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IN UN TEMPO ABBASTANZA LUNGO di Giampaolo Nicolais

Maggio 15, 2021

“In un tempo abbastanza lungo. Le famiglie a lezione dalla pandemia” di Giampaolo Nicolais (Edizioni San Paolo)

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di Helena Molinari

Giampaolo Nicolais è uno psicoterapeuta e professore associato di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione e della scuola di specializzazione in Psicologia clinica presso la facoltà di medicina e psicologia dell’Università di Roma La Sapienza.
Lo si evince nella lettura di questo suo ultimo libro. Eppure c’è una narrazione, c’è una letteratura con innesti che spaziano e da cui dipartono le sue considerazioni (o a cui attingono).
Un libro che parla di famiglie anche con gli occhi della sua medesima, in tempo di pandemia.
Lo ringraziamo vivamente per gli ottimi spunti utili di riflessione e per aver risposto generosamente alle nostre domande.

– “Any place is good enough to live a life in” Robert Louis Stevenson.
Qualsiasi luogo è sufficientemente buono per viverci dentro.
In tempo di pandemia, in specie nel primo lockdown, si è stati un po’ costretti a sperimentarne il senso, pur nel fermo immagine di un tempo che invece scorreva delle stesse lancette d’orologio di sempre, nell’inconsapevolezza di ciò che stava accadendo e persino delle nostre certezze.

Probabilmente una delle lezioni più grandi che abbiamo appreso durante il tempo della pandemia, in particolar modo il tempo del lockdown del marzo dello scorso anno, è stata quella del poter riuscire a stare, a vivere, a consistere, nel posto dove siamo chiamati a stare, nella nostra casa in primis. È lì che siamo dovuti rimanere a lungo, e mentre lo abbiamo fatto, abbiamo dovuto provare a fare un’operazione molto difficile e dispendiosa, che ci ha richiesto una pazienza infinita, quella di accordarci con ciò che ci circondava; non solo con il luogo fisico evidentemente, che è lo spunto di riflessione che traggo da Stevenson, ma certamente ancora di più con le persone con le quali vivevamo, con chi avevamo accanto ventiquattro ore al giorno, non essendo affatto abituati a questa dimensione, e certamente anche accordarci con ciò che ci circondava, nella misura in cui un senso progressivo, mortifero del vivere, che era quello che la pandemia ci portava in casa, attraverso la televisione e le notizie ogni giorno scandiva le nostre giornate.
Siamo dovuti rimanere abbastanza a lungo in quella condizione ed è stato suggestivo per me riprendere quel saggio di Stevenson; proprio perché mentre rimanevamo abbastanza a lungo, attendevamo, e ho riflettuto su questo verbo, su “attendere”; su questo tendere verso in realtà, applicandoci con impegno, provando a farlo, costretti a sperimentare un senso diverso della nostra vita e delle nostre giornate.
Ecco a me sembra che “any place is good enough to live a life in” ricapitoli in sé forse la saggezza più grande alla quale tutti dovremmo aspirare.
Ogni nostra vita, ogni singola vita è davvero degna d’essere vissuta; e probabilmente in quei giorni, in quelle settimane abbiamo avuto un saggio importante di questo aspetto e di questa verità.

– Le cosiddette generazioni Z e X, quelle sempre connesse, costrette per età e per il momento a stare da soli, ma quasi mai con loro stessi, mai “a maggese”. Il tempo della non semina, che ci prepara, che ci sta, che ci smuove?
A me sembra che la condizione del non stare mai soli con se stessi caratterizzi le generazioni Z, X, certamente, ma sia purtroppo un fenomeno che riguarda anche noi adulti, noi quasi anziani direi. Non siamo abituati a fermarci, non siamo abituati e non chiediamo e non sosteniamo i nostri figli ad abituarsi a provare il brivido del tempo vuoto perché non ci diamo pace. Siamo continuamente alla rincorsa e alla ricerca di obiettivi, di desideri, di realizzazioni probabili e improbabili e ci perdiamo una parte fondamentale della nostra esperienza e dell’esperienza del tempo, che la nostra neurobiologia rende possibile, attraverso un vero e proprio sistema del default on network, quando siamo in questa condizione e non siamo bombardati da stimoli, ma semplicemente stiamo… e stiamo in un tempo vuoto, apparentemente privo di significato.
In realtà in questo stare “a maggese” siamo impegnati in molte e diverse operazioni importanti, importantissime.
Recuperiamo memorie, ricordi autobiografici, immaginiamo il futuro, proviamo a comprendere la prospettiva di altre persone, elaboriamo perfino dati che devono essere considerati per quelle che saranno le nostre decisioni morali.
Ecco penso che l’esperienza del lockdown sia stata uno straordinario momento in cui sperimentare questo tempo particolare, questa condizione che vi si collega, quella dello stare appunto a maggese, dell’attendere, del riposare e del far riposare il terreno perché porti migliori frutti, più consistenti.
Credo sarebbe davvero auspicabile che questa lezione non venisse persa e che noi genitori ci impegnassimo con i nostri figli per ricordarla e per segnarla come un’acquisizione importante, che abbiamo potuto vivere grazie a questa strana e durissima per altri versi esperienza della pandemia e del lockdown.

