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ALLE SOGLIE DEL TÉMENOS di Sebastiano Burgaretta

aprile 21, 2021

“Alle soglie del témenos” di Sebastiano Burgaretta (Le Fate Editore)

Pubblichiamo un contributo critico di di Doroty Armenia dedicato al nuovo volume di Sebastiano Burgaretta, edito da Le Fate, intitolato “Alle soglie del témenos“. A seguire, un estratto del libro

* * *

QUAL DENSO SCIAME AVVOLTO IN FITTO VOLO di Doroty Armenia  

…quae cum se extulit et ostendit suum lumen

et idem aspexit agnovitque in alio,

ad id se admovet vicissimque accipit illud,

quod in altero est; ex quo exardescit

sive amor sive amicitia.[1]

  1. T. Cicerone, Laelius de amicitia.

 

 

Nel cuore del mito più tragico e oscuro, nella parabola infera dell’antieroe greco per antonomasia, la cui colpa giovanile sprofonda un’intera città nella rovina, ecco penetrare una nota di luce che reca i colori dei fiori di satra, il timo selvatico, e la trasparente dolcezza del miele ibleo, cantato da poeti e prosatori, dai tempi dell’antica Grecia fino ai nostri giorni: nell’Œdipus di Lucio Anneo Seneca, cui il titolo di questa nota fa riferimento, il cieco indovino Tiresia scende nel regno di Ade insieme a Creonte, per attingere lume di verità sulle ragioni delle disgrazie tebane, dalla stessa bocca di Laio; questi accorre al richiamo del vate insieme ad una moltitudine di ombre, tanto numerosa da superare, nel paragone del poeta latino, tutti i fiori dell’Ibla e le api che attorno vi sciamano, volando in fitto nugolo ravvolto[2]. In un altro celebre mito greco, che coinvolge un trio di giovani dalle virtù eccezionali, similmente si passa dal variopinto mondo delle fioriture primaverili, al sotterraneo impero di Dite, per poi ritornare alla vita, col miracolo della nascita spontanea delle api dal ventre di un bue sacrificato, ad espiazione di una grave colpa: si tratta della vicenda di Orfeo, Euridice ed Aristeo, narrata, tra gli altri, da Virgilio ed Ovidio.

Sembra proprio che luce, lutto, api e poesia siano saldate tra loro in una metaforica origine comune; che germinino da un groviglio misterioso e profondo quanto l’umano bisogno di creare immagini e di esprimerle per mezzo della Parola.

Per imperscrutabili allacci di Caso e Necessità con l’umano sangue, ecco che un punto nel buio del non-essere si accende; inconsapevolmente decide di esistere: girino cieco, si aggrappa alla radice del Tempo smisurato, e la scala con ostinazione fino ad emergere, a bucare il limite del sempre e del mai per venire al mondo, al tempo descrivibile della Storia. Ciò accade ad ogni istante e in ogni luogo: il cosiddetto “miracolo della vita”. Ma più miracoloso e inconsueto è questo fenomeno, qualora il neonato in questione nasca sotto la stella della Poesia: il poeta appena nato è un cucciolo un poco sgraziato, dotato di occhi ed orecchi grandi e sensibili alla minima variazione.

Nel perimetro di mondo che, tracciato da mani precedenti, accoglie il suo debutto, il poeta-bambino osserva, ascolta ed inizia a metter da parte, per amorosa intuizione, immagini, odori, suoni e cantilene; non un chicco di tali sementi in lui cade a vuoto; al fondo della sua percezione si va depositando un fervido humus; la sua memoria si fa superficie permeabile, che sa mantenere la più leggera traccia d’impressione. E molto presto spiga un balbettio; il balbettio muta in canto; dal canto matura la scrittura.

Al principio, il giovane poeta canta da solo e per sé, ma presto s’accorge che non è il solo, a cantare: per vie più o meno prevedibili, arrivano alle sue mani, come colombi di carta, messaggi amici. Cresce allora in lui un “furor d’aver libri”. Con gran fame, il poeta cerca di che nutrirsi; si specchia in pagine non sue; si ferma su una in particolare, ove gli è parso di avere trovato riflesso un exemplar sui[3].

