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ANTONELLA LATTANZI racconta QUESTO GIORNO CHE INCOMBE

marzo 10, 2021

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: ANTONELLA LATTANZI racconta il suo romanzo QUESTO GIORNO CHE INCOMBE (HarperCollins), libro candidato all’edizione 2021 del Premio Strega da Domenico Starnone

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di Antonella Lattanzi

Mi capita una cosa strana. Mi capita con tutti i miei libri. Quando cerco di ricordare quando e come mi è venuta l’idea per un personaggio, quando e come ho deciso il finale, o di tornare con la mente al tempo, per esempio, della creazione della struttura, dello studio sui personaggi. Non ricordo quasi nulla.
Vedo solo degli sprazzi. Ma non ricordo mesi e mesi passati a strutturare, studiare schemi, spostare colpi di scena, inventare personaggi. Nebbia. E in mezzo a quella nebbia, delle immagini.
Un’immagine. Un’estate barese in cui sono tornata a casa dei miei per le vacanze. Sto lavorando sul balcone a Devozione, il mio primo romanzo. A un certo punto, nella calura totale (io ho sempre freddo, quindi per me l’espressione “calura totale” vuol dire “metto comunque un giacchettino”), comincia a cadere, dal cielo, la neve. Chiamo mio padre. Esce sul balcone. Vede anche lui la neve. Io penso: finalmente ecco l’evento straordinario che aspetto da una vita. E lo sto vivendo qui, dove sono nata.

