventa ogni famiglia, e questa Roma travolta dalla tempesta diventa ogni luogo sulla terra. Capiamo meglio, leggendolo, come sopportare i rovesci della sorte, come tutelare le generazioni che verranno, come resistere a tutte le incertezze all’orizzonte.»

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Daniele Petruccioli
La casa delle madri
TerraRossa

Proposto da
Elena Stancanelli
«Daniele Petruccioli, già esperto e raffinato traduttore, ha scritto un romanzo che candido allo Strega perché possa guadagnare lettori. Sicura di fare a quei lettori un regalo. La casa delle madri è una storia familiare, dolente, dal passo meditato, mai isterico. L’ambiente, poco esplorato di questi tempi, è quello della borghesia colta. Sarabanda, vitale, femminista, ricca e coraggiosa sposa Speedy, eterno ragazzo, bello e inquieto. Rimane incinta di due gemelli, ma al momento del parto qualcosa va storto. Ernesto ed Elia sono identici, ma diversi. Ernesto in particolare è diverso da tutti, ma Sarabanda non vorrà mai ammetterlo. Elia cresce inseguito da quel mantra, “bada a tuo fratello”, Ernesto, crescendo, gonfia il suo impaccio in una rabbia autolesionista. Fin quando la sua malattia finalmente verrà diagnosticata. Daniele Petruccioli racconta questa storia con una lingua raffinata e un andamento che incanta. Le anse dell’amore, le morti, l’appartenenza e la fuga. Case, gatte, nonne e bambini protagonisti di un’esistenza normale, normalmente dolorosa.»

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Daniele Rielli
Odio
Mondadori

Proposto da
Antonio Monda
«Ritengo che Odio sia uno dei libri italiani più interessanti, appassionanti e coraggiosi degli ultimi anni. Sono ammirato dalla lucidità e la passione con cui Daniele Rielli prende spunto dalla teoria del capro espiatorio di Rene Girard per raccontare una vicenda distopica solo in apparenza. E ammiro il modo – originale e profondo – in cui racconta i suoi protagonisti, uomini e donne che non hanno raggiunto i quaranta anni. Il suo approccio è umanista: anche di fronte alle situazioni più gravi e inquietanti, Rielli non giudica, ma cerca di capire la psicologia e le azioni di ognuno dei suoi personaggi, che si muovono in una Roma la cui incommensurabile bellezza è di sfondo a un mondo dove il fascino della storia si mescola con l’avvento di novità tecnologiche e sociologiche. Odio è un libro che racconta con grande acume il tempo in cui viviamo, riflettendo parallelamente su temi eterni: il protagonista Marco De Santis conquista la notorietà grazie al fatto di esser stato accusato ingiustamente di omicidio e poi, dopo esperienze a Bologna e Berlino, fonda una potentissima società che conosce i data di milioni di persone e si occupa di indagini predittive. Come accade ai nostri giorni, il confine tra fama e infamia è quasi annullato, il culto dell’apparenza prevale costantemente sulla sostanza, così come il dominare delle passioni più viscerali e nefaste. È un mondo nel quale la grazia sembra soccombere alla rivalsa e la vendetta allo sfogo di frustrazioni che nascono spesso da ingiustizie subite. “Gli esseri umani non si accordano mai se non a spese di una vittima”, spiega Girard: partendo da questo dolente assunto, Rielli racconta una serie di personaggi che si illudono di eliminare il mistero e l’imprevisto. Si tratta di un mondo immaginario, ma tragicamente simile al nostro, descritto da un autore che ha l’abilità e l’intelligenza del sicuro narratore e il coraggio e il talento di chi sa rischiare.»

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Andrea Bajani
Il libro delle case
Feltrinelli

Proposto da
Concita De Gregorio
«Candido al Premio Strega 2021 il romanzo di Andrea Bajani Il libro delle case.
Lo faccio con la gioia di chi ha trovato posto nelle pagine di un libro, e vuole condividerli: la gioia, il posto. Lo faccio con la meraviglia di chi si sia imbattuto nella bellezza come un panorama che arriva inatteso dopo una curva, e deve fermarsi perché la bellezza comanda, chiede silenzio e rispetto, si insedia e resta.
Di cosa parliamo quando diciamo “io”, cosa definisce la nostra identità se non lo sguardo di chi ci guarda: è lo sguardo che fa il mondo. Chi siamo – chi saremmo – se non esistessimo negli occhi di chi ci vede: essere visti, questo è tutto. Qui, nel libro di Andrea Bajani, sono le case che ci guardano. Le nostre case, tante, diverse, inevitabili, occasionali, furtive, amate e disamate, misteriose, illuminate, le case che abbiamo attraversato: quelle dove siamo stati neonati, figli, amanti, intrusi, ingenui, cospiratori, padri, vincitori, fuggiaschi e poi ora, ecco, un’altra casa, l’ultima, ma non ancora ultima invece. Le case conservano memoria di noi e di chi prima di noi le ha abitate: i pensieri da altri pensati, i nostri mai detti e non finiti di pensare, la pena di un prigioniero, la smania di un poeta, l’attesa di una donna, il pianto di un ragazzo, un tradimento, un delitto, un’allegria. Le case sanno chi siamo e custodiscono tra le mura il segreto. Andrea Bajani chiama a raccolta le tracce lasciate dal passaggio di qualcuno che, per semplicità, diciamo: Io. Cesella una lingua che da parole antiche sprigiona significati inauditi e correndo, lentamente, viaggia nella memoria, nel desiderio, nel bisogno. Nel sentimento di onnipotenza che ci coglie ogni volta che, partendo, cambiamo casa per cambiare il mondo – il nostro mondo, il mondo intero – e la risacca, invece, in direzione contraria, che ci riporta sempre a tutto quello che non sappiamo di aver dimenticato.»

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Edith Bruck
Il pane perduto
La nave di Teseo

Proposto da
Furio Colombo
«L’ultimo libro di Edith Bruck (Il pane perduto, La nave di Teseo) unisce in un’unica grande opera ciò che l’autrice ha visto, vissuto, pensato e scritto: un’amorevole dolcezza prosciuga altri sentimenti (come l’odio legittimo per l’orrore e i carnefici), perché Edith è salva e tenuta in vita da un legame fortissimo, un misto di orgoglio e pietà affettuosa per chi, come lei, è stata spinta nella galleria dell’orrore. Nella visita sul fondo della memoria Edith ripercorre il miserabile inferno preparato meticolosamente dai suoi aguzzini (tornati come in un incubo), vittime di una solitudine che si nutre di morti.
Ma la vita è troppo forte e l’istinto, ancora bambino, di saltare avanti è troppo grande. E quando, nella realtà come in questo nitidissimo racconto, vita e morte, distruzione e futuro si spaccano, Edith è già saltata sul lastrone della vita. E qui il libro diventa un racconto che devi leggere fino all’ultima pagina, di storia, di vita, di amore.»

