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I QUANTI della Einaudi: una collana, una rivista, un laboratorio

Maggio 25, 2021

I QUANTI Einaudi: un nuovo progetto di editoria digitale

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I quanti sono le particelle fondamentali dell’universo, l’informazione minima le cui infinite combinazioni vanno a comporre gli atomi, le molecole e tutto il resto. In una parola: la realtà. Abbiamo bisogno di conoscere, scoprire e capire una realtà mai come oggi confusa e oscura. Abbiamo bisogno di smontarla e osservarla nei suoi elementi fondamentali.

È per rispondere a questa esigenza che nascono i Quanti Einaudi, un progetto editoriale inedito sia nella forma che nei contenuti: una collana/rivista nuova per i tempi nuovi che stiamo vivendo.

Pubblicata unicamente in digitale, i Quanti Einaudi sono una collana universale. Testi brevi, agili, leggibili in una sola seduta, che vanno dritti al punto. Scritti da autori italiani e stranieri, di catalogo e non, spaziano dalla narrativa alla saggistica, con tutte le infinite sfumature che stanno nel mezzo: dal personal essay al reportage, dal pamphlet agli scritti più ibridi e inclassificabili.

Ogni Quanto è un ebook, acquistabile su tutti gli store online a 2,99 €, perfettamente autonomo e concluso. Ma ogni Quanto è anche parte di un disegno più ampio, come stelle che formano una costellazione.

I Quanti sono infatti anche una rivista decostruita, fluida e assemblabile, come fluide sono le idee che circolano in quella conversazione in1nita che è il mondo digitale. Una rivista di cui ogni lettore può costruire il proprio sommario, il percorso che più lo interessa o lo sfida. Una rivista come cassetta degli attrezzi dove trovare idee, storie e concetti per orientarsi nel presente. Come laboratorio editoriale in cui sperimentare linguaggi nuovi. Una rivista anche come spazio per le riscoperte dal catalogo o anticipazioni dalle prossime uscite cartacee.

Ogni «numero» della rivista è dedicato a un tema, a una domanda, a un sentimento che come un 1lo rosso unisce e cuce insieme i singoli ebook: cinque o sei Quanti per ogni numero, tre volte l’anno. Con talvolta qualche «pezzo singolo» a fare da bonus track. Autori affermati insieme a voci nuove, scrittori giovani, selvaggi e curiosi, capaci sempre di restituire un «quanto» di realtà in maniera imprevista e provocatoria.

Una concezione di collana che guarda in avanti tenendo i piedi ben piantati nel passato della casa editrice. Con l’obiettivo di prendere la storica anima di offcina editoriale voluta da Giulio Einaudi e immaginarla proiettata nel futuro digitale.

I primi sei Quanti saranno disponibili su tutti gli store online dal 25 maggio, ognuno in vendita a 2,99 €.

 

I primi Quanti: Speranze

I primi Quanti ruotano intorno a quelle idee che in questi mesi di incertezze, solitudini e timori ci hanno fatto da salvagente: le speranze. Speranze come antidoti alla paura, non come illusioni che impediscono di agire; speranze come orizzonti che possono essere reali e perciò vanno conquistati. Speranze come progetti per uscire dalla crisi, sia essa individuale o collettiva.

 

Paolo Giordano, Le cose che non voglio dimenticare.

Nei lunghi mesi dell’emergenza per la pandemia, Paolo Giordano ha fatto quello che fanno gli scrittori: ha osservato e provato a descrivere un mondo di colpo divenuto minaccioso e alieno. Ma ha fatto anche quello che fanno le persone di scienza: ha provato a capire, ad ascoltare il dubbio, a non farsi spaventare da ciò che appariva ignoto. Le cose che ha imparato, giorno dopo giorno, per muoversi dentro questa nuova realtà le ha condivise in una sorta di «diario in pubblico» allo stesso tempo intimo e collettivo, una ricerca inquieta e lucida di un equilibrio nuovo tra ragione, emotività e comportamenti.

Perché le cose che non dimenticheremo sono proprio quelle che ci porteremo dietro quando la tempesta sarà placata e le nuvole si apriranno sopra un paesaggio che non abbiamo mai visto. Un paesaggio che, per una volta, abbiamo la possibilità di disegnare più simile a come lo vogliamo.

Prefazione di Barbara Stefanelli.

Speranza come quotidiano esercizio di lucidità.

 

Hisham Matar, Momenti sospesi. Due meditazioni.

«Siamo stranamente convinti che nulla sarà più lo stesso. Ripenseremo i nostri atteggiamenti verso la natura e il consumo? O soccomberemo ai tetri richiami di quanti ribadiscono che la lezione di tutto ciò è una sola, e che dovremmo temere ancora di più gli stranieri e costruire muri più alti?»

