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ROBERTO VENTURINI racconta L’ANNO CHE A ROMA FU DUE VOLTE NATALE

marzo 31, 2021

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: ROBERTO VENTURINI racconta il suo romanzo “L’anno che a Roma fu due volte Natale” (SEM), presentato all’edizione 2021 del Premio Strega da Maria Pia Ammirati

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di Roberto Venturini

Fiorello: ‘Non ho parole per commentare un atto così vile’. Baudo: ‘Indignato e dispiaciutissimo’.
Queste le dichiarazioni a freddo all’indomani del ratto della salma di Mike Bongiorno dal cimitero di Arona, nel gennaio del 2011.
Se a questa altezza cronologica le molteplici motivazioni che ormai più di tre anni fa mi hanno sollecitato a scrivere il mio ultimo romanzo mi appaiono in larga parte nebulose e decisamente meno presenti e chiare alla memoria, ricordo però perfettamente, questo sì, uno dei due grandi moventi responsabili della genesi de L’anno che a Roma fu due volte Natale.
Un po’ mi vergogno, non lo nego, ma è stato un morboso interesse per il fatto di cronaca che vide protagonista la bara del Mike nazionale – all’anagrafe Michael Nicholas Salvatore Bongiorno – ad aver innescato la miccia. Fin da subito è scattata in me la curiosità rispetto a un’azione a tutta prima deplorevole e irrispettosa dal punto di vista etico ma che, scartata l’ipotesi del furto allo scopo di estorsione e ricettazione (non fu mai chiesto un riscatto alla famiglia Bongiorno), ha rivelato la natura profondamente simbolica di questo abominevole atto criminale.
Forse il ricordo più nitido rispetto al parto trigemellare (tre anni di vita spesi dietro alla stesura di un’opera credo che a buon diritto possano essere paragonati a una gestazione) del libro rimane il temibilissimo momento del picth con l’editore. È ancora vivido il ricordo della mia risposta – noi si era seduti attorno a un braciere in aperta campagna – alla sua domanda: allora, che stai scrivendo?
Al mio la storia del ratto della salma di un noto personaggio televisivo. Sì ma non si tratta di Bongiorno, vorrei raccontare il furto mai avvenuto della bara di Raimondo Vianello, l’editore, pur mantenendo il suo proverbiale aplomb piemontese, continuò a sorseggiare del buon vino rosso toscano e guardandomi con diffidenza, essendomi conquistato nel corso della nostra conoscenza la credibilità di Topo Gigio, contrasse il labbro superiore in una smorfia che interpretai ingenuamente come un accenno di sorriso ma che molto probabilmente si trattò di una temporanea paresi.
L’altra motivazione forte, che ha avuto una buona dose di responsabilità rispetto al concepimento del romanzo, è stata l’esigenza pressante di raccontare una storia che avesse come protagonista un nucleo familiare piagato dall’accidente di una perdita improvvisa. E così, avendo nei confronti del mio editore un certo timore fisico (trattasi di un uomo ben piazzato e dotato del paio di mani più simili per grandezza a quelle di Gianni Morandi, mai viste prima) lo rassicurai che il trafugamento del sarcofago di Vianello fosse un nodo narrativo inferiore rispetto a una vicenda che da principio voleva essere a tutti gli effetti un romanzo psico-pop familiare.
Voglio raccontare una storia tipo quelle dei film di Ferreri: la protagonista, un’accumulatrice seriale e con evidenti sintomi di demenza senile, da qualche tempo è ossessionata dalla vicenda della sepoltura separata delle salme di Sandra Mondaini e Raimondo Vianello. Un’unione eterna negata da 600 chilometri di distanza, una iniquità grande come lo spazio che divide il cimitero di Lambrate da quello monumentale del Verano. Alfreda, che col marito non avrebbe più potuto ricongiungersi per forza di cose, essendo il consorte annegato in mare e non avendo mai ritrovato il corpo, quella scorrettezza proprio non riesce a tollerarla. E visto che lo spettro di un’azione da parte dell’Ufficio d’igiene rende necessario svuotare in fretta la casa diventata da tempo un tugurio invivibile pieno di cose, pena lo sfratto, obbliga il figlio a trafugare la bara di Raimondo e portarla in Lombardia da Sandra. Sì, ma non è una cosa divertente: è agrodolce. Cioè dovrebbe far ridere ma in realtà è un dramma. A quel punto, dall’editore, persona a modino nonostante la sua discutibile fede calcistica, mi sarei aspettato un garbato rifiuto ma al contrario una diversamente delicata pacca sulla spalla alla Canavacciuolo, accompagnata da un ci piace come scrivi, sei bravo, diede definitivamente il la all’inizio della prima stesura de L’anno che a Roma fu due volte Natale. E’ da quel momento che è iniziato il percorso lento e circospetto, durante il quale, citando la poesia Step by step di Emily Dickinson “le stelle sopra di me sentivo e il mare intorno”, di approntamento del romanzo, passato inizialmente della ricerca di una voce narrante funzionale allo spirito della storia poi dall’edificazione di una struttura abbastanza solida da sostenere una vicenda kafkiana e un finale che non tradisse il patto con il lettore che nel mio immaginario doveva scattare fin dal primo capitolo. A venirmi in soccorso nell’ardua operazione di coniugare l’ironia che caratterizza la mia voce letteraria, la componente surreale del nodo narrativo costituito dal ratto di una salma e l’elemento drammatico di cui era pregna la vicenda che volevo raccontare è stato il grottesco: ingrediente distintivo di una certa commedia amara all’italiana degli anni ’70. Come avviene in alcuni film di Scola, l’analisi dei personaggi è concomitante con l’analisi della contemporaneità, e quest’osservazione si avvale di una voce narrante che risulta a tratti antiretorica e postmoderna, grottesca e surreale, tuttavia incapace di svincolarsi dalla missione di documentare una realtà desolante. Attorno all’assurdità di alcune situazioni ruota una piccola comunità formata da una madre, Alfreda, suo figlio Marco e una fauna di reietti stanziatasi in un anfratto del litorale romano. Per una sorta di congiuntura astrale ho trovato in Torvaianica l’arena ideale dove far muovere gli attori della storia, palcoscenico che a tutti gli effetti è protagonista avendo nell’economia del romanzo lo stesso peso specifico dei personaggi principali.
Riserva incontaminata fino al ’55, dalla metà degli anni ’50 in poi Tovaianica venne colonizzata da alcuni dei massimi rappresentanti del glorioso cinema italiano. Ugo Tognazzi fu tra i primi ad acquistare alcuni lotti dove, oltre alla villa con piscina, fece costruire sul terreno che dava sulla litoranea anche un campo da tennis, teatro del mitico torneo lo Scolapasta d’oro, che per più di un ventennio fece di quello che poco prima fu un territorio quasi del tutto disabitato una sorta di costola della Dolce Vita. Quando anche Vianello, Garrone e Gassman presero a frequentare il Villaggio, nelle pause dalle riprese negli studi di Cinecittà di alcuni film diretti da Salce, iniziò a comporsi la combriccola che diede vita alla storica competizione.
Ne L’anno che a Roma fu due volte Natale una tematica portante è la perdita. Contestualmente al degrado dei membri del nucleo famigliare – e degli altri personaggi che gravitano attorno a essi – nel romanzo viene affrontata anche la tematica delle grandi opportunità dissipate dal litorale romano. Alfreda e Marco perciò non potevano non essere che due nostalgici. Di una nostalgia che declina in forme diametralmente opposte. Alfreda, che la perdita del marito non ha mai superato, riempie il vuoto dell’assenza accumulando oggetti che le ricordano il passato intrappolandola in una casa diventata una gabbia d’amore e tende al ricongiungimento con il marito (da qui l’immedesimazione con la disperazione di Sandra Mondaini). Marco è un nostalgico nell’accezione junghiana del termine. Un malinconico che crede di aspirare al passato ma paradossalmente anela al futuro nonostante l’intralcio della madre della quale a tutti gli effetti ne è diventato il genitore in un innaturale ribaltamento dei ruoli. In lui la nostalgia funge da impulso generatore di una ridefinizione della propria possibilità di essere. Con alcuni dei miei personaggi condivido il desiderio di salvezza. Che non è volontà di benessere. Gli attori della mia commedia non aspirano alla serenità, la loro maledizione consiste nella ricerca disperata di una felicità salvifica che non esclude una buona dose di sofferenza, anche quando non è necessaria.
Ché la felicità non si riproduce quasi mai per talea, come il glicine.

