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LE MAGNIFICHE INVENZIONI di Mara Fortuna: incontro con l’autrice

aprile 23, 2021

“Le magnifiche invenzioni” di Mara Fortuna (Giunti): incontro con l’autrice e un brano estratto dal libro

* * *

Mara Fortuna è insegnante, giornalista e scrittrice. Nel corso della vita ha sperimentato un gran numero di attività: dalla danza all’arte di strada, alla cura della terra, e ha viaggiato quanto più poteva. Come giornalista ha scritto di questioni di genere e di danza. Ha già pubblicato racconti, su quotidiani e all’interno di raccolte. Ha fondato e dirige “La Principessa Azzurra APS”, un’associazione contro la discriminazione e la violenza di genere, per la quale organizza laboratori di educazione ai sentimenti, scrittura e drammatizzazione.

Le magnifiche invenzioni” è il suo primo romanzo (ma sta già lavorando al secondo).

Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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«Anni fa, facendo delle ricerche per un altro romanzo (che poi non ho scritto), mi sono imbattuta in Etienne Jules Marey», ha detto Mara Fortuna a Letteratitudine, «scienziato e inventore dello straordinario fucile fotografico, e me ne sono letteralmente innamorata.
Da qui è nata la prima immagine: nel camerino del San Carlo un giovanissimo ballerino sta per debuttare e si guarda emozionato allo specchio, ai suoi piedi è seduto il fratello minore e all’improvviso il danzatore vede alle sue spalle riflesso il viso di Marey. In questo fotogramma era racchiuso, come in un seme, tutto lo sviluppo successivo: il bisogno di riscatto dei due ragazzi che li porta, attraverso un percorso accidentato, a trovare la propria strada, l’importanza di una figura guida, fonte di ispirazione, le difficoltà nel processo di identificazione sessuale e sentimentale. Quindi tecnicamente questo è un romanzo storico, perché è ambientato alla fine dell’800 e con la storia fa i conti, ma si tratta anche di un romanzo di formazione. Io sono stata e sono ancora un’insegnante, gran parte della mia vita e delle mie energie sono state spese nella formazione, nell’aiutare i giovani a crescere. È un lavoro che implica un continuo rivedere il proprio processo di crescita e di identificazione, attraverso il ricordo, certo, ma non solo. Perché si tratta di un processo lungo tutta la vita. In questo romanzo si sono, per così dire, condensate tante esperienze personali: l’amore per la danza e per il teatro, la focalizzazione sul movimento, l’attivismo politico, che in modi diversi è stato sempre presente nella mia vita. Le invenzioni del cinema e del volo, di cui si parla, sono entrambe simboli, nell’immaginario collettivo, del superamento del limite considerato “naturale”. Non a caso in esergo c’è una citazione dal “Frankenstein” di Mary Shelley: nell’animo dei personaggi opera una forza, che non capiscono fino in fondo, e che li spinge a tentare strade nuove e quindi correre dei rischi. È la situazione in cui ci troviamo tutti all’inizio della nostra vita da adulti e sarà il modo in cui noi riusciremo a dare o meno spazio a questa forza che determinerà la nostra futura realizzazione.

«Il contesto storico e le ambientazioni sono a mio parere una parte molto interessante di questo romanzo. Il clima fiducioso che si respirava in quegli anni si esprimeva a tutti i livelli e si ritrova sia a Napoli che a Parigi, l’altro setting d’eccellenza della storia. Mi ha colpito, nello scriverne, la diversità con la situazione attuale. Anche se quel tipo di fiducia nel progresso è stato giustamente criticato e poi smantellato, mi sembra che ora manchi del tutto una visione del futuro, che possa essere guida e risorsa. L’anarchia, l’utopia sociale perfetta, cui aderisce uno dei personaggi, era forse un sogno, ma forniva un orizzonte di senso, la speranza nella giustizia sociale. Notare questa disparità mi ha portato ad approfondire questo aspetto, a scavare ancora di più in questa direzione. Al di là del fascino delle atmosfere dell’epoca, delle bellezze di Napoli e dell’Exposition Universelle, mi interessava suscitare il desiderio del meraviglioso e la riflessione sulla visione che abbiamo del nostro futuro.»

