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E POI SAREMO SALVI di Alessandra Carati: incontro con l’autrice

maggio 24, 2021

“E poi saremo salvi” di Alessandra Carati (Mondadori): incontro con l’autrice e un brano estratto dal libro

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Alessandra Carati vive a Milano. È editor e sceneggiatrice. “E poi saremo salvi” (Mondadori) è il suo primo romanzo. Abbiamo chiesto all’autrice di parlarcene…

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«L’intuizione che sta alla radice di ‘E poi saremo salvi’ è arrivata nel 2008,
quando non avevo una tenuta emotiva, psichica e professionale che potesse
sorreggermi nella scrittura», ha detto Alessandra Carati a Letteratitudine. «Eppure, da subito, si è presentata con una chiarezza disarmante: di quell’intuizione ne avrei fatto un romanzo.
L’ho tenuta viva e nel frattempo mi sono fatta i muscoli, finché nel 2016 ho avuto abbastanza coraggio da prenderla in mano. Gli anni a seguire sono stati ricerca sul campo, documentazione, messa a fuoco di una lingua: raccontavo l’esperienza di una famiglia di profughi bosniaci che tenta di ricostruirsi una casa in Italia, mentre assiste alla distruzione della propria.

C’era da comprendere lo scenario europeo, sentire l’energia della grande Storia, e c’era da sprofondare nella vita concreta degli esuli, persone destinate a un trasloco coatto, a cui non è concesso tornare indietro. Mi serviva un mondo organico, di azioni, corpi, temperature; mentre studiavo questo pezzo oscuro di storia recente, andavo a cercarlo lungo la Drina, a pranzo con sopravvissuti, attraverso le finestre delle loro case, sulle lapidi dei loro cari.
Mi ha guidato la voce di Aida, la giovane protagonista, che si trova a crescere e diventare adulta in una situazione estrema. Aida capisce presto che per sopravvivere deve trovare un rifugio e il suo bisogno si salda con quello di Emilia, una volontaria buona e accogliente. Emilia è una seconda casa, come l’Europa. Eppure nessuna storia d’amore è profonda quanto quella dell’infanzia. Aida vede sua madre sgretolarsi sotto il peso della nostalgia e lotta contro un feroce desiderio di lei. Fino ad arrivare a un bivio: o guarire o morire.
Volevo che il lettore sentisse la sua storia senza mediazione, incandescente.
Ho tagliato la bella scrittura, in favore di una lingua quasi trasparente, invisibile. Ho ammassato i fatti uno sull’altro, serrati, per non dare respiro, perché si fosse incalzati a proseguire e ad abbandonarsi alle vicende, trascinati in un gorgo come i personaggi del romanzo.
Alla fine mi sono trovata tra le mani tre cose insieme: un’epopea, una saga familiare, una storia di formazione.».

 

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Uno stralcio del libro: “E poi saremo salvi” di Alessandra Carati (Mondadori)

