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IO SONO GESÙ di Giosuè Calaciura (intervista)

giugno 1, 2021

“Io sono Gesù” di Giosuè Calaciura (Sellerio): intervista all’autore

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di Domenico Trischitta

Giosuè Calaciura è uno scrittore di sostanza, uno che non piazza parole scritte a caso, le rende animate e vitali, visivamente dinamiche. E’ la sua, grazie a Dio, è una scrittura di ricerca, di sforzo stilistico e onestà intellettuale, la misura dei grandi autori. E poi è siciliano, di quella carnalità sanguigna che rende questa letteratura pregnante di storia atavica e tradizione millenaria. Per questo motivo cimentarsi con il grande mistero della rivelazione cristiana è stata l’occasione per creare un’opera letteraria potente, una sfida esaltante riuscita, forse il romanzo più bello per il narratore palermitano, da paragonare all’epica di “Furore” di Steinbeck.
Io sono Gesù” (Sellerio) non ci svela un mistero, ci racconta la formazione di un ragazzo che non sa e non si sogna nemmeno di essere un profeta.

– Calaciura, cosa ti ha spinto a raccontare questa storia?
Un debito verso me stesso ragazzo. Pochi anni fa mia madre scoprì fra le carte di famiglia che custodisce, un mio breve racconto scritto in prima persona durante l’adolescenza. Era un Gesù agonico sulla croce che accusava Maria, sua madre, di avere accettato il destino sacrificale del figlio contro la sua stessa volontà. Non ricordavo più quel racconto. Per curiosità e risarcimento verso me stesso ragazzo, per quell’intuito giovanile che avvertiva quanto fosse tragica la figura di Maria e quella di Gesù costretto ad accettare una nascita e una morte non richiesta.
Così cominciai a scrivere riflettendo quanto ci appartenesse il destino di Gesù, la sua avventura umana. Quella mi interessava, lo spazio carnale dell’uomo Gesù così ampiamente trascurato dai vangeli, anche quelli apocrifi.

– Il tuo Gesù si pone tante domande, tanti dubbi, ma continua quasi con indifferenza ad attraversare la storia. E’ così?
imageL’uomo che racconto vive un crinale della Storia fondamentale. Per scrivere Io sono Gesù, grazie all’amica e biblista Giulia Lo Porto, ho fatto un’approfondita ricerca sui Vangeli, sui romanzi che trattano del mito della Redenzione ma anche di altro materiale. Delle mie letture più amate. Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar è una di queste. E’ da questo romanzo che ho tratto un sentimento della Storia non condizionato da Dio e dalla religione. Yourcenar attraverso Adriano individua in quel tratto di secoli a cui appartiene anche Gesù il periodo più libero e nello stesso tempo colmo di responsabilità per l’uomo: i vecchi dei dell’Olimpo, ormai incapaci di offrire risposte alla necessità di trascendenza degli uomini diventano sempre più evanescenti. Ma non è ancora arrivato il Dio globale del Cristianesimo. L’uomo è solo con se stesso, padrone del proprio destino: per la prima volta è costretto a fare i conti con la propria coscienza, con la necessità di giustizia, con la propria solitudine. Il mio Gesù vive questa esperienza di solitudine e consapevolezza sino alla malinconia, ad una esasperata sensibilità, ad una crisi esistenziale che ci riguarda tutti, travolto dai dubbi su se stesso e sul mondo. E non ha risposte se non l’urgenza di una rivoluzione.

-Il tuo senso di religiosità è quello che viene fuori dalle pagine del romanzo?
Io sono ateo. E non dico “Io non credo” perché mi sembra banale. Faccio i conti, come tutti, con il desiderio e la necessità, a volte urgente e drammatica, di trascendenza. Nella consapevole certezza della mia finitezza, nella frustrazione di avere scarsi e non risolutivi strumenti di intervento sulla realtà, esorcizzo questa misteriosa necessità che comunque ci fa uomini ascoltando la musica, leggendo poesie. Nell’amore, lo spazio, nonostante le sue contraddizioni e le disillusioni, in cui avverto di più l’ambigua ed esaltante sensazioni di un oltre.

