Home > Recensioni > LA SIRIA PROMESSA di Hala Kodmani (recensione)

LA SIRIA PROMESSA di Hala Kodmani (recensione)

aprile 15, 2021

“La Siria promessa” di Hala Kodmani (Brioschi – traduzione di Elisabetta Bartuli)

* * *

di Mario Blancato

Un esiliato politico, al quale fu chiesta un’opinione sullo scoppio di quelle che dieci anni fa (quasi un secolo fa!) furono chiamate con speranza e illusione le primavere arabe, rispose all’intervistatore con un misto di disperazione e di profondo disincanto: “le primavere arabe? Sono state solo un’ora d’aria in una terra, che è e rimarrà a lungo una prigione”.

Immagine efficace, ancor più valida oggi, in cui la stabilizzazione politica di quella parte del mondo, il Medio Oriente, che da circa cento anni non conosce pace, ed in cui le generazioni del XXI secolo non conoscono a fondo il significato reale di fenomeni e fattori di libertà, dignità, pluralismo, laicismo, per non parlare dei sistemi di governo, nei quali prevalga la volontà popolare (democrazia, tolleranza religiosa, presenza di organizzazioni sindacali, strutture giudiziarie autonome, stili di vita individuali, pensieri personali), l’immagine risulta calzante ed appropriata.

I motivi di questo ritardo e dell’impasse vanno ricercati nel mancato sviluppo economico, e tecnologico di tutti i paesi di cultura e formazione islamica, nel colonialismo feroce delle potenze (soprattutto francesi ed inglesi) della fine dell’Ottocento, nelle classi dirigenti indigene, per lo più corrotte e tribali, di cui si sono servite senza scrupoli le potenze coloniali, l’organizzazione socio-politica dei popoli assoggettati, fondata sull’obbedienza cieca al potere costituito (clan, tribù, etnia).

L’immobilismo politico e sociale di questi popoli è stato da sempre considerato qualcosa di connaturato con la cultura islamica, incapace di rigenerarsi attraverso le lenti della modernità. E per noi occidentali, la concezione della razza bianca superiore, per grazia divina, e per il possesso di tecnologia distruttiva, sono state l’alibi perfetto per i massacri senza fine, per l’espropriazione delle ricchezze naturali, per le rapine dei prodotti del suolo e del sottosuolo.

Dieci anni fa, però, era successo qualcosa, che aveva sconvolto tutti i paradigmi tradizionali. La gioventù, acculturata e senza lavoro, di quasi tutti i ventidue stati arabi del Golfo, del Nord Africa, del Medio Oriente si era ribellati in nome di richieste di tipo socio –economico e prettamente politico. Gli slogan gridati nelle piazze di Tunisi, Bengasi, Tripoli, Sanaa, Baghdad, Bahrein, anche Ryad, Damasco, Aleppo, Homs, Hama, Piazza Tahrir di Il Cairo, Alessandria, Fez, Marrakesh erano ovunque gli stessi: vogliamo la libertà, vogliamo la dignità del lavoro, vogliamo la democrazia. Via i dittatori, il popolo decide, il popolo vuole (Al-Sha’b yurid).

Questa improvvisa ed inedita forma rivoluzionaria aveva subito prodotto alcuni frutti: in Tunisia, da sempre la più laica e la più colta, era stata adottato il sistema democratico, anche se la vittoria era andata al partito di ispirazione islamista, Ennahda; in Egitto Mubarack era stato destituito, e dal popolo era stato scelto come Presidente un leader dei Fratelli musulmani, Mohamed Morsi;  il colonnello Gheddafi era stato eliminato fisicamente, anche per l’intervento americano; Alì Abdallah Saleh in Yemen si era dimesso, dopo un imprevedibile agguato; Bashar al-Assad, il despota alawita della Siria, era apertamente contestato dai sunniti e dalla borghesia progressista. Insomma, la rivolta era estesa in tutto il Medio Oriente con fortissime connotazioni di stampo liberale e occidentale, anche se le componenti religiose tendevano a sfruttare al massimo le loro potenzialità attrattive, per il peso oggettivo che le loro organizzazioni di solidarietà e di sussidiarietà esercitavano in maniera capillare su tutti i territori. I troni dei re vacillarono, quello dei dittatori venivano abbattuti. L’incendio innescato dal sacrificio della morte di povero venditore ambulante tunisino Mohammed Bouazizi nel dicembre 2010 sembrava stesse partorendo un assetto definitivo più democratico e più solidale, più aperto alle esigenze popolari. Si ebbe l’impressione che il mondo arabo, il grande elefante islamico, si fosse improvvisamente svegliato da un torpore, e da uno shock, che lo aveva prostrato per almeno 50 anni, almeno – a sentir Amin Maalouf (Il naufragio delle civiltà 2019 p. 121 sgg.) – dalla guerra dei sei giorni del giugno 1967. “Era stata quella improvvisa guerra di Israele, che in un batter d’occhio aveva disintegrato le flotte aeree (egiziana, siriana e giordana) ed Israele aveva annesso anche la città vecchia di Gerusalemme, Cisgiordania, le alture del Golan, la striscia di Gaza e la penisola del Sinai. Quella guerra persa, una specie di Pearl Harbor, aveva infuso negli arabi l’amara sensazione di essere stati umiliati, violentati, senza alcuna capacità reattiva. Da allora gli arabi non avevano mai più ritrovata fiducia in loro stessi; anche perché in quei sei giorni era sparito quasi improvvisamente il nazionalismo arabo di Nasser”, conclude uno sconsolato Amin Maalouf.