L’effigie tuttavia non lo riproduce fedelmente; potrebbe essere quella di un parente lontano; infatti la somiglianza non è perfetta, ma i lineamenti sono familiari. Capita allora che, per istinto del simile che cerca il simile, il giovane poeta varchi le soglie del témenos che ha abitato fino a quel momento, per raggiungere l’altro, o che levi un richiamo tanto alto verso il suo gemello distante, da spingerlo a raggiungerlo là dove egli si trova. I due si incontrano e la loro virtù fa che si riconoscano; che si scambino, come api in aerea danza, messaggi sulla posizione dell’acqua e dei fiori più nutrienti: così nasce l’amicizia tra poeti. Così sono nate le molte amicizie di cui Sebastiano Burgaretta offre memoria in “Alle soglie del témenos”.

Témenos è parola che nel concetto di taglio ha la propria radice: il témenos è porzione di terra sottratta al Profano; è confine del sacro indicibile; è alveo di canto e di preghiera. Chi vi si rifugia non può essere toccato da mano nemica; il perimetro razionale del témenos è spazio guadagnato a fatica, lembo strappato alle forze esiziali del caos.

Il témenos è sì circoscritto, ma non chiuso; e se poi – com’è nell’opera di cui qui si tratta – esso assume valenza metaforica, allora le sue soglie coincidono con l’identità culturale e creativa del poeta stesso; con lui si muovono ed elasticamente s’ampliano, ad accogliere l’altro.

Da questo mobile spazio interiore, Sebastiano Burgaretta parte e ad esso fa ritorno, quale ape iblea all’alveare, poiché è in tale non-luogo che, parafrasando l’’Alighieri del Paradiso[4], tutto il suo “labore s’insapora”. “Labore” di osservazione e riflessione sulle cose del mondo; “labore” paziente intorno alla memoria ed alla sua traduzione in scrittura.

Per nascita prima, e poi per libera elezione, il témenos di Sebastiano Burgaretta coincide fisicamente con la vallata che gli Arabi ribattezzarono “Val di Noto”, luogo più volte esposto dalla Natura e dalla Storia a rischioso destino d’orrore e distruzione.

Qui, tra le acque colore del vino dello Ionio e lo scorrere dolce del fiume Cassibile, tra i bianchi e scabri tavolati dei Monti Iblei, sorge la città natale dell’autore, nata dalla vittoria del coraggio sulla paura, della fantasia creatrice sull’anarchia del caos. Città che serba, fin nel toponimo, un legame originario col famoso miele ibleo: Avola sarebbe infatti piccola ape, “apicula” virtuosa; in una panoramica fantasticheria, la sua topografia potrebbe far pensare proprio ad un immane favo, cresciuto sulla “bellissima amena e larga pianura” [5] ove essa fu riedificata dopo il fatale terremoto del 1693.

Ma il paesaggio ibleo, con Avola, Modica, Siracusa, Comiso e le altre  “città del mondo” siciliano toccate dal Burgaretta nei suoi pellegrinaggi di poesia e d’amicizia, non fungono da mero sfondo al dipanarsi della memoria: la dimora di Burgaretta in contrada Làufi e l’acropoli di Eloro, Palazzolo Acreide e Catania, Mascalucia, Aspra, Milo e persino il lombardo lago di Olginate, sono altrettanti spazi dell’anima: una sorta di orchestra virtuale, ove la voce del narratore-corifeo avanza e si leva per porgere al lettore rimembranze di incontri e occasioni di vita, intimamente legate alla riflessione ed alla scrittura propria ed all’altrui.  

Precisamente “Incontri” si intitola la prima sezione di questo libro. Il primo a varcare la soglia del témenos burgarettiano è Vincenzo Consolo, alla cui memoria l’opera è dedicata.

