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“FRANCESCO DE GREGORI. I testi. La storia delle canzoni” di Enrico Deregibus

aprile 26, 2021

“Francesco De Gregori. I testi. La storia delle canzoni” (Giunti) di Enrico Deregibus

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di Massimo Maugeri

Il volume “Francesco De Gregori. I testi. La storia delle canzoni” (Giunti, 2020) nasce da un lavoro ventennale di Enrico Deregibus sul cantautore romano. Deregibus, peraltro (giornalista, saggista, consulente e direttore artistico di svariati festival ed eventi musicali) è considerato il maggior esperto di Francesco De Gregori. Ho colto l’occasione, dunque, per invitarlo a Letteratitudine e per discutere con lui, partendo proprio da quest’ultimo libro, di questo grande cantautore che con la sua musica e i suoi testi ci ha fatto sognare (e continua a farlo) offrendoci anche spunti di riflessione…

– Enrico, come nasce questo volume dedicato alla storia delle canzoni di Francesco De Gregori? E che connessione c’è con il tuo precedente libro “Mi puoi leggere fino a tardi”, dove racconti la vita di questo grande artista della nostra musica?
Per risponderti devo fare un rapido salto indietro di più di 20 anni, al 2000, quando ho iniziato a fare di mestiere il giornalista musicale e l’organizzatore di rassegne. Ero un grande consumatore di libri sulla musica e quindi mi è venuto spontaneo pensare subito di farne uno. De Gregori era certamente uno degli artisti che stimavo e conoscevo di più, quindi mi è venuto altrettanto spontaneo farlo su di lui, anche perché fino a quel momento mancavano i libri davvero validi su di lui, tranne uno molto bello di Giorgio Lo Cascio, che però era un suo amico e compagno di musica dei primissimi tempi e quindi raccontava le cose da un punto di vista molto soggettivo.
Mancava un libro che inquadrasse la figura di De Gregori in modo più ampio, che raccontasse il suo percorso e le sue canzoni al di là di una singola testimonianza, per quanto preziosa. Diciamo che ho voluto fare il libro su di lui che avrei voluto leggere e che non c’era, un libro però non da critico musicale, cosa che non sono, ma da giornalista e un po’ da storico dilettante.
Quel volume è uscito nel 2003 e molti anni dopo ha partorito i due libri che citavi. Cioè “Mi puoi leggere fino a tardi”, che è una biografia, quindi il racconto della storia artistica e un po’ anche umana di De Gregori, e poi questo libro nuovo che è una sorta di appendice della biografia. Racconta da molti punti di vista tutti i brani che De Gregori ha cantato nei suoi dischi, più di 200. C’è una scheda per ognuno, anticipata quasi sempre dal testo della canzone. In tutto 720 pagine.

– Quando hai scoperto per la prima volta De Gregori? Cos’è che ti ha colpito sin da subito della sua musica e delle sue canzoni?
Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)La scoperta risale a quando ero poco più che bambino. I primi ricordi sono tra il 1978 e 1979, quando io avevo 11/12 anni, tra il disco “De Gregori”, il tour di “Banana Republic” con Lucio Dalla e l’altro suo disco “Viva l’Italia”. In quel periodo con alcuni miei amici c’era stata la scoperta in generale dei cantautori, De André, Guccini, Vecchioni, Bennato e così via, ma devo dire che De Gregori è stato uno di quelli che mi ha colpito di più da subito.
Ero piuttosto affascinato da un insieme di cose che riguardavano tutto il suo mondo espressivo. Sicuramente una era la voce, intesa sia come timbro che come modo di cantare. Due elementi che sono stati fondamentali nell’avvicinarmi a lui più che ad altri e che ancora adesso mi piacciono molto. Poi inevitabilmente c’erano le parole delle canzoni, che erano piene di suggestioni, di rimandi. Mi piaceva come suonavano, come mi lasciavano immagini e sensazioni molto forti. Ma il punto di forza era nell’unione fra quelle parole e la musica, probabilmente quelle parole da sole mi avrebbero catturato di meno. Devo dire che dopo tanti anni sono ancora convinto che in una canzone i tre elementi che la compongono, appunto voce, testo e musica, siano di uguale importanza e soprattutto indissolubili. Lo dico anche perché si ripete spesso che la canzone è poesia, mentre secondo me è tutt’altra arte, che può essere alta e nobile come la poesia.