Da allora la nazione araba era diventata pura propaganda senza significato, flatus vocis. La storia aveva tolto la parola agli arabi. Fino appunto alla morte dello sciagurato Bouazizi, che si era dato fuoco nella piazza di Tunisi per protestare contro la polizia e lo stato di abbandono delle masse lavoratrici.  Ma quell’incanto rivoluzionario si era perso nel giro di sei-otto mesi, si era infranto, era apparso chiaro che le resistenze sarebbero state infinite, che le trappole erano disseminate lungo un cammino irto di mine, pronte a esplodere, poste sotto il terreno della crisi economica e della reazione delle classi dirigenti, che forti degli apparati di sicurezza, delle forze armate e della vasta rete dei profittatori di regimi, con il terrore, le torture, lo spionaggio, la paura, anzi il terrore di interi gruppi sociali si erano riorganizzati, affinché, per tornare al paragone iniziale, la prigione rimanesse prigione e quei momenti fossero considerati solo un’ora di pausa.

Hala Kodmani

È in questa lunga premessa – necessaria e obbligatoria – che si inquadra la tematica di un romanzo epistolare, La Siria promessa, della scrittrice siriana Hala Kodmani. Che significa, romanzo epistolare? Il libro non narra assolutamente temi ricollegabili alle caratteristiche del romanzo, come genere letterario. No, il libro raccoglie in forma epistolare (mail scambiate) tra il padre della scrittrice e la scrittrice stessa.

Un dialogo a due: da un lato, il padre, Nazim Kodmani, morto da poco, nel corso della sua vita, aveva svolto un ruolo di non poco conto all’interno della società damascena e della diplomazia siriana; aveva avuto un ruolo significativo nell’organizzazione del partito Baath; era stato diplomatico a Parigi ed in diverse altre capitali mondiali; figlio della buona ed alta borghesia siriana, aveva partecipato attivamente a tutti i grandi avvenimenti della Siria. Dall’altro, la figlia, Hala, quando la dittatura di Hafez al Assad  era diventata oppressione di una tribù, gli alawiti, sul resto della nazione sunnita, e/o curda, aveva scelto la via, (per la verità, decise di non tornare in patria) come migliaia di altri siriani, la via dell’esilio e dall’esilio aveva provato un senso di disaffezione verso la sua patria, verso la società siriana perché troppo compromessa con il regime, troppo abituata alla corruzione, troppo impelagata  in una forma di amoralità, per cui la vita nel libero occidente, a Parigi, era stata sicuramente molto più attrattiva e più consona alle ambizioni e alle capacità della stessa. Infatti, era diventata reporter di Libération, il giornale progressista parigino.

Ecco il romanzo epistolare sta tutto nella descrizione, si direbbe, minuto per minuto, delle rivolte arabe ed in particolare con l’occhio aperto sulla situazione tragica della Siria, perché naturalmente è la patria di entrambi, ma anche perché la Siria rappresenta, in quel momento,  la parte più disumana e più cruenta del conflitto tra il popolo siriano e la grande famiglia degli Assad, che con l’aiuto dei russi, ha continuato a resistere e a produrre un vero e proprio orrore, degno dei massacri da denunciare al Tribunale Internazionale dell’Aja.

Il libro si muove all’interno di quattro generazioni, quasi cento anni di storia vissuta, cento anni di storia politica e sociale della Siria, dai primi anni del Novecento fino al 2011-2012, quando appunto scoppiano le rivolte, l’entusiasmo iniziale, il sogno della modernità, della libertà, della giustizia sociale che a poco a poco si fa lamentela e rimpianto,  paura, terrore perché la lotta rifluisce e nascono nuovi attori, come la prime formazioni jihadiste (Al-Nusra, ISIS o Daesh, al Qaeda); dal sogno di vivere in piena libertà, come ognuno vuole, al controllo dei guardiani della sharia, che impongono il velo, relegano il ruolo della donna entro uno schema di totale sottomissione, dell’analfabetismo celebrato come virtù, dell’obbedienza ai precetti religiosi. Un incubo!