Come in una ulteriore tappa della sua “Grande vacanza orientale-occidentale”[6], assecondando l’inestinguibile voglia di girare e girare per la Sicilia, “di percorrere ogni lato, ogni capo della costa, […] sostare in città e paesi, in villaggi e luoghi sperduti, rivedere vecchie persone, conoscerne nuove”[7], “capitò, nel cuore di un’estate torrida, che Vincenzo Consolo si spingesse ancora una volta fino alla plaga ubertosa dell’Eloria Tempe, alle soglie del témenos, del recinto sacro a Demetra”[8], trovando in Sebastiano Burgaretta un eletto compagno ed un’esperta guida.

Nel racconto che lo scrittore fa di tale viaggio, vediamo Consolo camminare tra rovine greche e carrubi secolari, assaggiarne il frutto ed accarezzare le antiche pietre con commossa reverenza: “Allungato un braccio, lo scrittore staccò una carruba da un ramo. Prese a tastarla, carezzandola quasi col movimento delle dita contro il cavo della mano: Ah, dormire profondo come sotterra sotto quell’odore di carrube… e alzarsi l’indomani, fatto anche di carrube, con quell’odore ormai in me…”.[9]

La narrazione cordiale e polita del Burgaretta ha la virtù di proiettare il lettore con lui, oltre le soglie del témenos; di renderlo partecipe dell’azione e dei dialoghi, come se vi assistesse in presenza. Di più: i lettori più avvertiti, leggendo questo primo capitolo, potrebbero cedere senza difficoltà alla tentazione di trovarvi le tracce di molti momenti dell’opera consoliana.

Lo squarcio emotivo che, con misura e discrezione, il Burgaretta apre descrivendo le azioni e reazioni di Consolo al cospetto delle bellezze naturali ed artistiche iblee, consente di ricostruire, dall’occasione di una semplice escursione, una specie di “intertesto vitale”: si intravvedono, nel Consolo ricordato dal Burgaretta, i riflessi di molti personaggi da lui tratteggiati, primo tra tutti, il nobile e illuminato Fabrizio Clerici, tanto somigliante al suo creatore, pellegrino in ostinata ricerca di “antiquitate”.[10] Il lettore più attento potrebbe spingere oltre questo esercizio di lettura incrociata, raffrontando l’opera consoliana alla burgarettiana: il compenetrarsi di scrittura ed occasione – i ritorni siciliani di Consolo e i suoi incontri col poeta avolese – si manifesta apertamente, al considerare pagine come la seguente:  “Una piccola terra quella di Jano, con una casetta in mezzo a un frutteto, peri e granati e meli, fichi dolcissimi e rigogliosi ulivi, limoni, cedri, aranci, sorbi, gelsi, corbezzoli, azzeruoli, un giardino fitto di perenni zagare e di frutti, e cespi, siepi d’arbusti, cedrina, alloro, menta, basilico, rosmarino… Accolsero festanti l’amico in viaggio Rosa e i figli. Jano gli parlò delle sue ricerche d’etnologo, dei suoi studi sulle api e il miele, delle feste d’Avola, gli lesse le sue poesie. Nella bellezza di quella casa, nella serenità degli ospiti, sembrò al viaggiatore d’essere in un luogo in disparte, lontano dagli uomini che mangiano pane, lontano dai Ciclopi, d’essere ai confini del mondo, in un’isola di sopravvivenza d’una umana misura ormai perduta”.[11]

Con questo passaggio lo scrittore nebroideo, esercitando l’arte del pastiche letterario, richiama l’utopica reggia di Alcinoo a Scheria, nell’isola dei Feaci, precedentemente descritta nel secondo capitolo de L’olivo e l’olivastro: Consolo è benignamente accolto ai Làufi, così come lo è Odisseo “nel regno d’utopia, nella reggia di Alcinoo, in senso ad un’alta civiltà, in un paese remoto, incontaminato”[12].