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Giovanni Catelli
Parigi, e un padre
Inschibolleth

Proposto da
Maurizio Cucchi
«Giovanni Catelli, poeta e autore di un importante libro sulla precoce e sinistra morte di Albert Camus (Camus deve morire, 2013), già tradotto in Francia, ha scritto un’opera in prosa, Parigi, e un padre (Inschibboleth), che si distingue per l’originalità dell’impianto e dello stile, per la solida qualità letteraria. Si tratta infatti, senza dubbio, di un libro di narrativa, ma composto secondo una modalità particolare e raffinata, e cioè l’articolarsi e il succedersi di brevi – quanto intensi e trasparenti – frammenti di prosa, vivi di una loro interna efficacia lirica. Una narrazione poetica, quella di Catelli, che si realizza nel riferimento a una città amata, Parigi, nel doppio registro d’epoca e di figure: il tempo più lontano del padre (anni Cinquanta) e quello successivo (anni Settanta), con la presenza del figlio giovanissimo che è anche chi narra in prima persona. Ne scaturisce una visione – ricca di concreti dettagli e di realtà – dei mutamenti storici della città (e dunque della civiltà europea nel tempo) e insieme il sovrapporsi e distinguersi del sentimento dei due personaggi, per sé stessi e per il mondo in cui vivono o vorrebbero vivere. Nell’insieme si possono riassumere così, ovviamente molto semplificando, i pregi dell’opera di Catelli: sensibile attenzione ai mutamenti storici di una grande capitale dell’Europa, aspettative e realtà di due generazioni in un luogo per tanti aspetti emblematico e mitico, valore in controtendenza dello stile che permette all’autore di permeare la sua prosa di evidente energia poetica.»

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Donatella Di Pietrantonio
Borgo Sud
Einaudi

Proposto da
Nadia Fusini
«Con quest’ultimo romanzo, Borgo Sud, Donatella Di Pietrantonio si conferma scrittrice di grande forza e solidità, che sa trovare la parola esatta per dire i sentimenti, grazie a una scrittura scabra ma densissima, che ha un passo tutto suo nel solco di una solida tradizione.
Qui a tema è il legame tenace, ondivago, spesso ambivalente tra sorelle, creature diverse eppure riconducibili alla stessa matrice, quella madre riluttante che in Borgo Sud è la ferita originaria per entrambe.
Donatella Di Pietrantonio racconta da sempre le spire dolorose del rapporto madre-figlia, ma in questo romanzo intenso e abilmente tessuto dal punto di vista narrativo, le due sorelle protagoniste sanno trovare l’una nell’altra conforto, pungolo, salvezza.
Nella lunga notte in cui si mette in viaggio per ricongiungersi ad Adriana, la sorella indocile, spericolata, la narratrice compie un viaggio coraggioso nella memoria, in un andirivieni naturale, emozionante, seguendo il filo sottile e resistente dei ricordi. Perché allontanarsi, nello spazio e nel tempo, non basta a volte a ricucire gli strappi, a dimenticare certi amori giovanili precipitosi. L’appartenenza, nei romanzi di questa scrittrice, più che una condizione è infatti un movimento, una negoziazione continua con le proprie radici, i propri luoghi, così peculiari e tuttavia così universali, perché letterari.
Per questi motivi desidero presentare Borgo Sud di Donatella Di Pietrantonio al Premio Strega 2021.»

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Andrea Frediani
I Lupi di Roma
Newton Compton

Proposto da
Massimo Lugli
«Un poderoso affresco storico, un ritmo serratissimo, un’ambientazione di rara efficacia nell’Italia del 1200. Presento, con grande entusiasmo, il romanzo di Andrea Frediani I Lupi di Roma all’edizione del 2021 del Premio Strega: un’opera tanto precisa nelle ricostruzioni d’epoca quanto avvincente nella trama, nei dialoghi, nella descrizione e nel carattere dei personaggi, sia storici che di fantasia.
La trama si snoda agilmente tra le complesse vicende della famiglia Orsini, impegnata in una feroce lotta di predominio con le altre nobili casate capitoline: Colonna, Annibaldi, Malabranca, oltre che con gli emissari francesi, guelfi e ghibellini, in un continuo formarsi e disgregarsi di alleanze, rivalità, manovre politiche, colpi di mano, vere e proprie azioni di guerra. In questo viluppo di odi, rancori e vendette incrociate sbocciano due, disperate, storie d’amore nate sotto un destino tragico e osteggiate dalle rispettive famiglie che riportano a suggestioni shakespeariane.
Con la maestria del grande raccontatore, Frediani fa immergere il lettore in uno scenario cupo, infido, violento e, al tempo stesso, estremamente affascinante. Al di là delle vicende dei Lupi di Roma, gli Orsini, appunto, il vero tema centrale della narrazione è il Potere. Un potere assoluto, totalizzante, spietato, che si conquista con le trattative per i voti di un conclave, con un matrimonio di convenienza, con l’omicidio, l’inganno, il ricatto, lo stupro. L’autore va molto oltre la narrativa di genere, evita qualsiasi pignoleria da erudito che possa rallentare la narrazione. I dialoghi serratissimi, i personaggi perfettamente descritti, l’alternarsi continuo dei piani narrativi coinvolgono il lettore dalla prima all’ultima pagina. La Roma dell’epoca, una città livida, sporca, crudele, pericolosa e, al tempo stesso, imponente, fastosa, scintillante di dimore patrizie e monumenti già in rovina, viene descritta con un’efficacia manzoniana rarissima, purtroppo, in tanti altri romanzi storici anche di grande diffusione. Frediani gioca abilmente tra l’antico e il moderno, riporta spesso contraddizioni e storture che possiamo paragonare fin troppo facilmente a quelle dei giorni nostri senza mai cedere a tentazioni moraleggianti. Racconta e basta. Neanche una nota a piè di pagina che potrebbe interrompere il ritmo di lettura: tutto è spiegato agevolmente nel testo. Un’opera di grande maturità stilistica che regala al lettore molto di più di un semplice intrattenimento: la sensazione di aver capito molto di più di un periodo storico che appartiene indissolubilmente al nostro passato.»

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Fabio Guarnaccia
Mentre tutto cambia
Manni

Proposto da
Antonio Pascale
«Che bella sensazione, come lettore, dico, leggere uno scrittore capace di raccontare una storia con mano delicata.
D’accordo, ma che intendiamo con l’aggettivo “delicato”?
Premessa. Fabio Guarnaccia ci parla dell’estate del 1989, un’estate usuale, ma non per il protagonista e i suoi amici, ragazzini di 14 anni che scopriranno come tutto cambia mentre si vive convinti che nulla cambi.
Dunque, perché Guarnaccia ha mano delicata?
Perché attraverso lo sguardo dei suoi protagonisti racconta le famose prime lacrime, quelle che versiamo quando sentiamo l’emozione venir fuori, appunto, per la prima volta: come dire, quando sentiamo senza capire.
È il famoso effetto straniamento, se raccontiamo le cose solite come se si vedessero per la prima volta, allora ci accorgiamo di quante visioni e particolari ed emozioni abbiamo perduto.
Così è per questo romanzo, Mentre tutto cambia.
Qui, un gruppo di ragazzini alla periferia di Milano ci porta, delicatamente, al centro delle nostre emozioni più antiche, primordiali e tuttavia indispensabili per prepararsi alla vita. Che poi spesso si vive senza capire.
Tuttavia si può sentire, e Fabio Guarnaccia lo sa e ci fa sentire cosa si sente mentre tutto cambia.»

