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I GIORNI PIÙ BELLI di Giancarlo Melosi: incontro con l’autore

giugno 4, 2021

“I giorni più belli. La straordinaria epopea di una famiglia ebrea sopravvissuta alla Storia” di Giancarlo Melosi (Newton Compton): incontro con l’autore e un brano estratto dal libro

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Giancarlo Melosi è nato nel 1951, vive tra l’isola d’Elba e l’entroterra toscano. Ha iniziato la sua vita professionale con un breve periodo come insegnante, poi per più di trent’anni ha lavorato come dirigente alla Regione Toscana, occupandosi di sanità, ambiente, programmi comunitari e turismo.

I giorni più belli è il suo primo romanzo. Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«“I giorni più belli” è, in un certo senso, figlio del Covid-19 o Sars-Cov-2, come lo chiamano gli addetti ai lavori, con un acronimo inglese», ha detto Giancarlo Melosi a Letteratitudine.
«Mi riferisco alla prima ondata, quella dura, quella del periodo marzo-maggio 2020, quella durante la quale si aveva il terrore di uscire di casa per andare a fare la spesa o a fare due passi nei prati intorno a casa. Come molti italiani, mi sono ingegnato per riempire il tempo e combattere lo stress da chiusura. Dopo il pane home made (pessimo), le letture (aumentate), i film d’autore, ho deciso di provare a scrivere un romanzo. L’idea, all’inizio, è nata da un’esigenza personale. L’ho scritto per me, per riempire le giornate, per cimentarmi in una nuova impresa, per provare le emozioni dello scrivere.


Appassionato di storia, sono anche un amante dei romanzi storici. Scelto il genere, restava da scegliere il periodo, la trama e i personaggi.
Per il periodo è stato facile: sono da anni interessato ai secoli che stanno a cavallo tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento. Un’epoca tumultuosa e di grandi cambiamenti. In quegli anni nacque il capitalismo mercantile, cadde Costantinopoli e iniziò il declino della potenza di Venezia. Con la scoperta dell’America dopo il 1492, il baricentro del mondo si spostò a occidente.
Ho scelto gli anni a cavallo del 1555, quando il papa Paolo IV emanò una bolla “Cum nimis abdurdum”. Con quella comunicazione, l’autorità papale revocò tutti i diritti concessi agli ebrei e ordinò l’istituzione di luoghi chiusi che, subito dopo, furono chiamati ghetti mutuando un termine in uso a Venezia. Furono edificate mura attorno ai quartieri, costruite porte di accesso con tanto di sorveglianza armata.
La trama del racconto si dipana tra il 1520 e il 1560, quaranta anni “visti” con gli occhi di una famiglia ebrea di allora. Dopo la forma del romanzo ed il periodo storico, anche la trama era definita. Avrei descritto una storia ambientata in una Roma segnata dalla ricchezza sfacciata e dalla miseria, dai grandi artisti del Rinascimento e dai lutti per il Sacco della città.
Alcuni personaggi sono immaginari (pochi), altri appartengono alla storia (i più).
Oltre ai componenti della famiglia Di Segni, tutti gli altri sono realmente vissuti. C’è il pittore Raffaello Sanzio, il banchiere Agostino Chigi e la sua famiglia, ci sono vari papi, principi, condottieri, frati, medici, inquisitori e negromanti. Non mancano poi dei personaggi sconosciuti scoperti nei documenti e negli archivi di allora. Sono gli ebrei del ghetto di Pitigliano, gli abitanti dell’isola di Capraia e dei paesi della Corsica. Ho cercato di restare fedele ai toponimi, ai nomi delle strade e dei palazzi, al cibo, alla musica, alle usanze del tempo.
Un personaggio, incontrato per caso, mi ha molto aiutato a scrivere questa storia.
Si chiamava Silvestro Landini ed era un gesuita nato nel 1503 al confine tra Toscana e Liguria e morto a Bastia nel 1554. Nel 1552 fu inviato dal papa Giulio III a rimettere le cose a posto nella disastrata chiesa corsa. Durante il viaggio, nel tragitto tra Livorno e Bastia, incappò in una tempesta e quasi naufragò. Sfuggì alla morte riparando con tutto l’equipaggio nell’isola di Capraia dove rimase per un mese. Di quel soggiorno forzato, Silvestro  Landini scrisse un resoconto dettagliato, descrivendo gli abitanti, i loro nomi, i luoghi dell’isola, il loro lavoro, gli usi e i costumi. Su quella cronaca minuziosa ho sviluppato la trama dell’ultima parte della narrazione.
Così è nato il romanzo “I giorni più belli”».