Pur nello scarto tra il fasto della reggia di Alcinoo ed il più modesto incanto di una dimora di campagna, cogliamo senz’altro il legame intertestuale ed emotivo che sovrappone in trasparenza i due luoghi e le due accoglienze ricevute da Consolo-Odisseo: “il rigoglioso giardino, la sua fastosa reggia, la saggia moglie regina, i figli belli e valorosi, l’accogliente corte, il popolo amico; e l’esercizio in loro della ragione, l’amore per il canto, la poesia.[…] una città ideale, un regno d’armonia”[13]. Il gioco di rispecchiamento tra i due testi è più che evidente e rappresenta, nell’intenzione ad esso sottesa, un riconoscente ed affettuoso omaggio da parte di Vincenzo Consolo a Sebastiano Burgaretta ed al suo raccolto kosmos in Contrada Làufi.

E possiamo facilmente immaginare che il viaggiatore Consolo s’aggirasse “insieme a Jano”[14] non solo tra cave, rovine e carrubeti, ma che l’antropologo avolese gli fosse a fianco, quale genius in carne ed ossa dei loci urbani iblei, anche per le vie di “Avola […] città nuova di geometrica armonia, di vie diritte, d’ariose piazze, d’architettura di luce e fantasia, Avola dei liberi braccianti”[15], con la sua “vasta piazza quadrata, il centro del quadrato inscritto nell’esagono, lo spazio in cui sfociano le strade del mare, dei monti, di Siracusa, di Pachino, [che] fu sempre il teatro d’ogni incontro, convegno, assemblea, dibattito civile”. [16]

In questo gioco di rispecchiamento tra vita e scrittura, balugina il riflesso di Sebastiano Burgaretta che, come in una metaforica traditio clavium, favorisce l’ingresso dello scrittore santagatese “nell’abbaglio, nell’intaglio della pietra, nel cuore del calcare, nel seme della mandorla, dal tavolato delle gazze e delle erbe, dai casali, dai conventi abbandonati, dai cigli degli abissi, dalle cave tortuose e risonanti, discendendo sulla piana dell’arsura, dei tufi, sulle sabbie, solcata dal Cassibile, dal Tellàro”[17].  

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Note

[1] […] e allorché [la virtù] si sia levata ed abbia mostrato la propria luce e ne abbia vista e riconosciuta una uguale in un altro individuo, si avvicina ad esso e a sua volta riceve quella che è nell’altro; da ciò si accendono sia l’amore che l’amicizia.

[2] Non tot caducas educat frondes Eryx\nec vere flores Hybla tot medio creat,\cum examen arto nectitur densum globo […] quot ille populos vatis eduxit sonus (trad. Non altrettante foglie caduche crescono sull’Erice,\né altrettanti fiori nel pieno della primavera spuntano sull’Ibla,\quando un denso sciame d’api s’avvolge in un fitto nugolo […] quante le genti che fece uscire la voce del profeta). L. A. Seneca, Œdipus, vv.600-602 e 607.

[3] Verum enim amicum qui intuetur, tamquam exemplar aliquod intuetur sui. E invero, chi rimira un amico, in realtà rimira come un proprio ritratto. M.T. Cicerone, Laelius de amicitia.

[4] “Siccome schiera d’ape che s’infiora\ una fiata, et una si ritorna\là, dove suo labore s’insapora”. Paradiso XXXI, vv.7-9.

[5] Relatione di quanto si è operato nella nuova città d’Avola dal giorno del terremoto 11 gennaio 1693 (documento datato al 1694), cit. in Vincenzo Consolo, Di qua dal faro, Mondadori 1999, p.97.

[6] Vincenzo Consolo, La grande vacanza orientale-occidentale, Edizioni Libreria Dante & Descartes, Napoli, 2001.

[7] Vincenzo Consolo, Le pietre di Pantalica, Mondadori, Milano, 1988, p.175.

[8] Sebastiano Burgaretta, Alle soglie del témenos, Le Fate editore, Ragusa, 2021, p.9.

[9] Ibidem.

[10] Vincenzo Consolo, Retablo, Sellerio Editore, Palermo, 2009.

[11] Vincenzo Consolo, L’olivo e l’olivastro, Mondadori, Milano, 1994, p.113.

[12] Ivi, p.18.

[13] Ibidem.

[14] Ivi, p.117.

[15] Ivi, p.110.

[16] Ibidem.

[17] Ivi, p.109.  

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Un brano estratto dal volume “Alle soglie del témenos” di Sebastiano Burgaretta (Le Fate Editore)

Il silenzio e la parola

Come puoi dare vita alla parola, a una parola che non sia soltanto vano e forzato flatus vocis, fiato camuffato in semantema buono per la circostanza, folatina di vento modulato in significati in libertà d’uscita, ma a una parola che sia veramente tale, ponte cioè, paraola←parabola, come grida l’etimologia greca del verbo madre paraballo; una parola  che serva a mettere in comunicazione te con quanto ti circonda, con le persone in cui t’imbatti o t’infrangi o, se ti va meglio, con cui ti incontri e ti riconosci nella tua identità?

Non culla alternative la parola.

Lei sola vive e vivo vuole l’uomo.

Come puoi dare corpo, vita e corso alla parola che tutto di te e della tua memoria vitale possa mettere a nudo, esprimendo in toto la sua e tua libertà nel disporre di te a te e a quanti in te cercano sé stessi?

Parla dentro la parola e paraballa

oltre l’onda del favonio comune.

Porto franco, sabir dell’uomo vero

che tutto si commette al mare aperto,

ammalia da sempre la parola,

non cede ai turbini del cielo.

Come puoi tu celebrare tal parola, se non fai silenzio assoluto attorno a te e, ancora prima, dentro di te? Il silenzio serve alla parola come l’aria ai polmoni, come l’acqua ai pesci. Un silenzio che non sia solo assenza di rumore, che non sia fuga dalla vita, dagli altri come te, dal mondo tutto, dalla responsabilità e dal peso vivo e talora sanguinante della libertà. Un silenzio che sia invece disponibilità profonda, intima essenza dell’io, ricerca creativa del vuoto totale e puro, primigenio e intonso certo, dentro la persona. Il vuoto ricettivo e obbediente, ob-audiente, capace d’ascoltare veramente, abilitato perciò a registrare fedelmente, nei solchi liberi, e vergini rifatti, della coscienza, ogni minima impronta sonora e risonante che tocchi le corde dell’anima nel magico e reale, ruente e libero, flusso d’energia vitale che tutti ci avvolge e coinvolge, consapevoli e no che noi ne siamo.

Regnare può il silenzio dell’uomo

quando aleggia lo spirito di vita

sull’acque per cui la luce fu,

parole distillando in verità

che non siano rumore quotidiano.

Nei moti dell’anima diversi

certo l’occhio vivo trasfigura,

a fecondare il mondo ricreato

con frutti buoni del giardino d’oro.

 

Questo silenzio riesce in tutto verace e creativo, poiché permette al vuoto di saturarsi del benefico vigore che funge da plinto robusto ai piloni del ponte=parabola=parola che serva a collegare due o più distinte sponde umane, che serva a far comunicare, conoscere, per poi amare e unire in comunione. Non si ama, infatti, se non ciò che si conosce.

La parola, dunque, generata dal silenzio è il seme primigenio dell’amore, poiché permette conoscenza nella comunicazione. Scrisse bene alle figlie sue il Mudejarillo: È impossibile camminare con profitto, se non si procede operando e soffrendo virtuosamente, tutto avvolto nel silenzio.

E tu che scrivi sei troppo frastornato dai rumori assordanti quotidiani che t’assalgono imponenti, coperto sei dal frastuono minaccioso della valle combattente, per poter aprirti un varco, sia pure minimo, al vuoto primigenio sede e seme del silenzio che genera parola. Né basterebbe a te la sola, inutile e beffarda, cessazione del rumore, che silenzio non è né silenzio dare può di per sé stesso.

