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RANDAZZO E LA VALLE DELL’ALCANTARA di Federico De Roberto: intervista a Dario Stazzone

aprile 10, 2021

“Randazzo e la Valle dell’Alcantara” di Federico De Roberto (Il Convivio): intervista al curatore del libro, Dario Stazzone

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“De Roberto ha saputo antivedere, come la triste storia delle classi politiche e dirigenti italiane ha ampiamente dimostrato. Ma lo scrittore è stato un innovatore per molti altri versi: si pensi al pluristilismo dei Vicerè…”

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di Massimo Maugeri

Federico De Roberto (Napoli, 16 gennaio 1861 – Catania, 26 luglio 1927) è stato uno dei massimi scrittori della storia della letteratura italiana. Autore, tra gli altri, del celeberrimo romanzo “I Viceré”, la sua attività artistica è caratterizzata da una produzione narrativa assai ricca e poliedrica nell’ambito della quale rientra anche il libro di cui ci occupiamo qui, riedito da Il Convivio, a cura del prof. Dario Stazzone (presidente del Comitato di Catania della Società Dante Alighieri), e intitolato “Randazzo e la Valle dell’Alcantara” (di cui segue la scheda informativa).

Dal lavoro del romanziere Federico De Roberto è nata una guida rivolta ai lettori e viaggiatori colti dell’epoca, un testo ricco di costrutti ecfrastici e spunti saggistici in cui la mimesi sopravanza, com’è ovvio, la diegesi. Ma se il lettore avvertito, sulla scorta di Gérard Genette, è ormai ben consapevole che gli stessi costrutti mimetici possono contenere impliciti narrativi, è utile sottolineare che la strategia adottata dallo scrittore, i diversi inserti letterari e odeporici, le ampie digressioni storiche, i cenni alle biografie dei viaggiatori arricchiscono il testo di non pochi segmenti narrativi che, talvolta, assurgono a toni poetici nell’evocazione dell’Evo Medio. Si tratta di una strategia duttile e complessa che rende utile la lettura della monografia non solo ai fini dello studio della storia dell’arte o dei passi dedicati alla storia locale, ma anche in virtù del valore di non pochi suoi scorci letterari.

Ho chiesto al curatore di parlarci in maniera più approfondita di questo libro, approfittandone per dare spazio alla figura di De Roberto e all’attività svolta dal Comitato di Catania della Società Dante Alighieri, presieduta dallo stesso Dario Stazzone.

– Caro Dario, cosa ti lega – con riferimento ai tuoi interessi letterari e alla tua attività di studioso – alla figura di Federico De Roberto?
De Roberto è un grande scrittore il cui valore è stato riscoperto solo di recente: penso ad un saggio come Il romanzo antistorico di Vittorio Spinazzola, alla monografia laterziana di Paolo Mario Sipala, agli studi capitali di Antonio Di Grado e Rosario Castelli, al recente saggio di Rosalba Galvagno, La litania del potere e altre illusioni. Dopo I promessi sposi De Roberto ha dato all’Italia un modello di romanzo storico con cui si sono confrontati autori diversi, basti pensare a I vecchi e i giovani di Pirandello, Il Quarantotto di Sciascia, Il sorriso dell’ignoto marinaio di Consolo fino al recente La ragazza di Marsiglia di Maria Attanasio. L’analisi dei meccanismi di potere e della loro ferocia, del tutto privi di infingimenti, la vocazione antiretorica del romanzo derobertiano hanno determinato la nota stroncatura crociana. I Vicerè confutavano con radicalità l’idea del movimento progressivo della storia nazionale, facevano cadere facili retoriche: ben si comprende perché Croce, recensendo quell’opera terribile, ricorresse al singolare paradigma critico della «crudeltà». Eppure ho sempre pensato che gli scrittori siciliani, attraverso la letteratura, abbiano anticipato lo studio sui limiti del processo unitario nazionale che gli intellettuali piemontesi (o convenuti a Torino) hanno affrontato negli anni Venti o Trenta del Novecento, confrontandosi con la caduta delle illusioni e l’affermazione del fascismo. Come non pensare al Risorgimento come mancata rivoluzione di Gramsci, al Risorgimento senza eroi di Gobetti, agli studi sulle correnti radicali e democratiche del Risorgimento di Nello Rosselli, ad alcuni scritti storici e politici del giovane Carlo Levi? De Roberto ha saputo antivedere, come la triste storia delle classi politiche e dirigenti italiane ha ampiamente dimostrato. Ma lo scrittore è stato un innovatore per molti altri versi: si pensi al pluristilismo dei Vicerè che gli venne rimproverato come incertezza linguistica. Il pluristilismo del maggiore romanzo derobertiano si evolve in aperto e funzionale plurilinguismo in alcune opere più tarde, ad esempio nel racconto La paura che rappresenta le diverse parlate regionali in trincea, durante la Grande Guerra, facendo del veicolo linguistico uno strumento straordinario di plurivocità. Ed ancora si pensi all’attività giornalistica di De Roberto, ai suoi brillanti elzeviri, alla sua passione per la fotografia ed al ruolo attivo che ebbe nella costruzione iconotestuale di alcune sue opere, all’attenzione per le arti condivisa con Verga e Capuana, improntata ad una grande apertura verso le avanguardie pittoriche dell’epoca. È un peccato che uno scrittore e intellettuale di questo valore stenti, ancora oggi, ad entrare nel canone letterario, che venga raramente antologizzato e sia sostanzialmente assente dai programmi scolastici.

– Cosa ti ha spinto a ridare luce a quest’opera di De Roberto dedicata a Randazzo e la valle dell’Alcantara?
La riscoperta delle monografie artistiche di De Roberto nasce da alcune conversazioni con lo storico Giuseppe Giarrizzo. Ricordo le mattine ai Benedettini in cui ci siamo intrattenuti a parlare appassionatamente della collana di “Monografie Illustrate” diretta da Corrado Ricci per l’Istituto di Arti Grafiche di Bergamo. Questa collana, i cui testi sono stati pubblicati nei primi decenni del Novecento, annoverava scrittori e studiosi di calibro di Ricci, De Roberto, Giuseppe Antonio Borgese, Sabatino Lopez ed Enrico Mauceri, collaboratore di Paolo Orsi. Quest’opera collettiva ha avuto un ruolo essenziale nell’innovare i tradizionali paradigmi spaziali della storia dell’arte, ha affermato l’idea di un’Italia plurale, di un museo diffuso ricco d’arte anche nei centri minori, nelle città, nei paesi o nei borghi che non erano entrati a far parte degli itinerari del Grand Tour. L’attenzione della collana si estendeva ad alcuni comprensori caratterizzati da omogeneità artistica e materica, come il Valdarno o le zone attraversate dall’Aniene. Ricci, per altro, dedicava particolare attenzione al corredo fotografico dei libri, arricchiti spesso da scatti “antropologici” o dalla riproduzione dei coni numismatici classici. In questa impresa hanno trovato giusta collocazione gli studi derobertiani dedicati al patrimonio artistico di Catania e della provincia catanese. Pochissimi conoscevano l’attività di De Roberto scrittore d’arte. Ho così recuperato sistematicamente, negli anni, la splendida monografia ch’egli ha dedicato a Catania, pubblicata nel 1907 (alla cui ristampa ho lavorato con Rosalba Galvagno), quella dedicata a Randazzo e la valle dell’Alcantara del 1909 e i sei articoli sul patrimonio artistico catanese pubblicati nel “Giornale dell’Isola” tra il maggio e il luglio del 1927, in assoluto gli ultimi testi pubblicati dallo scrittore. Questo ha permesso di riscoprire il prezioso lavoro di De Roberto che ha assunto il ruolo di Soprintendente Onorario al Patrimonio Artistico di Catania interpretandolo in un modo per nulla formale, concependo anzi progetti precorritori come la trasformazione del monastero dei Benedettini in sede universitaria o determinando una mobilitazione intellettuale che è valsa la salvezza della collezione Biscari, oggi esposta nel Museo Civico del Castello Ursino (una collezione, inutile dirlo, che ha fatto la storia degli antiquaria europei). L’attenzione alle arti di De Roberto si è allargata alla medievale Randazzo ed all’intero comprensorio che da Linguaglossa giunge fino a Naxos, anche in questo caso con un’idea precorritrice: tanta ricchezza d’arte poteva essere un motivo concreto di sviluppo grazie all’“economia dei forestieri”, quello che oggi chiameremmo il turismo colto, vocazione naturale di Catania e del territorio etneo.

– Cosa può trovare di interessante il lettore di oggi nel leggere, o rileggere, questo testo?
Direi che il lettore odierno può ritrovarvi molteplici piani di interesse: vi è un De Roberto scrittore raffinato che è parimenti attento alla dimensione visuale, alla pittura ed alla fotografia, in grado di contaminare i codici e porli in dialogo reciproco con una sensibilità moderna perfettamente corrispondente a quella di Ricci. La guida di Randazzo e la valle dell’Alcantara, infatti, è illustrata da ben settanta fotografie realizzate dallo stesso autore, la più importante testimonianza della passione derobertiana per l’arte dello scatto. Per altro questa monografia riserva scorci letterari di notevole valore, non solo descrittivi ma anche diegetici, ad esempio nella ricostruzione di alcuni eventi storici o nell’evocazione delle leggende etnee: incredibile che fino ad oggi non si fosse pensato a ripubblicarla! Il progetto ha preso corpo grazie ad un editore coraggioso, Giuseppe Manitta, che sentitamente ringrazio. Quando De Roberto rievoca il passato e rappresenta la ricchezza delle testimonianze medievali di Randazzo (ma anche rinascimentali e barocche), assurge a momenti propriamente lirici. Così quando descrive i reperti archeologici della collezione Vagliasindi, prima tra tutte la celebre oinochoe Vagliasindi. Ulteriore motivo di fascino è lo spessore palinsestico della sua scrittura, la fitta intertestualità che convoca i classici greci e latini, autori rinascimentali come Pietro Bembo o il cinquecentista Antonio Filoteo degli Omodei (nato a Castiglione di Sicilia, una delle località descritte), gli scrittori del Grand Tour d’Italie. Ricostruire questo ricco intertesto è stato un lavoro complesso e paziente, durato anni. Si pensi che alcune citazioni di Giuseppe Regaldi, brillante scrittore amico di Carducci, versificatore estemporaneo e viaggiatore, rinviano a certi passi delle lettere indirizzate a Lionardo Vigo custodite nella Biblioteca Zelantea di Acireale, ancora oggi inedite. De Roberto, “intellettuale bibliotecario”, per usare un’espressione di Simona Inserra, trovava le sue tarsie citatorie negli anditi più reconditi di archivi e biblioteche siciliane. Col suo lavoro rigoroso ha regalato a Randazzo una delle descrizioni più ricche, complesse ed affascinanti esistenti, coniando anche delle immagini fortunate, basterebbe pensare ai basalti colonnari delle gole dell’Alcantara paragonate ad uno scenario infernale, similitudine ancora oggi usata ai fini della valorizzazione della zona. La “modernità” di De Roberto sta nell’attenzione ai diversi codici e nelle idee relative alle potenzialità turistiche di un comprensorio allora veramente eccentrico e isolato, un «cantuccio di mondo sopravvissuto al Medio Evo» che ancora oggi potrebbe immaginare la sua valorizzazione a partire dalla monografia del 1909, inventandosi, ad esempio, un affascinante “percorso derobertiano”.

– Ne approfitto del tuo ruolo di presidente del comitato di Catania della Società Dante Alighieri per chiederti di raccontarci qualcosa anche su quest’altro versante. Di cosa vi occupate? Che tipo di attività svolgete?
imageIl comitato catanese della Società Dante Alighieri è tra i più antichi d’Italia, nato nel 1895, cinque anni dopo la fondazione della sede nazionale di Roma per volontà di intellettuali e scrittori del calibro di Venezian e Carducci. Questo si deve alla vivacità culturale della città, al suo slancio risorgimentale ed all’esistenza di un prestigioso Ateneo. Il nostro scopo, come prevede lo statuto nazionale, è la divulgazione della lingua e della cultura italiana. Il comitato catanese, per altro, ha assunto nel tempo una connotazione peculiare, i suoi presidenti sono stati docenti universitari, in particolare italianisti: così, prima di me, Carmelo Musumarra, Paolo Mario Sipala e Giuseppe Savoca. Per questo annualmente organizziamo, al Coro di Notte dei Benedettini, un ciclo di conferenze cui danno il loro contributo docenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche o di altre sedi universitarie, giovani studiosi, ricercatori e dottorandi. Grazie a loro e grazie all’ospitalità del dipartimento ogni anno, da novembre a maggio, possiamo donare ai nostri soci ed alla città cicli di incontri su argomenti specifici che, oltre agli italianisti, hanno coinvolto francesisti, germanisti, anglisti, storici dell’arte, teorici della letteratura, comparatisti e docenti di discipline dello spettacolo. Oltre a questo la sede catanese ha una scuola di italiano per gli stranieri, un rapporto con le scuole medie inferiori e superiori che si traduce, tra l’altro, nel patrocinio di premi poetici e diverse altre iniziative, tra cui mi piace ricordare l’agone di greco antico “R. Carpino” organizzato dal liceo Spedalieri, dedicato al preside Carpino che è stato anche nostro vicepresidente. Una nostra peculiarità è l’organizzazione di passeggiate culturali alla scoperta della città che sono tra le iniziative più frequentate: la “Dante” catanese, con l’Archeoclub ottimamente guidato da Giusi Liuzzo, è stata la prima associazione cittadina ad organizzare passeggiate sistematicamente rivolte alla riscoperta della città e del suo territorio, con dei concerti di musica classica nelle chiese storiche catanesi, da Santa Maria di Gesù al Carmine, da San Domenico a Sant’Agata al Carcere. Una scelta della mia presidenza è stata l’estensione delle attività all’estate: grazie al locale Lettera Ottantadue ed alla vocazione culturale che vi ha dato Massimo Caponnetto abbiamo fatto di piazza dell’Indirizzo, incastonata nel cuore storico cittadino, un luogo di incontri e presentazioni in cui abbiamo ospitato, tra gli altri, scrittori e poeti del calibro di Maria Attanasio, Nino De Vita, Angelo Scandurra, Maurizio Cucchi, il fotografo Giuseppe Leone, una brillante giornalista formatasi a Catania come Laura Silvia Battaglia, esperta di Medio Oriente, e molti altri.

