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ALESSANDRO RAVEGGI racconta GRANDE KARMA

marzo 15, 2021

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: ALESSANDRO RAVEGGI racconta il suo romanzo “Grande karma. Vite di Carlo Coccioli” (Bompiani), presentato all’edizione 2021 del Premio Strega da Giorgio Van Straten

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di Alessandro Raveggi

Penso che Grande karma come romanzo sia nato da un’impossibilità, e forse tutti i miei romanzi vorrei che lo fossero, nati da un’impossibilità. Si scrive sempre perché si percepisce un contrasto, un attrito, una abrasione, con qualcosa là fuori. E da lì inizia la caccia. E lo scrittore Carlo Coccioli era per davvero molto Là Fuori, “ovunque là fuori nel mondo” come scrisse a suo nipote, un ente misterioso, fantasmagorico, un santone immortale, un’esistenza inesauribile di cui era fin dall’inizio impossibile fare un monumento. Quanto piuttosto un mosaico di documenti, vite, fogli sparsi, chiamiamolo un retablo di vite e chincaglierie: dall’infanzia toscana poi e libica dopo, dalla gioventù partigiana agli allori del giovane écrivain italien a Parigi paragonato a Camus fino all’esilio messicano durato 50 anni, facendo gimkana tra una cinquantina di pubblicazioni importanti, alcune straordinarie, oltre a centinaia di autotraduzioni allo spagnolo e francese, e traduzioni in inglese, tedesco, olandese, ecc. Questo è Carlo Coccioli, nato a Livorno nel 1920, e morto a Città del Messico nel 2003. Una vita tutto sommato felice, quella di un grande dimenticato del nostro Paese.

Si scrive sempre da un’impossibilità, da un potenziale ammutolimento, dicevo. Io di un personaggio romanzesco come è Carlo Coccioli e la sua vita plurima volevo raccontare prima di tutto la stessa malia, la capacità di essere un miraggio: miraggio di autore, miraggio imprendibile perché plurilingue, perché ricco di tematiche oggi attuali e a suo tempo scomodissime (omosessualità vs. religione, animalismo, lotta all’alcolismo come sorta di satanismo, tra le altre). Miraggio indescrivibile, mostruoso, alieno era Coccioli, diceva di lui Carlo Bo – che lo considerava davvero originale – come molti altri blasonati critici italiani, che si dichiarano coccioliani come all’epoca ci si sarebbe potuti dichiarare omosessuali, ovvero essenzialmente tacendo di fronte ad una società bigotta e omofoba, anche quella letteraria del dopoguerra. Sebbene, non confondiamo!, il problema di Coccioli non fu solo gridare allo scandalo dell’omosessualità negata nella società con largo anticipo rispetto alle (relative) liberazioni degli anni Sessanta e Settanta. Fu quello di essere un imprendibile contraddittorio, come solo i grandi eretici sanno essere.

Dalla mia, quindi, per seguire questo spiritello del Coccioli, mi dovevo inventare un romanzo sibillino, multiforme, picaresco nella sua idea perché imprendibile nella sua forma: prima romanzo “puro” di viaggio messicano (pulsante e tossico), poi romanzo-diario parigino (quasi un giallo algido e geometrico), quindi romanzo familiare, di ritorni a casa (fatto di sguardo dall’alto, dove non a caso il mio protagonista, Enrico Capponi passa dalla prima alla terza persona) e infine, per un breve tempo, romanzo di corrispondenze che si perde nel Web come ultima possibilità di eternarsi (l’ultimo capitolo è infatti una visione in qualche modo tutta astrattamente digitale, una e-mail che viene dal passato e pare espandersi nel futuro appiattendosi su una visione tipo Google Street View di una casa americana molto importante per la storia che racconto).