– La natura sembra avere un valore predominante nella vicenda di questa scoperta. Che rapporti hai con la natura?
Meno di quelli che vorrei. Quando vivevo in Sicilia il rapporto con la natura era permanente e disinvolto. Per me la natura era il mare. Avevo una barca a vela che mi teneva costantemente in rapporto con quell’insondabile mistero liquido che costantemente ti sfida, ti mette alla prova, scava nelle paure più intime e ancestrali, che ti riconsegna al mondo creatura tra le creature.
Oggi vivo a Roma, lontano dal mare che si ripresenta nei sogni e nelle emozioni. La natura è infanzia. Da entrambe sono stato scacciato.
Nel mio Gesù la natura è una co-protagonista, entra nel racconto provocatoriamente, con una costante bizzarra e malevola interroga Gesù chiedendo reazioni, imponendo riflessioni. La natura, nel mio romanzo, è il richiamo del Dio dei Vangeli. Chiede a Gesù di scegliere una volta per tutte il destino sacrificale che è già scritto. La natura e la madre conservano il segreto che a me non interessava sondare e attraversare se non come ammiccamento in complicità con il lettori che conoscono quel destino. La natura è la voce di Dio e un richiamo a rispettare i patti tra uomini e Creazione.

-La figura del padre è centrale e catalizzatrice. E’ un abbandono o rivelatore di un presagio che il protagonista ignora?
Mi ha sempre colpito quanto riportato dai Vangeli sulla visita al Tempio di un giovanissimo Gesù. Maria e Giuseppe lasciano Gerusalemme per tornare a Nazareth e “dimenticano” il figlio. Mi sono chiesto il perché di questa dimenticanza. Sino a pochi giorni prima così attenti e preoccupati, così scrupolosi nella sicurezza del figlio salvato dalla strage degli innocenti e poi così “leggeri” da dimenticarlo al Tempio per tre giorni. I Vangeli dicono che Maria, la madre, immaginava che Gesù, non più bambino, fosse al fianco del padre e degli uomini nella carovana di ritorno, Giuseppe invece, pensava che Gesù non ancora adulto, fosse con Maria e le altre donne. Io ho immaginato che il collante di questa coppia di genitori improvvisamente sbadati fosse proprio l’infanzia del figlio. Giuseppe e Maria, nel mio romanzo, hanno progetti diversi e divergenti per il suo futuro. E Giuseppe, uomo ormai maturo e concreto, legato al lavoro da falegname, non può nulla per fronteggiare il progetto di Maria – che è il progetto del sacrificio – per il figlio. E abbandona entrambi. Io ho giocato sull’abbandono di Giuseppe ammiccando all’interrogativo di Gesù nell’orto del Getsemani: “Padre, perché mi hai abbandonato”, facendola diventare una domanda fondamentalmente umana, un abbandono necessario della strada tracciata da ogni padre. L’abbandono è il motore del mio romanzo perché apre al viaggio avventuroso di Gesù in cerca di Giuseppe. In realtà “Io sono Gesù” è un romanzo d’avventura adolescenziale. L’ho scritto immaginando una narrazione per ragazzi perché la rivoluzione di Gesù è una rivoluzione di giovanissimi, così integrale, inattesa, radicale rispetto alle religioni di quell’epoca da rispecchiare la freschezza, l’ingenuità e la temerarietà propria degli adolescenti. E in fondo, mi sono sentito temerario anche io offrendo la mia voce a un Gesù che racconta in prima persona. Più volte, durante la scrittura, forse in momenti di sana lucidità, mi sono chiesto se non stavo chiedendo troppo a me stesso. Mi rispondevo che questa è la forza della scrittura narrativa, la libertà di rischiare, la temerarietà, l’offrirsi al giudizio degli altri. Anche chi scrive ha un modesto destino sacrificale quando i lettori scelgono di leggerlo. Un romanzo che mi ha dato misura e attenzione. Ho scelto una narrazione non provocatoria. Non mi interessava lo scandalo o ferire chi crede. La ritengo una prova di maturità che mi ha permesso di utilizzare una lingua diversa, canoni a me estranei. Mi serviva una lingua semplice e chiara. Proprio come la vita dell’uomo Gesù.

