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LA SOCIETÀ SENZA DOLORE di Byung-Chul Han (recensione)

marzo 27, 2021

La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite” di Byung-Chul Han (Einaudi – traduzione di Aglan-Buttazzi Simone)

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Il dolore fondamento di una società etica

di Salvo Sequenzia

Al suo recente saggio “La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite (Einaudi Stile Libero, 2020, pp. 80) il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han consegna una riflessione sul rapporto tra uomo e dolore nella società di oggi che si intrama nei sentieri più perigliosi del pensiero “continentale” tra Ottocento e Novecento e che si prende carico di alcuni dei temi nevralgici che scuotono il dibattito filosofico e sociologico contemporaneo. Pensatore e scrittore tra i più influenti e letti Byung-Chul Han ha insegnato a Friburgo, nella cattedra che fu di Martin Heiddegger, e a Berlino. Il suo pensiero scaturisce da una analisi critica, impietosa e radicale, mossa alla «società della prestazione» (cfr. Byung Chul Han, La società della stanchezza, 2012), alle nuove idolatrie tecnocratiche e neo-liberale che ispirano nelle masse una cieca fiducia in un sistema che ha estremizzato le dinamiche del profitto, del successo, della violenza e dell’indifferenza (cfr. Id., La società della trasparenza, 2014). Per Han, vincere ed ottenere il successo a tutti i costi è il mantra del tempo in cui viviamo, anche quando vittoria e successo, più che soddisfare, procurano angoscia, sfinimento, prostrazione e violenza. Al rancore e all’indifferenza della società attuale, perennemente avvolta nel velo di Maya della dimensione digitale della rete (cfr. Id., Nello sciame. Visioni del digitale, 2015) – una nebulosa immateriale e anestetica  che azzera ogni prospettiva di senso imprigionando le menti dentro un “incantesimo” dove  non c’è posto per l’altro e per la comprensione del mondo – il filosofo oppone una etica “eroica” in cui l’uomo torni a “sentire”, a soffrire, a “patire” con gli altri e per gli altri, a conquistare “agonisticamente” il senso del proprio esserci nel mondo raggiungendo così quel «giardino segreto», spazio del sentire e luogo  dell’incontro concreto con il reale dove non vi è posto per l’impero del medium digitale. imageCerti aspetti che caratterizzano il pensiero di Han si individuano in un patente richiamo alla teoria critica della Scuola di Francoforte, rinviando così a una tradizione di pensiero assai feconda, in grado di offrire raffinatissimi strumenti di indagine critica della realtà sociale in un tempo in cui sembrano prevalere, nello scenario della riflessione filosofica analitica  e continentale, posizioni autoreferenziali ed “epimeteiche” troppo condizionate dal “particulare” delle dinamiche economico-finanziarie globali e dalle mutazioni antropologiche; tali posizioni rifuggono spesso da tensioni epistemologiche e da istanze teoretiche. Come per i “Francofortesi” di terza generazione, l’assunto che Han dispiega nei densi undici capitoletti di questo saggio sapido e vibrante, è che oggi più che mai urge gettare uno sguardo imparziale e disincantato sul mondo, elaborare una diagnosi delle patologie che affliggono la civiltà contemporanea e promuovere radicali percorsi di emancipazione dall’opprimente dittatura del pensiero conformista e dall’egemonia della lex mercatoria. Se il modello della «società disciplinare» teorizzato da Foucault – sostiene Han – era  fondato sul «non potere» del singolo e dal suo sentirsi “recluso” dal sistema; se il modello il modello della «società depressa» di Ehrenberg assumeva una dinamica psicagogica che piega l’individuo al «dover essere ciò che è» schiacciandolo e deprimendolo sotto il peso immane della responsabilità; il modello di società che Han individua nel nostro tempo è riferito a una società frustrata dall’eccesso di pienezza, di dominio e di positività incontrastati. In questo modello di società non vi è posto per il dolore, condizione dell’esistenza per cui un individuo è solo davanti a se stesso e, quindi, necessariamente, si pone su un piano di riflessione e di “ascolto” del sé – quello che Platone chiama «il dialogo silenzioso dell’anima con se stessa» – che lo spinge a riappropriarsi dell’autenticità della propria vita. Questa riflessione sul dolore porta Han a misurarsi con una tradizione complessa, stratificata, pluriversa, che muove dal pensiero nichilistico medio-orientale, iranico-persiano, e segue il crinale dell’amara melopea caldea e masoretica, del pessimismo tardo ebraico compendiato nel libro di Giobbe e in Qōhelet  e del pensiero materialista cinico-stoico che ha caratterizzato l’estremo vagito del mondo tardo-antico, per giungere, al sensismo settecentesco, a Schopenhauer, a Nietzsche e al Leopardi de La ginestra. Seguitando questa linea di pensiero, il filosofo Han scrive: «La vita priva di dolore e munita di costante felicità non sarà più una vita umana. La vita che perseguita e scaccia la propria negatività elimina sé stessa». E, proseguendo il ragionamento, egli afferma: «La morte e il dolore sono fatti l’uno per l’altro. Nel dolore, la morte viene anticipata. Chi vuole sconfiggere ogni dolore dovrà anche abolire la morte. Ma una vita senza morte né dolore non è umana, bensì non morta. L’essere umano si fa fuori per sopravvivere. Potrà forse raggiungere l’immortalità, ma al prezzo della vita». Si intravede, nella lettura di Han, il tentativo di istituire una ontologia di speranza proiettata sul futuro in grado di resistere alle dinamiche dissolutive vigenti nella società di oggi; una ontologia che coniuga Spinoza con Nietszche, Hölderlin con Heiddegger, Kafka con Levinas, Proust con Starobinskie che non può prescindere da una “comunità etica”. Dunque, vincere il proprio dolore significa maturare, crescere, acquistare consapevolezza di sé e del mondo vincendo sulle forze distruttive da egli stesso nutrite per tendere alla costruzione di una “comunità etica”. D’altra parte, Nietzsche scriveva: «L’uomo è felice, non quando è sazio, ma quando è capace di vittoria». Ed è nel vincere se stessi, nel rafforzarsi attraverso la sofferenza, che si ha un’idea più alta e più forte di felicità. Tale considerazione accosta il pensiero di Han all’analisi compiuta da Antonio Negri su La ginestra di Leopardi, nella quale il filosofo padovano coglie «un’etica del dolore e del desiderio» in grado di produrre «un eroismo etico di grande intensità ontologica» (cfr. Antonio Negri, Lenta ginestra. Saggio sull’ontologia di Giacomo Leopardi, 1981). L’«algofobia», la paura di provare dolore, rappresenta per Han uno degli atteggiamenti dominanti di questo tempo. E, se da un lato, su un piano psicologico, l’uomo combatte la paura del dolore raggiungendo uno stato di “atarassia”  nel mondo immateriale della rete, dove ogni emozione, gesto, sentimento si azzerano sublimandosi in emoticon e in torpide vite virtuali, dall’altro lato, su un piano fisiologico, la medicina, la biotecnologia, l’ingegneria genetica, l’industria farmaceutica e la cibernetica sperimentano metodiche che, dalla criogenia all’eugenetica, intervengono sul corpo umano “dilatandone”  l’aspettativa di vita sino al raggiungimento di una immortalità “terapeutica” data dall’assenza di malattie e di dolore. Nel dolore l’uomo si riscopre autentico e congiunto ai suoi simili senza infingimenti, precipitato in un “rito” (cfr. Id., La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, 2021) che affratella l’umanità e la rigenera sul fondamento di una etica nuova eppure antichissima, che trova la sua ragione in un nomos ancestrale, in una misura perduta e inesorabilmente destituita dall’assunto hobbesiano per cui ognuno è lupo per l’altro. Al “diritto dei lupi” dell’individuo che si reputa “superior“, Han contrappone il “diritto dell’agnello” dell’individuo “inferior“, portatore di una morale “lenta”, fondata sulla fragilità e sulla rinuncia, ospitale ma non rassegnata – e pertanto “eroica” – sulla quale istituire le basi di una fratellanza umana vivificata.

