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GLI SCIACALLI di Alessandro Carlini: incontro con l’autore

marzo 8, 2021

“Gli sciacalli” di Alessandro Carlini (Newton Compton): incontro con l’autore e un brano estratto dal libro

Il romanzo “Gli sciacalli” di Alessandro Carlini è stato proposto all’edizione 2021 del Premio Strega da Paolo Ruffilli

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Alessandro Carlini è giornalista e scrittore. Scrive per l’«ANSA» e collabora con il settimanale svizzero «Il Caffè». Grazie ai racconti di guerra di suo nonno, ha cominciato a docu­mentarsi sull’ultimo conflitto mon­diale, recuperando testimonianze e atti inediti. È autore del libro Parti­giano in camicia nera, vincitore del Premio città di Como e del Premio Carver.

Il nuovo romanzo di Alessandro Carlini si intitola Gli sciacalli (Newton Compton) ed è stato proposto all’edizione 2021 del Premio Strega da Paolo Ruffilli.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Tutto è nato da una passeggiata», ha detto Alessandro Carlini a Letteratitudine. «Un pomeriggio afoso di giugno, qualche anno fa. Mi trovavo col mio ex maestro elementare, per anni attivo fra le file della sinistra ferrarese, un dettaglio importante per il prosieguo di questa storia. Capitiamo davanti all’ingresso del vecchio carcere di Ferrara, in via Piangipane. Mi guarda, chiedendomi se conosco i fatti relativi alla strage del carcere. Allora non ne sapevo niente di quanto accaduto l’8 giugno 1945, proprio in quegli stessi giorni di 70 anni prima. La lancetta corre all’indietro, nel racconto che mi fa il maestro, sapendo della mia passione per la storia, che lui per primo ha coltivato in me, oltre a mio nonno materno, quando andavo alle scuole elementari. Ora ho quasi quarant’anni ma pendo comunque dalle sue labbra. Quel giorno afoso come questo, in cui l’asfalto della strada sembra sciogliersi, un gruppo di banditi entrò dentro la prigione e uccise 17 detenuti fascisti e il capoguardia.

Da allora si è acceso come una luce nella mia mente il desiderio di ridare vita, forma e sostanza a quei giorni dimenticati. E così sono nati ‘Gli sciacalli’, un grande omaggio alla mia Ferrara, e alla sua provincia, alla sua storia tenebrosa e turbolenta. Mondo suggestivo e di confine, ricettacolo di vicende uniche e preziose, grazie al quale, rifacendomi al messaggio morale e intellettuale di Giorgio Bassani, ho tentato di raccontare il nostro passato più oscuro. Passato di violenza che arriva fino alla resa dei conti del dopo Liberazione ma la cui scia di sangue, la sua miccia, potremmo dire, è stata accesa e ha bruciato vite molto prima: tutto inizia nelle violenze e nelle stragi compiute dalla Repubblica sociale, all’ombra fatale del Castello. Lì c’è l’origine del male. Ed ecco l’idea, mettere tutto questo mondo in un romanzo ‘noir’, anche se forse il termine è riduttivo, perché il libro ha un respiro molto ampio, che va oltre la semplice definizione di genere. Ma non vale la pena impiccarsi a una parola. ‘Gli sciacalli’ guarda ai grandi del passato sì, Bassani come già detto, Fenoglio, Silone, Cassola, perfino Tomasi di Lampedusa, ma è vivo, attuale, pulsante, contemporaneo. Il protagonista è un magistrato, Aldo Marano, è lui a muoversi nella città afosa e terribile del 1945, lui che deve indagare su una banda di pseudopartigiani che terrorizza Ferrara e allo stesso tempo portare alla sbarra gli aguzzini neri dell’Rsi. Compito, duplice, arduo, l’uomo vacilla, aggrappandosi alla toga del sostituto procuratore, cercando di reggersi in piedi in una realtà fatta di trasformisti, doppiogiochisti, voltagabbana, gente spietata che passa da una parte all’altra, senza vergogna. Un’Italia così lontana… e così vicina. Simboli del passato e del presente si inseguono, ritornano, corsi e ricorsi di una storia nazionale in cui alla rinascita del Paese dalla guerra si sommano dei peccati originali, conflitti mai risolti, come quel settarismo politico che ancora ci lacera. Tutto è detto entro le pieghe accoglienti del ‘noir’, fra i personaggi di un epoca, il fido ufficiale dei Carabinieri che assiste Marano, il tenente Ferla, la prostituta fascista e poi (forse) pentita, detta la Tripolina, i cattivi, la banda di finti partigiani che insanguina la città e che al suo interno ha diversi elementi fuoriusciti dalle milizie fasciste, un attimo prima di finire la guerra con la camicia nera ancora addosso. Ricostruzione storica sì, ma viziata dalla finzione, verrebbe da dire. E invece no. Il romanzo si basa interamente su documenti originali. In certi casi la finzione è stata più clemente della realtà. Il libro si basa su un complesso di documenti, un vero e proprio memoriale, compilato all’epoca dei fatti dal magistrato Antonio Buono, a cui si ispira la figura di Marano. Materiale che mi è stato donato dalla famiglia del giudice scomparso nel 1988. I documenti inediti sono il filo che mi ha permesso di rivolgermi direttamente a loro, ai personaggi, di stabilire con loro un legame esclusivo, un dialogo, e di lasciarli parlare, muovere, nella storia, sempre tenendomi sui binari della verosimiglianza.