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Giulio Mozzi
Le ripetizioni
Marsilio

Proposto da
Pietro Gibellini
«Questo libro di Giulio Mozzi è un romanzo che riesce a coinvolgere e a parlare di noi, senza che l’autore passi, come accade spesso nella narrativa contemporanea, attraverso la cronaca. Il legame che ci connette l’uno l’altro, racconta Mozzi, è una particolare forma di violenza, interna alla nostra coscienza: può sfociare nel gesto aggressivo o imboccare il sentiero dell’amore. Il romanzo di Mozzi è infatti un romanzo di amore e violenza, di tradimento e di quelle “ripetizioni” che danno, a ciascuno di noi, il senso della realtà. Con un linguaggio e suggestivo e preciso al tempo stesso, l’autore conduce Mario, il suo protagonista, attraverso avventure in parte sospese tra realtà e immaginazione, che lo portano a sfiorare vite strane e misteriose di personaggi senza nome: il Grande Artista Sconosciuto, il Terrorista Internazionale, il Martellatore di Frati, il Capufficio… Mario li contempla come enigmi incomprensibili e rivelatori. Arrivando, nell’ultima pagina, a una sgomentante conclusione: non farà nulla. Della propria vita né delle proprie storie.
Candido il romanzo di Mozzi per l’originalità tematica, stilistica e ideologica. A differenza di tanta narrativa che corteggia il bene astratto e la quiete consolatoria, raccontare del male e del disordine che si annida in ciascuno di noi significa indagare la nostra possibilità di redenzione e speranza.»

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Carmen Pellegrino
La felicità degli altri
La nave di Teseo

Proposto da
Alessandra Tedesco
«Un romanzo sull’infanzia negata, sulle ombre che ci camminano accanto, sulla voglia di essere riconosciuti e amati. Con una scrittura elegante e raffinata, con riferimenti alla cultura dell’antica Grecia, al mito e alla religione, Carmen Pellegrino racconta la storia di Cloe, una donna che deve fare i conti con l’abbandono dopo essere cresciuta in una casa-famiglia. Ma deve anche fare i conti con la rabbia verso la madre (responsabile, ai suoi occhi, di tutta la sofferenza) e con il senso di colpa verso il fratellino scomparso da piccolo. Come dice la stessa voce narrante, è la storia di un’anastilosi, di un restauro di sé a partire dalle macerie seminate nel corso dell’esistenza. Raccontare il dolore dei bambini è tema delicato, si potrebbe cedere a una narrazione cupa e straziante e, invece, Carmen Pellegrino ha avuto la sapienza di agire per sottrazione dando vita a una storia in cui i “non detti” pesano più degli eventi narrati.»

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Stefano Redaelli
Beati gli inquieti
Neo edizioni

Proposto da
Roberto Barbolini
«Molte sono le maschere della follia. Se vogliamo raccontarla, dobbiamo indossarne una (o più di una) anche noi. È quanto fa, apparentemente a scopo di studio, l’io narrante di Beati gli inquieti, ospite volontario della Casa delle farfalle, una clinica psichiatrica. Ma via via che la florida polifonia della costruzione narrativa dà voce alle fantasie e alle rimostranze, alle paranoie e ai sogni dei cosiddetti “matti”, la distanza tra ragione e follia sfuma e quest’ultima si trasforma in una implacabile lente d’ingrandimento puntata sul senso (o il nonsenso) dell’esistenza umana e della realtà stessa. In questo romanzo sorprendente, che dal rigagnolo spazia alla Via Lattea, non c’è però nulla di nichilistico. Stefano Redaelli sa che il battito d’ali di una farfalla a Tokyo può provocare un uragano a San Francisco; ma l’apocalisse indotta da questo inquietante “effetto domino” ha il sapore originario di una rivelazione, struggente e salvifica insieme, che riguarda tutti noi.»

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Alice Urciuolo
Adorazione
66thand2nd

Proposto da
Daniele Mencarelli
«Adorazione è un romanzo sulla complessità dell’adolescenza che attrae e respinge, esattamente come i caratteri dei ragazzi che danno vita alle vicende raccontate, come i luoghi dove tutto avviene, la provincia di Latina, Pontinia, terre nuove, paesi con una storia appena principiata.
Alice Urciuolo intesse il suo esordio attorno a un’estate vissuta intensamente, la stagione che più si addice ai ragazzi e alla loro passione. Diana, Vera, Giorgio e Vanessa, sono gli attori di una vicenda che ha il suo nucleo piantato nel passato: l’omicidio di una loro amica, Elena, per mano del suo fidanzato. A distanza di un anno, il gruppo di amici tenta di uscire dalla tragedia e di gettarsi a capofitto in quel che più desidera: crescere. Sperimentarsi. Anche a costo di soffrire e far soffrire.
Adorazione canta la fame di vita di un’intera generazione, che nella libertà sessuale tenta di dimenticare la sofferenza affettiva e il senso di vuoto, spesso lasciato da adulti che mancano di risposte e di coraggio. Coraggio, invece, incarnato dall’autrice, capace di utilizzare le diverse lingue e forme narrative del nostro squilibrato presente.»

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Michele Ainis
Disordini
La nave di Teseo

Proposto da
Sabino Cassese
«Un professore, un giorno, scopre d’aver un altro volto, un altro corpo. Nessuno lo riconosce. Intraprende un viaggio, alla ricerca di qualcuno che non gli chieda chi è, o che lo riconosca, sia pure nelle nuove sembianze. Nel luogo dove andava in vacanza da piccolo, c’è chi lo ricorda, ma vi sono anche molti che hanno cambiato la loro identità. La storia continua sul filo di un passato che si lega al presente, di corpi e menti che mutano. Nel racconto, che nasconde molti risvolti e sorprese, si intrecciano una riflessione eraclitea sul mutamento prodotto dal tempo sull’uomo e un apologo sul disordine che sembra dominare il presente. Stendhal ha distinto il raccontare narrativamente dal raccontare filosoficamente. Ainis, alla terza prova con il genere, sa raccontare narrativamente una vicenda che nasconde una più profonda narrazione filosofica, riprendendo la linea di svolgimento che va da Ovidio a Kafka, gli autori di “poemi sui corpi che in un mondo precario sono messi in pericolo” (sono parole lasciateci dal grande filologo classico e critico letterario statunitense Charles Segal prima di morire, introducendo, con un magistrale saggio una delle più belle edizioni delle Metamorfosi di Ovidio).»

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Giulio Cavalli
Nuovissimo testamento
Fandango Libri

Proposto da
Filippo La Porta
«“Focolai di empatia.” Già questa espressione potrebbe giustificare il romanzo “biopolitico” – in senso visionario e romantico – di Giulio Cavalli. L’empatia, ingrediente necessario di qualsiasi relazione umana, già oggi comincia a essere percepita come lieve disadattamento, come possibile intralcio nella struggle for life dove occorre essere concentrati sui propri obiettivi (immedesimarsi troppo potrebbe debilitare…). Proiettata poi in una società distopica del futuro prossimo – tra Orwell e Huxley, tra Bradbury e Philip K. Dick – diventa una vera e propria malattia, che il potere tenta di reprimere con ogni mezzo poiché rende gli individui imprevedibili, indocili, intrattabili. Lo stile dell’autore – concitato e apprensivo, con una sintassi scombinata dal succedersi febbrile degli eventi – risente (coerentemente) della distopia: le emozioni, proibite dall’alto, implodono nel quotidiano con una violenza liberatoria. La scrittura viene esposta a “sversamento” fin dalla prima pagina. Quando uno dei personaggi, in ospedale, va in bagno per leggere clandestinamente (e rischiosamente) un libro, ci imbattiamo in una pagina di Marco Polo che potrebbe essere assunta come definizione della letteratura stessa: “Signori imperadori, re e duci e tutte altre genti che volete sapere le diverse generazioni delle genti e le diversità delle regioni del mondo, leggete questo libro dove le troverrete tutte le grandissime maraviglie e gran diversitadi delle genti…”. Cavalli ci avverte con un uno straordinario esercizio di immaginazione sociologica (e antropologica) che la bellezza è sovversiva, che “non esistono emozioni turpi”, che qualsiasi società (dispotica, democratica, autoritaria, aperta…) non può permettersi di censurarle.»

