LISA GINZBURG racconta CARA PACE

marzo 20, 2021

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: LISA GINZBURG racconta il suo romanzo “Cara pace” (Ponte alle Grazie), presentato all’edizione 2021 del Premio Strega da Nadia Terranova

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di Lisa Ginzburg

“Decido che assolutamente devo andare a Roma”. Per molto tempo la frase mi ha ticchettato nella testa: era l’embrione del mio romanzo, ma io ancora non lo sapevo. Per il momento (e così è rimasta per molto tempo) si trattava di una sola, singola enunciazione – il suo ritmo, una metrica che cadenzava un grumo di idee e nostalgie delle quali non avevo ancora dipanato nessun bandolo. Mi succede che certe parole o espressioni mi risuonino in testa in maniera anche ossessiva: spesso preludono a qualcosa che scriverò, ma questa volta in quelle diciotto sillabe si annidava un romanzo, una vicenda intera che covavo senza essermene accorta. A essere più esatta, di raccontare la storia di due sorelle lo desideravo da tempo, ma secondo quale intreccio mi sfuggiva del tutto. È stata quella prima frase, con il suo ingombrante ricorrere, a illuminarmi la strada: come un faro.
Poi, spira successiva di quel mandala composto di circolarità successive che la genesi di un romanzo sa essere, s’è imposta alla mente Maddalena, una delle sorelle protagoniste di Cara pace e sua voce narrante. Ancor prima del suo personaggio, ho “visto” il particolare sguardo da lei posato sulla sorella minore, Nina, i suoi eccessi e le intemperanze. Così, dopo una frase, il suo ritmo e l’imperativo che contiene in sé (un monito a tornare a casa, cioè al luogo originario dove tutto è incominciato – mettendo in atto così un redde rationem con il tempo, accorciando le distanze geografiche e ricomponendole, una decisione esistenziale prima ancora che di viaggio), la seconda dimensione che si è configurata nel pensiero è stata psicologica. Narrare due sorelle diversissime nel carattere, le traiettorie dei loro sguardi simmetrici, i contorni di un legame che da subito ho pensato come simbiotico, complesso, stratificato.
C’era dunque l’idea di un ritorno, di un’intima, imperativa necessità di tornare; e c’era l’immagine di questo legame difficile e fortissimo tra due sorelle opposte. La prima mite, riservata, che s’impone solidità ma sempre è in cerca di contenitori protettivi. L’altra spericolata, dispotica e con la tendenza a prendersi la scena.
Terza spira del mandala mentale, la perdita. La perdita intesa come distanza e irraggiungibilità irrevocabile. La perdita di una madre: e qui certo ha contato uno stato d’animo privato, autobiografico, il lutto di mia madre e un dolore che non si stempera mai, solo cambia di tonalità e di figure con il passare degli anni. Volevo raccontare l’immenso amore per una madre, ma per trasfigurazione raccontarlo così, attraverso la metafora di una distanza, di un’impossibilità. Una madre che scegliendo sé stessa sceglie contemporaneamente di imporre alle sue figlie un distacco violento, lacerante per loro e per lei. Era quella la metafora che più risuonava con il mio sentire profondo, di solitudine di orfana: non ho potuto non seguirla.
La famiglia anomala che si è imposta al centro di Cara pace insomma è nata così: mescolando e intersecando dinamiche psicologiche con una dimensione di frattura, ferita psichica, e un’altra di lontananza spaziale. Ho scritto altre storie, eppure mai come per questa sono stati i personaggi a venirmi a cercare e a chiedermi di venire raccontati – loro e l’intreccio della loro vicenda. Seba, il padre, un fotografo di matrimoni che la felicità sa immortalarla ma mai viverla per sé. Gloria, bellissima e straniera, una donna senza radici che mette al mondo due figlie e tuttavia subito poi nella normalità e l’angustia di un piccolo paese (sui Castelli romani) non riesce a reggere, a “starci dentro”. La separazione tra i due, frettolosa, radicale, fonte di astio e risentimento per Seba, di rassegnata accettazione per Gloria. L’imposizione assurda di una casa per le sole bambine, con una governante che si occupi di loro ma con i genitori vivi eppure lontani, in altre case. La claustrofobia di uno spaccato domestico completamente sghembo ma reale, da addomesticare e rendere possibile, vivibile. Concluso il lungo tempo di incubazione, le prime sezioni del mandala concentrico s’erano rese decifrabili, quasi nitide. Potevo lavorare.
Sul tavolo avevo diverse carte ormai: due sorelle, il loro restare sole (“orfane senza esserlo” secondo una definizione che ho fatto dire a Nina e che sempre colpisce i lettori del libro). I loro genitori irrisolti e quindi monchi, troppo occupati a trovare sé stessi e di lì indisponibili a proteggerle. Un paesaggio geografico vario, che mi corrispondeva (sono un’errante, appassionata per indole alla multidimensionalità delle geografie e ai conflitti fecondissimi che l’ubiquità mentale sa scatenare). Roma, Parigi, Brooklyn come luoghi di origine ma anche di inizi di nuova vita, luoghi di nascita, di distruzione e di ricostruzione, luoghi la cui distanza riesce a venire azzerata da messaggistica continua e telepatia, da quello strabismo congenito che è di chi emigra e si muove nel paese straniero con in mente invece, fissa, l’immagine di “casa” (qualcuno a ragione ha visto nel personaggio di Maddalena una versione romanzesca di certe riflessioni del mio piccolo libro Buongiorno, mezzanotte, torno a casa, tutto incentrato su quel genere di strabismo e sulla dissociazione di identità geografica che ne è l’intricato frutto).


