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GAIA MANZINI racconta NESSUNA PAROLA DICE DI NOI

maggio 22, 2021

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: GAIA MANZINI racconta il suo romanzo “Nessuna parola dice di noi” (Bompiani)

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di Gaia Manzini

Il romanzo è nato da una voce che mi inseguiva. Era la voce di una ragazza. Avevo voglia di assecondare questa voce che assomigliava alla mia da giovane, avevo voglia di scrivere in prima persona e dire “io”.
Ho lavorato per dieci anni in un’agenzia di pubblicità come copywriter. Mi sembrava fosse un buon proseguimento per la mia laurea in lettere. Quello che mi aveva colpito fin da subito era l’atmosfera che si respirava in un reparto creativo: l’assenza di qualsiasi formalità e l’incoraggiamento alla regressione come processo necessario per accedere al proprio io fanciullo. In agenzia si stringeva subito amicizia, si trovavano degli alleati e dei complici non solo nel lavoro ma anche nella vita.
È quello che succede ad Ada, la mia protagonista. Trova il suo primo lavoro in un’agenzia pubblicitaria di Milano e lì conosce Alessio: lavorano insieme, si scambiano confidenze, paure e ambizioni. Ma soprattutto Alessio fin da subito crede in lei, nelle sue capacità, nella forza della sua immaginazione. Mi ricordo perfettamente la sensazione che si prova spesso da giovani: quella di rinascere dentro le parole degli altri, quando ci restituiscono un’immagine di noi che neanche pensavamo di avere. Ada non ha mai pensato di essere talentuosa, non ha mai pensato di meritarsi le attenzioni del mondo, e invece grazie ad Alessio si sente rinascere: le sue parole la fanno nuova. È una sensazione bellissima, come quando ci sentiamo sospinti dal vento; e in effetti la prima pagina che ho scritto di questo romanzo, e che poi ho tolto dalla versione finale, era una scena che raccontava di Ada e Alessio investiti dal vento durante una giornata al mare, in cima a un belvedere. Allargano le braccia e mimano il volo dei gabbiani. Si sentono due ragazzini, ridono senza sentire le reciproche voci.
imageAttraverso Ada ho cercato di essere fedele alle mie emozioni più autentiche, sebbene in circostanze immaginarie. Ho attinto molto al mio vissuto, senza farne un romanzo autobiografico. Prima di tutto ci sono i luoghi della mia vita: c’è Milano e il suo movimento incessante, città di gorghi e connessioni dove è possibile rincontrare sé stessi; c’è il lago Maggiore, luogo della mia giovinezza: il fascino dell’acqua scura, quasi ferma, che sotto nasconde abissi vertiginosi, mi è subito sembrato luogo ideale per ambientare la seconda vita di Ada, quella di cui lei non parla mai; e poi c’è Seattle, dove ho lavorato, così lontano da delineare per Ada una fuga perfetta. Ma soprattutto ci sono le mie convinzioni: ho sempre pensato che diventare donna fosse un percorso accidentato, molto meno naturale di quanto si possa pensare. Da un lato c’è il corpo che matura, che diventa veicolo per l’accettazione o il rifiuto del mondo, il corpo di donna acerba che tradisce il corpo della bambina che c’era fino a poco tempo prima; dall’altro c’è la mente e lo spirito che non sempre sono cresciuti quanto le membra. Spesso non sanno mettere la vita nella giusta prospettiva, non conoscono i desideri del corpo, non sanno guidarci oltre le aspettative culturalmente condivise. Ho provato da ragazza un atteggiamento quasi sacrificale nei confronti del desiderio altrui. Ada è diventata donna così, tutta in una volta. È andata in America per un anno scolastico all’estero ed è tornata incinta. Ada è diventata madre a diciassette anni e ora che ne ha ventisei, ha cominciato a lavorare e ha conosciuto Alessio, ma non dice mai di questa figlia che vive al lago con i nonni, nega la sua esistenza al mondo. Quando ho messo a fuoco Ada e tutta la sua storia, mi sono chiesta molte volte come avrei dovuto raccontarla. Se dare spazio al passato, se far vedere una scena di quegli eventi traumatici, oppure no. Alla fine ho deciso di non farlo, mi è sembrato più giusto per il personaggio affrontare con delicatezza la sua vita. Certo lei è una madre che quasi rifiuta sua figlia, e questo è sicuramente un nucleo tematico con una sua ferocia, eppure mi piaceva che Ada fosse un personaggio inconsapevole, come se tutto quello che è successo nel suo passato si agitasse sotto la superficie della normalità, nello spazio del rimosso. Mi è subito sembrato narrativamente più interessante.
“Le cose che contano non si possono dire” scriveva Virginia Woolf. Tanto più che a volte non inquadriamo davvero quello che ci succede, non riusciamo a interpretarlo in profondità. Solo dopo molto tempo capiamo, prendiamo consapevolezza. È un aspetto dell’essere giovani che mi ha sempre colpito: il modo in cui ritocchiamo la realtà per renderla accettabile. Eppure ad Ada manca un pezzo della sua vita, mancano le parole che dicono l’amore per sua figlia e soprattutto per sé stessa. Conosce le parole del suo lavoro e da molto tempo quelle dell’altrove. Per anni, sono andata in pausa pranzo in libreria per leggere e per consultare le guide turistiche di luoghi lontanissimi. Mi piaceva leggere le informazioni pratiche, non solo le descrizioni di siti archeologici o di bellezze naturalistiche. Era un’operazione letteraria in fondo: né Novalis né Blake ritenevano necessario viaggiare in un paese lontano per parlarne. Ada è così: è stata ovunque senza mai aver mosso un passo dal lago. Il merito di Alessio è quello di saper cogliere i silenzi e gli abissi di Ada. Alessio è omosessuale, lui e Ada non potranno mai formare una coppia, ma quello che c’è tra loro è un’amicizia unica, una forma di amore.
Volevo mescolare tutti questi sentimenti sulla pagina, volevo che si sentisse il desiderio, quell’attrazione indefinibile, perché il loro rapporto è libero, non si può incasellare dentro le definizioni. Essere nell’oggi è anche essere partecipi di una certa fluidità nella quale si ha la sensazione che tutto possa succedere.
Arriva sempre un momento nella vita in cui incontriamo qualcuno che è più bravo di noi ad amare. Alessio nella sua ambiguità ha i gesti che mancano ad Ada, il senso della cura, le parole che lei non conosce. C’è un potere taumaturgico nell’amicizia: quella capacità di riconnetterci con la nostra parte emotiva, in modo totalmente libero.
Nessuna parola dice di noi è un romanzo di trasformazione: Ada diventa qualcuno che non poteva neanche immaginare di essere e compie un doppio viaggio come donna e come madre. Tutto questo non sarebbe mai potuto accadere senza Alessio.