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Teresa Ciabatti
Sembrava bellezza
Mondadori

Proposto da
Sandro Veronesi
«Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti è una lezione di letteratura narrativa, per tutti quelli che ancora non hanno smesso di esercitarsi nel fallimentare tentativo di tenere separate, nei romanzi, verità e finzione. È un racconto talmente colmo di menzogne – la prassi della comunicazione tra gli esseri umani, insieme al nascondimento, al malinteso, alla reticenza, alle omissioni – che alla fine rasenta la più intima delle confessioni. È un romanzo straziante, perché è uno strazio ritrovarsi a vivere tutta la vita in un corpo così lontano dal canone condiviso della bellezza; ed è un romanzo esilarante, la cosa più vicina ai libri di John Fante che mi sia mai capitato di leggere. È un romanzo che spazia dalla vitalità alla morte, soffermandosi in quella zona grigia che viene spesso trascurata, quella della quasi-morte, della regressione, della demenza, che a volte diventano abiti sorprendentemente comodi da indossare. È un romanzo sulla meravigliosa vertigine della mitomania. Ma soprattutto, come ho detto, è una lezione sull’unica verità possibile in letteratura, quella fatta di nomi, predicati, avverbi e aggettivi scelti e composti con tale maestria da rendere inutile sapere altro.
Per tutte queste ragioni mi pregio di presentare Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti alla LXXV edizione del Premio Strega.»

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Alessandra Fagioli
Scacco all’isola
Robin Editore

Proposto da
Paolo Ferruzzi
«Propongo al Premio Strega 2021 il libro Scacco all’isola di Alessandra Fagioli, pubblicato da Robin Editore. Scacco all’isola è un romanzo che intreccia indagini criminali a relazioni interpersonali e immortala un’isola facendola diventare a più riprese un fascinoso teatro del crimine. Diverse modalità di omicidio si alternano alle vicende della commissaria incaricata di svolgere le indagini, costretta a misurarsi non solo con familiari e colleghi delle vittime presso le città d’origine di quest’ultime, ma anche con un marito paraplegico, una figlia tossica, un figlio violento e un’amica superstite di un naufragio. Una molteplicità di scenari e di personaggi dà dunque vita a un intreccio serrato di incognite e tensioni, atmosfere e personalità, in cui si riflette anche sulla natura del genere giallo, fino a una stretta finale dai risvolti spiazzanti. Una narrazione asciutta, severa, incalzante, più generosa con i luoghi che non con le persone.»

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Marco Albino Ferrari
Mia sconosciuta
Ponte alle Grazie

Proposto da
Paolo Cognetti
«Vorrei candidare al Premio Strega 2021 il libro Mia sconosciuta di Marco Albino Ferrari (Ponte alle Grazie), ritratto di una donna eccentrica, libera, triste, innamorata della musica e della montagna, che a quarant’anni sceglie di avere un figlio e di crescerlo da sola, allontanandosi dal mondo benestante da cui proviene. Ne nasce un rapporto strettissimo di cui la montagna, il Monte Bianco in particolare, diventa il teatro, un’educazione impartita nei bivacchi sul ghiacciaio così come al pianoforte degli hotel di Courmayeur, e un lascito – la propria storia – che il figlio lentamente ricompone. Diventerà alpinista e scrittore, Marco Albino Ferrari, e scriverà moltissimi libri su altri uomini e sulle loro imprese, prima di arrivare a questo che di tutti è il più intimo e il più bello: un libro di montagna che raggiunge la cima del genere aprendosi ai vasti orizzonti della letteratura.»

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Anna Giurickovic Dato
Il grande me
Fazi

Proposto da
Angelo Guglielmi
«“… sono cattiva a volte disumana, falsa se serve, ma soltanto con me stessa, ipocrita mai, gentile soltanto se costretta con la forza, formale nemmeno quando è utile, violenta la maggior parte del mio tempo, giusta sempre se lo decido io che è giusto. Eccolo il mio dramma, fatene quel che volete Non infuriatevi se non lo capite, non sta a me spiegarlo…”. Questo il ritratto di Anna Giurickovic Dato (al suo secondo romanzo) comunque protagonista di Il grande me (romanzo autobiografico o no che sia). Scrittrice di evidente talento, ricchezza di linguaggio, capacità di discorso, un impasto disseminato di ragione e di sentimento, sgarbati preziosismi stilistici… Se pur scritto in prima persona è oggettivo e una confessione. Sa parlare d’altro (degli altri) e di sé. Attraversato da un intreccio di amore e di rifiuto, di comprensione e rabbia (per lei capisaldi della vita). Come si fa a non amare (e leggere) Il grande me

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Francesca Mannocchi
Bianco è il colore del danno
Einaudi

Proposto da
Renata Colorni
«Ho letto con turbamento ed emozione, nonché con ammirato stupore, il libro di chiarissima impronta autobiografica che Francesca Mannocchi, già nota giornalista e reporter di guerra, ma da oggi anche originale e fine scrittrice, con il titolo Bianco è il colore del danno, ha pubblicato recentemente per Einaudi Stile Libero. Appena l’ho finito, ho subito pensato di proporne la candidatura al Premio Strega ed è ciò che faccio oggi con convinzione.
A suggerirmi questo gesto è stata naturalmente la innegabile rilevanza, scientifica, politica e sociale, del tema che Mannocchi affronta di petto, con competenza specifica e strenuo coraggio: una giovane donna, che nutre per la vita una passione furiosa ed è straordinariamente capace di disegnarne con esattezza le presenze, le assenze, i contorni e le immagini più delicate ma anche le emergenze e le sfide più crudeli, è costretta a fare i conti ogni giorno con una grave e misteriosa e incurabile malattia cronica – la sclerosi multipla – che le viene diagnosticata qualche anno fa poco dopo aver partorito il suo amatissimo figlio Pietro; il suo è un male che è come acquattato dentro il suo bel corpo (ed è forse proprio la gravidanza ad averlo destato), corpo che nel fiore degli anni si è rivelato nemico; al momento quel male non si vede e solo di rado si è manifestato platealmente, e tuttavia la rende , ora e in futuro, “potenzialmente” malata e comunque impossibilitata a governare il suo tempo e a viverlo con libertà; a rigore Francesca, che è disposta a dire la paura con inscalfibile e perturbante onestà, è a rischio perpetuo di sentirsi “guasta” e soggetta a un immedicabile “danno”. Eppure l’amore per la bellezza, per la poesia che è nutrimento della vita, per le parole scelte con trepida attenzione, la rabbia per ogni forma di ipocrisia, il gusto feroce per ciò che è essenziale, e la voglia pazzesca di toccare la verità fanno, a mio avviso, di Francesca Mannocchi una presenza preziosa nel nostro panorama letterario.»