La cena era stata deliziosa, mia madre aveva stufato la carne sopra la brace per due ore, e così aveva preso l’aroma di fumo che le dà il legno.
Paolo aveva tenuto viva la conversazione e la mamma si era lasciata trascinare dalla sua allegria, aveva sorriso, aveva raccontato del roseto che voleva piantare in primavera e di quanto fosse luminosa la vallata d’estate. Poi ci aveva detto che eravamo stati fortunati, quella notte ci sarebbe stata un’eclissi totale, una cosa rara.
Paolo si è alzato per guardare il cielo.
«È troppo presto» ha detto lei. «Bisogna aspettare ancora un po’.»
«Allora me la perdo di sicuro, comincio a sentire la stanchezza del viaggio e preferisco andare a dormire.»
L’ha salutata con un bacio su una guancia. «Grazie per la cena, Fatima. Era ottima.»
Lei è arrossita, o forse era solo il calore della stufa.
Quando siamo rimaste sole, ho cominciato a sparecchiare, tenere le mani occupate mi aiutava a mettere in fila le parole del discorso che volevo farle.
«Aida, vieni.»
Era in piedi di fronte alla finestra e guardava il cielo.
«Ci sono un po’ di nuvole, ma anche un bel vento e se siamo fortunate riusciamo a vederla. Mettiamoci qui ad aspettare.»
Ho preso due sedie e le ho sistemate vicine. Nel silenzio e nell’attesa, intuivo il suo profilo e il calore del suo corpo. Siamo rimaste senza dire niente. Alla fine mia madre ha parlato e mi è sembrato che lo facesse di ritorno da un viaggio
faticoso e senza soste.
«Quando sei nata non vedevo l’ora che cominciassi a stare seduta. Poi non vedevo l’ora che cominciassi a gattonare,
e poi a camminare.»
Ha fatto una pausa.
«E quando hai imparato a camminare te ne sei andata.»
Non c’era nessun rimprovero negli occhi, né nella voce.
«Siamo stati noi. Volevamo la casa, volevamo mandare i soldi qui, volevamo tante cose e i figli non restano piccoli per sempre. All’improvviso vi abbiamo trovato grandi.»
Guardava fuori dalla finestra per cercare un senso da qualche parte, in mezzo alla neve.
«Vedevo come le correvi incontro, come la aspettavi quando non c’era, come le tenevi la mano. Sono stata gelosa.»
L’immagine di Mimì, di quando l’avevo vista per la prima volta, mi si è parata di fronte agli occhi. Ho sussultato, come allora. Poi ho guardato mia madre. Quanto avevo desiderato che si confidasse in quel modo. E ora che stava accadendo tutte le parole mi si seccavano in gola come foglie su un ramo, e cadevano a terra.
«Ti ho lasciata andare perché pensavo che le paure, il dolore che avevo dentro potessero farti del male.»
Le ho cercato una mano, gliel’ho stretta appena, lei non ha distolto gli occhi dal bosco.
«Ho pensato, così si salverà. Almeno lei.»
Anch’io guardavo fuori, gli alberi, la neve, il buio. Tutto era quieto e delicato. Aveva creduto che il suo sacrificio mi avrebbe salvata, ma nessuno salva nessuno. Dovevo solo imparare a trovare una pace dentro di me. Come lei, anche lei doveva trovare pace. Mi sono tolta la catenina d’argento che portavo al collo e gliel’ho posata in una mano. I suoi occhi hanno tremato.
«L’ho presa prima che se lo portassero via con l’ambulanza.»
L’ha guardata come fosse un’apparizione, l’ha stretta in un pugno, poi mi ha abbracciato. Mi teneva vicina al cuore e mi cullava.
«Ku|a moja mila» continuava a ripetere mentre le nostre guance diventavano lucide.
Dentro il suo corpo caldo, ho trovato il segreto della mia infanzia.

(Riproduzione riservata)

© Mondadori

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La scheda del libro: “E poi saremo salvi” di Alessandra Carati (Mondadori)

E poi saremo salvi è insieme uno straordinario romanzo di formazione, una saga familiare, l’epopea di un popolo; ma è soprattutto il racconto di come una piccola, densa vicenda privata può allargarsi fino a riflettere la tensione umana alla “casa”, il posto del cuore in cui ci riconosciamo.

Qualche giorno prima che la nonna morisse, mia madre le aveva chiesto: «Come ti è passata la vita?».
«In un attimo. È entrata in un orecchio ed è uscita dall’altro. Così.» E aveva soffiato piano, come a spegnere una candela invisibile

Aida ha appena sei anni quando, con la madre, deve fuggire dal piccolo paese in cui è nata e cresciuta. In una notte infinita di buio, di ignoto e di terrore raggiunge il confine con l’Italia, dove incontra il padre. Insieme arrivano a Milano. Mentre i giorni scivolano uno sull’altro, Aida cerca di prendere le misure del nuovo universo. Crescere è ovunque difficile, e lei deve farlo all’improvviso, da sola, perché il trasloco coatto ha rovesciato anche la realtà dei suoi genitori. Nemmeno l’arrivo del fratellino Ibro sa rimettere in ordine le cose: la loro vita è sempre altrove – un altrove che la guerra ha ormai cancellato. Sotto la piena della nostalgia, la sua famiglia si consuma, chi sgretolato dalla rabbia, chi schiacciato dal peso di segreti insopportabili, chi ostaggio di un male inafferrabile. Aida capisce presto che per sopravvivere deve disegnarsi un nuovo orizzonte, anche a costo di un taglio delle radici.

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