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BUGIARDE SI DIVENTA di Felicia Kinglsey: incontro con l’autrice

maggio 14, 2021

“Bugiarde si diventa” di Felicia Kinglsey (Newton Compton): incontro con l’autrice e un brano estratto dal libro

* * *

Felicia Kinglsey è nata nel 1987, vive in provincia di Modena e lavora come architetto. Matrimonio di convenienza, il suo primo romanzo inizialmente autopubblicato, ha riscosso grande successo in libreria con Newton Compton ed è diventato il secondo ebook più letto del 2017.

Il nuovo romanzo di Felicia Kinglsey si intitola “Bugiarde si diventa“, anche questo pubblicato da Newton Compton. Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

 * * *

«È capitato a me, è capitato a molte mie amiche e continua a capitare a tanti millennials, i nati dal 1982 al 1997, di sentirsi in ritardo», ha detto Felicia Kinglsey a Letteratitudine.
«Ritardo per cosa? Per un caffè? Per un treno? Per un viaggio?
No, in ritardo per la vita.
Giunti alla soglia dei trent’anni ci siamo guardati e ci siamo resi conto che non eravamo dove in teoria tutti sia aspettavano che noi fossimo: in una casa di nostra proprietà, con un lavoro stabile ed economicamente autosufficienti, in una relazione amorosa piena, appagante con eventuale fede già infilata al dito o in prossimità di esserlo, almeno un figlio in cantiere, una station wagon e un piano pensionistico integrativo che non si sa mai.
La verità è che l’elenco di aspettative di cui sopra, che sembra essere stato fornito in dotazione a genitori e parenti over 50, per me e per molti miei coetanei è stato in parte o del tutto disatteso.
E i genitori e parenti in questione non mancano di farcelo notare: hai trovato un lavoro? Quando vai a vivere da solo? Ancora single, alla tua età? Quando fai diventare nonni i tuoi genitori?
Calcolate che io ho 33 anni e appena avuto un bimbo. A 35 anni si è considerate clinicamente primipare attempate.
A voler metterci malizia si potrebbe pensare che questa generazione di ritardatati si ritrovi così perché è stata con le mani in mano, in realtà abbiamo passato praticamente tutta la vita a rincorrere inconsapevolmente queste aspettative, a fare i bravi e i colpi di testa corrispondevano a poche e rare eccezioni.
Sì, noi siamo la generazione che si sentiva trasgressiva quando beveva un Bacardi Breezer al limone.
Quelli che il pomeriggio lo passavano davanti a MTV a bombardarsi di video musicali (e l’inglese, bene, lo abbiamo imparato così).
Quelli che il giorno prima riavvolgevano i nastri delle musicassette infilando la matita nel buco dentato della bobina e quello dopo masterizzavano i CD.
Quelli che sono sopravvissuti al Crystal Ball, alla nube tossica di Chernobyl, alla manina appiccigommosa bisunta trovata nei sacchetti delle patatine che dopo 3 minuti si trasformava nel principale veicolo epidemico mondiale, al Push-pop.
Quelli che credevano che il Topexan facesse miracoli; quelli che “Non correre che sudi”; quelli che quando prendevamo una nota sul diario, ci vergognavamo come ladri.
Quelli che se sentono “Hanno ucciso l’uomo ragno” in radio è un dovere morale cantarla.
Quelli che hanno imparato che nulla è certo fino alla fine, nel ’94, dopo il rigore di Baggio.
Quelli che, alle elementari, medie e superiori, la massima tecnologia utilizzabile era la calcolatrice trovata dentro ai Tegolini del Mulino Bianco, e all’università riuscivano a overclockare un computer usando la ventola di un frigo, una graffetta e il tappo di una penna Bic.
Quelli che hanno iniziato a mandare i curriculum nel 2007 ma poi, nel 2008 fallisce Lehman Brothers e, come un filo tirato dal maglione, si disfa tutta l’economia mondiale.
Quelli che al primo colloquio di lavoro si sono sentiti dire: cerchiamo neolaureato con esperienza.
Quelli dello stage non retribuito e rimborso spese dopo 24 mesi, neanche fossimo forme di Parmigiano.
Quelli che: non assumiamo dipendenti, sarebbe meglio se tu aprissi partita IVA.
Quelli che… che… che… Quelli che se in qualche modo se la stanno cavando non è certo grazie alle condizioni al contorno, bensì nonostante.
È una strada in salita e sentirci sempre bombardare con richieste di adeguarci ad aspettative di altri senza domandarci cosa vogliamo noi, francamente è fastidioso. Anzi, non fa altro che distorcere la percezione che abbiamo di noi stessi.
Quella che racconto è la storia di Charlotte Taylor, alle porte dei trent’anni e schiacciata dal peso delle aspettative che, pur dando il suo massimo, non riesce a soddisfare, lei non è mai abbastanza.
Le piacerebbe, per una volta non dover rendere conto a nessuno, poter agire senza pensare alle conseguenze e perciò decide di stare a quello che sembra un gioco innocente, una piccola bugia che le consente di scappare dalla sua vita.
Il problema è che dalla tua vita non scappi neanche se ti chiami Usain Bolt, e Charlotte si ritrova a dover gonfiare quella bugia giorno dopo giorno, proprio quando il lavoro dei suoi sogni è dietro l’angolo e anche l’amore, quello vero, arriva a bussare alla sua porta».