Marano è un tipo tosto, viene dall’Irpinia, un po’ cocciuto, ma determinato a ricercare un ideale di giustizia che sa un po’ di utopia e si scontra con un mondo che può cambiare anche ideologia ma resta profondamente corrotto. Questo non vuole negare la rinascita spirituale dell’Italia distrutta dalla guerra e dal nazifascismo, ma sottolineare che quel processo era e resta incompiuto. Il magistrato alla Marano che combatte da solo, aiutato al massimo da un carabiniere ostinato come Ferla, lo abbiamo ritrovato tante volte nella storia italiana, nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, ad esempio. Come abbiamo visto auto “fantasma”, simili alla 1100 del romanzo, sfrecciare sulle nostre strade e portare morte, in certi casi con personaggi legati allo Stato che però agivano contro i principi di legalità: una eversione su quattro ruote. ‘Gli sciacalli’ è tutto questo e altro ancora, un viaggio lungo una strada buia e tortuosa, spesso a fari spenti, che inizia da una prigione e si muove verso un futuro pieno di incognite ed enigmi irrisolti».

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Un brano tratto da “Gli sciacalli” di Alessandro Carlini (Newton Compton)

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Un cadavere lungo uno stradone. Il puzzo di marcio fa a pugni col profumo di campagna ribollente e fiori. Si insinua nelle narici e attira l’attenzione. I pochi che lo hanno visto si sono subito voltati dall’altra parte, come chi passa disgustato di fianco a un animale morto e vorrebbe ignorarlo. Ma non può. Tanti da queste parti sono finiti nello stesso modo, crivellati di colpi e lasciati in una pozza di sangue che lambisce la traccia di un’automobile.
Anselmo non l’ha sentita arrivare, perduto nelle sue illusioni. L’ha notata solo all’ultimo, che sbucava dal gruppo di case alla fine del paese, come un cane rabbioso spuntato da un fosso. Era una 1100 nera, che si tirava dietro una scia di polvere. Anselmo ha fermato il passo, a pochi metri dalla porta di casa, mentre l’autovettura inchiodava con uno stridere pauroso di freni. Erano scesi due uomini, uno portava il mitra ad armacollo come se fosse l’ultima moda, l’altro impugnava la pistola. L’autista teneva il motore su di giri. Il più elegante di loro ha chiamato Anselmo per nome e cognome. Lui ha risposto con la voce fiaccata dalla paura e seccata dal pulviscolo.
«Sono io…».
Non li conosceva ma ha capito subito perché erano venuti. Si è guardato intorno, nessuno che lo potesse salvare. Anselmo ha chiuso gli occhi prima di essere spinto dentro il veicolo: il tempo per riavvolgere la pellicola impazzita dei ricordi, cercando le possibili colpe di una vita, poco prima dei suoi titoli di coda.
Non importa più se è un giorno soleggiato e rassicurante. Non conta più se la guerra è conclusa, il regime caduto, i fascisti fuggiti o riciclati, se i tedeschi sono stati scacciati e si sono prima presi tutto il possibile, veicoli, cavalli, vacche e maiali, senza sapere se avrebbero rivisto un altro giorno al di là del Po e dei suoi gorghi limacciosi e traditori. Poco importa se c’è qualcosa da mangiare, non certo in abbondanza, la miseria agra persiste, però il peggio sembra passato, e ci sarebbe solo da far festa dopo il pericolo scampato. Ricordi? Il fronte tagliava la provincia di Ferrara, la pianura arata dai carri armati, e di notte l’orizzonte brillava di proiettili traccianti ed esplosioni. Ricordi? Il terrore finale prima della pace. E invece… si ammazza ancora, a un ritmo incessante, e il 1945 è lungo.
È bastato poco ad Anselmo, le facce fosche e maledette di quegli uomini, le armi spianate e i loro ordini, per ricordare: la distruzione, il coprifuoco e soprattutto il rischio di venir catturato e ucciso, da un momento all’altro. Come il brivido freddo giù per la schiena, l’angoscia di non poter più provvedere alla famiglia, alla moglie Gina, e ai due figli.
Per proteggerli aveva fatto di tutto.
Anche rifiutare un misero aiuto alle mogli dei braccianti che col razionamento chiedevano qualche provvista in più alla sua bottega, la più fornita nel paese di anime denutrite, preferendo arricchirsi col mercato nero e i prodotti venduti sotto banco a prezzi da rapina. Lo aveva fatto, come ammassare illegalmente quanto poteva nel suo magazzino dietro il negozio: salumi, prosciutti, perfino gomme di automobile; come prendere la tessera del partito fascista, applaudire nei sabati in divisa alle visite di grassi gerarchi in orbace, capaci di raggiungere anche quell’angolo del Ferrarese; come adulare il faccione di Benito Mussolini per poi rimuovere il ritratto del Duce quando non era più conveniente tenerlo esposto dietro il suo bancone.
Non c’è stato tempo nemmeno per l’ombra di un rimorso perché tutto è finito e nessuno, almeno così sperava Anselmo, sarebbe venuto mai a chiedere conto per i giorni passati e per quella volta in cui aveva rimandato indietro a mani vuote la figlia piccola dei Zanella. Violetta si chiamava, chiedeva con petulante insistenza un po’ di pane da portare alla madre e per quello si era messa perfino a piangere.
Capricci di bambini, aveva pensato Anselmo. Non poteva certo finire col concedere a tutti gli straccioni affamati quello che chiedevano, col rischio di diventare lui, Gina e i suoi figli, dei poveracci. Ai Zanella poi, socialisti da sempre, non si dava aiuto o confidenza, anche se il pane, dicono i preti, non si nega a nessuno. Ma Anselmo non è un parroco, è un bottegaio.
No, tutto questo non è stato dimenticato, anche se erano solo due pagnotte, meno di un chilogrammo, e il male non può pesare così poco sulla bilancia di un’esistenza. Gli uomini sbucati dal niente sono forse arrivati lì proprio per questo e per altro, per i peccati di un uomo che fino a poco fa si guardava soddisfatto, ammirando il vestito nuovo quando tutti erano costretti a rattoppare quelli vecchi, scacciando il tormento del passato come un flebile dolore a un dente che presto non darà più noia. Anselmo, che gonfiava con un respiro d’orgoglio la giacca fino a tirare i bottoni dentro le asole, quando ripensava a come aveva preservato i suoi da tutto, dalla guerra, dai tedeschi e dagli straccioni che pretendevano farina, pane e strutto per poter campare.
La pace è arrivata in quel lembo di terra, lontano solo qualche chilometro da Ferrara, ma già considerato come un posto sperduto ed emarginato rispetto alla città. I suoi abitanti, come succede altrove, ora sperano nella fine dell’odio e della violenza, non vogliono più sentir parlare del passato, per non dover fare i conti col proprio. I sopravvissuti come Anselmo vogliono dedicarsi ai loro progetti, disporre di una esistenza in libertà, tornare a sognare senza l’incubo di vedersi la vita distrutta dalla bomba di un aereo o dalla fucilata di un aguzzino. In pochi si chiedono perché sono rimasto io? Il rosario indicibile e profano di chi resta non può che recitare: mors tua, vita mea. Amen. Tempo di liberarsi di tutto, delle insicurezze e del macigno più grande, l’eredità fascista. La memoria è più leggera se si scaccia via il senso di colpa.