Forse dovresti avere, per un sol attimo magari, licenza di lasciare la valle del frastuono in movimento e salire in cima a una montagna, cumbre verdadera en soledad, in cerca d’aria rarefatta e linda, che potesse, attivando le fonti energetiche vitali, dare corso allo sviluppo del vuoto interiore, matrice vera del silenzio creativo. Forse…tu pensi e scrivi.

C’è un forse, quindi, già per te. Vallo a dire e spiegare poi, al prossimo tuo dopo te stesso, tutto questo che già per te si configura con il forse.   

E forse non ti è, né mai ti sarà dato, di salire in cima a un monte, romitorio sognato per un lavacro radicale nel silenzio rigeneratore; ti è dato tutt’al più, di tanto in tanto nei mesi caldi del tempo sacro alla solarità, di declinare verso il mare, altro polo, per te da sempre, della libertà:

La libertà del mare

è quella che mi manca.

L’azzurra libertà

del mio bel mare

è volata via,

nelle cupe profondità

del cammino quotidiano.

L’ampia libertà

del mio bel mare

s’è stretta tra i legami

della corsa insensata

delle brume.

cantasti un tempo tra le nebbie brianzole.

Laddove terra e mare si fondono e confondono, dove il discrimen tra l’oro teocriteo e l’azzurro talassino d’olimpica sorgente si dondola leggero o s’agita furente con risacca risolventesi in vapore, là ti è dato in solitudine talora di lasciarti avvolgere e avvincere, in nudità totale, dall’onda sonora e vitale del silenzio che giunge e domina sovrano sotto il vergiliato unico del vento. Oh! La voce del silenzio, che nel vento e dal vento viene modulata quale refrigerio salutare alle fatiche oppure cauterio necessario alle ferite che ti porti dentro e fuori!

Il glauco mare di Marianelli

silenzio ti concilia sovente,

al vento confidando i tuoi pensieri

nell’arco di natura conquidente.

L’aurato della rena caliente

al verde delle dune si profonde

in un’alba magnifica di quiete

che tutto ti risolve e ti comprende.

Rapito vai libero nel mondo

aperto in solitudine suprema,

la sola che t’avvince e ti ripaga

di tanto quotidiano andirivieni.

Profumi di ginepro coccolone,

di timo, di mentuccia e d’olivella,

e tutto in tenerezza si confonde

nell’onda d’energia coinvolgente.

 

Vendicari la bella, che vive nei dintorni, al vento alato s’affida generosa e giunge fino a te de vez en cuando.

