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QUELLO CHE NON SO DI ME di Antonietta Gnerre (poesia)

marzo 30, 2021

“Quello che non so di me” di Antonietta Gnerre (Interno poesia)

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di Nicoletta Bortolotti

Come sigillare le nuvole “in un calendario”? Come la parola esercita un “sopralluogo di pensieri”? La poesia di Antonietta Gnerre è luogo e sopralluogo di io narranti “senza io”, intagliati e intersecati nella formazione minerale del muscovite, che titola una sezione di questa importante raccolta, e che viene impiegato come una sorta di eliotiano e montaliano correlativo oggettivo. Alessandro Zaccuri, nella densa prefazione al libro, lo ha definito “coerente e compatto”. Si potrebbe aggiungere anche visionario, poiché la lingua in apparenza tersa è percorsa da fratture, scosse sismiche e voragini che inseriscono Gnerre nel solco della grande poesia visionaria femminile, da Emily Dickinson ad Antonia Pozzi e Chandra Candiani, da Marina Cvetaeva a Wisława Szymborska. Il linguaggio è innanzitutto luogo, dichiarato anche nella dedica: “All’Irpinia / terra del mio sangue / verde e cosmica”. L’Irpinia è uno spazio materiale disossato quasi come in una calligrafia, decostruito, fino a rarefarsi in raffiche di luce, di azzurro, ombre di lupi, rami che sopportano e supportano l’intelaiatura del paesaggio, la filigrana dell’invisibile. La nuvola, fra i simboli ricorrenti, appare più “materna” e femminile che indifferente: “Già cresce un’altra nuvola sulla montagna”, “La forza della mano destra, / l’intera nuvola sopra di lui. / Nonno pregava il centro esatto del cielo”, “Gli ospedali sono / fatti di pareti / che sembrano fili di nuvole”. E il vento: “Risvegliarmi nel vento che riporta indietro / le nuvole”, “voli nella cifra bassa del vento”, “L’esito del vento scivola tra gli attacchi delle navi”, “Smetto di riconoscere il vento”, “Il vento non mi assolve”… per citare solo alcune delle numerose occorrenze. Il vento, come una sorta di rumore che non fa rumore, approfondisce i silenzi, scricchiola negli infissi delle sillabe, fessura la parola. La inquieta. Gnerre maneggia con straordinaria perizia il simbolo linguistico, nella connotazione ermeneutica di Paul Ricoeur, come strumento privilegiato per estrarre, trivellare l’esperienza umana. E allora l’Irpinia cessa a un tratto di essere luogo e si fa proscenio dove esercitare il sopralluogo, l’indagine, l’ispezione. L’indagine dell’io, dislocato nei differenti strati del tempo. E una sola volta nominato. La poesia di Gnerre si presenta al lettore come una sorta di logistica del sé che incessantemente si sparge, scompone, moltiplica, ricompone. Ma questo processo è sempre dispiegato nel “tempo umano”. Poesia come narrazione di una massima temporalità esperienziale che si fa massima atemporalità. “Ecco, l’istante comprende ciò che siamo stati, la resa degli anni che si riorganizza”, “Per non dimenticarmi lascio cadere / un ago di pino in un solco. Lo faccio apparire nei miei occhi”, “Vedo gli anni nel peso del tuo grammo”. E nei versi magistrali “Mi dichiaro colpevole dei miei anni. / Adesso, per trovare il luogo del mio diciottesimo / compleanno, / devo cancellare tutti i volti che ho incontrato, / togliermi tutti gli abiti che ho indossato”. L’io disgregato dal tempo riaggrega nell’a-tempo, ma è inconoscibile, perché ha smarrito i propri nomi: “Sulle mani guardo i campi, / il crinale dei fantasmi senza nomi.” E tuttavia Gnerre spinge oltre la sua esplorazione per ritrovare una propria e segreta “misura dei nomi”, fino a scoprire che l’io novecentesco, l’io debole e psicanalitico assediato dallo spettro dell’inconscio e dunque privato di ogni certezza di sé, non è nemmeno uno. Non è, ma siamo. Verrebbe da dire io siamo, depositati nei sedimenti della memoria e nella verticalità dell’universo. Così gli io possono farsi foglia, mano, ghianda, nube. Noi, forse. E la natura, l’Irpinia, torna a farsi luogo. Natura spirituale e francescana più che matrigna leopardiana; tensione e ansietà più che religione, in una personalissima rielaborazione dell’eredità di Luzi; cosmo accogliente e con-tenente, dove la dissoluzione dell’io nel tempo trova un senso superiore che sfugge, elude, ma pacifica e in qualche modo spiega. E, come un talismano, un incantesimo di protezione dal suo morire, trova finalmente un nome in cui “sapersi”. Un nome per chiamarsi e per chiamare tutto. Anche “le spighe che dormono”.

