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QUELLO CHE CHIAMIAMO AMORE di Loreta Minutilli: incontro con l’autrice

marzo 9, 2021

“Quello che chiamiamo amore” di Loreta Minutilli (La nave di Teseo): incontro con l’autrice e un brano estratto dal libro

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Loreta Minutilli è nata nel 1995 in provincia di Bari. Il suo racconto L’universo accanto si è classificato tra i cinque finalisti del Premio Campiello Giovani 2015. Il romanzo Elena di Sparta (Baldini+Castoldi, 2019) è stato uno dei nove finalisti della XXXI Edizione del Premio Calvino. Vive a Bologna dove studia Astrofisica.

Il nuovo romanzo di Loreta Minutilli si intitola Quello che chiamiamo amore e lo pubblica La nave di Teseo.

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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Il nucleo principale di Quello che chiamiamo amore nasce con i miei risvegli tumultuosi da adolescente, accompagnati dalle urla dei dirimpettai. Già allora avevo deciso che un giorno avrei scritto una storia su un ragazzino che ascolta le discussioni famigliari dei suoi vicini e rimane imbrigliato nella loro quotidianità per tutta la vita. È un po’ quello che accade nel romanzo, anche se prima di scriverlo sono cresciuta e maturata e quest’idea si è fusa a molte altre esigenze.

Sapevo fin da subito che sarebbe stata una storia d’amore: un uomo rincorre per tutta la vita il sogno o l’ideale della donna perfetta e si assume il compito di salvarla da se stessa e dal mondo, senza mai chiedersi se lei è d’accordo. Ma come raccontare questa storia, e soprattutto chi avrebbe dovuto raccontarla? Ho provato vari espedienti prima di trovare la via: i punti di vista alternati di vari personaggi, il narratore onnisciente, il narratore in prima persona estraneo alla vicenda. Tutti si sono rivelati inefficaci dopo poche pagine.

Alla fine, ho capito che la strategia più interessante sarebbe stata lasciar parlare il protagonista: ascoltare la sua versione del rapporto con la ragazza dei suoi sogni, prima vicina di casa, poi fidanzata e moglie, e usare il suo sguardo parziale e accecato dall’amore per parlare di quell’amore in modo critico. L’amore romantico modella le vite e le aspettative delle persone secondo una forma immutabile e indiscutibile, promossa da film, pubblicità, libri e dalla società tutta. Viviamo in un mondo pensato per due, in cui si premia chi percorre diligentemente tutti i gradini della scala mobile relazionale: approccio, consolidamento della relazione, convivenza, matrimonio, figli. È vero che questo meccanismo funziona? E se sì, a quale costo?

Mi interessava indagare tramite i miei personaggi le possibili risposte a questa domanda e in generale il modo in cui il rapporto romantico con l’altro è spesso una lente deformata attraverso cui guardare la realtà. Cosa è davvero quello che chiamiamo amore?

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“Quello che chiamiamo amore” di Loreta Minutilli (La nave di Teseo) – pagg. 13-16

1.