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Elena Mearini
I passi di mia madre
Editore Morellini

Proposto da
Lia Levi
«La “buona scrittura” è tutt’altra cosa rispetto alla “bella scrittura”, fenomeno quest’ultimo molto frequentato in questi tempi (ma forse da sempre) che usa nutrirsi di parole e metafore artificiosamente spiazzanti inseguendo lo scopo dello stupire a scapito dell’esprimere.
Questa breve premessa solo per meglio dire che con I passi di mia madre di Elena Mearini siamo invece sul terreno giusto. Il linguaggio della Mearini è fatto di piccoli tocchi leggeri e non scontati, la metafora è rapida e pregnante… del resto cosa ci si può aspettare da una autrice che ha dato alle stampe numerosi libri di poesia?
La storia, come dice il sottotitolo, è quella della “ricerca di un amore mancato”, in questo caso di una madre che senza spiegazioni ha un giorno abbandonato marito e figlia bambina, sostituito e poi rappresentato nel corso della vita da un uomo sfuggente che farà risuonare gli stessi tasti. “Il tempo di Samuele è arrivato a dare il cambio a quello di mia madre”, sintetizza sottotono la scrittrice.
Come in tutte le storie ci sarà uno scioglimento finale (nel caso del passato a sorpresa) che coinvolgerà tutti e due i filoni.
A me questo libro è piaciuto e per questo ve lo sottopongo.»

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Simone Perotti
I momenti buoni
Mondadori

Proposto da
Paolo Mauri
«I momenti buoni di Simone Perotti (Mondadori) è un romanzo dedicato alla generazione post-millennials, quella che non sa molto bene se il mondo esiste fuori dal web. In una città di mare innominata che ricorda Genova, ma anche Napoli, si muovono alcuni adolescenti (il Tranquillo, il Pratico, il Sorcio, Ronin) mentre si prepara una grande rissa tra due famiglie rivali di affaristi ignoranti e senza scrupoli. Videogioco o realtà? I ragazzi non hanno le stesse mete degli adulti: hanno però loro gerarchie, i loro conflitti e inseguono nuove esperienze. Domina la scoperta del sesso che spesso ha la crudezza dei siti porno, circola un po’ di droga. Il protagonista Tranquillo è ossessionato da un mostro semiumano, il Duende, che però vede solo lui. Via di fuga, o di salvezza, il calcio, dove l’allenatore, che non per nulla si chiama Padre, ricorda al Tranquillo che senza regole non c’è partita e che un campo senza linee è solo un prato qualunque. Dunque? Perotti insinua che (forse) per salvarsi dal Nulla indistinto che ci sovrasta occorre prendere strade diverse e magari andare per mare. Intanto il tecnologico Ronin, che ha passato un anno chiuso in casa a guardare il mondo dal pc, ora è uscito allo scoperto e sembra (finalmente) solo un bambino. I momenti buoni è un romanzo ambizioso, che cita Jack London e tace molte cose, lasciando al lettore il gusto di scoprirle.»

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Paolo Zardi
Memorie di un dittatore
Perrone

Proposto da
Paolo Di Paolo
«Come Napoleone, un uomo che ha perso il potere riflette su sé stesso, confinato su un’isola. Diventato dittatore di “quel ridicolo Stato” che è l’Italia, una volta resosi conto che “la democrazia non è obbligatoria”, è riuscito a dimostrarlo nell’arco di un decennio. Venendo tutto sommato dal niente, “marginale tra i marginali”, uomo senza qualità capace però di assecondare il ventre del popolo e i suoi incubi, i suoi deliri, le sue paranoie. Ha capito che bastava “salire in groppa a questa furia, e cavalcarla, guidarla, e dirigerla finalmente verso la sua più piena realizzazione”.
Paolo Zardi, la cui voce di narratore, singolare, straniata, risulta sempre più riconoscibile e letterariamente convincente, ha scritto – dopo XXI secolo (2015) – un nuovo, potente romanzo politico. In Memorie di un dittatore (Perrone), che propongo con piacere e convinzione agli Amici della domenica, dà forma a una spiazzante meditazione sul potere – il potere che si desidera e che si conquista, si ottiene talvolta senza nemmeno usare violenza: semplicemente prendendo atto delle conseguenze, assecondando la piega degli eventi. Con meschina ambiguità, senza lo sforzo di diventare altro da ciò che si è. “Il più scalcagnato, il meno presentabile, il politico più inverosimile”. Il più disprezzato. Attraverso una confessione fluviale, affidata a una voce sorniona, sibillina, priva di rimorsi (nemmeno rispetto alla guerra dichiarata al Congo!), elaborata con grande controllo stilistico, Zardi addomestica la distopia, traveste da satira un romanzo serissimo e perturbante sull’eterna attesa di un popolo radunato sotto a un balcone. E su come l’uomo che infine si affaccia, per paradosso, incarni al meglio il peggio dei suoi sudditi.»

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Giuseppe Aloe
Lettere alla moglie di Hagenbach
Rubbettino

 

Proposto da
Corrado Calabrò

«Questo nuovo romanzo di Giuseppe Aloe, già finalista al Premio Strega nel 2012, è un noir psicologico, un romanzo all’inseguimento del sé, scritto con un linguaggio che ha tensione poetica.

Dedicandosi alla ricerca dello scomparso scrittore Hagenbach, il criminologo di fama internazionale Flesherman, cui è stato diagnosticato un incipiente Alzheimer, tenta di restare aggrappato alla sua identità che sente sfuggirgli, e con essa lo stesso senso del mondo.»

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Luigi Romolo Carrino
Non è di maggio
Arkadia

Proposto da
Wanda Marasco
«Salvo è su un traghetto che lo riporta nella sua Procida. Ritorna con lo stesso aspetto di quando l’aveva lasciata a quindici anni, dopo un evento traumatico avvenuto nel 1976. Da quel momento, la sua mente si è rifugiata sull’orlo di un buco nero, dove il tempo rallenta e trent’anni corrispondono a pochi giorni sulla Terra. È un bambino indaco che impara a gestire il potere devastante di cui è in possesso, quello di poter curvare lo spazio-tempo. È la janara Rosina, governante della villa in cui risiede, a insegnargli sortilegi e fascinazioni in un luogo magico popolato da donne spezzate dalla perdita dei propri affetti.
Salvo cresce nella convinzione di essere arrivato sulla Terra per insegnare agli uomini una nuova concezione dell’amore universale. Ben presto si renderà conto di essere solo, ma l’incontro con Nuccio, un ragazzo autistico, gli permetterà di comprendere il valore della fratellanza.
Non è di maggio è il racconto dell’inadeguatezza di stare al mondo. Con una sapiente mescolanza di italiano e dialetto napoletano, Carrino scarnifica la morfosintassi e trasmette l’autenticità del pensiero primigenio, una comunicazione dell’anima senza filtri. Profezie, intrugli di janara e leggi fisiche costruiscono la trama di un romanzo audace che l’autore dedica alle scrittrici italiane: prima fra tutte, Elsa Morante.
La presenza di potenti figure femminili, Procida restituita nella sua immortale bellezza, la fascinazione del racconto e l’incanto della lingua sono un omaggio al romanzo novecentesco.
Per questi motivi desidero presentare Non è di maggio di Luigi Romolo Carrino, edito da Arkadia, al Premio Strega 2021.»