Ma Nazim, almeno all’inizio spiegava questa direzione di marcia religiosa: “Schiacciata dalla dittatura la nostra gente si è rimessa a Dio, il più delle volte per fatalismo e per ignoranza. Il ritorno alla religione è stato veicolato dalla lettura più retrograda e più superficiale dell’Islam. La sua quintessenza è l’hijab, che anche le donne del nostro ambiente borghese, liberale e occidentalizzato hanno cominciato a portare. Ma in Siria, io penso che noi siamo al riparo da un Islam politico di questo tipo”. Aveva torto a pensare questo. La storia ci ha insegnato a non escludere a priori nulla.

Il dialogo epistolare tra il padre e la figlia è naturalmente immaginario. Ma per le azioni raccontate – come dirà più tardi la stessa autrice nel 2014 – “Rien n’est imaginaire dans cette fiction!” I fatti sono crudelmente riportati così come avvenuti, offrendo la versione degli sviluppi della politica siriana, non della parte più radicale di un movimento estremista e/o rivoluzionario, ma della parte significativa della buona borghesia siriana, che ha dato un contributo alla nascita dell’Indipendenza della Siria nel 1946, e che è stata sostegno fondamentale dei vari rivolgimenti e colpi di mano o di stato  (da parte del Partito Baath, lo stesso da cui proveniva Saddam Hussein) nel 1963, quando venne instaurato il governo dei militari, (i tre ufficiali più influenti Muhammad Omran, Salah Jedid, e Hafez al-Assad) trasformato ben presto nella dittatura nel 1970 del gruppo alawita, che si era raccolto attorno alla forte personalità di Hafez Al-Assad.

La figlia racconta i momenti salienti della rivolta dei gelsomini (in Tunisia), le rivolte di milioni di Egiziani, ogni giorno come qualcosa di miracoloso, di impensabile, risvegliando nella scrittrice un attaccamento sempre più crescente alla sua lontana patria. Che gioia! Nel giro di due mesi abbiamo cacciato due dittatori!  (Ben Alì in Tunisia e Mubarack in Egitto). Hala mantiene la speranza di avere sempre queste buone notizie; descrive la prima la terribile strage di Dara’a in Siria, quando anche lì i giovani scendono a protestare chiedendo la fine della legge emergenziale introdotta nel lontano 1963 e maggiori diritti di libertà e di giustizia sociale. Ma le milizie di Bashar sparano, per dare un esempio a tutta la Siria, all’impazzata, lasciando a terra almeno 100 morti e migliaia di arresti. Le proteste e le manifestazioni si intensificano; ogni venerdì, all’uscita dalle moschee, i fedeli sunniti danno vita sempre più numerosi a forme di resistenza ogni giorno più spettacolari; dal sangue dei martiri laici della rivoluzione, nascono combattenti, sempre più decisi a morire piuttosto che cedere a Bashar. Le città di Hama, Homs, Banyas, Idlib, Deir el-Zhor vengono riempite di cadaveri, ragazzi, studenti, contadini.  Solo le città di Damasco e di Aleppo si mantengono in uno stato di “quasi” normalità, anche perché l’apparato poliziesco e i servizi segreti lavorano a ritmo serrato con blitz notturni, paure, torture efferate, minacce, pressione indicibili sui commercianti, che aspirano ad una stabilizzazione, magari dispotica, ma compiacente. Hala ne è pienamente cosciente; ed infatti dopo essere tornata da Damasco scrive ancora al padre: “Il regime sta giocando la carta delle divisioni comunitarie: pretende di essere sotto attacco islamista e sostiene di confrontarsi con una ‘sedizione’, tentando così di chiamare a raccolta gli alawiti, ma anche i drusi ed i cristiani, ma la manifestazione del venerdì è stata funestata da almeno ottanta morti. Il terrore che pervade il settore borghese damasceno è disperante. Aspirano solo alla stabilità”.