All’inizio non sapevo ancora come chiamarlo.
Avevo dieci anni e volevo salvarla. La vedevo poco, perché non frequentavamo la stessa scuola elementare: mia madre stava ben attenta a tenere me e mia sorella lontani da tutto ciò che avrebbe potuto definirci come membri del nostro quartiere.
Sempre, invece, sentivo la sua vocina stridula di bambina: faceva i capricci perché non voleva mangiare pasta e piselli, rifiutava di mettere a posto le Barbie dopo averci giocato, si chiedeva perché l’arcobaleno avesse proprio sette colori.
Io ascoltavo, perché il mio balcone era quasi di fronte al suo, solo un po’ più in basso. Distinguere la voce di Elisa non era facile, perché per prima arrivava quella di sua madre, un boato spaventoso con un messaggio ancora più inquietante.
La madre di Elisa si chiamava Lucia e ogni giorno affrontava il dramma di avere in casa i propri figli. La presenza di Elisa e di suo fratello Gabriele la turbava, le impediva di organizzarsi come avrebbe voluto, era un problema che si riproponeva di continuo e restava senza soluzione. L’unico modo che Lucia aveva per affrontarlo era urlare.
Urlava quando bisticciavano, urlava quando facevano domande, urlava quando non si alzavano dal letto, urlava quando non si vestivano abbastanza in fretta, urlava, semplicemente, quando li vedeva di fronte a sé, due piccoli concentrati di vitalità che avevano bisogno delle sue attenzioni.
Mannaggia a voi e al giorno che siete nati.
Vi potessi uccidere lo farei subito.
Non so che male ho fatto per meritarvi.
Queste frasi accompagnavano il mio risveglio, soprattutto d’estate, quando era caldo torrido e dovevo dormire con i vetri del balcone spalancati. Buona parte dell’affetto che ho nutrito per mia madre da bambino era una sorta di riconoscenza, perché lei, che pure sapeva imporre regole assurde e intromettersi nella nostra vita con una violenza meno appariscente ma più subdola, se non altro non aveva mai detto cose del genere a me e a mia sorella.
La giornata di Lucia cominciava davvero quando riusciva in qualche modo a liberarsi dei figli. Le mattine d’inverno era facile, le bastava farli uscire per la scuola il prima possibile, l’estate invece doveva inventarsi piani perfetti che non lasciassero neanche un giorno all’intimità familiare, tra colonie, oratorio e visite dai nonni.
Quando finalmente aveva la casa vuota e tutta per sé, il rumore della sua voce veniva sostituito da quello dell’aspirapolvere e da un disco di Tiziano Ferro, sempre lo stesso. Così iniziavano le pulizie.
Dopo alcuni minuti, quando il turbamento e le grida erano diventate solo un ricordo, si metteva a cantare.
Quando Lucia girava per il quartiere a fare le commissioni era sorridente e impeccabile. Indossava cappotti lunghi e colorati d’inverno, vestiti dalle stampe a fiori in estate.
Non si faceva mai vedere senza un filo di trucco: rossetto, mascara e uno strato di fondotinta.
Paola la panettiera, che abitava proprio sotto casa di Lucia e sentiva quanto me tutto quello che succedeva nel suo appartamento, le imbustava rosette e sfilatini con il sorriso sulle labbra e poi si tratteneva qualche minuto a parlare con lei di quant’è dura mandare avanti una casa.
Mia madre aveva un’idea molto chiara rispetto a quello che gli assistenti sociali avrebbero dovuto fare con i figli di Lucia e lo ripeteva ogni volta che le urla si facevano strada fino al nostro salotto. Si zittiva solo quando mio padre alzava gli occhi dal suo libro del momento.
Però, Anna, io non ne posso più di ’sta lagna. O li chiami tu,
’sti assistenti sociali, o facciamo finta di niente e ci stiamo calmi.
Ovviamente mia madre non chiamò mai nessuno perché intervenisse nella casa di fronte. Il suo gesto di ribellione più plateale al microcosmo di omertosa tranquillità che era il nostro quartiere fu mandare me e Arianna a far le scuole prima in un istituto lontano venti minuti di macchina da casa nostra e poi nel liceo del paese accanto, costringendo noi e se stessa a una routine mattutina serratissima per tredici anni di fila. E poi, ogni tanto, ci ripeteva: Voi da qua dovete andare via.
Il quartiere è sempre stato per me, grazie al disgusto che mi trasmetteva mia madre, un luogo precario e pieno di insidie: l’unico obiettivo possibile era fuggirne. Non era strano, quindi, se quando pensavo alla figlia di Lucia il mio primo istinto fosse il desiderio di portarla via di lì.

(Riproduzione riservata)

© La nave di Teseo

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La scheda del libro: “Quello che chiamiamo amore” di Loreta Minutilli (La nave di Teseo)

Ettore, il protagonista e voce narrante, è un uomo che racconta la sua vita attraverso la lente dell’amore per Elisa: prima sua vicina di casa, poi graziosa fidanzatina adolescente e infine moglie e madre dei suoi figli. Ma anche una donna molto diversa da lui, che proviene da un contesto degradato e non sempre riesce a capire l’amore totalizzante e a tratti morboso del marito. Ettore finisce per programmare ogni minimo dettaglio della vita di Elisa: dall’abito da indossare la sera dell’anniversario fino alla decisione di tenerla al riparo dalle fatiche del lavoro, votandola a una vita da casalinga che Elisa non ha nemmeno il tempo di chiedersi se è veramente ciò che desidera per sé. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, la donna decide di prendersi una pausa da lui, tornando a vivere dalla madre. Rimprovera Ettore di non averla mai né ascoltata né tanto meno capita e dopo qualche insistenza promette di spiegare cosa è stato per lei il loro matrimonio: un’esperienza soffocante che non può più proseguire su quegli stessi binari. Ettore sarà disposto a mettere in discussione gli schemi imposti dai ruoli tradizionali, i suoi comportamenti e le sue scelte, per ritrovare il rapporto con la moglie?
Loreta Minutilli entra nella mente di un uomo e racconta la storia di un matrimonio allo specchio, di un marito e una moglie di fronte eppure distanti, di una coppia che si domanda se non sia troppo tardi per reimparare ad amarsi.

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