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Anthony Caruana
Contorni opachi
Bertoni

Proposto da
Vito Bruschini
«È un romanzo che parla di solitudine, di vite spezzate e di odio che cova nascosto sotto un’apparente normalità. Tutto ha inizio con una misteriosa telefonata che accende la miccia che farà esplodere un segreto familiare tenuto nascosto per decenni. Il segreto ci verrà svelato soltanto alla fine del romanzo, così come il suo autore. Questi, con la sibillina telefonata, era consapevole di provocare una fatale reazione a catena che avrebbe avuto l’energia di annientare moralmente l’esistenza delle persone coinvolte nel segreto. La tragedia ha origine da una catena di amori malati e Augusto (una delle tre voci narranti), senza averne colpa alcuna, ne è il frutto guasto. Il giovane, tormentato da visioni che spesso si trasformano in vere e proprie allucinazioni, si rifugia nell’amore impossibile con una ragazza che a sua volta ha trovato nella droga la fuga dalla una realtà beffarda. È a lui che arriva la telefonata perché è lui il più indifeso della compagnia ed è lui che soltanto l’amore di una donna riuscirà a salvare dalla distruzione. Anzi, a salvarlo saranno due donne (le altre due protagoniste e voci narranti), diversissime tra loro, ma ognuna capace di esprimere un amore personalissimo. Ancora una volta il nostro futuro, che una società distratta ed egoista sta irrimediabilmente compromettendo, è nelle mani delle donne che, seppure con contrastanti sentimenti (l’una passionale e istintiva, l’altra schiacciata da sensi di colpa, ma carica di umanità), riusciranno a rimettere al loro giusto posto le tessere del complicatissimo mosaico innescato con la famosa telefonata. I contorni delle cose sono davvero molto evanescenti e opachi in questo romanzo, dove però la potenza vitale dei personaggi si esprime in modo magistrale arrivando a farci sentire persino gli odori della loro adrenalina e a emozionarci con una colonna sonora che insegue la vita disperata del nostro protagonista. Augusto, in un momento in cui il disagio psichico gli dà tregua, è capace di dire: “…non ho paura di chi è diverso. Anche perché credo di essere io quello diverso”. Anthony Caruana ha la capacità di costruire dinamiche familiari dissonanti mostrandoci il lato più crudo e inconfessabile dei vizi dei suoi personaggi che proprio per questo, nelle contraddizioni e nelle passioni, risultano molto credibili e umani.»

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Paolo Ciampi
Il maragià di Firenze
Arkadia

Proposto da
Giuseppe Conte

«Dove finisce Firenze, verso le Cascine, c’è un busto di un giovane marajà indiano, con iscrizioni in quattro lingue: italiano, inglese, hindi e punjabi. Ricorda la sua morte in riva all’Arno avvenuta nel 1870 e il suo funerale celebrato nel rito indù, con l’Arno che diventa il Gange. Da questo busto, e da questa morte, prende avvio un libro anomalo che è uno scoppiettio continuo di pensieri, ricordi, citazioni, divagazioni, ricerche, immagini, in bilico tra Firenze e l’India, che segnalo per il suo affrontare il tema del rapporto tra diverse civiltà spirituali, oggi così necessario.»

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Gabriele Dadati
La modella di Klimt
Baldini + Castoldi

Proposto da
Gian Arturo Ferrari
«Gabriele Dadati ha scritto un romanzo sorprendente. Ruota intorno a un’opera d’arte, ma l’arte è qui vista con una angolatura bassa, umile, lontana da ogni titanismo. La povera ragazza del ritratto è il contrario del fasto dorato e inquietante che siamo soliti associare a Klimt. Il filo, tinto di giallo, del racconto corre per quattro generazioni scandite da vicende drammatiche, ma tutte, come dice uno dei protagonisti, senza amore, in un’apparente freddezza. Il romanzo narra l’estinzione di una grande capitale culturale, Vienna. Ma lo fa senza l’abituale retorica, attraverso oggetti, ambienti, circostanze di uso e pratica comune. Tutta questa cornice dismissiva è fatta in realtà per esaltare il mistero di cui il libro parla senza mai enunciarlo apertamente: quello della creazione artistica, unico riscatto dalla desolazione e dall’angustia della vita.»

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Roberto Michilli
La sirena dei mari freddi
Di Felice Edizioni

Proposto da
Francesca Pansa
«La sirena dei mari freddi (Di Felice Edizioni) si impone alla lettura per la sapiente costruzione narrativa che mostra in Roberto Michilli uno scrittore di storie e di atmosfere, ben rodato anche dalla rigorosa carriera di traduttore di classici da Lermontov a Flaubert, Mallarmé, Verlaine, Byron, Keats, Goethe, Heine. La storia è quella dell’incontro tra una giovane donna ferita dall’esistenza e sprofondata nella depressione e di un anziano professore, carismatico accademico un po’ misterioso che le offre un decisivo appoggio materiale e affettivo. L’atmosfera è quella di un racconto dalla forte coloritura psicologica, con nuove comparse a infittire la scena, qualche rivelazione qualche sorpresa e uno strategico flashback che portano alle pagine finali. Michilli regge bene i fili della narrazione nei tempi e modi giusti, come aveva già dimostrato nel suo precedente Atlante con figure che il Premio Strega Tiziano Scarpa aveva definito “un libro che fa onore alla nostra lingua e alla letteratura di questi anni.”»

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Claudio Panzavolta
Al passato si torna da lontano
Rizzoli

Proposto da
Enrico Deaglio
«Le zolle di terra sono quelle che Pascoli, Bertolucci e Fellini hanno arato con epica e dolcezza: i campi, e i borghi, della Romagna da cui è passata una Storia violenta. Se si scava ancora – ci dice Claudio Panzavolta – si scopre che quella terra non ha prodotto solo bandiere rosse e divise nere, ma anche due sorelle normali (e quindi geniali). Anita e Edda crescono tra madri uccise e padri distrutti; vanno a lavorare in fabbrica e sono felici, come quando vanno al cinema o in bicicletta; si spingono in Russia per vedere se c’è davvero il paradiso, sentono suonare Chet Baker da un viale di tigli. Non dimenticheranno mai la loro scena primaria: hanno visto, come la cavallina storna.
Per lo stile – le parole e il ritmo di Fenoglio sono così vicini –, per la capacità dell’autore di maneggiare passioni come ghiaccio bollente, per l’originalità delle invenzioni letterarie, Al passato si torna da lontano è un sorprendente romanzo di modernità italiana.»