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Un brano estratto da “Le magnifiche invenzioni” di Mara Fortuna (Giunti)

Le magnifiche invenzioni

 

CAPITOLO 2

PRESENTIMENTI

Dietro le quinte Gaetano guardava concentrato l’assolo di
Agata-Swanilda: alla fine del pezzo era il suo turno.
Respiro, glissade grand jeté: è in scena. Lo spazio rappresenta
la piazza del paese. Tutto intorno facciate di case
fatte di tela e legno, tetti spioventi, finestre di legno con i
fiori ai davanzali. Lui è Franz, il fidanzato di Swanilda. Va
verso di lei, la corteggia, le gira intorno, esegue un passo a
due. Poi guarda la casa di Coppélius e si ferma, il braccio
allungato, l’indice puntato al balcone, in equilibrio con una
gamba appena sollevata: lassù, seduta immobile, una bellissima
ragazza legge un libro. Ha la pelle come porcellana,
capelli di seta, lucidi e splendenti che sembra un angelo.
Franz se ne innamora subito e non ha più occhi che per lei.
Mentre Swanilda lo guarda interdetta, Gaetano comincia
il suo primo assolo: salti e giri per rappresentare l’entusiasmo
di Franz per la bella Coppélia. Agata è ferma con una
mano sul cuore e fissa le evoluzioni di Franz. La sequenza è
intensa, veloce. Gaetano sorride e cerca di non pensare alla
manica destra che tira. Affanna, ma non rallenta. Grand
jeté, grand jeté
, giro e inchino. Fine del primo assolo.
Tunino, nascosto dietro una quinta, con la coda dell’occhio
coglie gli sguardi d’odio che Catello, il ballerino più
anziano, in attesa vicino a lui, lancia a Gaetano. Tutta
ammiria
, pensa.
Poi Catello entra in scena. È Coppélius, un vecchio, e
cammina, gesticola, mima, non danza. Chiude la porta di
casa e, mentre va via, senza che se ne accorga, la chiave gli
cade dalla tasca. Arriva Swanilda con le sue amiche, vede
la chiave, si china e la prende. Forse se entra in quella casa
può fare qualcosa prima che il sogno d’amore di Franz per
la ragazza al balcone spezzi definitivamente il suo. Ma le
compagne hanno paura. Coppélius è vecchio e scorbutico,
la sua casa è cupa, misteriosa. Forse è uno stregone, forse
il diavolo in persona. Tutti lo sanno: non si entra nell’antro
del mago, non si vìola la grotta delle streghe. Ma alla fine la
curiosità è più forte e le ragazze trovano il coraggio di aprire
la porta ed entrare nella casa dei misteri.
Tunino vede le ballerine uscire di scena, stanche e
sudate. «Ancora un poco ed è finita» mormora qualcuna,
col fiato grosso.
Gaetano entra dalla quinta di fondo: Franz deve avere
occhi solo per Coppélia, esprimere il desiderio di parlarle,
per lui toccarla sarebbe l’estasi. Con i movimenti delle braccia
Gaetano deve manifestare passione, ma si accorge di esagerare,
sa che l’espressività non è il suo forte, Germain lo
ha avvertito, rischia di essere caricaturale. Poi comincia il
secondo assolo e sorride guardando il pubblico. Giri, assemblé,
grande sissonne
e infine i fouettés. Mentre gira intravede
nelle prime file un uomo in piedi che lo fissa. A ogni fouetté
lo stesso quadro: un viso con baffi e barba che lo guarda.
Perché quello spettatore non si siede? Non sta applaudendo,
dà solo fastidio agli altri. Gaetano termina l’assolo e corre
sul fondo buio della scena. Da lì esce avanzando a grandi
passi con una scala in spalla per tentare di arrivare al balcone.
Sente di nuovo la manica tirare. Il padrone di casa,
Coppélius, arriva furioso dall’altra parte della piazza. Si è
appena reso conto di aver perso la chiave. Non può permettere
a nessuno di entrare nel suo laboratorio a curiosare. Il
frutto del lavoro di tutta una vita, tutte le sue macchine, le
sue invenzioni sono là dentro. I segreti della sua arte sono a
rischio. Pur di proteggerli ucciderà chi cerca di appropriarsene.
Sterminerà tutti quei giovani se ce ne sarà bisogno.
Gaetano guarda Catello: ha la fronte aggrottata, lo sguardo
freddo, la bocca stirata in una piega amara. C’è la sua rabbia
in quella di Coppélius, ma Gaetano non si ferma. Franz,
come le ragazze, violerà il laboratorio del diabolico vecchio.
Appoggia la scala al balcone della bella lettrice e si arrampica.
Poi con un balzo si introduce nella casa dei misteri.
Gaetano sembra spiccare il volo, ma la manica si strappa.
Il sipario calò e i ballerini si affrettarono ai camerini, a prepararsi
per il secondo atto. Tunino, invece, restò al buio per
un po’, dietro la quinta, a spiare il cambio di scenografia.
Coppélia era il suo balletto preferito perché non c’erano spiriti
e principesse, come nelle Silfidi o Giselle. Raccontava,
invece, di un automa meraviglioso. Una bambola grande
come un cristiano, che si muoveva da sola, camminava,
correva, zompava, ma che non poteva morire, perché non
era veramente viva. Il teatro, l’aveva scoperto quell’anno,
era ancora più bello della puteca di don Salvatore: foreste
e montagne dipinte, case con porte e balconi, mari in
tempesta e laghi ghiacciati scorrevano e scivolavano su
binari e rotelle, e si muovevano con carrucole, funi e ganci.
C’erano le macchine e c’erano i sogni. Aveva passato tante
sere invernali immerso negli aloni bianchi delle lampade a
gas del teatro, così diversi dalla lugubre luce tremolante dei
mozziconi di candela di casa, dall’oscurità delle stanze che
non vedevano mai il sole e del viso della madre, sempre di
cattivo umore. A teatro, invece, gli volevano tutti bene perché
lui non si tirava mai indietro se qualcuno gli chiedeva
aiuto, soprattutto lo scenografo, e non chiedeva niente in
cambio. Per questo balletto aveva faticato alle finte bambole
meccaniche e al grosso orologio di cartapesta con le ruote
dentate a vista. Se solo avesse potuto costruire veramente una
bambola come Coppélia, allora sì! Si sarebbe liberato dalla
povertà e dalle prepotenze della madre. Adesso, nella penombra,
col pubblico e i ballerini lontani, con gli occhi fissi sulla
sagoma dell’orologio gigante, tutto gli sembrava possibile.
Poi il chiasso dai corridoi e i richiami di Germain lo
distolsero dai suoi pensieri e decise di raggiungere Gaetano.
Passò davanti al camerino delle ballerine, uno stanzone
grande e spoglio. Là Tunino non poteva entrare, ma
attraverso la porta, che era sempre aperta, gettò lo sguardo.
Le ragazze vi si affollavano, agitate, gridando e in continuo
movimento, nonostante la stanchezza. Al naso gli arrivò
un odore denso di talco e sudore acido. Il grosso tavolo
centrale era strapieno: pettini, nastri, barattoli di cipria e
di colla, calze, aghi, spilli e rocchetti di filo, e anche specchi,
fiori, bottigliette, scarpette e pezze di stoffa. Lo sguardo
curioso di Tunino lo oltrepassò e si fermò sul seno nudo
di una ragazza, magra come un’acciuga, che si stava rinfrescando
sciacquandosi nel catino. Notò deluso che era
piatta quasi quanto lui. Da un lato, due ragazze cominciarono
a litigare alzando la voce. Una lanciò contro l’altra un
vasetto di crema carminio che però colpì Agata in pieno
viso. La crema si rovesciò su una guancia e sul corpetto. A
quel punto le urla arrivarono alle stelle e Tunino si affrettò
a entrare nello spogliatoio degli uomini.
«Stateve fermo mò!» stava dicendo la sarta a Gaetano,
mentre gli ricuciva lo sgavaglio della manica destra che si
era strappato. Lui si guardava allo specchio per controllare
il lavoro della sarta, mettendosi di profilo e aggiustandosi
i capelli con la mano libera. Gli altri ballerini, in gruppo
intorno a Catello, si riposavano e non parlavano. Si lanciavano
solo sguardi e sorrisi di intesa.
All’improvviso Tunino vide affiorare nello specchio, alle
spalle del fratello, il volto di un uomo. Stava in penombra,
all’ingresso del camerino, aveva baffi e barba, e guardava
fisso Gaetano. Il ragazzo si girò di scatto verso la porta e
Tunino fece lo stesso. Il volto, però, era già sparito e la campanella
della chiamata generale stava suonando.
«Gaita’, ma chi era quello?» disse Tunino ancora con gli
occhi persi nella penombra al di là della porta.
«E chi lo sa!» rispose Gaetano, chiedendosi se l’uomo
non fosse quello che aveva già intravisto in platea. Nel
camerino maschile non andava mai nessuno, non era come
quello delle ballerine, sempre pieno di ammiratori. Poi lui e
il fratello si avviarono in fretta verso il palcoscenico.
«Forse è un impresario» disse Tunino mentre camminava.
«E veniva mò? Non veniva alla fine del ballo?» ribatté
Gaetano guardandosi ancora in giro mentre attraversava il
corridoio e scendeva le scale, come se sperasse di vederlo
apparire di nuovo in mezzo ai suoi compagni. Anche
Tunino, per riflesso, girava la testa da una parte e dall’altra,
ma l’uomo non c’era più.
«Maronna mia, Maronna mia!!!» ripeteva Germain torcendosi
le mani dietro le quinte. «Aiutalo tu!»
Tunino rise. Gaetano entrò in scena mentre Agata, con
tutte e due le guance rosso carminio – in fondo doveva
somigliare a una bambola, si erano dette le ballerine tra
loro – gli passò a fianco.
Ora la scenografia è mutata. Si trovano tutti nel laboratorio,
tra alambicchi, automi e nel mezzo l’orologio gigante.
Coppélius è furibondo e si scaglia contro le giovani perché
Swanilda e le sue amiche hanno scoperto la verità: niente
ragazze bellissime, solo bambole. Perfette, ma senza vita. Le
compagne di Swanilda, impaurite, si nascondono o scappano.
Lei, invece, si traveste da bambola lettrice e danza.
Swanilda, se vuole, può essere identica alla finta ragazza
che ha fatto innamorare il suo fidanzato: le braccia si muovono
a scatti, le gambe appaiono legnose, cade sui talloni
e si rialza sulle punte. Agata è furiosa per la macchia sul
corpetto, ma sulle labbra ha il sorriso da bambola di Swanilda.
Gaetano nota stupito lo sbaffo rosso sul costume di
Agata, e pensa a Franz, che vuole a tutti i costi dichiarare il
suo amore a Coppélia e nemmeno si accorge del pericolo.
Forse è così l’amore: una forza che ti fa fare le cose proibite
e ti fa correre come uno scemo verso la rovina. E forse ci si
può innamorare di chiunque e di qualunque cosa, anche di
una bambola, senza capire. Mentre danza in un duetto con
Catello si sforza inutilmente di individuare l’uomo che nel
primo atto era in piedi a guardarlo.
Ora il piano del mago è chiaro: gli toglierà la vita per
darla alla sua bellissima bambola. Coppélia è sua figlia, è
la sua creatura e non è umana. Ma è l’unica creatura che
Coppélius ama, perché l’ha fatta lui, pezzetto per pezzetto,
esattamente come gli piace. Coppélia è la sua bambola perfetta.
Il mago offre a Franz un calice di vino con un sonnifero
per addormentarlo e lui, come ogni innamorato, è
fiducioso e accetta felice. Pensa di celebrare il fidanzamento
con Coppélia e solo di quello gli importa. Invece mentre
dorme, Coppélius gli leverà il respiro, lo infonderà nei polmoni
della bambola, e lui morirà. Quando il mago si avvicina a Franz per compiere il
maleficio, Swanilda lo sveglia. Franz la guarda: è bellissima.
Allora si accorge dell’errore: si era innamorato di una macchina
e quell’amore lo stava portando alla morte. Franz e
Swanilda scappano insieme e Gaetano guarda preoccupato
la macchia rossa sul corpetto di Agata che si è allargata per
il sudore. Coppélius resta solo, ad abbracciare un manichino senza
vita. Catello ha lo sguardo triste: la sua carriera sta finendo
e quella dello sguattero del Cavone inizia ora.
Il sipario si chiuse e, mentre il pubblico ancora applaudiva,
si riaprì per i ringraziamenti, ma l’atmosfera non era gioiosa
come al solito: l’ultima della stagione portava sempre
in sé un po’ di malinconia. Dopo i saluti, i ballerini, stanchi,
ma finalmente liberi, andarono a cambiarsi. Germain e il
coreografo si congratularono con Gaetano, e Tunino arrossì
di piacere. Poi tutti si diedero appuntamento per il giorno
dopo, raccomandandosi l’uno con l’altro di riposare e di
non mancare perché bisognava cominciare a lavorare alla
prossima stagione. Ma erano sfiniti. Qualcuno sorrideva.
Una ballerina già era fuggita lasciando dietro di sé una scia
di profumo da pochi soldi.