(Riproduzione riservata)

© Gaia Manzini

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La scheda del libro: “Nessuna parola dice di noi” (Bompiani)

Gaia Manzini racconta due grandi amori difficili – tra una madre e una figlia, tra due amici sulla soglia del desiderio – e il cammino avventuroso di chi deve nascere due volte per conoscere sé stesso.

Per Ada, giovane copywriter, le parole sono un gioco: le armi con cui l’intelligenza sfida le leggi della responsabilità. Le parole che la raccontano, però, Ada sa avvolgerle nel silenzio. Per sua madre le parole servono a levigare le anomalie della vita: come il fatto che da sempre, nella casa sul lago, è lei a prendersi cura di Claudia, la bambina che Ada ha avuto quando era troppo giovane. Per Alessio invece più delle parole contano i gesti e le immagini. Lui e Ada sono una coppia creativa d’eccezione; l’uno completa l’altra in un’intesa felice destinata a portarli lontano, fino in America. Mettere molti chilometri tra sé e Claudia è, pensa Ada, il modo migliore per riconquistare il diritto alla giovinezza, quello che quando nasce un figlio perdiamo per sempre. E poi insieme ad Alessio lei andrebbe in capo al mondo, perché il suo sguardo la fa sentire nuova; la riconsegna a sé stessa, nonostante non ci sia una parola per descrivere l’emozione che li unisce. Nonostante Ada non gli abbia parlato di Claudia. Nonostante lui sia omosessuale. La limpida scrittura di queste pagine mette a fuoco i perimetri dentro ai quali finiamo per costringere le nostre vite. E sfida le parole, il loro bordo tagliente ma anche la loro illuminante semplicità. Gaia Manzini racconta due grandi amori difficili – tra una madre e una figlia, tra due amici sulla soglia del desiderio – e il cammino avventuroso di chi deve nascere due volte per conoscere sé stesso.

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Gaia Manzini vive e lavora a Milano; ha scritto Nudo di famiglia (Fandango 2009, finalista Premio Chiara), La scomparsa di Lauren Armstrong (Fandango 2012, selezione Premio Strega), Ultima la luce (Mondadori 2017). Collabora con “Il Foglio” e “L’Espresso”.

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