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IO, AGRÒ E IL GENERALE di Domenico Cacopardo (recensione)

Maggio 5, 2021

“Io, Agrò e il generale” di Domenico Cacopardo (Marsilio)

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di Alfio Siracusano

Ogni libro, specie se meritevole di lettura, ha sempre un fondo da cui germina, come un albero frondoso che si alimenta della feracità che gli trasmettono le radici e che lui esprime nel rigoglio dei rami, delle foglie e dei frutti. In un libro essi sono la sua scrittura, i suoi personaggi, i fatti che racconta, le idee che veicola, i turbamenti che suscita.
Questo mi è avvenuto di pensare leggendo quest’ultimo romanzo di Domenico Cacopardo, Io, Agrò e il generale (Marsilio 2021, pagg. 473), che peraltro mi è parso anche nuovo rispetto ai suoi precedenti. E non è che sia mutato lo stile. Come sempre Cacopardo è narratore puntiglioso, implacabile nella ricostruzione dei fatti fino alle minuzie, preciso nel mettere il lettore dentro i meccanismi delle procedure, acuto nel disegnare i protagonisti del lavoro giudiziario, ciascuno col suo carattere, le sue fisime, a volte le sue leggerezze, in definitiva la sua umanità. Aggiungerei che sta qui la sua pòiesis, la sua capacità di creare un mondo sì di fantasia ma vero della verisimiglianza dei caratteri, della naturalezza dei gesti e dei comportamenti. Tanto più dentro una trama di eventi che discopre un mondo doppio, del crimine e della legge, rivelandolo nella sua cruda verità.Il libro, non esattamente un giallo, racconta un caso giudiziario centrato sulla scomparsa, a Roma, di una ragazza ventottenne amante di un docente universitario molto più anziano di lei e figlia di un generale a riposo, Pancrazio Lotale, che diventa subito centro del racconto. Militare fino al midollo, Lotale mantiene tutta l’alterigia del suo rango, manifesta idee dichiaratamente di destra ed è insieme contornato da un apparato fatto di potere variamente articolato. Dove all’obbedienza cieca di vecchi commilitoni, e nell’ostentazione di un linguaggio esplicitamente militare, si aggiunge, nelle vesti di una Società che si occupa di sicurezza, una componente economica che si trova a doversi misurare con la mafia. Ma è anche protagonista di una tormentata vicenda personale, con un’ex moglie che lo odia e una giovane amante che lo soddisfa sul piano sessuale. Il tutto nella martoriata Sicilia, il messinese per la precisione, che è il luogo di elezione in cui il sicilianissimo Cacopardo colloca le sue trame. Ma racconta anche, il libro, al di là dei fatti e del loro intrico che lasciamo alla curiosità del lettore, un mondo di infinita corruzione che appare quasi “naturale” nella normalità di un universo in nessun modo intriso di “valori”. In questo mondo son tutti corrotti: le donne quasi tutte buttane, compresa l’ex moglie e l’attuale convivente del generale e la giudice che conduce le indagini, gli uomini, il nostro generale più di tutti, sono dominati dal sesso, le regole dell’amicizia vengono il più delle volte calpestate, i sentimenti falsati da torbidi risentimenti, la vita giudicata nella logica delle performances erotiche o finto-sportive, come avviene nel Lotale. Aduso a compiacersi del numero dei suoi rapporti carnali come delle nuotate invernali che gli temprano il corpo. Unica eccezione Italo Agrò, che mantiene, come sempre nei romanzi di Cacopardo, una sua coerenza etica inscalfibile, che lo ha portato a dimettersi dalla magistratura e ce lo consegna nelle vesti di avvocato insieme alla moglie avvocato anche lei, e sostanzialmente unica donna non colpevole di abbrutimenti sessuali. Assistono il Lotale con grande professionalità.
Con lui dialoga lo scrittore all’inizio del libro, e appare chiara la voglia di Cacopardo di misurarsi con questa sua creatura che potrebbe anche essere il suo doppio, e che poi, nel libro, si riappropria della sua autonomia tornando se stesso e lasciando allo scrittore la parte dell’onnisciente narratore. Che è un artificio letterario che affonda nel recente ultimo Camilleri ma risente anche, e non potrebbe essere altrimenti, di vezzi pirandelliani. Nasce così l’intreccio strutturale del romanzo: fatto di parti che si alternano tra il racconto che degli avvenimenti fa Pancrazio Lotale e i raccordi che l’onnisciente narratore riserva a sé, mentre Agrò rimane confinato nel suo ruolo di avvocato circonfuso dell’aureola della sua onestà.
Ma parlavamo di idee veicolate e di turbamenti suscitati. Nelle vicende ricostruite da Lotale e integrate dal narratore – che qui volutamente si tralasciano e per il cui godimento si rimanda alla lettura del libro – c’è sicuramente assai più di una grande abilità nel ricostruire intrecci e creare sorprese, e c’è invece, dietro il freddo realismo, un “giudizio”, pur se non esplicitamente dichiarato, che si incarna massimamente in questo personaggio e in quanto gli accade intorno. Che si fa dunque “figura”, nel senso auerbachiano, del mondo di cui è parte e di cui riassume i vizi infiniti e le ingenue velleità, ma anche prefigura i torbidi pericoli che è doveroso paventare per il nostro futuro non ancora scritto ma sicuramente intuibile per una somma di avvisaglie. Se lette bene. Non è solo la mafia, che qui vince senza molti sforzi anche se Lotale si illude di combatterla ma a modo suo; è che appare inquietante, forse anche premonitrice, la presenza di apparati militari clandestini, di generali a riposo che fanno ancora i generali in attesa di un’ora x, di uomini dei servizi che si muovono nell’ombra e riescono a sapere tutto, puniscono gli sgarbi arrecati al loro superiore e immaginano sfide da bollettino di guerra ai capi della mafia che poi puntualmente falliscono per l’interessata diserzione di chi si sottrae, accettandolo, alla lotta impari contro un nemico infinitamente superiore. Che poi significa certificare l’ineluttabilità, per questo nostro paese, di dover convivere con la mafia, ma anche la conferma dell’idea che il problema mafia e corruzione comunque praticata non abbia altra forma possibile di soluzione che non sia quella, purtroppo molto improbabile, di una democrazia funzionante dentro una società di principi eticamente accettabili. Che è come dire nell’orizzonte morale di Agrò che non per niente ha sempre mantenuto pensieri di sinistra.
Alla fine, nella surreale ma poeticissima conclusione del libro, Italo Agrò assolve il generale, uscito da un manicomio criminale. “Il processo non era stato particolarmente difficile, racconta il narratore, visto che l’ingenuità immacolata dell’imputato dimostrava senza dubbi la sua seminfermità mentale, la sua totale incapacità di comprendere i reali meccanismi umani al di fuori della disciplina militare”. E che “mai gli era passato per la testa che, nella vita civile, ci fossero ben altre motivazioni di arti, di scelte, di tradimenti”. Che è una confessione di ottimismo della volontà e anche ciò che mi ha indotto a questo tipo di lettura. E lo assolve anche l’autore, riconoscendo che anche il generale, che immagina venuto a trovarlo insieme ad Agrò e poi dileguatosi all’improvviso, confessa di avere capito tropo tardi che il mondo è condannato alla corruzione. Della moglie non gli importava granché, ma anche la sua Giuditta era stata buttana, anzi buttanazza, se è vero che, mentre stava con lui “si accoppiò con un giovanotto di Santa Teresa di Riva…Peggio per lei”. E infatti l’aveva fatta ammazzare. Che era un sintomo della ineluttabilità del male.
Per fortuna gli Italo Agrò ci sono ancora, ragiona il nostro autore. E ci saranno anche dopo, se è vero che un nipote dell’Agrò di questo libro, apparso per un solo istante, è anche lui magistrato, si chiama come lo zio, Italo Agrò, ed è circondato da fama analoga.

