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IL CIELO PENDE DAI LAMPIONI di Enzo Cannizzo

Maggio 20, 2021

“Il cielo pende dai lampioni” di Enzo Cannizzo (Algra): intervista all’autore

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di Domenico Trischitta

Grammichele è una città siciliana geometricamente perfetta, esagonale nelle viscere del centro ed esagonale nel tracciato perimetrale che la racchiude. E ha una luce particolare che non ammette incertezze, soprattutto nella controra, l’ora meridiana di allucinate apparizioni, come scrive Maria Attanasio nella sua illuminante prefazione a questa raccolta fulminante di Enzo Cannizzo (“Il cielo pende dai lampioni“, Algra editore). Il titolo ci rimanda ad un’oniricità cromatica di Dalì, ma gli unici colori che riconosce Cannizzo sono le bicromie in bianco nero, come nelle foto di Giuseppe Leone, come nei ricordi di Gesualdo Bufalino, o come nei versi degli amati Piccolo e Ripellino (di cui fa ampia ricognizione critica Giovanni Miraglia). E ci si chiede come mai in quel perimetro calatino è concentrato quel microcosmo poetico che ha dato i natali ad Attanasio, Seminerio, Capuana, Bonaviri. Anche a Cannizzo e Perrotta, che sono stati allievi di Maria Attanasio, sacerdotessa vestale che di poesia fa vita. Il percorso allucinante del poeta si è fermato a Catania, come il Cristo di Levi ad Eboli, ma nella sua traiettoria di luci ed ombre ha attraversato la Catania- Gela (come aveva fatto il compianto Salvo Basso), per affilare lo sguardo, le parole, per leggere i suoi personali chiaroscuri catanesi. (la lucerna ebbra/la lucertola cieca/il cappio d’erba. E’ questa la Controra di Cannizzo, l’asse della raccolta “Il cielo pende dai lampioni” (Algra editore), un abbacinante squarcio di luce che rivela le ombre e nasconde gli accadimenti più intimi. E lui, il poeta, come un profanatore ne svela le verità, con la sua lucerna ebbra cattura una lucertola cieca con un cappio d’erba. Come una lucertola viene scoperta e catturata la città, “la città è di pietra bianca la città è di pietra nera”.

-Non esiste la Poesia, c’è poesia e poesia. Qual è la tua poesia?
imageSono fermamente convinto che se mai un siciliano sbarcherà sulla Luna, al suo ritorno racconterà, sebbene l’abbia di certo già fatto attraverso biglietti e lettere disperate, che lo specchio misterioso del Sole e dei sogni altro non è che un luogo, esotico certamente, ma dal quale pur sempre rimpiangere l’isola. Allo stesso modo, a pochi giorni dal rientro alle cose di sempre, egli verrà sopraffatto dallo struggimento per il ricordo delle meraviglie viste appena, vissute ancor meno, godute per niente e perdute per sempre in seguito alla sciagurata scelta di lasciare la Luna per fare ritorno in Sicilia.
Abbiamo letto Brancati, sappiamo che un approccio alle cose della vita come quello appena descritto può avere esiti molteplici, contraddittori.
In ogni caso, stiamo parlando di memoria, di restituzione di un patrimonio di accadimenti interiori o di bassa concretezza i quali, senza un processo di reinvenzione, andrebbero inesorabilmente perduti a noi stessi che ne abbiamo fatto parte.
Fare poesia per un siciliano, io credo, è fare memoria. Costruire argini dalle macerie. La scrittura, l’invenzione verbale, è un atto fragile come un motto di spirito o una clessidra di vetro: il paradosso misterioso e braminico di una sabbia che nel suo consumarsi si ricomponga.

-Cannizzo, nonostante quello che stiamo vivendo, ci può essere ancora lo schianto dolcissimo di un altro mattino?
Viviamo immersi in un tempo dilatato che è promessa di apocalisse senza fiamme né cavalieri. Un’apocalisse povera che affida molliche di speranza e riscatto solo alla scienza. Che svuota l’umano di ogni contenuto che non sia quello di vivere in buona forma fisica, in buona salute, al servizio, e solo al servizio, della buona salute elevata a bene supremo, a dio squallido che non rechi in sé seme di bellezza o libero arbitrio. E’ la proposta di un vivere dimezzato che, inevitabilmente, porterà con sé risposte di nevrosi e di violenza. Per fortuna i ragazzi e le ragazze continuano a stare per strada, ad innamorarsi. Noi vecchi li giudichiamo ma, la nostra, è solo invidia di sedentari, cecità: sempre il sole si fa strada tra le nuvole ad asciugare i panni stesi e le ossa dei naufraghi.

-E ci sarà ancora tempo la domenica per assolvere i vivi, sfogliare distrattamente i giornali, sfiniti al tavolino di un bar?
Temo di sì. Temo che il mestiere di vivere si eserciti proprio in questo perenne assolversi per sopravvivere a sé stessi.
Non si spiega altrimenti l’oblio che, in un tempo brevissimo, crolla sull’olocausto e, subito, sulla morte di centinaia di persone durante le mille traversate disperate del Canale di Sicilia: abbiamo le spalle per alzarle pigramente a fronte di ciò che siamo, col sospiro compiaciuto e apotropaico di chi pensa che, anche oggi, è toccata ad un altro.