Poi però la realtà ci delude. Non è neve. È un incendio. Quella che sembra neve è cenere. Questa neve incendiaria finirà dritta nel mio primo libro. Ma qualcos’altro di quel giorno finirà nel mio quarto romanzo, Questo giorno che incombe, moltissimi anni dopo. Chissà perché, proprio mentre la neve incendiaria si dirada, mio padre mi dice una cosa importante. “Sai che quando ci siamo trasferiti qui, da questo cortile era appena scomparsa una bambina?”. “Come?”, chiedo, forse non ho capito. Mio padre mi racconta, per la prima volta, la storia tragica che ha colpito il posto in cui sono praticamente nata. Mi racconta di una bambina di cinque anni appena scomparsa dal condominio in cui ci stavamo trasferendo. Mi racconta la tragedia di una scomparsa.
È una storia scioccante. Come mai non ne sapevo nulla? Lui mi dice che non voleva spaventare – me, mia sorella – e che me lo sta dicendo ora. Perché proprio ora, mentre cade la neve ad agosto? Perché proprio ora, dopo tutti questi anni? Non lo so. L’immagine finisce qui. Non so cosa ci diciamo e non so cosa succede dopo.
Un’altra immagine. Io che torno a Roma in treno, gli occhi pieni di lacrime, come una bambina, come ogni volta che lascio i miei. Io che penso alla mia infanzia in quel cortile. E allora tutto torna. I miei genitori che ossessivamente ci dicevano di non sparire mai dalla loro vista. Che non ci lasciavano mai sole nel cortile. L’ansia che serpeggiava tra noi bambini anche molti anni dopo questa tragica vicenda. Non sapevamo perché i nostri genitori avessero paura, non sapevamo perché noi bambini eravamo in ansia. Ma sapevamo che era così. E allora in quel treno ho pensato al Male. Una volta che i nostri genitori l’hanno visto in faccia, quel male poteva tornare. Dopo quella scomparsa, nessuno di noi è mai più stato al sicuro. Mentre Roma si avvicina capisco che quella storia è anche mia. Che non voglio dimenticare quella bambina, e che non voglio che sia dimenticata. Che quella storia è anche la mia infanzia e fa parte della persona che sono diventata. Che è successa a casa mia. Capisco che voglio scriverne. Ma che non voglio scrivere le cose proprio come sono andate. Che voglio inventare. Voglio scriverne, ma non parlare di me, voglio raccontare un’altra faccia di questa storia: che è il modo che ho per non farmi sopraffare dai pensieri oscuri.
Un’altra immagine. La mia casa romana. Moltissimi anni dopo. Capisco che è il momento di scrivere questa storia. Che è passato il tempo giusto. Allora prendo il telefono e chiamo una mia amica giornalista a Bari. Le racconto la storia e le chiedo: mi mandi tutti gli articoli che riesci a trovare? Gli articoli non sono più di cinque o sei. Su questa storia è passato tutto il tempo del mondo, e l’oblio. È venuto il momento di parlare.
Un’altra immagine. Io che vado a prendere un caffè con una mia amica sotto casa. Col cuore in gola perché devo tornare a lavorare. “Che stai facendo?”, mi chiede lei. “Sto lavorando al nuovo romanzo”. È la prima volta che lo dico ad alta voce. Allora c’è, ci sarà, sarà un romanzo. Perché tra avere un’idea e saper scrivere quel romanzo c’è un oceano. Io però quel giorno lo dico: il nuovo romanzo. Se le metti in parola, le cose esistono. Hai delle responsabilità verso di loro.
Ma, una volta che le cose esistono, ti esponi nuda al fallimento. È allora che comincia l’altalena che durerà, per questo romanzo, quattro anni. Lunghi momenti di ansia infinita in cui sono convinta che non ce la farò mai. Piccoli arcobaleni di euforia in cui i rumori non ci sono più, le mie paure di ogni giorno non ci sono più, le persone che mi fanno soffrire non ci sono più, le persone che faccio soffrire non ci sono più. I più grandi dolori non ci sono più. In quei momenti, divento la storia che sto raccontando, vedo chiaramente i personaggi, sono i personaggi, sento l’odore dei fiori del condominio in cui è ambientata la mia storia – troppi fiori, l’odore si fa dolciastro e nauseante, e allora lo scrivo, questi fiori erano profumati e adesso danno il voltastomaco -, i rumori della casa in cui è ambientata, la voce della casa in cui è ambientata. Perché, scopro, la casa in cui è ambientata la mia storia parla. Scopro che voglio che la casa parli. Mi appassiono a questo personaggio perturbante, mi arrabbio con lei, le chiedo aiuto, le chiedo cosa devo fare: e adesso sono Francesca, la protagonista del mio romanzo, ed è con la sua voce che chiedo alla casa: “Ma tu sei con me o contro di me?”.
Questo giorno che incombe racconta di una donna, Francesca, che è felice. Ha un marito che ama, un lavoro che ama, due figlie che ama. Si sta trasferendo, all’inizio del romanzo, da Milano a Roma per un’opportunità professionale del marito. Ma non è un sacrificio. Quando ha lasciato il suo lavoro di art director di una rivista a Milano e ha accettato di trasferirsi a Roma, ha subito deciso che finalmente si sarebbe dedicata a quello che voleva fare da sempre: scrivere e illustrare un libro per bambini. Tu sei pazza a lasciare tutto, le dice la sua migliore amica. Io non sono pazza, io finalmente sarò libera.
Francesca arriva nella sua nuova casa, un condominio di un quartiere residenziale distante dalla città e dal mare ma pieno di verde e perfetto per una famiglia. C’è un allettante cancello rosso che racchiude il suo condominio. Ci sono le giostre in cortile, e tanti bambini, e tanti condòmini gentili e accoglienti.
All’inizio è tutto meraviglioso. Ma poi, c’è qualcosa che non va. Strani incidenti. Solitudine infinita. I condòmini diventano sinistri. Il marito è sempre al lavoro. Lei è isolata in casa con le due bambine. La riducono, da essere umano, a una funzione: madre. Ha paura di stare impazzendo. Ha paura di far male alle bambine.
Da dove viene tutto questo? Non lo so. Non ho immagini che me lo ricordino. Ho un milione di immagini tutte uguali: io che impazzisco sugli schemi di questo romanzo, perché è anche un thriller psicologico, e devo essere chirurgica. Io che studio le madri, le intervisto, le spio – perché io non sono madre. Io che mi dico ma come pensi di poter scrivere un romanzo su una madre se tu non lo sei?
E poi però è qui la scintilla che mi manda una scarica vitale in tutto il corpo: non essere più me, diventare qualcun altro. Riuscire a raccontare qualcun altro. Da sempre, è questo che cerco di fare quando scrivo. Capire e raccontare gli altri. Raccontandoti una storia, sperare di parlare anche di te. Farti sentire meno sbagliato. Meno solo. Che è la cosa che i libri che ho amato hanno fatto per me.
L’ultima immagine sono io in una clinica. Sto aspettando il mio turno. Mi chiama la correttrice di bozze. Dice che ha qualche ultima piccola cosa da chiedermi e poi il libro sarà mandato in stampa. Io potrei dire: aspetta, sono in un momento delicatissimo della mia vita, ti richiamo dopo. E invece, mentre aspetto, mi metto le cuffie e dico: dimmi. E il mondo opaco e oscuro che c’è intorno a me – e che sono io – svanisce. Sono tutta dentro le parole. Perché le parole, è vero, non ti possono salvare. Del resto cosa sono: nient’altro che parole. Eppure, le parole ti possono entrare nella testa. Farsi strada nei gomitoli di pensieri neri che si affollano lì dentro. Dirti: c’è un senso. Qual è quel senso? Una cosa semplice, e forse pure un po’ infantile: la speranza totale che a te, lettore, piaccia questa storia.