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La scheda del libro: “Io, Agrò e il generale” di Domenico Cacopardo (Marsilio)

Pancrazio Lotale, un generale dei paracadutisti in pensione che insieme ad alcuni ex commilitoni ha fondato una società di sicurezza, apprende che il maturo amante della figlia Dominique è deceduto dopo una lunga malattia. Purtroppo, quasi subito Dominique scompare mentre prendono consistenza i sospetti sul suo ruolo nella morte del compagno. Il mistero s’infittisce quando a Roma, in piazza della Pigna, viene ritrovato un cadavere orrendamente mutilato e privo della testa. L’appartamento nel quale è stata scoperta la vittima è di proprietà di Dominique Lotale. Nel frattempo, matura uno scontro tra la società di sicurezza di Lotale e una banca che sembra legata ad ambienti criminali. Siccome di Dominique continua a non esserci traccia, il generale e la consorte, da cui è diviso, si rivolgono all’ex procuratore della repubblica Italo Agrò, divenuto titolare di un importante studio legale di Roma insieme alla moglie Marta Aletei. Sarà lui a dover dipanare una matassa resa assai ingarbugliata – e pericolosa – dai forti interessi economici e criminali che sono in gioco.

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Domenico Cacopardo è nato nel 1936. Siciliano di Rivoli (in provincia di Torino), è vissuto in varie città italiane, condotto dagli impegni professionali. Consigliere di stato sino al 2008, è stato anche magistrato per il Po (Parma) e magistrato alle Acque (Venezia). Collabora con vari quotidiani e periodici. Per Marsilio ha pubblicato Il caso Chillè (1999), L’endiadi del dottor Agrò (2001), Cadenze d’inganno (2002), Giacarandà (2002), Agrò e la deliziosa vedova Carpino (2010), Agrò e la scomparsa di Omber (2011), Agrò e il maresciallo La Ronda (2013), Il delitto dell’Immacolata (2014), Semplici questioni d’onore (2016), Amori e altri soprusi (2017) e Agrò e i segreti di Giusto (2019).
www.cacopardo.it/

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