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FORSE NON MORIRÒ DI GIOVEDÌ di Remo Bassini: incontro con l’autore

marzo 30, 2021

“Forse non morirò di giovedì” di Remo Bassini (Golem Edizioni): incontro con l’autore e un brano estratto dal libro

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Remo Bassini è nato a Cortona, vive a Vercelli. Ha un passato da operaio, portiere di notte, studente lavoratore, giornalista. Ha diretto per dieci anni il bisettimanale storico di Vercelli, La Sesia, e ha collaborato con diverse testate (L’indipendente, Il Corriere nazionale, Il Fatto). Attualmente dirige il giornale on line Infovercelli24 e ha un blog su Il Fatto quotidiano.

Ha pubblicato “Dicono di Clelia” (Mursia, 2006), “Lo scommettitore” (Fernandel 2006), “La donna che parlava con i morti” (Newton Compton 2007), “Bastardo posto” (Perdisa Pop, 2010), “Il monastero della risaia” (SenzaPatria 2010), “Vicolo del precipizio” (Perdisa Pop 2011), “Buio assoluto” (Historica, 2015), “Vegan. Le città di Dio” (Tlon, 2016), “La notte del santo” (Fanucci, 2017), “La donna di picche” (Fanucci, 2019).

Il nuovo romanzo di Remo Bassini si intitola “Forse non morirò di giovedì” e lo pubblica Golem Edizioni.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Ho fatto il giornalista per ventotto anni, ma non era il mio sogno», ha detto Remo Bassini a Letteratitudine. «Il mio sogno, quando avevo tredici-quattordici anni, era di diventare un professore di italiano e storia (che era la mia materia preferita) e che ogni tanto scriveva anche dei romanzi. E invece, per puro caso, un giorno bussai alla redazione del giornale della mia città. Di quel giornale, anni dopo, diventerò direttore. In quel giornale, spesso, di notte, scrissi articoli, lessi vecchi giornali, scrissi capitoli dei miei primi romanzi. Ma soprattutto in quel piccolo giornale di provincia (in tutto sette giornalisti, due segretarie, due grafiche, trenta collaboratori) ho cominciato ad amare un momento particolare: la chiusura. L’ultimo atto. E nel frontespizio del mio libro, “Forse non morirò di giovedì”, è citata una poesia di Ernesto Ragazzoni, giornalista e poeta scapigliato di inizi del Novecento. E’ finita, il giornale è stampato, la rotativa s’affretta. Me ne vado col bavero alzato dietro il fumo della sigaretta. Quando il giornale è stampato, tu direttore, tu giornalista, non hai finito. Fare il giornalista non è un mestiere come un altro. Non si hanno orari, e la testa è sempre lì, tra computer e rotativa. Quello che hai scritto, quello che hai impaginato o titolato magari può perseguitarti, perché hai scritto di cose e soprattutto di persone. Il protagonista del mio libro dice infatti che i giornalisti sono peggio dei becchini, perché i giornali vendono tanto, e quindi sopravvivono, soprattutto grazie alle notizie di morte e di sangue. Ma a volte succede anche tu chiudi il giornale e tornando a casa guardi le stelle: perché sai di aver fatto, magari con coraggio, il tuo dovere di giornalista libero. Perché ti sei reso utile, magari combattendo battaglie al fianco di chi non ha voce, non ha conoscenze, soldi in banca, padrini. A un certo punto il mio protagonista che è il direttore di giornale, dice: “Il miglior giornalista è quello che ha il coraggio di alzare la mano per chiedere spiegazioni, quello che non dà confidenza a politici, poliziotti, colleghi, quello che scruta con attenzione. Fare il giornalista è cosa da tutti, tutti possono farlo, basta imparare i trucchi del mestiere, applicarsi. E in effetti le redazioni pullulano di giornalisti. È il buon giornalista, semmai, che è una merce sempre più rara.” Forse non morirò di giovedì è un libro che parla di giornalismo, senza retorica, senza fare sconti. Parla di un giornale e delle storie – e anche agli amori – che ruotano attorno alla vita di una redazione e che mai verranno scritte. Ed è dedicato a tutti i giornalisti liberi».