– Tra le varie attività svolte nell’ambito della Società Dante Alighieri qual è quella che ricordi con particolare piacere? E di cosa vi state occupando in questo periodo caratterizzato dalla pandemia?
Ricordo con vero piacere le passeggiate culturali dedicate alla scoperta della città che ho guidato fin dai miei diciannove anni. Molti sono i luoghi solitamente non fruibili dal pubblico che abbiamo visitato. Mi piace ricordare la recente visita a villa Majorana, splendido edificio liberty di gusto secessionista dovuto all’architetto Francesco Fichera, la visita alle terrazze di Porta Garibaldi o allo studio dello scultore Carmelo Mendola ricco di opere d’arte, la possibilità di osservare l’ex monastero dei Crociferi appena ristrutturato o un monumento funerario romano, il cosiddetto ipogeo circolare, tra le essenze esotiche del giardino di villa Modica. Ovviamente molti luoghi privati, in città, ci sono stati aperti dai cittadini catanesi, con la più squisita cortesia: a loro va il mio sentito ringraziamento. Sono diverse anche le gite realizzate nel comprensorio catanese o nella Sicilia Orientale: ricordo con emozione, ad Aci Sant’Antonio, la possibilità di vedere all’opera un pittore di carretti siciliani come Domenico Di Mauro, di cui ha scritto Carlo Levi, o, a Taormina, la visita a Casa Cuseni, ricca di memorie connesse al turismo internazionale. Ma i nostri itinerari non sono dedicati solo al bello, all’arte, alla storia, agli echi letterari che avvolgono una città come Catania, si rivolgono anche al “brutto”, ai monumenti in pericolo, alle manomissioni, alla distruzione della memoria. Vi è una pericolosa retorica della bellezza che talvolta scade nell’oleografia. Ho spesso denunciato le condizioni di alcuni monumenti catanesi, ottenendo, grazie anche all’attenzione dalla stampa locale, interventi concreti di recupero. Altra attività cui tengo molto è l’organizzazione di mostre di libri, stampe e incisioni in collaborazione con la Biblioteca Ursino Recupero che vanta uno dei fondi antiquari più ricchi d’Europa. Grazie alla direttrice dott. Rita Carbonaro abbiamo organizzato delle mostre monografiche che hanno affiancato i nostri cicli di conferenze, in stretto rapporto con gli argomenti trattati. DANTE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS | LetteratitudineNewsIn questo periodo, nonostante la pandemia, ci stiamo occupando delle celebrazioni dantesche che vorremmo realizzare in estate, con un momento culminante nel 13 e nel 14 settembre. Speriamo che la campagna vaccinale avanzi e ci permetta di realizzare le celebrazioni in presenza, sia pure con tutti gli accorgimenti necessari. Abbiamo già programmato un ciclo di conferenze che coinvolgerà dantisti illustri e ospiti esterni, delle mostre e diverse altre iniziative. Speriamo di poter onorare Dante nel migliore dei modi.

– Progetti per il futuro?
Già oggi il comitato catanese della “Dante” è tra i più attivi in Italia. Dovremmo rafforzare il rapporto con le scuole in una prospettiva strategica di dialogo tra mondo accademico e formazione secondaria e il rapporto con le associazioni che, a vario titolo, operano in città. Catania è da sempre caratterizzata da una grande vivacità culturale ma, negli ultimi anni, sembra aver perso slancio, entusiasmo e prospettive, anche a causa delle difficoltà materiali connesse alla pandemia. La città etnea, tuttavia, può riscoprire, col concorso di tutti, il suo ruolo, può e deve ritrovare un’identità strettamente connessa alla sua storia di cultura. Noi tentiamo di dare il nostro contributo.

– Grazie mille per questa bella chiacchierata, Dario. E complimenti e in bocca al lupo per le tue molteplici attività…

 

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