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Uno stralcio del libro: “Bugiarde si diventa” di Felicia Kinglsey (Newton Compton)

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Il tergicristallo no, non l’avevo considerato
Ci sono due cose che odio nella vita: le bugie, il parruc-
chiere che mi parla mentre mi asciuga i capelli, e il cal-
care.
E i bilanci di ne anno.
Ok, quattro cose.
Sono appena uscita dal salone dove il parrucchiere blate-
rava senza che potessi sentirlo mentre mi fonava e, come se
non bastasse, oggi è il 31 dicembre. Già, due su quattro nella
stessa giornata.
«Mio Dio, Charlotte! Sembri un incrocio tra Camilla
Parker Bowles e Melanie Griffith in Una donna in carrie-
ra», è il saluto di Jerry – all’anagrafe Jerusalem Bloom,
mia migliore amica – quando la raggiungo al bancone del
Devonshire Terrace, dove mi aspetta con due bicchieri di
qualcosa che sospetto essere così alcolico da sterilizzarci
una sala operatoria.
«Prima o dopo che prendesse il posto di Sigourney Weaver?»
«Prima».
«Tu sì che sai sempre come rafforzare la mia autostima», le
rispondo abbracciandola.
«No, dico davvero. Chi è il tuo hair stylist? Stevie Wonder?»
«Sotto il mio studio ha aperto una scuola per parrucchieri.
Ti tagliano i capelli a qualsiasi ora, senza appuntamento e
gratis».
Mi levo il cappotto e mi siedo di fronte a lei, che alza gli oc-
chi al cielo, con disapprovazione. «Ecco la fregatura: gratis».
«Sai, Jerry», dico, «non tutti possiamo permetterci una te-
rapista tricologica coreana zen che taglia le doppie punte a
una a una»
«È Capodanno!», obietta. «Ti meriti una giornata di coc-
cole e benessere!».
«Pronto?! Lavoro, io! Non ce l’ho una giornata da dedicare
a coccole e benessere. Sono stata in studio no a un’ora fa!».
«Oh, be’, allora domani andiamo insieme alla Shangri-la
spa». Mi piazza il bicchiere in mano senza fare complimenti.
«Mai Tai, il tuo preferito»
Lo assaggio e, inorridita, lo riappoggio sul bancone. «Bleah,
non lo sa fare nessuno il Mai Tai. Non come lo faccio io. E
comunque, domani ho il brunch dai miei con il parentado al
completo».
Jerry mi guarda con occhi sgranati. «Barista!», chiama,
sventolando il braccio in aria. «Via il Mai Tai, facci due
vodka tonic. Solo vodka, niente tonic». Poi si rivolge di nuo-
vo a me. «Brindiamo».
«A cosa? A un mondo di pace e amore?»
«’Fanculo il mondo di pace e amore. A noi due, che
quest’anno spaccheremo il mondo!».
«A me basterebbe riuscire a trovare la forza per andare in
palestra. Il badge dell’abbonamento di quest’anno lo uso
come fermaporta. Come quello dell’anno scorso. E dell’anno
prima», osservo, prendendo un sorso che mi brucia la gola.
«Cosa c’è qui dentro? Benzina?»
«Ma se la vodka si sente appena!», protesta. «Mi deludi,
proprio tu che facevi la barista all’università».
«Per pagarmi gli studi, non perché avessi una particolare
propensione all’alcol».
«Ascoltami, Charlie, sento che ci sono grandi cose in arri-
vo. Per Natale, papà mi ha regalato una catena di hotel tutta
mia».
«Che pensiero carino. Anche io ho ricevuto più o meno la
stessa cosa: un pigiama di flanella. Bello, eh. Caldo, comodo,
ha pure le tasche scaldamani».
«Warren cosa ti ha regalato?»
«Ehm… un bhgnshma», mugugno.
«Cosa?»
«Un bagn… ma», blatero tra i denti.
«Più forte, non sento».
«Un bagnoschiuma».
«Le prozie che vedi una volta l’anno ti regalano un bagno-
schiuma, non i fidanzati».
«Tua zia ti ha regalato un bagnoschiuma?», le chiedo stra-
nita.
«Un’edizione limitata con polvere d’oro a ventiquattro ca-
rati, ma non è questo il punto. Tu cosa gli hai regalato?»
«Un portatile nuovo», ammetto.
«Stai scherzando?!».
«Gli serviva!».
«Comunque, dovrei essere molto arrabbiata con te. È il no-
stro anniversario, te lo sei scordata?!», esclama con un finto
broncio.
«Accidenti, è vero! Sono tre, no, quattro anni che ci co-
nosciamo!», rispondo. «Come potrei dimenticare la notte in
cui il tassista ti ha scaricata in stato di semincoscienza davanti
alla porta di casa mia?»
«Meno male che ci sei tu a ricordarlo, perché io ho imma-