– Hai seguito un filo conduttore per raccontare la storia di queste canzoni? Cosa puoi dirci dal punto di vista della “struttura” di questo tuo libro ed anche del precedente?
La scelta era fra mettere le canzoni in ordine alfabetico o in ordine cronologico. Io forse avrei preferito la prima soluzione ma alla fine con l’editore e con De Gregori stesso abbiamo optato per la seconda. A quel punto era inevitabile decidere di suddividerle per dischi, anche se poi abbiamo voluto raccogliere in un unico capitolo al fondo tutti quelli che abbiamo chiamato “pezzi sparsi”, ovvero tutte le canzoni che lui ha inciso e che non erano in album veri e propri, ma in raccolte o dischi dal vivo o singoli.
Nella biografia invece, volendo raccontare tutta la sua storia nel modo più preciso possibile, mi pareva che suddividere il racconto in anni fosse la scelta più opportuna. Questo però mi ha portato a dover faticare molto, perché dovevo datare con precisione ogni evento. Non è stato semplice, soprattutto nei primi anni di carriera. Anche perché, ad esempio, molti dei testimoni che ho intervistato si ricordavano magari degli episodi importanti o divertenti ma difficilmente sapevano dirmi l’anno preciso, il che peraltro è comprensibile visto che in alcuni casi si parlava di storie di decenni prima. Ma poco a poco sono riuscito a ricostruire quasi tutto. E devo dire che mettere in fila gli eventi ordinatamente fa capire molte cose, è stato un lavoro che mi ha appassionato molto.

– Ci offriresti, come anticipazione a beneficio dei nostri lettori, il racconto di un paio di aneddoti legati a queste canzoni?
Ce ne sono davvero tanti. La prima cosa che mi viene in mente sono le leggende metropolitane che circolano su varie canzoni di De Gregori. Ad esempio i quattro cani dell’omonima canzone sarebbero Antonello Venditti, Patty Pravo, Lilli Greco, che era un suo produttore, e De Gregori stesso. Ma lui ha più volte negato. Ce ne sono di enormi anche su “Buonanotte fiorellino”, che sarebbe dedicata a una sua fantomatica fidanzata o moglie morta in un incidente aereo, o su “Generale”, che racconterebbe di terrorismo altoatesino e che lui avrebbe scritto durante il servizio militare. Sono tutte bufale. Il bello sarebbe scoprire da dove nascono queste versioni fantasiose, alcune fra l’altro raccontate in maniera talmente dettagliata da lasciare davvero di stucco. Anzi, lancio un appello: se qualcuno sa come sono nate mi faccia sapere, magari attraverso voi.
A parte le leggende, forse, visto che siamo su Letteratitudine, può essere interessante ricordare che diverse canzoni di De Gregori nascono anche da libri vari. Ad esempio in “Generale” ci sono echi di “Viaggio al termine della notte” di Céline e “Addio alle armi” di Hemingway. E la trilogia dedicata al Titanic nell’album omonimo prende ispirazione e qualche passaggio da “La fine del Titanic”, un poema di Hans Magnus Enzensberger. Per non parlare dei tanti riferimenti alla “Divina commedia” che ci sono sparsi qua e là.

– Quali sono, tra le canzoni di De Gregori, le tue cinque preferite? E se dovessi chiederti di mettere in risalto una tra le canzoni di De Gregori meno note al grande pubblico (che meriterebbe di essere conosciuta meglio), quale sceglieresti? E perché?
Beh, diciamo che fra le mie preferite ce n’è più di una poco conosciuta. Ma partirei, visto che parlavo di “Titanic”, da una canzone che c’è in quel disco, mediamente conosciuta, ed è “Caterina”: ha un’aria malinconica che mi ha sempre conquistato. Ma in “Titanic” ce ne sono tante bellissime, è forse il suo disco migliore ed è sicuramente quello a cui sono più legato.
Una canzone che mi piaceva tantissimo è “La storia”, soprattutto nella prima versione che De Gregori ha pubblicato, nel 1985, in un disco che si chiama “Scacchi e tarocchi”. È una versione fatta solo con pianoforte e voce, non era stata fatta per essere pubblicata, era solo un provino. Però era venuta così bene, in modo così intenso che ha deciso di metterla direttamente nel disco. Col tempo l’ha rifatta molte volte con arrangiamenti diversi, ma devo dire che non ho mai più ritrovato quella forza, quella ispirazione d’esecuzione. A proposito di questo brano, posso aggiungere che è una sorta di risposta a una poesia di Eugenio Montale comparsa in “Satura”, intitolata anche lei “La storia”, una poesia che aveva dato origine fra l’altro a una polemica in versi con Pasolini.
Poi un’altra canzone che amo molto è “Atlantide”, ha veramente una magia quasi unica. È una canzone che non riesco a sentire solo in sottofondo. Se la sento per caso, mi fermo e l’ascolto, mi ci devo per forza tuffare dentro, ed è una cosa che mi succede con pochissime canzoni.
Andando su quelle poco note, la regina sicuramente è “Bene”, una canzone del 1974 che è credo il brano più di culto fra quelli poco conosciuti di De Gregori. Ha una carica di pathos enorme, densissima, una capacità di introspezione tutta sua. De Gregori purtroppo però sino ad oggi non l‘ha quasi mai fatta dal vivo se non proprio nei primissimi tempi.
Devo scegliere la quinta canzone. È veramente complicato. Mi salvo citando un disco intero che non è fra quelli più famosi ed è “Sulla strada”. È un disco del 2012, l’ultimo di canzoni inedite che lui ha pubblicato. Lo consiglio a tutti quelli che non lo conoscono e che amano De Gregori, ma anche a chi non ama De Gregori. Se devo scegliere una canzone fra quelle del disco scelgo “Falso movimento”, che chiude il disco.

– Riagganciandomi al tuo libro precedente ti chiedo: qual è, a tuo avviso, il momento (o il periodo) fondamentale della carriera di Francesco De Gregori?
Sono diversi gli snodi importanti. Uno è costituito da “Signora aquilone”, una canzone del suo primo disco. Lui era giovanissimo ma aveva già scritto vari brani che però non lo soddisfacevano completamente, non li sentiva ancora compiuti. Con quella canzone lui arriva a scrivere una cosa che sente veramente e completamente sua, che lo rappresenta davvero. È un punto di arrivo e di partenza.
Poi certamente un momento fondamentale è l’arrivo della consacrazione popolare con la pubblicazione di “Rimmel” nel 1975, il suo disco probabilmente più famoso, che ottiene un successo persino inaspettato. Lì De Gregori capisce che può vivere di musica, tant’è che in pratica abbandona l’università quando ha già dato tutti gli esami.
Poi ci metterei, l’anno dopo, la contestazione che lui subisce al Palalido di Milano alla fine di un suo concerto, una contestazione pesante, violenta, da parte di alcuni personaggi della sinistra extraparlamentare che lo accusano di essersi venduto al sistema e altre sciocchezze simili. È un episodio che lo segna parecchio e che si porterà dietro per parecchio tempo.
Poi direi che è importante tutto il periodo degli anni Ottanta. Fra alti e bassi dal punto di vista qualitativo è però un decennio in cui lui ha la forza, il coraggio di continuare a fare canzoni di un certo tipo, non allineato ad un momento storico in cui tutto spingeva verso la superficialità, verso l’edonismo, verso l’ottimismo scriteriato, la miopia sociale e culturale. Aggiungerei poi fra le svolte importanti quella che inizia verso la fine degli anni Ottanta ma si concretizza poi nei due decenni successivi ed è l’avvicinamento alla musica rock, che gli permette di avere nuove frecce al suo arco dal punto di vista espressivo.

– Se non sbaglio, con riferimento alla scrittura e alla pubblicazione di questo libro hai avuto modo di confrontarti con Francesco De Gregori. C’è qualche aneddoto che potresti raccontarci a riguardo?

Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)
Come per i libri precedenti ho chiesto a De Gregori se voleva in qualche modo collaborare, anche soltanto leggendo le bozze per dirmi se c’erano errori, ma come per le volte precedenti mi ha detto che preferiva di no, per lasciarmi totale libertà nello scrivere. Nel frattempo però lui aveva acquisito i diritti di stampa di una serie di testi di sue canzoni e aveva intenzione di pubblicarli, quindi a quel punto mi ha proposto di unire le forze inserendo nel libro i testi delle sue canzoni. E così è stato. A quel punto lui ha personalmente controllato uno ad uno tutti i testi per evitare i tanti strafalcioni che ci sono in rete. Ad esempio lui stesso ha trovato in un sito che i versi de “La storia” che dicono “nessuno si senta offeso” erano diventati “nessuno si senta un fesso”.
Comunque in generale abbiamo condiviso le decisioni su quasi tutti gli aspetti del libro, anche se è intervenuto marginalmente sulle mie schede. Posso dirti che, a dispetto di quel che a volte si dice di lui e del suo carattere, è veramente piacevole lavorarci insieme, cosa che peraltro avevo già sperimentato per un precedente lavoro che avevamo fatto. Ci siamo anche divertiti parecchio.

– Qual è il contributo che De Gregori (con le sue canzoni) ha dato alla musica e alla cultura italiana, a tuo avviso?
Beh, è un caposcuola. Nei primi anni Settanta ha saputo, insieme ad altri ma secondo me con un peso particolare, portare definitivamente la canzone ad essere cultura, ad essere un mezzo espressivo che può veicolare contenuti di qualunque tipo, anche quelli alti, pur non rinunciando a una dimensione di intrattenimento. È stata una vera rivoluzione nella storia della nostra musica, che è arrivata certamente dopo quella dei cantautori del decennio precedente, i Tenco, Paoli, Endrigo, De André, ma che l’ha completata. Pensiamo ad esempio a “La storia”: sarebbe stata impensabile una canzone così decenni prima.
Credo poi che De Gregori sia un esempio di coerenza nelle scelte artistiche di fondo. È indubbio che il suo modo di far musica e di intendere il suo mestiere sia sempre stato decisamente anomalo rispetto alla musica mainstream. Bisogna dargli atto che,
pur essendo un cantante di grande successo, non ha praticamente mai cercato scorciatoie commerciali nei suoi dischi. Non è mai andato apposta incontro al pubblico, e questo, anche se può sembrare contraddittorio, denota grande rispetto verso il pubblico. Non è cosa da poco.

Francesco De Gregori

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la scheda del libro: “Francesco De Gregori. I testi. La storia delle canzoni” (Giunti)

Francesco De Gregori aveva ventun anni nel 1972 quando con l’amico Antonello Venditti pubblicò il primo LP, Theorius Campus. L’anno seguente debuttò come solista (Alice non lo sa) e da allora sono venuti più di venti album in studio e pochi meno dal vivo, che hanno cambiato la scena della musica italiana grazie a una capacità di fascinazione forte e rara: canzoni uncinanti che amano attingere dal folk anglosassone, dal rock, dalla musica popolare, brani elusivi e sfuggenti, enigmatici, capaci però di aprirsi a tutti, come dev’essere per la grande canzone. In quasi cinquant’anni di attività De Gregori ha scritto più di duecento testi, che mai prima d’ora erano stati oggetto di una raccolta integrale. Enrico Deregibus, stimato studioso e cultore della canzone d’autore italiana, annota e commenta i brani in una radiografia approfondita di come sono nati e si sono sviluppati, indagandone le numerosissime sfaccettature, con rivelazioni inedite.

 

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Approfondimenti

ImmagineIl libro “Francesco De Gregori. I testi. La storia delle canzoni” (Giunti, 2020) nasce da un lavoro ventennale di Enrico Deregibus sul cantautore romano.
A lui aveva dedicato un primo libro nel 2003, “Quello che non so, lo so cantare” che comprendeva la biografia di De Gregori e delle brevi schede sulle sue canzoni.
Quel libro, dopo ulteriori ricerche e approfondimenti, si è sdoppiato dando origine a due diversi libri, molto corposi: nel 2015 “Francesco De Gregori. Mi puoi leggere fino a tardi”, uscito nel 2015, che comprende la parte biografica, molto ampliata e arricchita, e successivamente una sorta di grande appendice a quella, che è il recente “Francesco De Gregori. I testi. La storia delle canzoni”.

Il libro è fitto di notizie, aneddoti, analisi, rivelazioni inedite. Un volume di oltre 700 pagine, un’opera imponente, decisamente anomala nel panorama italiano.
Il giornalista piemontese (giornalista, non critico musicale) si sofferma sulle canzoni, più di 200, che De Gregori ha inserito nei suoi dischi, con ampie e dettagliate schede che riservano molte sorprese anche a chi conosce bene l’artista romano. Ad accompagnarle, i testi di tutte le canzoni scritte da De Gregori, che li ha controllati e certificati in prima persona per evitare errori e refusi, dando così il suo avallo al volume.
“Francesco De Gregori. I testi. La storia delle canzoni” non nasce però con lo scopo di spiegare i testi ma con la volontà di indagare le canzoni in tutte le loro componenti: parole, musica, arrangiamenti, interpretazione. E di raccontarne il contesto, la nascita, le fonti, l’ispirazione, la scrittura, quello che è successo dopo l’uscita, le tante versioni del loro autore e quelle di altri.
Il tutto con centinaia e centinaia di dichiarazioni dello stesso De Gregori, tratte da interviste rilasciate dall’inizio degli anni Settanta a oggi e con complessivamente oltre 2000 documenti consultati.

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Enrico Deregibus è giornalista e saggista, oltre che consulente o direttore artistico di svariati festival ed eventi musicali, alcuni dei quali lo vedono anche come conduttore. È considerato il maggior esperto di De Gregori, per il quale nel 2016 ha anche realizzato il volume inserito nel cofanetto “Backpack” (Sonymusic), che racchiude in cd trentadue dischi del cantautore romano.
Deregibus è inoltre ideatore e curatore del “Dizionario completo della canzone italiana” (Giunti, 2006) e, con Enrico de Angelis e Sergio Secondiano Sacchi, di “Il mio posto nel mondo. Luigi Tenco, cantautore. Ricordi, appunti, frammenti” (BUR, 2007). Del 2013 è “Chi se ne frega della musica?”, una raccolta antologica di suoi scritti usciti su varie testate (NdAPress).

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