Il romanzo doveva però avere la pretesa di dire e far ascoltare anche Tutto, e di più, Tutta la verità (come la falsa intervista che lui pubblicò in vita) sul Caso Carlo Coccioli, andando a scartabellare, a trovare o inventarsi piste, a scovare stranianti lettere mai pubblicate in italiano, e altri simboli spezzati. E così ho veramente fatto, giocando infedelmente con la maschera del ricercatore (come io anche sono, sebbene non sia filologo e quindi molto distante dal protagonista Enrico Capponi) e vivendo “in carne mia” – cioè recandomi davvero nei luoghi, prendendo obliqui appunti su carta o fotografici – le notti parigine di Coccioli a Saint-Germain davanti ai cafès degli esistenzialisti, accompagnato io stesso da altri numi tutelari maligni come lo furono per Coccioli i suoi maestri e amici Malaparte e Cocteau. Camminando per i colli fiorentini in cerca di una qualche consonanza con il giovane Coccioli, andando a tracciare le mappe delle sue camminate o dei suoi incontri, quando, prima e dopo il suo impegno nella lotta partigiana, tirava un po’ a campare a Firenze, lavorando sottopagato da Vallecchi, un po’ nell’orbita degli ormai vecchi Papini e Palazzeschi. Così come, negli anni, anche prima di decidermi a scrivere questo romanzo, ho inconsciamente raccolto materiali mentali aggirandomi per i luoghi coccioliani più disparati, le case-museo, i giardini, gli Istituti italiani di Cultura, le trattorie di Città del Messico, e poi ovviamente le avenidas inquinate, i marciapiedi crepati.

Perché ovviamente c’è tanto tanto Messico in Grande karma, il mio Messico. Se questo romanzo nasce come una sorta di esorcismo nei confronti di un’ossessione o una vertigine personale per una vita (e qui vorrei fare riferimento ad un autore molto caro per questo romanzo, che è W. G. Sebald), i suoi mille rivoli, misteri, cose strane, paradossi, incomprensibili mancanze (da parte nostra, come italiani), forse è anche il mio “romanzo messicano” dove faccio i conti con la mia seconda patria, dove ho vissuto per quattro anni, mi reco ogni anno, e ne sono stato indelebilmente modificato, per sempre. Il Messico tossico e lussureggiante sia nel deserto che nella megalopoli è però non solo mio, ma quello, in fondo, degli italiani che vi ci si recano: o ti perdi (e a volte muori, si pensi ai romanzi di Cacucci) o ti mimetizzi nella fauna messicana, in incognito, queste essenzialmente le due opzioni dell’italiano in Messico, non c’è via di mezzo – l’una via di mezzo è eventualmente prendere un aereo e andarsene, impregnati di messicanità.

Da qui una parola che per me è stata fondamentale per capire come scrivere questo romanzo: ubiquità. Dovevo raccontare di corpi e di spiriti che viaggiavano pur rimanendo nei luoghi, nella possibilità di più radici e identità simultanee. In primis del corpo di Carlo Coccioli, scisso tra gli echi africani, i dolori d’amore parigini, le inquietudini di un cuore malato nella megalopoli. Carlo Coccioli viveva l’ubiquità come un nirvana raggiunto da un uomo, un intellettuale, uno scrittore che mirò quasi a divenire un bodhisattva. Nirvana però non come assenza di ogni dolore, ma come possibilità di avere una patologica nostalgia di tutti i luoghi assieme, luoghi in cui abbiamo lasciato tracce di noi: nirvana come presenza di tutti i ricordi belli e brutti che siano.