Se non l’arco naturale tra arena d’oro ed elorino glauco marino, è il campo dal padre ereditato che soccorre, nel tempo dei colori e delle messi tutte, il tuo spirito in carne veicolato. Il lavoro delle mani e del corpo tutto, che si piega e alla terra si conforma, è per te un toccasana senza uguali. Non c’è cosa per te più grande, gioiosa e veritiera, dell’alternare l’esercizio altolevato della penna all’umile lavoro con la zappa e la terra, madre che coccoli e titilli, in estate nel piccolo campo ai Làufi celebrato dagli amici narratori, più volte in un sol giorno reiterando vice e officio. Si rinnova il prodigio puntualmente. Riprende il colloquio vitale nel silenzio che ti porta. Non canti tu, come faceva tuo padre. Tu navighi, arrendevole vagando sull’orme che vanno al tutto eterno. Il mondo intero intorno a te ti chiama e ti risponde, e non c’è mai solitudine per te. Parola e silenzio divengono tutt’uno, e tu ne sei portato in libertà. Il tutto quindi in te si ricompone fuori e dentro. Il vuoto in te concretizzato si popola di quanti conoscesti nel cammino e d’altri che per via ti son donati. Da qui impagabile per te il gusto antico del contatto con la terra e il fango da plasmare a mani nude, trattando erbe, piante e acqua col diretto peso delle braccia tue, esposte, sine modo, a ogni asperità, ortica, spina di rosa amica o aculeo tenace di rovo renitente, per poi, fatta una doccia all’aria aperta, sederti in veranda a scrivere e a lasciar volare lo spirito sovrano. Convinto sei che, per arrivare a scrivere dell’uomo, è meglio sporcarsi le mani in armonia silente con sé stessi. Anche i libri, del resto, nascono da lunghi silenzi e lunghe pause d’ascolto. Solo per questa via la scrittura può rimanere uno spazio libero, testimonia Erri de Luca, un tempo salvato dal lavoro. Solo perché tocchi, con amore, trasporto e tenerezza, pure tra polvere e sudore, la terra e ogni suo portato, sei in grado quindi di sfiorare almeno un orlo della verità e d’apprezzare il gusto inarrivabile dell’elevazione cui ti aggancia l’uso frequentato dello stilo. Ogni volta tu vivi il perenne memoriale dei riti con cui alla vita fosti iniziato dai genitori tuoi, e senti acuto e forte il refrigerio avito al cuore tuo dei canti e cunti e dei doni sapienti di parola viva con cui il padre fecondava il silenzio comune nei giorni andati di lavoro campagnolo. Seppe allora lui forgiare in te con armonia verace spirito e carne in una insieme. Per voi il caldo siculo d’agosto nei mandorleti iblei, con polvere, sudore e amigdalini parassiti in consonanza, fu stimolo alla vita e all’inno gioioso ch’essa merita e coltiva negli infanti. Tuo padre ti cantava sotto il sole e tu di tutto eri contento. Perciò forgiato fosti tu con tutti i crismi della libertà che si genera dal seme di senape in cuore al caldo custodito.

Nulla poi più ti fece remora o paura. Dal silenzio, che l’alunno nel vuoto di sé imprese a fecondare, la parola della vita concreta fu presto generata e comunicata ognora in paraballo. Tutto venne a te da lì e tutto lì ancora e sempre vive e si rinnova:

Sulu a menti nterra ntunnu

arrasat’ô solu ri nfussatu

e ntrizzata ccu-ppàpuli rê manu

nturtugnati ô fesi ri so pattri

arrinesci a campallu ppi-ddhaveru.

Nel lavoro diuturno forte e duro, nell’ethos puro vissuto in serietà, a te profusa fu la libertà infinità che dà l’ascolto obbediente del silenzio creativo che in parola viva e feconda poi si trasfigura.

Sai bene, e lo imparasti, che i doni del silenzio sono rari in qualità. Dall’ascolto puro e attento degli anziani che amasti e conoscesti, uomini e donne indistintamente, e che alle tue corde seppero instillare della parola musica e sostanza con canti, storie, fiabe, filastrocche e preghiere, tutto venne a te del dono della vita che con gioia al cuore tuo si trasfonde.

Negli altri mesi che l’anno poi comporta t’accoglie, spesso in momentaneo velame, kairós per te prezioso e dolce, il vano luminoso e caldo degli amici che hai nei libri. Lì cala più facile a coprirti e comprenderti il silenzio, quasi sempre agevolato dall’armonia dei melismi vocali e musicali dei portenti sodali mediorientali. Haim, Gheorghios, Zohar, Aviou Medina, con Gamaloel e gli altri, compagni ti sono fedeli e costanti nell’odeporica avventura ricorrente. S’insinua allora la voce del silenzio in meditazione, che tu segui libero e cosciente, finché non sei più tu che domini e guidi il tuo pensiero. Portato sei tu invece, senza ausilio più di verbo alcuno, su ali che non hai né percepisci. Vagando vai in tenerezza sovrumana. Risolto il volo quindi in ghirigori di contemplazione tra lacrime di gioia e cuore colmo. Non serve ormai nemmeno la parola. Ponte non necessita né manco pilone in paraballo. Tutto si scioglie nel silenzio primigenio e creativo, che compendia in oceanica potenza. Il mare del silenzio si rivela sconfinato al pari della voce sua stessa. Torna tutto al punto di partenza. E il naufragar t’è dolce in questo mare.

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