gini sfocate di quella notte».
«Erano le quattro passate, tu eri uscita da uno dei tuoi party
esagerati con più alcol che sangue nelle vene e, nei fumi della
sbronza, hai biascicato al tassista “Kingsbridge” al posto di
“Knightsbridge” e lui ti ha mollata davanti alla mia porta,
quando stavo in quella scatola di sardine a Ladbroke Grove,
invece che davanti a quella del tuo loft delle meraviglie a due
passi da Harrods».
Jerry lancia un bacino nella mia direzione. «Ma tu, che hai
il cuore tenero, mi hai accolta e rifocillata».
«E ti ho tenuto i capelli mentre hai passato le due ore suc-
cessive a vomitare».
«Però ho imparato la lezione: mai mischiare vino e liquo-
ri. Uh! Prima che mi dimentichi». Jerry mi tende un sac-
chetto lucido di dimensioni spropositate con una scatola
decorata con uno svolazzante nastro di raso. «Il tuo regalo
di Natale!».
Merda.
«Jerry», dico imbarazzata. «Non dovevi». E con “non do-
vevi” non intendo la rituale formula di cortesia, ma proprio
che non doveva. «Lo sai che mi mette a disagio ricevere regali
da te, come faccio a ricambiare?».
Non si può ricambiare, con Jerry. Lei è l’adorata figlia di
Graham Bloom, una delle persone più ricche del Regno Uni-
to, assieme alla regina e a J.K. Rowling. I rotocalchi l’hanno
battezzata Principessa J.
Mr Bloom è il presidente del Bloom International Group,
impero immobiliare specializzato in edifici residenziali di
lusso, centri commerciali megagalattici e resort esclusivi fre-
quentati da tutto il jet set, e Jerry è la stella di papà. Non c’è
nulla che lei non possa avere, e nulla, alla mia portata, che io
possa regalarle. Di sicuro non una catena di alberghi.
«Oh, Charlie, tu mi ascolti più dei miei tre psicologi messi
insieme e loro sono pure pagati!».
«Non è quello che fa una migliore amica?», le domando
sfiocchettando il regalo. Nella scatola c’è un abito haute
couture taglio sirena seconda pelle e corsetto di pizzo che
credo di aver visto il mese scorso sulla prima pagina di
«Vogue».
«In ogni caso, se può farti stare tranquilla, questo vestito
l’ho riciclato. Me l’ha mandato lo stilista perché lo indossassi
al Winter Wonderland Ball ma poi me ne hanno inviato un
altro più bello e questo mi è avanzato», minimizza con un’al-
zata di spalle.
Più bello di questo? Mi pare impossibile. «Se la metti così,
lo accetto senza riserve, però…».
«Però, cosa?»
«Ammesso che ci entri, visto che tu sei alta quasi un metro
e ottanta per meno del due per cento di massa grassa, mentre
io prendo tre chili solo guardando una pizza», spiego scetti-
ca, «non ho eventi da tappeto rosso in agenda. Dove dovrei
sfoggiarlo? In ufficio? In cantiere?»
«Saresti l’architetto più glamour di Londra».
«Apprezzo la fiducia che hai nel mio potenziale».
«Scusa, ma indossalo stasera, no?!», esclama.
«Dove?»
«All’Attitude c’è la festa di Capodanno». Jerry ingolla quel
che resta del suo drink in un sorso. «Party anni Ottanta. Sarà
una seratona, ci divertiremo e poi hai già i capelli in tema».
«Ti sembro una da seratona all’Attitude? O da seratone in
generale?»
«E da cosa saresti?»
«Te lo dico subito. Il mio programma per Capodanno è:
doccia calda per cancellare questa tragica piega che mi fa
sembrare uno scopino del water, cena d’asporto a lume di
candele finte con Warren, attesa della mezzanotte sul divano
con i piedi infilati dentro allo scaldotto di pile».
Jerry è pietrificata. «Mi prendi per il culo?»
«No», sbotto. «Jerry, sei un tesoro a invitarmi, ma io sono
in piedi dalle cinque di stamattina, ho litigato con l’ufficio
comunale per un’autorizzazione bloccata da mesi a causa di
un cavillo burocratico; discusso con due imprese per strin-
gere dei preventivi all’osso, perché il cliente continua ad ab-
bassare il budget; rifatto da capo un progetto perché sono
cambiati i regolamenti di zona e, per mantenere il permesso,
andava consegnato entro oggi; infine mi sono congelata in un
cantiere, giù a Clapham, con il fango no alle caviglie, poiché
il geologo ha riscontrato un terreno problematico e doveva-