Così avrebbe dovuto funzionare il romanzo, come meccanismo. Ma nel raccontare Coccioli volevo raccontare altre vite, le vite immaginarie dei personaggi, che a volte sono scambi parodici coi personaggi di Coccioli – la moglie tradita, l’uomo indemoniato, gli efebi attraenti, gli esseri in fuga da sé stessi… – altre volte esplosi della mia vita stessa. Assieme a Carlo Coccioli, il partigiano, l’animalista, lo scrittore papabile per il Nobel secondo una importante rivista svizzera, c’erano Enrico, Dina, Lola, il Professor Merendoni, Don Giovanni, che non dovevano essere personaggi accessori ed anzi necessari per comprendere quanto ci si possa perdere in un autore così, perdere la propria vita, il proprio scopo, il proprio posto nel mondo, oppure gettare in aria qualche dado d’azzardo. E fra i due universi, quello del Coccioli in carne e i personaggi di finzione, qualche personaggio a metà: Javier Flores, in primis, l’erede messicano di Carlo Coccioli, un personaggio talmente affine alla sua realtà da risultare inverosimile nel romanzo – e una persona che ha, nello sviare, aiutato me a scrivere il libro, dandomi piste false e incontri che rimandavano sempre ad altro.

Questa fuga tra luoghi e personaggi reali e immaginari, doveva essere Grande karma. Sta al lettore decidere se godere perdendosi nelle vie di Coccioli, oppure cercare qualche isola di felicità nel romanzesco dei suoi personaggi. Per me, ad oggi Coccioli è divenuto una sorta di Benno von Arcimboldi dal quale mi sono accomiatato dopo anni di ricerche, e mi sta bene.

(Riproduzione riservata)

© Alessandro Raveggi

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La scheda del libro: “Grande karma. Vite di Carlo Coccioli” di Alessandro Raveggi (Bompiani)

Nato a Livorno un secolo fa, vissuto in Francia e poi a lungo in Messico dove muore nel 2003, Carlo Coccioli è uno degli scrittori più irregolari e affascinanti del nostro Novecento. A rendere sfuggente la sua identità concorrono molti aspetti: Coccioli fa uso di tre lingue – italiano, francese e spagnolo – per le sue opere, tutte caratterizzate da una forte eccentricità tematica e strutturale; è partigiano, animalista, ispiratore degli Alcolisti anonimi italiani; è finalista al premio Campiello eppure alcuni suoi libri non hanno visto la luce in Italia o vi sono giunti molto tardi. È questo il caso di Fabrizio Lupo, bestseller in Francia all’inizio degli anni Cinquanta, pubblicato in Italia solo nel 1978: in questo romanzo Coccioli affronta apertamente il tema dell’omosessualità, che insieme a una spiritualità vivissima e nomade fu uno dei grandi rovelli della sua vita e della sua scrittura. «Una delle cose che colpiscono di più, nella narrativa di Coccioli, è l’autenticità disarmata con cui rifiuta l’idea di un’autonomia della letteratura dalla vita,» ha scritto Walter Siti nella sua introduzione a Fabrizio Lupo. E Alessandro Raveggi sceglie di raccontare lo scrittore proprio attraverso la vita, mettendo in scena l’avventura di un giovane studioso che ne (in)segue le orme per il mondo. Viaggiando tra il Messico, Parigi e Firenze, rimescolando parole tratte dai romanzi, dagli epistolari, dalle opere di amici di Coccioli come Malaparte e Cocteau, il narratore si lascia sedurre dal gioco degli specchi praticato per tutta la vita dallo scrittore. Tentato dalla realtà quanto dalla finzione, Raveggi affida a ciascuno il compito di proseguire il viaggio attraverso la lettura delle opere di Coccioli e insieme celebra il mistero da cui ogni arte trae alimento.

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Alessandro Raveggi (1980) vive a Firenze. Insegna letteratura alla New York University. Ha fondato e diretto la rivista letteraria The FLR. Ha scritto un romanzo (Nella vasca dei terribili piranha, Effigie 2012), i racconti de Il grande regno dell’emergenza (LiberAria 2016), quattro raccolte poetiche, un libro su Italo Calvino e uno introduttivo a David Foster Wallace, e ha curato l’antologia di racconti Panamericana (La nuova frontiera 2016). Scrive di libri e cultura su riviste nazionali e internazionali, tra le quali Wired ed Esquire. È curatore della collana di narrativa straniera di LiberAria editrice.

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