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IL SILENZIO DEI GIORNI di Rosa Maria Di Natale: incontro con l’autrice

Maggio 7, 2021

“Il silenzio dei giorni” di Rosa Maria Di Natale (Ianieri edizioni): incontro con l’autrice e stralcio del libro

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Rosa Maria Di Natale, giornalista professionista, vive e lavora a Catania. Ha vinto il “Premio Ilaria Alpi” nel 2007 con una video-inchiesta. È stata docente a contratto di Giornalismo, comunicazione e Nuovi media all’Università di Catania e ha pubblicato Potere di Link – Scritture e letture dalla carta ai nuovi media (Bonanno, 2009). Promuove e coordina gruppi di lettura in presenza e sul web. Ha pubblicato racconti su Linus e Maltese Narrazioni.

Abbiamo incontrato l’autrice e le abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa su questo suo primo romanzo: “Il silenzio dei giorni”

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«Quando ho iniziato a scrivere “Il silenzio dei giorni” sono partita da una domanda», ha detto Rosa Maria Di Natale a Letteratitudine: «cosa accade se si decide di restituire la verità alla propria storia familiare a distanza di tanti anni?
Poi ne è arrivata un’altra più urgente: quanto costa sopravvivere al dolore?
Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)Nei racconti che avevo pubblicato prima di questo romanzo, la mia Catania aveva avuto sempre un posto centrale: i colori, il cibo, la gente, la lingua, ma soprattutto la coralità e qualche personaggio tanto sopra le righe, quanto incredibilmente reale. Non potevo fare a meno di scatenare la mia fantasia sulla base di eventi realmente accaduti e che avevo seguito in veste di cronista.
Ma sapevo anche che il mio primo romanzo doveva riconsegnare carne e sangue ad un’immagine che non mi aveva abbandonato per mesi e mesi: due ragazzi omosessuali ritrovati morti a piedi di un albero, ancora abbracciati, in un paesino della provincia etnea. Probabilmente avevano chiesto a una terza persona di sparare perché non volevano più vivere in un contesto di oltraggio e disamore. Oppure no, erano stati uccisi e basta, sempre in considerazione di quell’identico disamore. Si trattava del “Delitto di Giarre”, avvenuto nel 1980, quando ero ancora una bambina. Appresi di quella storia assolutamente per caso, moltissimi anni dopo quando oramai tutti – ma non il movimento gay – avevano rimosso l’evento. Ancora oggi quel delitto non ha colpevoli.
Fortunatamente la letteratura offe sempre una soluzione e passa per esempio dalla libertà di inventare nuove storie a partire dalla realtà, ma senza per questo perdere in potenza narrativa.
E così ho iniziato a visitare l’immaginaria Giramonte, un piccolo centro ai piedi del vulcano Etna, che per me rappresenta la summa delle province siciliane di mezzo secolo fa.
Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)Nella mia Giramonte nel 1972 la vita scorre a ritmo sempre uguale, tra riti paesani, passioni private e i buoni affari della terra. Saverio e Peppino Giunta sono due fratelli adolescenti, figli di Michele, agiato possidente agricolo e di Angela, madre casalinga e attenta. Saverio finisce le medie e per lui arriva il momento di proseguire gli studi nella distante Catania, metropoli più moderna e – almeno per i giramontesi – decisamente immorale. Ma Michele Giunta ha già pianificato per i suoi figli un futuro da padroni dei suoi agrumeti finalmente in espansione e gli studi gli appaiono non necessari se non controproducenti.
É Peppino che ridesta tutti loro, quarant’anni dopo, dai suoi stessi ricordi e nel corso di una notte sola. Insegue la verità. E nella terra di Pirandello è una missione parecchio rischiosa».

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Uno stralcio del libro: (dal capitolo 1 di “il silenzio dei giorni”, Rosa Maria Di Natale, Ianieri edizioni)

Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)

 