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Un estratto del romanzo “Forse non morirò di giovedì” di Remo Bassini (Golem Edizioni)

Sorseggiando il caffè al bar, un suo giornalista, Dario Salici, aveva sentito un racconto. Ore prima, all’incirca verso le sette, alcune persone avevano visto per strada un noto penalista, l’avvocato Toccani, che pedalava in pieno centro storico tenendo la moglie seminuda – scarpe da ginnastica bianche, mutandine e reggiseno neri e null’altro – al guinzaglio come un cane, costringendola quindi a corrergli dietro. Dario Salici, una volta tornato in redazione, aveva fatto qualche telefonata, ma l’unica risposta che aveva ottenuto era che tutti ne parlavano, tutti lo sapevano, ma nessuno aveva visto e nessuno sapeva chi avesse visto. Naturalmente fu il tema che venne dibattuto, per primo e a lungo, durante la riunione di redazione. «Toccani è noto perché è un gran lavoratore. Non è noto come trascorra il suo tempo la signora…» «… che è una grande gnocca…» «Pensa che spettacolo se qualcuno ha visto la scena da qualche telecamera!» Pettegolezzi, battute, risatine. Il direttore Antonio Sovesci aveva ascoltato, inespressivo. Poi, alzandosi, aveva detto «Io vado a fumare, buona continuazione». Era tornato dopo una decina di minuti «Penso sia ora di iniziare la riunione». Dario Salici aveva domandato «Lasciamo stare o tentiamo un approfondimento?». «Non abbiamo una testimonianza, non risultano denunce. Abbiamo solo chiacchiere da bar che ci hanno fatto perdere del tempo prezioso, e non è la prima volta che capita. Quindi, per favore, basta. Andiamo avanti.» Pronunciò la frase con la sua solita voce bassa e suadente, a eccezione della parola basta, che scoppiò come un petardo nella notte. Fu la riunione di redazione che inaugurò i tempi di Sovesci. Da allora – e sono passati tredici anni – è cosa rara che Sovesci debba intimare di non fare troppe parole. Alcuni giorni dopo, il caporedattore Giorgio Navarra, da una fonte confidenziale, aveva saputo che l’avvocato Toccani aveva portato per davvero la moglie in giro seminuda e al guinzaglio, e che il motivo era stato addirittura pubblicato sul giornale cinque giorni prima. Una signora sposata, di anni quarantadue, stufa di essere ricattata dall’ex amante, un prestante senegalese, si è rivolta alla polizia. Una volta finita la loro relazione, l’uomo aveva cominciato a chiederle del denaro, “Altrimenti racconto tutto a tuo marito” minacciava. Per alcuni mesi la signora ha ceduto al ricatto, ma poi si è presentata in questura, ha raccontato tutto e l’uomo è stato arrestato per estorsione. L’articolo era stato scritto sulla base di un comunicato stampa della polizia, uno dei tanti che arrivano nelle redazioni, ma quel comunicato conteneva un errore, grave: la questura non avrebbe dovuto divulgare l’età della donna perché tutti i mariti con consorti di quarantadue anni avrebbero potuto farsi delle domande. L’avvocato Toccani aveva impiegato poco per capire: l’età della moglie corrispondeva, e che il giovane, gentilissimo cameriere senegalese del ristorante dove la coppia andava spesso a cena fosse prestante era piuttosto evidente. Quel piccolo trafiletto, intitolato “Denuncia l’ex amante che la ricattava”, Sovesci lo aveva pubblicato in prima pagina senza sapere che riguardasse l’avvocato Toccani e consorte. Le storie di sesso e di sangue sono quelle che fanno vendere. Come fa vendere la cronaca nera. Senza la cronaca nera e le storie di sesso, senza fatti macabri e morti ammazzati i giornali morirebbero.

(Riproduzione riservata)

© Golem Edizioni

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La scheda del libro: “Forse non morirò di giovedì” di Remo Bassini (Golem Edizioni)

Riunione di redazione: davanti al direttore Sovesci, i suoi nove giornalisti. Siamo in un giornale di provincia. Arriva una notizia strana. Due uomini, forse due gay, di notte, in un parco, sono stati picchiati da quattro teppisti. Il direttore Sovesci dà indicazioni su come approfondire la notizia, poi lascia la redazione perché ha un appuntamento. Una sua ex giornalista, Caterina, che lavora in televisione, vuole intervistarlo. È un uomo solo. La moglie lo ha lasciato, è convinto che il giornale sia la sua seconda casa. L’azione si svolge in dieci giorni. Il romanzo è inframmezzato da spezzoni intervista rilasciata a Caterina, in cui Sovesci parla del giornalismo di bottega, quando l’unico mostro tecnologico conosciuto e utilizzato in redazione era il fax, e del giornalismo libero.

 

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