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La scheda del libro: “Quello che non so di me” di Antonietta Gnerre (Interno poesia)

Dalla prefazione di Alessandro Zaccuri: “La poesia di Gnerre è tendenzialmente, ma non esclusivamente, poesia in prima persona, così da poter dare voce a una più vasta comunità di affetti che solo sulla pagina riesce a trovare piena espressione. Ed è poesia femminile, di una femminilità vissuta con orgoglio e senza compiacimenti, «pane della vita» e «pane della rinascita», come felicemente sintetizza il primo verso di una delle non rare ballate nelle quali ci si imbatte nella lettura di questo libro coerente e compatto”.

Provvisori segni, versi di cicatrici consumate.
Già cresce un’altra nuvola sulla montagna
dove riposano le ombre dei lupi.

Vedi, l’Irpinia somiglia all’universo.
La misuro con le imposte delle case distanti,
che abbiamo abitato,
per esercitare un sopralluogo di pensieri.

Ecco, l’istante comprende ciò che siamo stati,
la resa degli anni che si riorganizza.

Se mi dici, se ti dico,
che questa gioia di guardarci è poca cosa
un’eco da lontano ricompone,
dentro e fuori dall’atmosfera,
la voce di un amore.

*

Il pavimento forma un verso.
E qui, dove invento una casa nella tua,
poggio le mani sui muri ancora caldi
dell’ultima estate.
Le poggio per misurare chi siamo.

Gli ulivi ci attendono nascosti.
Ora, ad esempio, anche loro stanno fissando
le formiche che trasportano un chicco di grano.

Il verso si completa con la luce che arriva
dalle persiane
tra i nomi delle formiche
che ci osservano.

Pescoluse Marina di Salve, Lecce

*

Non sono pronta a dirmi addio.
La gioia di quel poco che ho imparato

mi riporta al primo giorno.
Oltre ciò che sono.

L’allenamento che ripeto per trattenermi
l’ho imparato a fare da bambina.

Smetto di riconoscere il vento.
Muore un tulipano, la mia foto,
il libro che avevo sul comodino.

Il mare mi educa al silenzio.
Guardo l’azzurro che non c’è.
Gli alberi mutano in forma di ricordo,
anche loro non sono pronti a dirmi addio.

 * * *

Antonietta Gnerre (Avellino, 1970) ha pubblicato le sillogi poetiche “Il Silenzio della Luna” (Menna,1994), “Anime di Foglie” (Delta 3, 1996), “Fiori di Vetro. Restauri di Solitudine” (Fara, 2007), “Preghiere di una Poetessa” (Lo Spirito della Poesia, Fara, 2008), “Pigmenti” (L’Arca Felice, 2010), “I ricordi dovuti” (Le Gemme, Edizione Progetto Cultura, 2015). I Saggi: “Meditazione poetica e Teologica in Mario Luzi” (Delta 3, 2008), “Cristina Campo” in “Il viaggio silenzioso e spirituale, Forme di pensieri, saggi di Diritto e Letteratura”, a cura di Felice Casucci (ESI, Napoli, 2013-2015). Ha scritto la favola “La storia di Pilli” (Scuderi Editrice, 2019) e curato insieme a Rita Pacilio l’antologia poetica “Una luce sorveglia l’infinito” (La Vita Felice, 2016). Ha collaborato con Andrea Fazioli al libro “La beata analfabeta. Teresa Manganiello, la sapienza delle erbe” (San Paolo, 2016). È presidente del Premio Internazionale Prata e direttore artistico della Festa dei Libri e dei Fumetti di Avella.

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