(Riproduzione riservata)

© Giunti

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La scheda del libro: “Le magnifiche invenzioni” di Mara Fortuna (Giunti)

Napoli, 1888. Da poco in città si è spenta l’eco del colera, ma il senso di precarietà continua a scorrere invisibile nelle vene dei suoi abitanti. È così anche per Gaetano e Tunino, due giovani fratelli che vivono nel quartiere del Cavone, dove tutto puzza di miseria e anche il sole, quando ci arriva, non riesce a portare allegria. Gaetano, una promessa del balletto, è chiamato ’o ciucciariello dai suoi compagni perché è stato per anni lo sguattero del teatro, mentre Tunino, apprendista fabbro, è tormentato dagli scugnizzi di strada, che lo chiamano ’o frate d’o femminiello, ma sogna di diventare un inventore. Quando incontrano Étienne Jules Marey, scienziato francese e ideatore di un nuovo straordinario apparecchio fotografico, intravedono una possibilità di cambiamento. Con i loro nuovi amici, la rossa Apollonia, una cameriera dallo spirito libero e creativo, e Philippe, musicista anarchico, tentano di costruirsi una vita diversa, ciascuno spinto da una propria forza visionaria, che li porterà fino a Parigi per la grande Esposizione Universale. In una sequenza di cadute e risalite, tra esperimenti di volo, la passione per la coreografia, l’invenzione del cinema e la ricerca dell’amore, le loro storie si intrecciano e si scontrano. Sempre al limite, tra il desiderio e la paura di rompere le regole. Con dolore Gaetano scoprirà che Marey, innovatore e intraprendente nella vita professionale, è rigidamente conformista nel privato. E qualcuno tra loro dovrà pagare un prezzo molto alto per aver osato deviare dalla norma…

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