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La scheda del libro: “Io sono Gesù” di Giosuè Calaciura (Sellerio)

imageUn giovanissimo viandante in un cammino pieno di sorprese, passioni e tradimenti, dolcezza e violenza. È il Gesù di Calaciura. Strutturato quasi come un feuilleton o una serie televisiva, punteggiato di colpi di scena, innervato da una tensione costante, nel suo nuovo romanzo l’autore reinventa una delle storie più grandi mai raccontate.

Un irrequieto adolescente fugge dalla madre, dagli obblighi quotidiani, dal villaggio povero e opprimente, e si mette alla ricerca del padre. In realtà insegue il suo passato, la comprensione del mistero della sua nascita, degli enigmi della sua infanzia, perché la madre è silente, forse non ricorda, o forse non vuole parlare. Solo il padre potrebbe fare il miracolo di restituirgli la memoria. Ma il padre non c’è più, ha abbandonato la famiglia. Il nome di quel ragazzo è Gesù, Maria e Giuseppe i genitori, Nazaret e la Galilea lo spazio delle sue avventure, del suo bisogno di amore, del dolore e della timidezza che sempre lo accompagnano. E il Gesù di Calaciura è un giovanissimo viandante in un cammino pieno di sorprese, passioni e tradimenti, dolcezza e violenza. Attorno a lui uomini e donne che sono figli di una terra con leggi spietate, il feroce dominio romano con la sua inarrivabile macchina bellica e governati va, l’autorità religiosa e morale dei sacerdoti, l’arroganza e lo sfarzo dei ricchi, la brutalità di chi si pone al di fuori della società e depreda i più deboli, la disperazione di chi non trova nemmeno un’oliva per nutrirsi o una pozza per dissetarsi. È un tempo inquieto, stravolto da cambiamenti profondi, il nuovo e il vecchio, l’antico e il moderno collidono e si sgretolano, nessuno più di un ragazzo tormentato dal desiderio e dall’ansia del futuro è capace di avvertire il battito sotterraneo di una rivoluzione in arrivo. Di cui, senza davvero volerlo, sarà protagonista. Strutturato quasi come un feuilleton, punteggiato di colpi di scena, innervato da una tensione costante, il romanzo di Calaciura racchiude in sé l’impeto dell’avventura e dell’epica, l’intrigo familiare, la paranoia del sospetto, la tensione del mistero irrisolvibile. Vi si ritrovano molti dei suoi temi: l’infanzia e la difficoltà di crescere, l’innocenza delle creature più fragili, la miseria morale degli adulti, l’irruenza dell’eros. Ma qui si radicalizzano, fino al punto di contaminare e reinventare una delle storie più grandi mai raccontate.

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Giosuè Calaciura è nato a Palermo nel 1960. Giornalista, collabora con Rai Radio3, scrive per quotidiani e riviste. I suoi racconti sono apparsi in diverse raccolte, tra queste Disertori (Einaudi, 2001), curata da Giovanna De Angelis, e Luna nuova. Nuovi scrittori dal Sud (Argo, 1997), a cura di Goffredo Fofi. Tradotto all’estero, ha pubblicato i romanzi: Malacarne (1998), Sgobbo, Premio Selezione Campiello (2002), La figlia perduta. La favola dello slum (2005), Urbi et Orbi(2006) La penitenza (2016), e il saggio Pantelleria, l’ultima isola (2016). Con questa casa editrice Bambini e altri animali (2013), Borgo Vecchio (2017), Il tram di Natale (2018) e Io sono Gesù (2021).

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