(Riproduzione riservata)

© Antonella Lattanzi

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La scheda del libro: “Questo giorno che incombe” di Antonella Lattanzi (HarperCollins Italia)

Liberamente ispirato a un episodio di cronaca avvenuto a Bari nel palazzo dove l’autrice è cresciuta, Questo giorno che incombe è un romanzo unico, bellissimo e prismatico, capace di accogliere suggestioni che vanno da Kafka a King, da Polanski a Dostoevskij, di attraversare più generi, dal thriller alla storia d’amore, di riflettere sulla maternità e le sue angosce, di parlare del male e del dubbio, e capace di riscrivere, tra realtà e finzione, una storia vera.

“Qui saremo al sicuro.” Francesca lo pensa mentre sta per varcare il cancello rosso fuoco della sua nuova casa. Accanto a lei c’è Massimo, suo marito, e le loro figlie, ancora piccole. Si sono appena trasferiti da Milano a Giardino di Roma, un quartiere a metà strada tra la metropoli e il mare. Hanno comprato casa in un condominio moderno e accogliente, con un portiere impeccabile e sempre disponibile, vicini gentili che li accolgono con visite e doni, un appartamento pieno di luce che brilla in tutte le stanze. Il posto perfetto per iniziare una nuova vita. Perché Francesca è giovane, è bella, è felice. E, lo sa, qui a Giardino di Roma sarà libera. Eppure qualcosa non va. Dei dettagli cominciano a turbare la gioia dell’arrivo. Piccoli incidenti, ombre, che hanno qualcosa di sinistro. Ma sono reali o Francesca li sta solo immaginando? Appena messo piede nella nuova casa Massimo diventa distante, Francesca passa tutto il tempo sola in casa con le bambine e non riesce più a lavorare né a pensare. Le visite dei vicini iniziano a diventare inquietanti, sembra impossibile sfuggire al loro sguardo onnipresente. A poco a poco il cancello rosso che difende il condominio si trasforma nella porta di una prigione. E così, intrappolata nella casa, Francesca comincia a soffrire di paranoia e vuoti di memoria. Sempre più sola e piena di angosce, ha l’impressione che la casa le parli, che le dia consigli, forse ordini. Le amnesie si fanno sempre più lunghe e frequenti. Finché un giorno, dal cortile, arriva un grido. È scomparsa una bambina. Può essere sua figlia? E perché Francesca, ancora una volta, non sa cosa ha fatto nelle ultime ore? Liberamente ispirato a un episodio di cronaca avvenuto a Bari nel palazzo dove l’autrice è cresciuta, Questo giorno che incombe è un romanzo unico, bellissimo e prismatico, capace di accogliere suggestioni che vanno da Kafka a King, da Polanski a Dostoevskij, di attraversare più generi, dal thriller alla storia d’amore, di riflettere sulla maternità e le sue angosce, di parlare del male e del dubbio, e capace di riscrivere, tra realtà e finzione, una storia vera. Antonella Lattanzi ha già indagato gli abissi e le pieghe dell’animo umano in Devozione e Una storia nera, e adesso torna a farlo con il suo libro più importante. Con una lingua meravigliosa, appassionata e incalzante, Questo giorno che incombe racconta il sospetto, la speranza, il dolore, la passione, confermando lo straordinario talento dell’autrice e lasciando il lettore senza fiato, in un crescendo continuo dall’arrivo nella casa nuova fino alle indimenticabili pagine finali.

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Antonella Lattanzi (Bari, 1979), scrittrice e sceneggiatrice, vive a Roma. Ha scritto i romanzi Devozione (Einaudi, 2010), Prima che tu mi tradisca (Einaudi, 2013), Una storia nera (Mondadori, 2017) e le sceneggiature dei film Fiore (2016), 2night (2016), Il campione (2019, Nastro d’Argento per l’Opera Prima).

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