Samar Yazbek

Gli intellettuali sono divisi anch’essi: alcuni partono all’estero, per proseguire liberamente la propria attività, e fare così arrivare la propria voce di protesta sui governi europei per agire in favore dei rivoltosi; altri, meno numerosi, si adeguano. Molti si trovano a Parigi, dove risiede anche Hala, e dove arriva anche la famosa (talentuosa e bella, alawita, bionda quarantenne, la definisce Hala nelle sue notizie al padre) Samar Yazbek, che spinta dalla curiosità di raccontare ogni passaggio della stragi di Bashar, ritorna in incognito con mezzi di fortuna in patria nell’arco del 2012-2013 per ben tre volte nel nord della Siria, attraversando a piedi il confine turco (rimanendo sconvolta dalle distruzioni di interi villaggi, dal cambiamento di stile delle donne siriane (belle, sempre in ghingheri, con il rossetto rosso nelle labbra, sempre eleganti) che stavano sempre più velandosi e quasi impercettibilmente si insinuava il messaggio reazionario, fatalistico e rassegnato, (tutto è nelle mani di Allah!) anche perché le organizzazioni religiose sunnite erano le sole che si opponevano al regime, ed aiutavano (almeno all’inizio) i ribelli. Non è un caso che in quelle parti (Raqqa) cresce e si organizza l’idea del califfato di Al Baghdadi, cioè la rozzezza e la crudeltà di un sistema di lotta fino ad allora sconosciuto (le decapitazioni, mostrate in video a tutto il mondo, le flagellazioni, la mutilazione degli arti e delle mani, lo stupro di massa). Samar nei suoi Passagggi in Siria, (V. The Crossing. My journey to the shattered heart of Syria) descrive dettagliatamente l’inferno scatenato dalle milizie lealiste, ma amplificato anche dalle organizzazioni jihadiste.

All’inizio della rivolta il 22 marzo Hala aveva scritto scrive al padre, in maniera entusiasta: “la nostra Siria è al via! Il fuoco ha appiccato là dove l’aspettavamo meno: a Dar’a, i cui abitanti passavano per contadinotti. Anche lì i ragazzi hanno cominciato a scrivere sui muri “Riunione per venerdì della dignità e dei diritti”. Ma i servizi di sicurezza hanno orribilmente torturato i ragazzi, qualcuno con le unghie strappate, molti sfigurati dalle botte. Le manifestazioni di proteste sono scoppiate spontanee, ma la repressione è stata brutale con tantissimi morti”, come quelli di Hama nel 1982. Già nell’anno seguente era tutto cambiato.

Così la ribellione originaria perde i propri connotati.  I giovani scesi in piazza per reclamare giustizia e libertà si trovano contemporaneamente a lottare contro l’ISIS e contro le truppe del regime. Il destino della rivolta è ormai segnato: la Russia interviene massicciamente, sostiene anche all’ONU le ragioni della stabilità di Bashar. I siriani a migliaia, anzi a centinaia di migliaia (si parla di 5 milioni di siriani) sono bloccati nei campi profughi della Turchia, che lucra alle loro spalle ben 6 miliardi di euro, concessi generosamente dalla Comunità Europea, per morire dentro le tendopoli. L’Europa assiste impassibile. Senza parole. Senza sdegno. Senza vergogna.

Nel novembre del 2020, in piena pandemia Hala ha scritto, sconsolata: “Le président syrien Bachar Al-Assad, avec l’appui de la Russie et de l’Iran,  a réussi à se maintenir, mais il contrôle un pays dévasté dont la moitié  de ses citoyens sont déplacés, réfugiés ou exilés!” 

* * *

La scheda del libro: “La Siria promessa” di Hala Kodmani (Brioschi – traduzione di Elisabetta Bartuli)

È così che Hala Kodmani scopre che un dialogo con il padre da poco scomparso è ancora possibile, perché in un’epoca in cui la Rete unisce tutti, anche due diverse dimensioni della realtà riescono a connettersi. E in uno scambio immaginario di mail, la voce di lui risponde alle riflessioni di lei: da un lato la patria acquisita, la Francia, dall’altro quella perduta, una Siria che li ha delusi ma per cui non hanno mai smesso, in fondo, di provare nostalgia. Dopo l’esilio forzato negli anni Sessanta, il diplomatico Nazem impara ad amare, della Francia, i viali alberati, i colori, le boulangerie e le opportunità democratiche che può offrire. Mentre, della Siria, critica aspramente la deriva autoritaria degli Assad e rimpiange il periodo glorioso delle lotte per l’indipendenza, la rinascita araba e la fine dei colonialismi. Un risveglio rivoluzionario che, inaspettatamente, sembra ripetersi all’alba del 2011. È Hala, ora, a dare voce agli anni caldi della Primavera araba, quando al di là del Mediterraneo, di nuovo, si leva un grido di libertà. In Tunisia, Egitto e Siria dilagano le proteste. A cosa ha portato, oggi, l’entusiasmo di quella gioventù?

* * *

Hala Kodmani, esperta di mondo arabo, è reporter per Libération ed è stata capo redattore di France24. Dal 2011 ha coperto il conflitto in Siria, suo paese natale. Nel 2013 riceve il premio della stampa diplomatica francese (APDF) per i suoi reportage dalla Siria, e nel 2017 pubblica Seule dans Raqqa per i tipi di Editions le Equateurs.

* * *

© Letteratitudine – www.letteratitudine.it

LetteratitudineBlog / LetteratitudineNews / LetteratitudineRadio / LetteratitudineVideo

Seguici su Facebook TwitterInstagram

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: