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VODKA SIBERIANA di Veronica Tomassini (recensione)

Maggio 25, 2021

La rivoluzionaria “Vodka siberiana” di Veronica Tomassini

 * * *

di Daniela Sessa

Romanzo?
No, poesia.
Ma il verso, dov’è?
C’è: nel computo delle sillabe sgravate dall’ispirazione.
Fingiamo un dialogo: Fingiamo uno scambio di battute al termine della lettura di “Vodka siberiana” di Veronica Tomassini: banali domande e risposte puntute e perentorie. Facciamo finta che lei non ci ascolti. D’altronde perché dovrebbe farlo? La scrittrice è di quelle che rifugge le banalità e di questi tempi nel mondo della Letteratura già è un blasone. La scrittrice è un’irregolare: questo sì che è un blasone.  A volte il suo essere contro può apparire di maniera, ma è femminilità: parola bellissima. Bellissima se la sottrai al mainstream incattivito contro tutto ciò che è donna. O se la sottrai alla ferocia. Femminilità meno ferocia uguale purezza.
Vodka siberiana” è il poema di un’aritmetica degli istinti. “Due negazioni in un periodo non vanno bene, ma con te le negazioni diventano una poetica”. La misura del verso pare spezzare l’orizzontalità della pagina in frasi della lunghezza di una strofa e meglio di un distico. Se sia il moto della scrittura o del pensiero, chi lo sa. Di certo la fanciulla cantata è già una creatura in bilico sulle “ballerine dorate dalla pelle consunta”. Il filo dell’acrobazia è un mondo di diseredati, di sconfitti, di violenti e sotto non c’è un telone: la caduta sarà un tonfo o una piroetta? La domanda insegue il lettore fino all’ultima pagina che è come dire fino all’ultimo respiro, finché il telone si mostra ricettacolo di un piroettante tonfo. Una panchina, all’ombra di un salice, lei e un’upupa “eseguiva il suo fastidioso assolo” (l’upupa, uccello di liricissima simbologia venuto dai mondi invisibili). Lei, creatura dostoevskjiana corrotta da cattivi maestri che qui cattivi proprio non sono. Marel Hlasko soprattutto, le cui frasi sono incursioni taglienti, domande ancestrali “Ma ci stavi male al mondo? Non credi agli uomini? Non credi a noi? Che cos’è l’uomo? E’ un eterno non senso nell’infinito”. Nichilismo, se pensiamo alla vita maledetta dello scrittore polacco, il dissidente alcolizzato, anche lui in bilico tra l’oro falsamente sfavillante dell’Occidente e l’eterno 1956 dell’Est Europa, se pensiamo al colore nero dei suoi racconti. L’altro cattivo maestro è Eduard Limonov, dissidente e intellettuale scomodo per le posizioni filoserbe nel conflitto dell’ex Jugoslavia, allievo di Aleksandr Dugin e convinto sostenitore dell’Eurasia a trazione russa. Limonov è in “Vodka siberiana” l’anello di congiunzione, la somma aritmetica di Storia e finzione.
Limonov per Tomassini passa da Emmanuel Carrère che scrivendone il romanzo lo inchiodò alla colpa: Limonov si credeva un eroe, Carrère lo scrive come una carogna. Tomassini indaga sull’abbandono di Tanja e su Limonov che la cerca. Personaggio russo di un romanzo d’amore russo, dove tutte le passioni bruciano ma si consumano nei gangli della storia e delle fede. Il disgusto antiproletario di Limonov è nel libro di Tomassini la moltiplicazione di tre fattori: la vodka, il nazionalismo, la redenzione. Di vodka si ingozza l’umanità spietata e perduta di questa antiepopea, la celebrazione di un rito dionisiaco privo di gioia. La zapoj è “la sbronza per settimane, un vagabondaggio di visioni alticce, traboccanti deliri, la rivendicazione di un proletariato afflitto da una ingiustizia inesatta e da infinite inanità”. A chi si chiede cosa abbia di rivoluzionario la scrittura di Veronica Tomassini basterebbe questa frase per capirlo.  La somma di queste immagini dà la Storia. Qui è la Storia della fine dell’URSS, della chimera dei nazionalismi e della democrazia. La Storia è personaggio potente, insieme alla fanciulla. Di rivoluzionario resta solo la disabitudine alla scrittura degli spostamenti e dei parti delle parole, come se la rivoluzione sia togliere banalità al linguaggio, mentre questa sottrazione dovrebbe essere il punto di qualsiasi dibattito su ciò che è letteratura e ciò che non è. Tomassini punta il dito contro l’incapacità della democrazia di farsi uguaglianza, mentre lascia sulla strada diseredati, vittime della stessa violenza che esercitano sugli altri, rinnegati e clandestini, crudeli e risentiti. Il siberiano, personaggio epico nell’indeterminatezza onomastica, è “il disordine, il sovvertimento disumano dell’armonia dell’universo”. Qualche ombra di galanteria e di affetto nel tracimare dell’abominio, anche per gli altri personaggi del libro, che come accadeva nel capolavoro “Mazzarrona”, formano uno storpio e maledetto coro greco “una rimessa insopportabile d’umiltà e resa”. Creatura messianica è la fanciulla. Come Limonov in Carrère, la fanciulla (non donna per mancanza di bussola, non bambina per sverginamento dei sentimenti) in Tomassini è un fantasma letterario, un doppio narrativo speculare. Si dice autofiction ma in “Vodka siberiana” si dice io lirico.  “Tu eri fatta per un paesaggio di betulle, la neve sopra un davanzale, un usignolo che confida il suo tremore al tuo trepido palmo”. Sottraendo l’usignolo di Dickinson, resta una Natasha di Dostojevski: vorrebbe ballare con tutti quei circensi vestiti gialli e blu e le gonne di tulle che la scrittrice le fa indossare, ma resta a lungo umiliata e offesa. Per parafrasare Stephen Zweig sui personaggi del russo, resta estranea nel mondo per amore del mondo, irreale per passione della realtà. Finché la purezza esplode nella maternità. Anche qui un luogo al contempo autobiografico e letterario “non dovevi essere amata, eri una madre. L’amore della madre: hai presente?”. La maternità costruisce una fitta rete di dolori e mancanze: la fanciulla è madre del bastardo del siberiano, è madre del siberiano stesso quando lo perdona e lo accudisce schivandone la violenza; poi c’è la sua di madre, cornice attonita e muta; c’è “la grande madre Russia, che non faceva paura a nessuno, oramai, smilitarizzata, con scampoli vaghi di superomismo a esaltarne i discutibili allori”. Il simbolo madre di Tomassini è istintuale per purezza e ferocia: ricorda le madri di Pasolini e di De Andrè, dei loro vangeli poetici in cui immacolata è la lacerazione. “Vodka siberiana” è un libro di amore e redenzione, forse ciò che di più misterioso agita l’animo umano. Una chiosa, che ha la presunzione di suggerire la lettura di questo libro. “Vodka siberiana” è diventato un caso letterario per il gesto di ribellione – importante, lodevole, coraggioso – di Veronica Tomassini di aggirare e sfidare il mercato editoriale, stampando, pubblicando e vendendo da sé il libro. Grande successo di vendite, di attenzione di lettori e critici tanto da cambiarne il destino. Ora c’è un agente, un e-book e a breve un audiolibro: conquistato il mercato, fatta la rivoluzione. Però, “Vodka siberiana” è molto di più di questa sacrosanta rivoluzione, senza la quale indubbiamente questa chiosa non ci sarebbe stata. E’ acchiappare al volo le foglie su cui la Sibilla lascia le parole dei suoi responsi. Veronica Tomassini è la Sibilla che le lancia e pure la vestale che le raccoglie per affidarle al lettore. In un rito sacro, che nel libro è suggerito dall’antro del professore e della creaturina, che riceve dal suo letto la processione degli ultimi.

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