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Maria Rita Parsi
Stjepan detto Jesus, il figlio
Salani

Proposto da
Gianpiero Gamaleri
«Il libro Stjepan detto Jesus, il figlio di Maria Rita Parsi accetta la sfida sempre difficile, e oggi più che mai, di far vedere la realtà attraverso gli occhi di un bambino. E lo fa attraverso una “soggettiva” che la impegna anche a un esercizio stilistico di semplificazione del linguaggio di fronte alla narrazione di vicende dure, complesse, talora tragiche. L’espediente adottato è elementare ma efficace. Il giovane protagonista ha la passione per la fotografia e i frammenti narrativi che compongono il mosaico sono costituiti dalle varie immagini che Stjepan si impegna a commentare, trovando così un giusto equilibrio tra l’elementarità espositiva e la durezza del racconto. Diciamo a questo proposito soltanto che egli è il frutto di uno stupro etnico avvenuto nei Balcani tra un soldato serbo ortodosso e una donna musulmana. Lei abbandona il figlio “che non sapeva amare e che non voleva odiare”, mentre il padre finisce in carcere. E la storia del piccolo è la ricerca dei genitori, alla ricerca di affetti da ritrovare attraverso il perdono. Va riconosciuto all’autrice il merito di essere tornata al romanzo dopo anni di assistenza psicoterapeutica e di produzione saggistica. Il pensiero non può non andare a I bambini ci guardano di De Sica e Zavattini, definito da Papa Francesco “una vera catechesi di umanità”. Anche il libro della Parsi ha il coraggio di farci camminare in quella direzione in questo difficile momento. Ed è per questo che lo propongo al Premio Strega.»

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Maurizio Ponticello
La vera storia di Martia Basile
Mondadori

Proposto da
Maria Cristina Donnarumma
«Quella di Martia Basile è la storia vera di una ragazza, anzi di una bambina, andata sposa, venduta dal padre al marito, uomo anziano, disgustoso, malvagio e misogino, all’età di soli dodici anni e vissuta fino ai vent’anni quando, accusata di viricidio per aver ucciso il marito, perderà la vita sotto l’ascia del boia che azionerà una mannaia per decapitarla.
La vicenda narrata si svolge tra la fine del 1500 e i primissimi anni del Seicento a Napoli, capitale del viceregno spagnolo. La città è la coprotagonista del romanzo con tutte le contraddizioni che da sempre l’hanno contraddistinta, i suoi doveri, i suoi vincoli, le tradizioni, la miseria del popolo e lo sfarzo dei signori e l’ombra del Vesuvio che la rassicura e insieme la terrorizza.
Il romanzo, misto di storia e invenzione, pregno di fede, superstizione, magia e orrore, realtà e illusione riesce a tenere avvinto ogni lettore che si sente partecipe della vicenda della bellissima Martia dalla personalità indomita, che emergerà man mano che crescerà e che gli eventi si intrecceranno. Martia, prima bambina dall’infanzia violata, poi adolescente che maturerà nel corpo e nello spirito sopportando violenze, mortificazioni e sopraffazioni di ogni genere, grazie al suo carattere forte e fiero, pronto a tutto, riuscirà a prendere in mano la sua vita. Quando sembra che finalmente sia riuscita a vivere appieno e, padrona della sua vita, conoscerà anche le dolcezze dell’amore, inesorabilmente precipiterà e tutti l’abbandoneranno, tranne l’amico Giovanni il cantastorie che, trenta anni dopo, metterà in versi la tragica storia di Martia e, di strada in strada, la racconterà per farla vivere per sempre.
La lingua usata da Ponticello, pur rifacendosi talvolta alla vulgata del tempo, è volutamente più moderna e comprensibile a tutti, elegante e ricercata, potente, capace di far rivivere in ogni pagina la realtà di una città e di un pendio denso di luci e di ombre, di intrighi, di tradimenti e stregonerie.
La storia di Martia, struggente e affascinante, che a distanza di secoli chiede giustizia, è di un’attualità sconvolgente, una storia moderna come quella di tante donne vittime di violenza che, oggi come ieri, sono costrette a subire sopraffazioni e vengono uccise senza un perché e, a volte, solo per puro desiderio di possesso nei loro confronti.»

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Grazia Pulvirenti
Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani
Jouvence

Proposto da
Massimo Onofri
«Tutti sanno chi è Amedeo Modigliani. Molti meno sono coloro che conoscono Jeanne Hébuterne, la sua giovane compagna e modella, morta suicida il giorno dopo la scomparsa dell’amante. Non dipingerai i miei occhi è un romanzo che ambisce – e perfettamente riesce nel tentativo – a restituirci la “storia intima” di questo rapporto. Una storia che parte da Montparnasse, da “quel miraggio […] dove si animano i sogni d’arte e gloria di tanti miserabili”: per dire d’un libro che potrebbe essere letto anche come un capitolo eroico della storia della pittura non solo europea a Parigi. Tanti i quadri citati: per aggiungere, però, che continuamente intervengono a sovra-determinare il senso della pagina, se è vero che la critica d’arte, padroneggiata con grazia e leggerezza, vale sempre e solo in funzione della critica della vita. Jeanne Hébuterne è una creatura straziata e straziante: una donna il cui punto di vista – nella simbiosi tra autore e personaggio – resta quello privilegiato. Tanti, insomma, i piani del romanzo, epperò convergenti in direzione del tema decisivo: l’amore come assoluto singolare e la sua perdita come totale disfatta biologica. Nei modi d’un sentimento che innerva ogni pagina: la vita è tutto ciò che abbiamo, ma è anche – leopardianamente – tutto ciò che dobbiamo patire.»

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Lorenza Rocco Carbone
La gioia della scrittura
Kairós

Proposto da
Marcello Rotili
«Lorenza Rocco dà forma di romanzo alla biografia letteraria di uno degli scrittori più prolifici del secondo Novecento, un meridionale scrittore, com’egli stesso si definiva, e non uno scrittore meridionale: la straordinaria figura intellettuale e morale di Michele Prisco emerge dalle pagine di Rocco nell’esame serrato della sequenza dei suoi numerosi romanzi e racconti di ambientazione napoletano-vesuviana; un esame che non prescinde dalla considerazione degli altri molteplici interessi dello scrittore, impegnato anche in un’intensa attività giornalistica estesa alla critica cinematografica.
Il racconto dell’autrice illustra la concezione estetica e la dimensione esistenziale di Michele Prisco, vissuto nella costanza del rapporto fra letteratura, piacere della scrittura e vita, ripercorsa, quest’ultima, da Rocco, attraverso l’esame attento dell’esperienza familiare sin dalla felice infanzia e dall’adolescenza in un’agiata famiglia di solide tradizioni e interessi culturali nella quale il giovane Michele maturò la sua vocazione per l’analisi dell’animo umano, esplorato anzitutto nell’esperienza della lettura intesa come momento di autoanalisi e di confronto.»

