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DI LUCE PROPRIA di Raffaella Romagnolo: incontro con l’autrice

maggio 12, 2021

“Di luce propria” di Raffaella Romagnolo (Mondadori): incontro con l’autrice e un brano estratto dal libro

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Raffaella Romagnolo è nata a Casale Monferrato nel 1971 e vive sulle colline tra Piemonte e Liguria. Tra i suoi romanzi: La masnà (Piemme), Tutta questa vita (Piemme), Destino (Rizzoli). Con La figlia sbagliata (Frassinelli) è stata candidata al premio Strega nel 2016, mentre Respira con me (Pelledoca) è stato finalista al premio Strega Ragazze e Ragazzi 2020. I suoi libri sono tradotti in tedesco, francese, olandese, greco, ebraico, arabo e portoghese.

Il nuovo romanzo di Raffaella Romagnolo si intitola “Di luce propria” (Mondadori). Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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«In questa storia c’è un orfano», ha detto Raffaella Romagnolo a Letteratitudine. «Di più, un “esposto”, cioè un bambino abbandonato nella ruota dell’ospedale di Genova, il Pammatone. L’anno è il 1855 e lui, Antonio Casagrande, è anche difettoso, ha un occhio cieco, la pupilla lattea. Ragion per cui non lo vuole nessuno. L’ultimo degli ultimi. Cresce così, aggirandosi nei reparti degli scrofolosi e delle puerpere, affacciandosi al teatro anatomico, dentro camerate che puzzano di piscio, a contatto con la morte che è tutt’uno con la vita del Pammatone.
In questa storia c’è Alessandro Pavia. Un omone, patriota, repubblicano, garibaldino, di professione fotografo. “Fotografo dei Mille”, per la precisione. Un sognatore che si è messo in testa di trasformare l’ultimo degli ultimi, orbo, in un fotografo. Un visionario che vuole ritrovarli tutti, i Mille che fecero l’impresa, immortalarli, ficcarli in un album, stamparne copie che dovrebbero inondare, secondo lui, tutti i municipi d’Italia. Un idealista. Un illuso. Davvero esistito, anche se la sua vita l’ho romanzata parecchio.
In questa storia c’è madama Carmen, anima inquieta, spirito multiforme. Lei tiene testa al destino trasformandosi. Nasce Rosetta, diventa Rosetta La Vedova, poi madama Amaranta, lady Violet, Rosa Bernard Morel. Guardiana di capre, pazza per amore, puttana per disperazione, maitresse per scelta, gran dama, banchiera, strega, stratega, mamma. Tutto nella stessa vita.
C’è Caterina Colombo levatrice “diplomata”, figlia della comare Eugenia da cui ha imparato tutto e disimparato ogni cosa, cuore di zucchero, coraggio da leone. Madre a sua volta in strane, inattese, circostanze (è questa una storia dove i genitori non sono veri genitori, i figli, veri figli e persino i nonni non sono veri nonni).
Ci sono diamanti-talismano, lastre fotografiche, carta albuminata, camere oscure smontabili, lanterne magiche e cineprese, cialtroni e buffoni, illusionisti che fotografano fantasmi e seducono fanciulle in fiore. Maghi da strapazzo e magia vera. L’occhio di Antonio Casagrande, per esempio, non è cieco, anzi. Vede ciò che gli altri non vedono. Un dono. Una maledizione.
Ah, sì, ci sono anche Garibaldi che si sbrodola, Mazzini pietrificato, il generale Bava Beccaris che cannoneggia la folla e il poeta Gabriele d’Annunzio che nel “maggio radioso” del 1915 manda tutti a morire. Ci sono il Borgo di Dentro e cascina Leone, cioè un pezzo importante del mio precedente romanzo Destino. Domenico Leone in camicia rossa e Primo Leone bambino, adolescente, uomo fatto.
È, Di luce propria, la storia di un orfano che trova il proprio posto nel mondo. Dell’ultimo degli ultimi che sfida la Morte. C’è Dickens, Marquez, Allende, e persino qualcosa di Miyazaki. E tutta la voglia che avevo di raccontare il nostro Paese appena nato, straccione, analfabeta e gonfio di vita».

[Gli scatti sono della fotografa Lucia Bianchi]

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Uno stralcio del libro (da pagg, 11-12): “Di luce propria” di Raffaella Romagnolo (Mondadori)

 