Ero felice? Eravamo felici? Ancora oggi non saprei rispondere. Al mio taccuino, anche quell’estate del 1972, consegnavo pezzi dei miei tredici anni, galoppando dentro le pagine con una foga violenta. Avevo sete di vedere, di capire. Ma non sapevo di preciso cosa.
Il tempo trascorreva più velocemente, grazie a quel contatto segreto con me stesso. Mi piaceva scrivere, e il mio quadernetto dalla copertina blu a quadretti verde scuro era molto più che un diario.
Quei fogli supplivano ai viaggi che temevo di non poter mai fare ma di cui forse non sentivo neppure il bisogno, tanto li sentivo lontani dalla realtà.
Eppure quei fogli mi aiutarono a crescere.
Il futuro era roba per adulti: che se ne preoccupassero i grandi, procurandosi il loro dolore. A me era il presente che interessava più di ogni altra cosa. Erano i giorni trascorsi a scuola e a casa, nelle strade di Giramonte e con gli amici. Sapevo che ogni evento, anche minuscolo e insignificante, avrebbe potuto rivelarsi utile il giorno dopo, o un anno dopo. Avevo sviluppato un insolito talento per la mia età: mettere insieme le cose accadute, le cose dette o pensate, per osservarle con attenzione. Poi riuscivo a legare tutto e a collegare le storie. Era un gioco divertente e mi faceva sentire grande, potente.
Trascorrevo buona parte del tempo a rileggere le pagine precedenti, tutte minuziosamente contrassegnate da date, orari, circostanze di scrittura, persino qualche cimelio: una cartolina di San Domenico Savio ricevuta in estate dal compagno di banco che trascorreva le ferie a Zafferana, dai salesiani, o un manifestino della Democrazia Cristiana che mio padre portava in casa per accontentare Licciardello, o una vecchia pagella.
C’era soprattutto un ritaglio di giornale che raffigurava la Lucia de Il segno del comando. I capelli di quell’attrice televisiva misteriosa che si stringeva in uno scialle da zingara mi apparivano soffici e curati come quelli di mia madre.
Fu in un mercoledì di fine giugno che, leggendo e rileggendo, mi accorsi che mancava qualcosa: le ragazze non avevano mai abitato in quelle pagine. Neppure per sbaglio.
Non me ne vergognavo. La verità era che per quello, per lo svelamento del mistero femminino, intendo, mio padre faceva e disfaceva tutto da solo. A me e a Saverio non rimaneva spazio per chiederci come fossero le donne nella loro oscura intimità.
Le donne abitavano buona parte del suo cervello ogni giorno, ogni minuto. Ne parlava per ore, a casa, fuori, al lavoro, con gli uomini, con le altre donne. Le sue femmine belle o brutte, giramontesi o forestiere, giovani o vecchie, ingombravano le nostre giornate, anche solo a parole. Non c’era bisogno di cercarne altre.
Mio padre poteva fissarsi con un’ottantenne o con una ventenne, indifferentemente.
Della prima avrebbe indagato la morale dei quarant’anni precedenti, da donna sposata, la qualità della figliolanza, la condotta durante la prima e la seconda fase della vedovanza. Della seconda le frequentazioni, le aspirazioni paterne a un eventuale matrimonio, i fidanzati veri o presunti, e soprattutto, la nomina, la nomea, l’opinione che della donna avevano gli altri compaesani. E di tutt’e due le fattezze. Sopra ogni cosa i fianchi e le cosce, le cui misure svelavano al mondo i vizi e le virtù, doti materne o di grande buttanaggine.
Mio padre parlava di soldi, prima di tutto. E poi di donne. Di quelle degli altri, è chiaro. Forse era questo che lui e il professore comunista condividevano senza che alcuna barriera culturale potesse dividerli.
Sia chiaro: mai avrebbe alluso a eventuali tradimenti. Era un uomo d’onore che portava rispetto alla moglie. Avevamo, io e Saverio, l’impressione che in questa continenza ci fosse qualcosa di forzato che lo faceva soffrire. Spesso ridacchiava al ricordo di sue vecchie fiamme, prima di fidanzarsi con mia madre. Tutte belle, tutte sode, a giudicare dalle minuziose descrizioni che faceva, e pronte a farsi sbucciare come un’arancia dalle sue mani esperte.
Mai belle quanto sua moglie, però. Meno che mai pure e sagge come la sua Angela, che meritava la sua adorazione incondizionata e perciò lontana mondi e galassie dalla condotta poco meno che meretricia delle altre.
La nomina, rosario quotidiano della vita giramontese, credo laico di una fede professata da molti, passatempo innocente di signore e signorine, non era solo una fissa di mio padre.
Quando qualche volta ascoltavo annoiato i discorsi degli operai, la nomina era l’asse portante alla quale i dialoghi si aggrappavano disperatamente, così da non dover mai cambiare strada.

(Riproduzione riservata)

© Ianieri edizioni

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La scheda del libro: “Il silenzio dei giorni” di Rosa Maria Di Natale (Ianieri edizioni)

Image from LETTERATITUDINE (di Massimo Maugeri)Peppino Giunta, siciliano di nascita e milanese d’adozione, nello spazio di una notte racconta il suo drammatico vissuto al capo della redazione dove lavora come correttore di bozze. Ma ricostruendo i dolori del passato nella sua Giramonte, paesino ai piedi dell’Etna brulicante di contadini orgogliosi e passioni umane troppo umane, aumentano le probabilità di perdersi tra apparenza e realtà.
Quanto può far male il rifiuto della diversità? Può, almeno la morte, spegnere i vecchi rancori familiari?
Il romanzo è liberamente ispirato al “delitto di Giarre” del 1980, che portò alla fondazione del primo nucleo di militanti gay e l’anno successivo, a Palermo, alla prima Festa nazionale dell’orgoglio omosessuale.

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