mo trovare il modo di consolidare la fondazione. Scusa se
non sprizzo adrenalina da tutti i pori».
«E Warren dov’era?»
«A Norwich con Cynthia, a cercare finanziatori per il suo
progetto».
«Come sempre», borbotta Jerry.
«Sento una nota di rimprovero o sbaglio?»
«Senti giusto. Accidenti, avete uno studio in tre ma, in pra-
tica, lo mandi avanti tu, mentre loro due vanno a caccia di
fantomatici investitori per… per… Cosa accidenti vuole fare
Warren?»
«Una nuova torre nella City. Ha trovato un’area a St Mary
Axe per la quale ha sviluppato il progetto di una business
tower futuristica, solo che serve qualcuno che compri il lotto,
demolisca l’edificio esistente e paghi la costruzione. Warren è
convinto che sarà il progetto che lo renderà famoso e svolterà
la carriera allo studio».
«Perciò, mentre lui e Cynthia lisciano banche e costruttori,
tu tiri la carretta».
«Ci diamo una mano a vicenda», spiego. «È così che fun-
ziona tra soci».
«E chi dà una mano a te con il tuo progetto?», insiste.
«Oh, quello… è una cosa secondaria», liquido stringendo-
mi nelle spalle.
«Ma se sono anni che mi parli del castello di Sherazade!».
«Sharesby», la correggo. «Sharesby Hall. E comunque, pri-
ma di pensare al restauro del castello, bisogna comprarlo
e il crowdfunding stenta a decollare», spiego sconsolata.
«Tu devi mendicare con il crowdfunding mentre Warren,
per il suo progetto, cerca milionari da mungere?
Non mi sembra molto paritario il vostro modo di aiutarvi».
«Dice che il suo ha prospettive di resa maggiori. E non posso
dargli torto», lo difendo.
«A chi interessa un castello diroccato, nel Berkshire, abbandonato
da cento anni? Siamo realisti, la sua business tower è più concreta.
Una volta costruita, lo studio avrà la credibilità e gli appoggi anche per occuparsi di restauri storici».
«Posso farti una donazione!», esclama. «Quanto ti manca per arrivare a…?»
«Cinque milioni di sterline? Mi mancano circa quattro mi-
lioni e novecentonovantanovemila, ma, intanto, basterebbe un milione per comprarlo».
«Posso svincolarli dal mio fondo duciario!», esulta Jerry.
«Non posso accettare, ma ti sono grata del gesto».
«L’offerta resta in piedi. Allora, per stasera?»
«La festa all’Attitude? Passo, ma come se avessi accettato».
«Coraggio!». Jerry non molla. «Siamo giovani e piene di
risorse, andiamo a divertirci».
«Giovani? Non sono più giovane da quando, in borsa, ho so-
stituito il kit del trucco con quello dei medicinali: antidolorifici, antispastici, pomata per gli strappi muscolari».
Scendo dallo sgabello, m’infilo la giacca e lascio venti sterline sul bancone. «Ho tutto per ogni evenienza, a trent’anni non si sa mai».
«Ventinove», mi corregge lei. «Ne compiremo trenta solo l’anno prossimo».
«Jerry, tra cinque ore è l’anno prossimo». Le schiocco un
bacio sulla guancia e la saluto.
«Va bene», sospira lei, arresa. «Nel caso cambiassi idea, fai il mio nome all’ingresso». E solo quando sono sulla porta, la
sento urlare alle mie spalle: «Ogni lasciata è persa, Charlie!».
Se Jerry non fosse la mia migliore amica, non starei nemme-
no a sentirla. Almeno mi fa ridere.
È un turbine di glitter e Chanel No5 che porta una ventata
di brio nella mia vita.
È incredibile come due persone come me e lei possano ave-
re qualcosa da dirsi, eppure riusciamo a parlare per ore di qualsiasi argomento. Ci bilanciamo: come il caffè con la pan-
na, i tacchi alti e il plateau.
Anche se in questo momento lei sta tornando al suo stra-
tosferico appartamento, scortata dal suo chauffeur su una Bentley
che costa quanto un organo di contrabbando sul mercato nero,
e io sono pigiata su un vagone della Circle line, tra una drag queen
e un ragazzino che mastica M&M’s a bocca aperta.
Mi fanno schifo le persone che masticano a bocca aperta, sono indecisa se dargli un calcio negli stinchi o rubargli gli M&M’s.
Ho fame, quando ho fame divento irritabile.
E poi sono a dieta.
Scendo alla stazione di Royal Oak e, neanche a farlo appo-
sta, la macchinetta degli snack mi tende un agguato proprio lì, sul binario: Snickers, Mars, Bounty, M&M’s… Ma io, stoi-
ca, passo avanti senza fermarmi.
Non mi avrete.
Poi ripenso a Jerry e al suo “ogni lasciata è persa”, e tre secondi dopo sto raccattando delle monetine dal fondo della borsa.
Tanto ho intenzione di andare no a casa a piedi quindi, quelle degli M&M’s, sono calorie già bruciate. Credo.
Esco dal pozzo delle scale, nell’aria frizzante di ne dicem-