– Questa mia rubrica s’intitola “Parole tra cielo e terra” .
L’ozio, quello fruttuoso, il tempo, quello vuoto, le pazienze più ancora del concetto fin troppo astratto di pazienza.
Cos’altro potrebbe venirci in aiuto alla speranza di genitori e figli, di genitori con i figli?

Essere ospitato da una rubrica che si chiama “Parole tra cielo e terra” è un grande privilegio per le parole che ho cercato di mettere in fila provando a dargli un senso nel mio e in un tempo abbastanza lungo.
Ciò che si trova tra cielo e terra è infatti un già e un non ancora, che si alimenta di una speranza, quella che ciò che tarda un giorno avverrà.
Questa condizione è certamente la condizione di fondo dell’esperienza e dell’uomo religioso.
A pensarci bene anche il processo di costruzione progressiva della nostra identità, il nostro cammino verso il vero sé, quella fantastica traiettoria che ci indica Érik Emmanuel Schmitt quando scrive “Da qualche parte mi attende il mio vero volto” .
Ecco nel mio libro indico questo processo, come il processo più efficace per essere in controllo della propria vita.
Arriviamo infatti ad un maturo controllo di noi stessi attraverso un esercizio quotidiano quello che Madeleine Delbrêl ha magnificamente descritto nella “Passione delle pazienze” perché abbiamo dimenticato, dice, “che ci sono fili di lana tagliati con le forbici, ci sono figli di maglia che si consumano ogni giorno sul dorso di quelli che l’indossano. Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso. Ce ne sono di sgranati da un capo all’altro della vita, è la passione delle pazienze”.
Io credo che il lockdown e la pandemia ci abbiano mostrato questa possibilità e davvero non credo che la speranza di noi genitori e di noi figli in questo tempo difficile abbia bisogno di molto altro.
Imparando la passione delle pazienze, quel maturo controllo di sé, che non serve a schiacciarci in un destino immutabile, ma che anzi ci aiuta a dare forma compiuta al nostro vero sé, senza scivolare sul piano incrinato delle pretese irrealistiche e illusorie. È la realtà, il confronto continuo con la realtà che noi trasformiamo mentre ci trasforma e che ci apre al nostro compimento.

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[In collaborazione con Radio Aldebaran e con la trasmissione radiofonica Book-ing curata e condotta da Helena Molinari. I testi della rubrica “Parole: tra cielo e terra” saranno riproposti nella puntata di Book-ing domenica prossima, a partire dalle h. 12, sulle frequenze del suddetto programma radiofonico]

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La scheda del libro: “In un tempo abbastanza lungo. Le famiglie a lezione dalla pandemia” di Giampaolo Nicolais (Edizioni San Paolo)

inuntempoabbastanzalungo_coverNon esistono genitori perfetti, né famiglie ideali. Si apprende attraverso continui errori, ma si cresce come genitori attraverso altrettante continue riparazioni. Alla luce della sua esperienza di padre come pure di docente di psicologia dello sviluppo, l’autore prova a riflettere sulle “lezioni- più significative che abbiamo potuto apprendere durante il tempo abbastanza lungo del lockdown. Lezioni che ci venivano impartite dal modo inedito in cui trascorrevamo le nostre giornate, e che dobbiamo tentare di fare nostre per il nuovo tempo che ci attende; che, anzi, è già qui. Mentre ci difendevamo pazientemente dalla realtà esterna minacciosa e angosciante, tra le cucine e le stanze da letto molti tra noi preparavamo, in modo disciplinato, un nuovo scenario. Perché sì, il nostro mondo è sufficientemente buono per viverci una vita intera, se sappiamo abitarlo crescendo nella verità di noi stessi e degli altri.

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Giampaolo Nicolais (Roma 1968) psicologo clinico e psicoterapeuta, è professore associato di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione e direttore della Scuola di specializzazione in Psicologia clinica presso la facoltà di Medicina e psicologia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e presidente dell’Associazione Italiana di Salute Mentale Infantile – AISMI. Le sue principali aree di ricerca e di intervento clinico sono nell’ambito della psicopatologia dello sviluppo, dell’attaccamento e dello sviluppo morale nei primi anni di vita. È autore di numerose pubblicazioni nazionali e internazionali su abuso e maltrattamento, metodologia dell’intervento clinico nel trauma infantile, trasmissione inter- generazionale del trauma, genitorialità a rischio. Ha pubblicato Il bambino capovolto. Per una psicologia dello sviluppo umano (2018).

 

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Tutte le puntate di “Parole: tra cielo e terra” sono disponibili qui

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