Poi, spira successiva, è arrivato il titolo, Cara pace: la sua duplicità di senso che mi ha fatto capire moltissimo di cosa stavo cercando di raccontare. Il carapace di tartaruga osservato da Maddalena bambina e da lei eletto a modello di vita (proteggersi, ma anche implodere per non esplodere), quando ero già a due terzi della prima stesura del romanzo è diventato anche “cara pace”, invocazione alla serenità, anelito alla struttura della quiete come interfaccia speculare a un istinto a farsi scudo.
Infine, a serrare le fila di quella compagine diversificata, quel magma di emozioni e ferite dalle suturazioni impossibili, oltre al doppio senso del titolo (protezione e speranza insieme) è arrivata l’idea di un personaggio “normativo”. Un ordine che sopraggiunga dall’esterno a ricomporre il disordine emotivo, a stemperarne la componente distruttiva, a riportare misura. È arrivata Mylène, una giovane “tata” che alle bambine – poi ragazze – porta un alito di normalità, una quotidianità strutturata anche grazie alla disciplina dell’educazione sportiva (allenamento fisico i cui effetti virtuosi si articolano diversamente per Nina e Maddalena, con esiti però analoghi). Lo sport, che a tutte e due le sorelle fa conoscere le possibilità del loro fiato, che è respiro e, metaforicamente, intonazione per ognuna della propria voce. Lo sport come norma, strada di guarigione, di auto-individuazione. Sono sempre molto interessata all’effetto che gli avvenimenti hanno sul corpo, a quanto le fratture o le epifanie di un’esistenza trovino nel fisico corrispettivo, segno. Il correre di Nina e il camminare di Mylène, le loro marce, il fiatone, la fatica, per Maddalena la memoria di un’asma infantile che resta come ricordo invalidante, tutto è stato sponda per raccontare la rinascita di entrambe, il loro affrancarsi dal freno mentale di un’infanzia assurda e infelice.
Così, con l’ultima spira del mandala della mia architettura – una visione dell’anima tutta formulata a partire dal corpo, e per ciascuna protagonista secondo la diversa resilienza alla fatica, il personale atteggiamento davanti al dolore del vivere – le altre tessere hanno trovato posto secondo uno schema più armonico e strutturato. Via via che scrivevo (in un tempo relativamente breve e febbrile, almeno per quanto riguarda la prima stesura di Cara pace) le evoluzioni della storia e le soluzioni narrative mi si proponevano chiare, come accade quando un quadro può “crearsi” da solo, sommando le varianti e ridisponendole secondo un ordine che prima che della scrittura è della vita, del naturale accadere delle cose.
Questa storia di infanzia ferita ha potuto parlare a tanti lettori, regalandomi la pienezza (prima mai conosciuta così) di condividere un romanzo, il suo venire al mondo e poi il suo crescere. Ho potuto sintonizzarmi da ascoltatrice sulle tonalità delle interpretazioni e diverse letture di Cara pace, e tante cose sul nucleo più vero di questo romanzo le ho imparate e le imparo dai lettori, dalle loro reazioni e ragioni – un genere di risonanza che a ogni occasione ha del miracoloso. Il mandala era disegnato, ora si trattava di colorarlo, e a farlo sono stati e continuano a essere i lettori. E la gratitudine è molta, e anche il dolore del mio lutto, la nostalgia di mia madre che non mi lascia né mai mi lascerà, in questo romanzo, nella pienezza del lavoro di trasposizione, hanno trovato un riparo e un sollievo. Soffiandosi nella fantasia, il dolore ha incontrato un respiro, una qualche pace, cara pace.

(Riproduzione riservata)

© Lisa Ginzburg

[Foto di Barbara Ledda]

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La scheda del libro: “Cara pace” di Lisa Ginzburg (Ponte alle Grazie)

Maddalena, la maggiore, è timida,sobria, riservata. Nina, di poco minore, è bella e capricciosa,magnetica, difficile, prigioniera del proprio egocentrismo. Le due sorelle, legate dal filo di un’intima indistinzione, hanno costruito la loro infanzia e adolescenza intorno a un grande vuoto, un’assenza difficile da accettare. Ancora adesso, molti anni dopo, cercano di colmarla con corse, lunghe camminate, cascate di parole e messaggi WhatsApp che, da Parigi a New York, le riportano sempre a Roma, in una casa con terrazzo affacciata su Villa Pamphili, dove la loro strana vita, simbiotica e selvatica, ha preso forma.È proprio a Roma che Maddi,da sempre chiusa nel suo carapace,decide di tornare, fuggendo dai ruoli che la sorella, prima, e la famiglia poi, le hanno imposto. Finalmente sola con sé stessa e con i suoi ricordi, lascia cadere le difese e, rivivendo i luoghi del passato, inverte le parti e si apre alle sorprese che riserva la vita.Padri e madri, amicizie e passioni,alberi e fiumi fanno da cornice a una storia d’amore e di abbandono che,come ogni storia viva, offre solo domande senza risposta. E misura con il metro felice della letteratura la distanza che intercorre tra la ferita originaria e la pace sempre e solo sfiorata della maturità.

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Lisa Ginzburg vive e lavora a Parigi.Ha studiato alla Normale di Pisa e si è specializzata in mistica francese del Seicento. È stata direttrice di cultura della Unione Latina.Tra le sue pubblicazioni ricordiamo:Desiderava la bufera (Feltrinelli, 2002), Colpi d’ala (Feltrinelli, 2006), Per amore (Marsilio, 2016), Buongiorno mezzanotte, torno a casa (Italosvevo Edizioni, 2018) e Pura invenzione. Dodici variazioni su Frankenstein di Mary Shelley (Marsilio, 2018).

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