(Riproduzione riservata)

© Roberto Venturini

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La scheda del libro: “L’anno che a Roma fu due volte Natale” di Roberto Venturini (SEM)

Villaggio Tognazzi, Torvaianica, sul litorale romano. Alfreda, un’accumulatrice seriale con i primi segni di demenza senile, ha reso il suo villino un tugurio invivibile, dove vive per inerzia tra insetti e cianfrusaglie. Sopra di lei abita il figlio Marco, un giovane fattone, profondamente insicuro, la cui unica occupazione è accudire la madre. Lo spettro di un’azione da parte dell’Ufficio d’igiene rende necessario svuotare in fretta la casa, pena lo sfratto. Alcuni sgangherati amici, assidui frequentatori del bar Vanda, si attivano per sgomberarla, ma la proprietaria si oppone.
Da qualche tempo Alfreda soffre di disturbi del sonno durante i quali le appare Sandra Mondaini, che ha conosciuto ai tempi d’oro del Villaggio Tognazzi, quando era il ritrovo estivo del jet set culturale italiano. Alfreda, nei suoi deliri notturni, immagina di parlare con l’attrice, sofferente per la “separazione” dal marito Raimondo Vianello, che riposa a Roma mentre lei è sepolta a Milano. Anche Alfreda non si è mai ricongiunta al marito, scomparso in mare durante una pesca notturna e mai più ritrovato.

Alfreda decide di mettere fine a quella “ingiustizia” e pone al figlio una condizione per lo sgombero del villino: trafugare la salma di Raimondo dal Verano e portarla al cimitero di Lambrate, da Sandra. Dopo le prime resistenze, Marco getta le basi del piano, aiutato da Carlo, un vecchio pescatore, e da Er Donna, il travestito più ambito della Pontina.

Con il suo secondo romanzo Roberto Venturini si conferma un autore particolarissimo, dotato di un umorismo sottile e in grado di creare situazioni surreali, abitate da personaggi indimenticabili.

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Roberto Venturini è nato nel 1983 a Roma. È autore, soggettista e sceneggiatore della pluripremiata serie web che ha ispirato il suo fortunato esordio letterario: Tutte le ragazze con una certa cultura hanno almeno un poster di un quadro di Schiele appeso in camera (SEM, 2017), vincitore del Premio Bagutta Opera Prima.

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