bre che annuncia neve. Cammino a passo svelto superando la palestra di pilates, il ristorante indiano da cui esce un forte aro-
ma di spezie, il night sempre bersagliato da addii al celibato, no alla via dove abito, una cortina di case bianche tutte uguali con le colonne ai lati delle porte e i terrazzini al primo piano.
Mi piace Bayswater, è come stare a Notting Hill ma senza i turisti che ti fermano in continuazione per chiederti da che parte è la porta blu di Hugh Grant.
Rientro a casa infreddolita e, con mia sorpresa, trovo War-
ren già sul divano, i capelli umidi di doccia, con il portatile in grembo e le gambe allungate sul tavolino.
«Amore, già qui?», gli domando levandomi scarpe, sciarpa e cappotto.
«Sì, perché?», mi domanda senza staccare gli occhi dallo schermo.
«Immaginavo che avresti fatto più tardi di me, col traffio che c’è in giro».
«Mmh… traffico?»
«Siì, sulla m11. A quest’ora è una coda unica», aggiungo.
«Perché la m11?».
Ma ha preso una botta in testa?
«Scusa, Warren, l’incontro con gli investitori, Irvine e Westley, non era a Norwich? Avrai preso la m11».
«Ah! Eh, sì, già. No, non c’era traffico», risponde distratto. «Siamo partiti sul presto, Cynthia conosceva una scorciatoia per evitare gli imbottigliamenti del Capodanno».
«E questi?», domando piacevolmente sorpresa, indicando un paio di guanti di morbido cachemire rosa cipria appog-
giati sulla consolle. Vuoi vedere che Warren si è sentito in colpa per il bagnoschiuma e ha rimediato con un regalo più dignitoso?
Il bagnoschiuma è ottimo, per carità, lo uso, ma non era proprio in cima alla mia lista dei desideri.
«Questi, cosa? I guanti?»
«Sì. Sono per me?», domando accarezzandoli. Sono pro-
prio belli. Certo, forse sono un po’ piccoli. Pazienza, se ha ancora lo scontrino posso cambiarli.
«No, sono di Cynthia».
Ah.
«E che ci fanno qui, allora?». Non riesco a nascondere una sfumatura seccata nel mio tono.
«Ehm, li ha dimenticati in macchina. Devo ridarglieli».
«Ok». Mi guardo intorno e noto con sconforto il lavandino pieno dei piatti della cena di ieri, e i sacchetti del pattume da buttare che giacciono nell’angolo.
«Però, visto che sei arriva-
to prima, potevi svuotare il lavello e gettare la spazzatura».
«Non ci ho fatto caso». La sua totale indifferenza verso le faccende domestiche mi snerva. Non gli chiedo di fare la colf, ma di dividerci i compiti in modo che nessuno debba sacrifica-
re il proprio tempo più dell’altro, ma finisce sempre che anche le cose più banali, tipo i suoi cotton fioc abbandonati sul lavan-
dino, i suoi bicchieri vuoti sparsi in giro, il rotolo della carta igienica finito, diventano di mia competenza. E, dopo giornate tipo oggi, anche fare i piatti è una cosa di troppo.
«Va bene, senti, io vado in doccia, tu ordina la cena. Ti va l’indiano?»
«Sì, ci penso io», mi risponde, ancora senza mollare il por-
tatile. Almeno, ho azzeccato il regalo, dato che non se ne se-
para mai.
Mi chiudo in bagno, seleziono una playlist rilassante, ac-
cendo le candele e, mentre aspetto che arrivi l’acqua calda, abbasso la tavoletta del water e metto i suoi calzini sporchi nel cesto della biancheria.
Mi butto sotto il getto, e mi lavo di dosso lo stress della giornata: è stata lunga, faticosa, e irritante, non proprio da festeggiare con un party mondano assieme alla crème delle celebrità londinesi.
Devo proprio parlare a Warren. Il lavoro in studio è tut-
to sulle mie spalle, mi smazzo sia la sua parte che quella di Cynthia e, a casa, è di nuovo tutto a mio carico, senza che lui faccia il minimo sforzo per aiutarmi.
Anche il vetro della doccia!
Abbiamo un’acqua durissima qui, il calcare lascia gli aloni, gli ho detto mille volte di usare il tergicristallo per togliere le gocce, una volta finito, altrimenti restano le macchie.
E lo so che non ha usato il tergicristallo perché il vapore ha annebbiato il vetro e si vedono tutti i segni delle goccioline che non sono state asciugate, degli schizzi di schiuma, le im-
pronte delle mani… Un momento. Mani?
Una, due, tre… Quattro mani. Quattro mani?
Con ancora lo shampoo in testa mi avvicino al vetro a osser-
vare i quattro aloni disegnati dal vapore.
Sì, sì, sono quattro palmi. E su ogni palmo ci sono cinque dita, per un totale di venti.
Le due più esterne sono grandi e tozze, quelle più interne, piccole e affusolate, decisamente femminili.
In questa casa siamo lui e io. E io non metto le mani sul vetro. MAI
Porca puttana.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “Bugiarde si diventa” di Felicia Kinglsey (Newton Compton)