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La scheda del libro: “La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite” di Byung-Chul Han (Einaudi – traduzione di Aglan-Buttazzi Simone)

Byung-Chul Han, tra i pensatori piú importanti e piú letti dei nostri tempi, affronta con stile nitido e conciso una delle fratture al cuore della società di oggi: la paura del dolore.

Il mondo contemporaneo è terrorizzato dalla sofferenza. La paura del dolore è cosí pervasiva e diffusa da spingerci a rinunciare persino alla libertà pur di non doverlo affrontare. Il rischio, secondo Han, è chiuderci in una rassicurante finta sicurezza che si trasforma in una gabbia, perché è solo attraverso il dolore che ci si apre al mondo. E l’attuale pandemia, argomenta il filosofo tedesco-coreano, con la cautela di cui ha ammantato le nostre vite, è sintomo di una condizione che la precede: il rifiuto collettivo della nostra fragilità. Una rimozione che dobbiamo imparare a superare. Attingendo ai grandi del pensiero del Novecento, Han ci costringe, con questo saggio cristallino e tagliente come una scheggia di vetro, a mettere in discussione le nostre certezze. E nel farlo ci consegna nuovi e piú efficaci strumenti per leggere la realtà e la società che ci circondano.

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Byung-Chul Han, nato nel 1959 a Seoul, ha studiato Filosofia, Germanistica e Teologia cattolica a Friburgo e Monaco di Baviera. È stato professore di Filosofia e Studi culturali presso la Universität der Künste di Berlino. I suoi libri, che muovono tra l’altro una severa critica al neoliberismo, sono stati tradotti in diverse lingue. In Italia sono usciti per nottetempo: La società della stanchezza (2012), Eros in agonia (2013), La società della trasparenza (2014), Nello sciame. Visioni del digitale (2015), Psicopolitica (2016), L’espulsione dell’Altro (2017), La salvezza del bello (2019), Che cos’è il potere? (2019), Topologia della violenza (2020). Per Einaudi ha pubblicato La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite (2021).

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