I «momenti sospesi» sono quegli istanti in cui le conseguenze non sono ancora scritte, e si trattiene il 1ato in attesa di un cambiamento. Sono attimi che possono durare mesi, come quelli che abbiamo vissuto durante l’emergenza per la pandemia, o una vita intera, come per chi si ritrova ad abitare una terra da ospite, con1nato sulla soglia. Hisham Matar evoca questi peculiari momenti di passaggio attraverso le mani di due bambine tese verso una farfalla, in un dipinto mai guardato con la giusta attenzione, nell’incontro in sogno con un antico maestro. E ci mostra come in un tempo congelato possano convivere i dubbi più neri e gli auspici più luminosi.

Speranza come inaspettato, come salto da compiere, incontro ancora da fare.

 

Antonella Lattanzi, Salvarsi. Come uscire dall’Overlook Hotel.

La letteratura non ha mai smesso di dirci che non siamo soli. Anche nei momenti più difficili, soprattutto in quelli: ci offre sempre una salvezza, persino nel dolore. A un certo punto del 2020 ci siamo domandati se quello che stava accadendo fosse un film dell’orrore o la realtà. Come nell’infanzia, in cui chiedevamo speranzosi ai grandi se quello che stavamo vedendo sullo schermo fosse finto.

Antonella Lattanzi – rileggendo uno dei romanzi più spaventosi di tutti i tempi: Shining, di Stephen King – ha interrogato la sé stessa tredicenne. E da quella storia ha estratto una lucida e spietata indagine sui legami familiari, sulle convenzioni sociali, sulle di coltà ad accettare chi siamo. Perché «quando un libro ti attraversa, non è più soltanto un libro. È un pezzo della tua vita che ti piomba addosso, come la vita fa sempre».

Speranza come ricerca: se le storie ci salveranno, occorre trovare presto quelle giuste.

 

Eula Biss, Terra di nessuno.

Il timore dell’ignoto, si tratti delle acque profonde del mare o del volto di un altro essere umano, è qualcosa che ci portiamo dentro forse da sempre, da quando ci nascondevamo nelle grotte per sfuggire a predatori più feroci di noi. Ma fino a che punto la paura può contribuire alla costruzione della nostra identità individuale e collettiva? Eula Biss in queste pagine interroga sé stessa e il mondo con la pietosa ma radicale sincerità dei grandi saggisti, intrecciando il racconto della sua esperienza personale a quello del mito di fondazione americano, che affonda le proprie radici nell’epoca violenta degli indiani e della frontiera. E ci offre così un meditato antidoto a tutti quei discorsi che, nel tentativo di respingerla o assoggettarla, demonizzano e svuotano di senso ogni diversità.

Speranza come ciò che resta quando ci si interroga con sincerità radicale sulla realtà.

 

Ascanio Celestini, I parassiti. Tre vite ai tempi del contagio.

Abbandonare le proprie abitudini – quando la realtà cambia così rapidamente e in modo tanto incomprensibile – è forse lo sforzo più complesso che l’emergenza sanitaria ci ha richiesto. Uno sforzo ancora maggiore se, come accade ai protagonisti di questi tre racconti di Ascanio Celestini, hai riposto gran parte dei tuoi desideri nella quotidianità. Ciascuno di loro a suo modo è incapace di scendere a patti con l’inevitabile, con la rinuncia, con la perdita; convinto che basti negare il dolore per farlo sparire. Sono personaggi a cui è impossibile non volere bene, ostinatamente e umanamente aggrappati a una passeggiata, a un mazzo di 1ori, a un abbraccio, a un ricordo. Personaggi che, come è accaduto a tutti noi, scopriranno quanto smettere di farsi domande non valga mai la pena – anche quando non si hanno risposte.

Speranza come modo di accogliere il cambiamento.

 

Marco Filoni, Il calcolo della paura.

Veniamo da mesi in cui la paura ha comprensibilmente dominato l’orizzonte di ogni emozione umana. Marco Filoni, ripercorrendone la storia da Hobbes ai Dpcm, tra moto dell’anima e controllo politico, disegna un inaspettato ritratto del «buon uso della paura».

Perché non bisogna provare vergogna per l’aver paura: bisogna però averne rispetto, perché solo conoscendo ciò che ci incute timore possiamo comprendere le nostre inquietudini. Se deleghiamo la nostra paura ad altri in cambio dell’illusione di una sicurezza senza limiti, non faremo che rinunciare alla nostra libertà – fra le altre anche a quella di avere paura – in favore di una nuova paura, il terrore.

Ecco perché dobbiamo esser liberi di avere paura: per essere liberi dal terrore.

Speranza come ciò che nasce dalla paura, il suo opposto, ma anche il suo complemento.

 

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