Anselmo era rassicurato dal tetto sopra la testa, la moglie che lo amava e lo riempiva di attenzioni, la prole destinata a crescere con un vago ricordo di quei giorni, la loro dispensa piena, le scorte del magazzino. La pensava così, fino all’ultimo incontro col destino e la 1100. Gli era venuta perfino voglia di canticchiare mentre si infilava il cappello, passando la mano ai lati della testa. Un motivetto vecchio e banale di fine Ventennio: «“Voglio vivere così… col sole in fronte e felice canto… beatamente”». Lo aspettava la sua bottega, ancora piccola e da poco rimessa in piena attività. Un giorno sarebbero tornate le forniture di un tempo, le tessere annonarie sarebbero state consegnate alla storia e lui avrebbe potuto offrire ai suoi clienti prodotti nostrani e stranieri. «“Ah, ah! La fiorita delle piante tiene allegro sempre il cuor sai perché?”». Avrebbero comprato, dimenticandosi di tutto il resto, lasciando il passato alle spalle. Anselmo aveva la testa piena di marchi altisonanti ed esotici, di bibite, caffè e biscotti, in un caleidoscopio di etichette e colori reso ancora più sfavillante dalla campagna che spandeva aria calda e odore di foraggio Gli affari andranno a gonfie vele, si era ripetuto, perché dopo la disperazione tornerà la voglia di acquistare, anche quello che oggi sembra futile e superfluo, perché dopo il male fatto e subìto resta il desiderio di lasciar correre, di normalità, come la chiamano tutti. Il bottegaio si era guardato intorno, immaginando nuove abitazioni sorgere vicino alla sua, la strada riempita di automobili, la gente intenta a festeggiare. Nel suo vortice di sogni che gli davano alla testa aveva pensato al tetto da rifare, agli scuri da cambiare perché i tarli nella loro guerra contro l’uomo li hanno tutti sforacchiati; poi avrebbe potuto ampliarla, la sua casa minuta, prendersi qualche manovale e piano piano ristrutturarla o tirarne su una, tutta nuova. Gina avrebbe meritato quello che desidera da una vita, riempito di piante i davanzali delle finestre e creato il suo giardino di erbetta proprio dove c’è quel buco coperto di lamiere che usavano come rifugio e nascondiglio.
Ma poco fa è cambiato tutto per Anselmo.
Dei suoi desideri gli è rimasta solo un’ultima richiesta da fare a quei banditi, non appena salito a bordo della 1100. Arriva con una voce flebile e piagnucolosa: «Non ammazzatemi qui vicino, per favore. Mia moglie e i miei figli non devono vedere».
L’uomo elegante col mitra glielo concede. Ma prima chiede qualcosa in cambio per quel gesto di clemenza. Vuole le chiavi del suo magazzino vicino alla chiesa del paese e le istruzioni per svuotarlo, di notte, quando nessuno vede. I banditi sanno tutto.
«Vedi di darci le informazioni giuste, sennò al minimo intoppo ammazziamo la tua famiglia», gli dice sempre il tipo elegante.
Il bottegaio fascista paga così la concessione di non essere scannato davanti a casa. Anselmo sognava di vivere «col sole in fronte». Ma si ritrova con un proiettile di pistola in mezzo agli occhi.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “Gli sciacalli” di Alessandro Carlini (Newton Compton)

Una sanguinosa vendetta attende il sostituto procuratore Aldo Marano

Ferrara, 1945. La guerra è ap­pena finita ma le sue ferite sono ancora aperte nel paese martoriato dall’occupazione nazifascista.
Aldo Marano è un sostituto procuratore che lotta per mantenere l’ordine nella provincia stremata dalla fame e adesso vessata da continui omicidi e vendet­te. In particolare, a togliere il sonno a Marano è il caso di un’automobile: una Fiat 1100 nera, che lascia dietro di sé una scia di morti in tutta la zona. Le vit­time sono per la maggior parte persone abbienti che hanno avuto simpatie fa­sciste, per questo i sospetti di Marano si rivolgono all’ambiente degli ex par­tigiani: forse una banda sta portando avanti un regolamento di conti perso­nale che si intreccia alla storia di una nazione segnata da odio e violenza. Marano ancora non lo sa, ma l’indagine che lo aspetta è molto più complicata e pericolosa di quanto immagina: i banditi a cui dà la caccia sono protetti da qualcosa di ben più potente dei semplici mitra…

 

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