Venerdì 26 aprile 1867, tra Genova e Borgo di Dentro

Ai tempi gloriosi del collodio umido, quando tirare stampe da un negativo su vetro richiedeva la destrezza di un illusionista, i praticoni da quattro soldi si riconoscevano dalle sbavature negli angoli. Ombre spettrali, nebbie cariche di mistero assediavano mezzibusti e figure intere. Montate su cartoncino per prevenire arricciature, le fotografie si riponevano in astucci stampigliati a caratteri d’oro o in pesanti album con la sopraccoperta di cuoio, oppure venivano sistemate in bella vista dentro cornici preziose, come si trattasse di ritratti a olio. La mistura di sale, nitrato d’argento e chiara d’uovo che impregnava la carta fotografica si degradava in fretta, e le immagini acquistavano una sfumatura acquorea, giallastra. Di cui il cliente era comunque soddisfatto, non avendo mai visto il proprio aspetto se non nel fuggevole riflesso dello specchio.
Quei ritratti insidiati dai fantasmi, quei gruppi di famiglia infestati da spiriti come il tavolino di una maga erano una novità di gran moda quando Antonio Casagrande venne al mondo. Presumibilmente nei pressi del porto di Genova, forse tra Sottoripa e porta Soprana. Non è noto il luogo esatto, la strada, il palazzo, il cortile o la cantonata, solo giorno, mese e anno: 13 giugno 1855. Così almeno lo schedario dell’Ospedale Maggiore detto di Pammatone, sezione Esposti.
Non fu possibile indicare alle voci “padre” e “madre” i lombi che l’avevano generato e il grembo che l’aveva accolto. Al trillare della campanella che annunciava un nuovo arrivo, l’incaricato azionò il meccanismo della ruota e si trovò davanti un neonato grigio di spavento. Notò subito l’occhio fisso sul nulla, la pupilla color latte, poi il cordone legato alla spiccia, indizio di scarsa pratica, e infine la pezza ruvida, sporca di sangue e liquido amniotico, che proteggeva il corpicino dal nudo legno. “Tela di Genova” veniva chiamata comunemente. “Jeans”, nelle Americhe. Roba da mozzi, garzoni di macchina o scaricatori. E nient’altro. Non due righe di accompagnamento, non un medaglione, una spilla di brillanti, un nastro con le cifre o un qualunque segno di quelli che, nei romanzi venduti sulle bancarelle sotto i portici dietro il Pammatone, avrebbero assicurato al neonato, seicento pagine dopo, il dispiegarsi di un destino ricco e felice. Neanche una cesta o un trapuntino. E niente perciò rimase ad Antonio Casagrande, se non un’invincibile sensazione di vuoto alle spalle, di leggera vertigine, come chi manchi per un soffio la presa, e la risposta alla domanda più difficile: ma io, chi sono?

(Riproduzione riservata)

© Mondadori

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La scheda del libro: “Di luce propria” di Raffaella Romagnolo (Mondadori)

«Me. Scegli me.» In fila con gli altri, Antonio Casagrande sa che la sua preghiera muta non troverà ascolto. Scelgono sempre qualcun altro. È stato così per gli undici anni che ha trascorso al Pammatone, l’orfanotrofio genovese che lo ha accolto appena venuto al mondo, il 13 giugno 1855. E non c’è dubbio che sia per quella pupilla color perla. Chi vorrebbe un bambino difettoso? Invece un bel giorno succede. «Lui» indica l’omone grondante di pioggia che gli sta davanti. Gli serve un apprendista, poche storie. Nella bottega di Alessandro Pavia, Antonio impara quel che gli servirà a stare al mondo: la magia dell’alfabeto, la passionaccia per la politica, l’amore per la giustizia e soprattutto la nuovissima arte della fotografia. Misture alchemiche, carta albuminata e la luce, la cosa più importante. Il resto glielo spiega madama Carmen, tenutaria di bordello con il cuore spezzato e un gran talento per gli affari. Sono tempi decisivi, quelli, e anche Pavia ha una missione: la folle, visionaria impresa di ritrarre uno per uno i Mille che con Garibaldi fecero l’Italia. A Borgo di Dentro, un pugno di case sulle colline piemontesi, ne ha scovati addirittura quattro. Proprio lì, in un giorno di festa, Antonio scopre il suo potere: liberato dalla benda, potenziato dall’obiettivo della macchina fotografica, l’occhio cieco vede ciò che nessuno può vedere, il destino, l’ineluttabile. È un dono, forse. Secondo Antonio, una maledizione. Sullo sfondo, l’Italia è appena nata e l’orfano del Pammatone si fa uomo attraversando i momenti che trasformano un paese straccione e inconsapevole in una nazione. In mezzo a una folla in rivolta per il pane, Caterina, libera e coraggiosa, lo prende per mano e lo aiuta a capire, mentre le sue visioni si fanno sempre più caotiche e terribili. L’occhio cieco nel mirino, Antonio vede ciò che nessuno vorrebbe vedere, il fango delle trincee nello sguardo dei giovani che inneggiano alla guerra, la fine di chi amiamo. Feroce e implacabile, la morte non smette di sfidarlo. Finché Antonio Casagrande raccoglie la sfida. Con la sua immaginazione potente e una scrittura capace di accogliere il tumulto della realtà, Raffaella Romagnolo ci regala un romanzo civile e intimo al tempo stesso, che assorbe tutti i colori del mondo e ne restituisce la luce.

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