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Massimo Roscia
Il dannato caso del Signor Emme
Exòrma

Proposto da
Umberto Croppi
«Vorrei accompagnare la mia scelta, con qualche aggettivo necessario sull’opera: ironica, disincantata, trasgressiva, divertente, colta. In questo romanzo fuori dagli schemi mi sono lasciato affascinare da un funambolico lavoro narrativo alle prese con il tema della damnatio memoriae. Al seguito di una sconclusionata famigliola in missione, di una giornalista votata alle cause perse con i suoi due figli gemelli (uno sapiente, l’altro un po’ tonto ma geniale), lo zio Giordano (arso vivo a Campo de’ Fiori) e una misteriosa scatola nera, ho attraversato un’Europa frantumata e divisa dalle frontiere, trascinato in un tempo paradossale, tra un passato remoto e un futuro indefinito, che invita a ridefinire le coordinate del presente. Pensavo di essere in una sorta di allegoria fantastica, una stravagante avventura, e mi sono ritrovato piacevolmente implicato nelle maglie di un fedele resoconto biografico.
Il motivo del viaggio è indagare su testi e documenti che dovrebbero portare alla riabilitazione del Signor Emme presso la Congregazione dell’Indice delle vite cancellate e delle opere proibite. Il fantomatico personaggio è Paolo Monelli.
Grazie all’abile lavoro di ricerca documentale condotto da Massimo Roscia, riscopriamo un
personaggio ingiustamente trascurato della nostra letteratura e del giornalismo del Novecento. Ma la cifra di Roscia è gustosa e spiazzante perché gioca sapientemente e con grande divertimento (anche nostro) con la storia e la letteratura, intrecciando citazioni, mescolando il vero e il falso. E poi, come non candidare questo libro sapendo che Paolo Monelli era alla prima riunione degli Amici della domenica nella casa romana di Maria Bellonci, insieme a sua moglie Palma Bucarelli, a Massimo Bontempelli, Guido Piovene, Alberto Savinio e ai molti altri intellettuali che in quell’Italia del dopoguerra davano vita al Premio Strega.»

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Alessandra Sarchi
Il dono di Antonia
Einaudi

Proposto da
Valeria Parrella
«C’è un personaggio che non mi esce dalla testa ed è Antonia, la protagonista del romanzo di Alessandra Sarchi: Il dono di Antonia (Einaudi). Credo sia un’opera che possa portare grande arricchimento al Premio Strega perché racconta molto del nostro tempo e dà spazio ai grandi temi che si trovano al centro della riflessione e del dibattito culturale: è quella che io considero la missione più importante di un premio letterario. Il romanzo di Alessandra Sarchi lo fa attraverso il corpo di Antonia, che è madre di Anna, la figlia adolescente che vive con lei, ma anche madre biologica di Jessie, per la cui nascita venti anni prima aveva donato un ovulo a un’amica statunitense. La storia narrata da Sarchi pone quesiti di filosofia morale, e si traduce in un’indagine interiore dei personaggi, e con loro del lettore, su cosa sia la procreazione nel senso etimologico e in relazione alle possibilità aperte dalla tecnologia medica, e su come le posizioni che sosteniamo come individui non siano statiche né risolte una volta per tutte, bensì dialettiche.
L’autrice accompagna il lettore attraverso questo viaggio, contemporaneo e antichissimo assieme, mediante una prosa implacabile. Precisa, cristallina, essa avanza: scandisce, descrive, sospende, abbandona.»

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Stefano Scansani
Raffaello in guerra
Aliberti

Proposto da
Raffaella Morselli
«Raffaello bonum est in salutem. È con queste parole, in un latino umanistico che oltrepassa le differenze linguistiche e storiche, che Scansani fa terminare il racconto dei due giorni di viaggio di Gian Alberto Dell’Acqua, il 17 e il 18 luglio 1944, per portare La Santa Cecilia di Raffaello, e altre cinque pale d’altare, compreso lo stocco dei Bentivoglio, da Bologna all’angolo morto, ovvero sul lago Maggiore, in salvo dalla guerra. La Santa Cecilia di Raffaello, capolavoro in bilico tra due secoli, già reduce di un altro massacrante trafugamento napoleonico a Parigi, questa volta è caricata su un camion nella afosa notte padana, senza una bava di vento, e affronta l’avventuroso passaggio del Po, privato dei suoi ponti dai bombardamenti.  L’autore ridà corpo alla vicenda immedesimandosi in Dall’Acqua e, con lui, ripercorre quelle strade e quei crocicchi tra Revere, Ostiglia, il Po, dando corpo, oltre alla paura degli incontri, a un mondo notturno soffocante “come un catino d’acqua calda”. “La dispersione crea una prostrazione identitaria”, scrive Scansani in un linguaggio evocativo ma al tempo stesso meticcio, con le cadenze di chi in quella terra ci è cresciuto, e qualunque salvataggio è una tessera della nostra storia che ci è stata consegnata.»

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Angela Vecchione
La piazza
Robin

Proposto da
Piero Mastroberardino

«Sono lieto di proporre la candidatura dell’opera dal titolo La piazza, di Angela Vecchione, pubblicata da Robin.
Nella Napoli degli anni ‘80 segnata dalla presenza della criminalità organizzata, il libro affronta tematiche ancora oggi di forte impatto sociale: gli abusi sessuali, la dipendenza dall’eroina, l’aborto, la camorra.

Una storia tutta al femminile caratterizzata da uno stile limpido e crudo, estremamente realista. Nella sua durezza emerge l’umanità di un mondo che riesce a volersi bene nonostante tutto, lasciando intatta la speranza.»

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Roberto Venturini
L’anno che a Roma fu due volte Natale
SEM

Proposto da
Maria Pia Ammirati
«Con il romanzo di Roberto Venturini L’anno che a Roma fu due volte Natale (SEM), ci troviamo di fronte a un dramma dall’inizio alla fine con al centro però la sorpresa di una grande scena dai rapidi lampi di comicità.
Non un paradosso, ma una tecnica combinatoria che fa della narrazione di Venturini una vera e propria miscela di generi, dove la tragedia si combina al grottesco. Il tutto armonizzato dalla fitta trama di rimandi, citazioni, metafore e analogie strappate al caos della contemporaneità, e dalla rutilante società dell’immagine fatta di televisione, pubblicità, politica, star system.
Sulla scena della periferia marittima romana si muove un mondo di perdenti, come nell’esplicita citazione di Amore Tossico di Caligari. I toni da favola nera, da storia surreale, non sviano mai dalla cocente tragedia della realtà che lo scrittore coglie a pieno. Roberto Venturini ha scritto un grande affresco della contemporaneità.»

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Umberto Zuballi
La congiura del rompighiaccio
La Musa Talìa

Proposto da
Paolo Cirillo
«Il libro, edito da un piccolo editore veneziano, La Musa Talìa, dal titolo La congiura del rompighiaccio, scritto da Umberto Zuballi, alto magistrato ora in pensione, affronta, in modo lieve ma non superficiale, varie problematiche contemporanee, proponendo una soluzione, certamente utopistica, ma forse in grado di generare speranza.
Le due protagoniste, amiche di lunga data, una poliziotta italiana e una giornalista tedesca, si trovano a indagare su un presunto complotto internazionale. Nel corso delle indagini incontrano dodici personaggi, tra cui una suora francese e un monaco buddista, un finanziere canadese e un medico delle isole Fiji, una scienziata slovacca e un musicista venezuelano, eccellenze nei loro settori e in grado di cogliere gli scricchiolii dell’attuale sistema economico e sociale.
Le due amiche, animate da spirito d’avventura e curiosità, viaggiano instancabilmente nei quattro angoli del mondo. Al termine del romanzo tutti i personaggi si ritrovano in una località d’Abruzzo per sciogliere i nodi personali e globali. La soluzione giunge inaspettatamente da una donna non invitata. Non manca una storia sentimentale che coinvolge la poliziotta italiana.
Il testo, che si potrebbe definire un thriller, risulta scritto prima dello scoppiare della pandemia, ma coglie alcuni temi divenuti oggi di drammatica attualità.»

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