Capodanno è tempo di bilanci e Charlotte Taylor è davanti al fallimento totale della propria vita. Lavoro? Un disastro. Amore? Meglio non parlarne. Autostima? Questa sconosciuta. E un risultato del genere è il frutto di anni dissoluti? Macché, esattamente il contrario! E così, alla soglia dei trent’anni, Charlotte è stanca di essere sempre “quella brava” e, anche per una notte sola, le piacerebbe poter essere qualcun’altra. Complice la sua migliore amica, l’ereditiera più famosa di Londra, Charlotte riesce a intrufolarsi, sotto il falso nome di Bea Beaufort, a un party esclusivo, frequentato da celebrità, tra cui Royce DeShawn, stella in ascesa del cinema. Finalmente una serata indimenticabile, anche grazie a un eccitante e imbarazzante incontro con un affascinante sconosciuto in momento e luogo inopportuni.
Quella che però doveva essere l’innocente bugia di una sera si trasforma in un ciclone che la travolge: la stampa la indica come nuova fiamma di Royce, il cui staff non sembra proprio interessato a smentire le insinuazioni che stanno facendo il giro del mondo. Tutt’altro!
Charlotte si ritrova così a vestire i panni di Bea Beaufort, e tra una gaffe e l’altra è ricomparso, a complicare ulteriormente le cose, l’affascinante sconosciuto incontrato a Capodanno.
Una bugia tira l’altra e quello che era iniziato come un gioco divertente potrebbe presto trasformarsi in un autentico cataclisma…

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