-Come vivi i chiaroscuri di Catania, la città che osservi quotidianamente dalla tua Città Vecchia?
Amo profondamente Catania. La sua lingua sincopata, jazz, insonne, violenta. Affinata in lunghi secoli di urlata vendita al dettaglio di ogni merce e di ogni segreto. Una lingua, una città, perennemente scampata al disastro che produce con la sua fame di sopravvivenza. Tu, Mimmo, l’hai raccontata come nessuno nei tuoi romanzi. Ne hai svelato il segreto, noto a tutti, di luogo dal tempo sospeso nell’affanno, nel genio della libertà irrequieta, in perenne ricerca di conferma di sé. La amo ma la mia pace è altrove. Nella guida lentissima lungo la Piana, tra le zagare e il volo delle poiane, sotto un cielo mutevole, senza risposta certa.
Mi chiedi come la vedo da Città Vecchia, il mio locale nel cuore del centro storico. Posso risponderti con dei versi?

    intorno c’è catania
    i bar d’angolo le insegne i saldi
 
    l’inverno chiuso nelle case il bitume
    camicia di forza serrata sul basalto

-Poesia, racconto, romanzo. Quali sono, secondo te, i punti di contatto?
Borges ci ricorda che nulla dimentichiamo di quanto ci è accaduto di leggere. Ogni verso, ogni incontro. La lama di luce che attraversò le persiane semichiuse il 20 Luglio del 1993, alle 16,45. Di tutto questo, spesso, smarriamo la data e l’istante. Non di rado ogni forma di memoria a noi nota, cosciente. Ma essa permane in forma di labirinto, di possibilità. Agirà in noi finché avremo fiato. Forse anche dopo. Ci imporrà per sempre la bellezza e la responsabilità di essere, nel nostro temporaneo corpo, palinsesto, stratificata permanente scrittura. Poesia, racconto, romanzo, se non ci sottraggono al destino fossile del cuore, lo rendono di certo meglio tollerabile. Se non a tutti, certamente a chi scrive. A chi conosce lo stato di grazia che è l’atto di ritrarsi: ricomporre per via provvisoria il proprio viaggio sottraendolo, il più possibile, alla sciagurata e fatale trappola del primo pronome personale. In questo senso, lettura e scrittura hanno forse il medesimo incarico di rendere meglio tollerabili i gravami del sé.
Poesia, racconto, romanzo, ma forse ogni forma di scrittura, anche quella burocratica o del commercio, mettono insieme scrittore e lettore nel suo giungere ad entrambi essenzialmente come incastro di fonemi, scontro o incontro di suoni e pause i quali, insieme, costituiscono ­– ma qui parlo della scrittura che amo – talvolta un’orchestrina, talaltra un solitario accordo, non di rado rumore, dispersione. La scrittura, in questo senso, è un atto violento al pari degli altri che, in natura, rivelano l’armonia profonda delle cose mai concluse.
Chi scrive, io credo, lo fa sulla base di una propria vocazione affinando e piegando alla propria natura e, perché no? al proprio capriccio tutto quel materiale lessicale, sonoro, di immagini attraverso il quale l’uno e il molteplice gli giungono nel corso di una passeggiata, di una notte insonne, dallo schermo di un tablet, in una discussione al bar, nell’attesa di un bus, dalla lettura dei poeti, dai luoghi comuni, dai testi sacri, dalla cacofonia confortante degli autocarri della nettezza urbana.
Parlavamo prima dei tuoi romanzi, Mimmo. Ebbene, ad affidare ad un genere i tuoi affreschi di anime dolenti e vitali mi sembra di diminuire la forza e la bellezza di una scrittura alla quale niente importa di definire e di definirsi.
La scrittura, forse, è una patria che non vuole confini.

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La scheda del libro: “Il cielo pende dai lampioni” di Enzo Cannizzo (Algra)

image«Tutto traluce in una testualità senza titoli, maiuscole, punteggiatura: un continuum di sentire che scorre da un testo all’altro, da una sezione all’altra, indifferente a simboli grafici che scandiscano logica e senso. Non c’è però uniformità espressiva nel metamorfico fluire della poesia di Enzo Cannizzo; la leggerezza del dire, che tutta la connota, risuona di consonanze, assonanze, rime, e di una variegata alternanza metrica – dalla sonorità fraterna dell’endecasillabo canonico all’atonale bisillabo – spesso con un ironico e sorprendente gioco di ritmo e senso: come l’imprevedibile richiamo tra ali e frattali, tra rame e aspartame.» (dalla Prefazione di Maria Attanasio)

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Enzo Cannizzo è nato a Catania nel 1970, dove vive e lavora. Già libraio, da alcuni anni è impegnato nella gestione del wine bar Città Vecchia, all’interno del quale organizza reading di poesia e rassegne culturali che vedono la presenza di figure di rilievo, o appena emergenti, del panorama artistico e letterario. Sue poesie sono apparse in un quaderno collettivo edito da Neon. Alcune liriche presenti in questa raccolta sono state volte in Castigliano dal poeta e italianista dell’Università di Siviglia Miguel Ángel Cuevas.

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