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Un estratto del romanzo “I giorni più belli. La straordinaria epopea di una famiglia ebrea sopravvissuta alla Storia” di Giancarlo Melosi (Newton Compton)

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Serraglio degli ebrei
gennaio 1520

Il vento pungente di gennaio scarmigliava i lunghi capelli di
Michael Di Segni facendoli sbattere come fruste sui lati del
viso. Camminava a passo svelto, il tramonto arrivava presto in
quelle giornate di gennaio. Tra non molto avrebbero chiuso la Giudecca e lui doveva rientrare a ogni costo pena la prigione
o chissà cos’altro. Del resto era soddisfatto, era riuscito ad acquistare un grosso sacco di corteccia di salice bianco: una panacea per i dolori articolari e muscolari e per la gotta dei suoi clienti. A ventun anni era già riconosciuto come un valente speziale dentro e fuori dalla Giudecca. Come medicus era ricercato da nobili e cavalieri, ricchi e poveri, frati, vescovi e cardinali, e questa fama gli consentiva certi margini di libertà, anche quello di poter mettere le mani addosso ai cristiani per curarli. Arrivato nella sua stanza di speziale trovò ad attenderlo due uomini: uno sembrava un domestico, l’altro, armato, doveva essere un birro. Michael sentì un brivido di gelo percorrergli tutta la schiena e le gambe cedere sotto il suo peso.
«Giudeo! Devi venire con noi», gli intimò in modo spiccio il soldato tenendo la mano sull’elsa della spada.
«Perché?», balbettò sommesso Michael.
«Perché ti vuole il mio signore, Agostino Chigi il Magnifico. Prendi le tue cose. Tua moglie Ruth è già stata avvertita».
Bastarono pochi minuti per arrivare a destinazione. Prima costeggiarono a rapidi passi le mura della Giudecca, poi attraversarono il ponte Sisto. Gli operai addetti al restauro, con il buio imminente, stavano chiudendo il cantiere e riponendo gli attrezzi. L’attenzione dei tre si posò sui lavori di manutenzione dei marmi del rivestimento dell’occhialone, un grande foro sopra il pilone centrale costruito per alleggerire la spinta dell’acqua in caso di piena. Il birro si arrestò e agguantò Michael per i capelli.
«Sai chi paga quei lavori?», chiese guardando il domestico che l’accompagnava con un’occhiata di complicità.
«Li pagate voi giudei».
I due scoppiarono a ridere sguaiatamente mimando una danza oscena sulle pietre lasciate libere dagli scalpellini. Ripresero a camminare, villa Chigi era lì davanti a loro, a pochi passi dalla riva del Tevere. Immensa, sontuosa, ricoperta di marmi e travertino, Michael l’aveva vista crescere dalla finestra della sua casa all’ultimo piano nel serraglio degli ebrei quando era ancora bambino. Ci dovevano essere voluti parecchi anni perché i suoi ricordi partivano da quando era molto piccolo. Quante volte aveva fantasticato di vederla dentro. Ora lo portavano là, ma a forza. Dentro di sé sentiva un misto di felicità e di terrore. Terrore perché non sapeva cosa volessero da lui, specie quel birro armato, felicità perché avrebbe visto quella villa da vicino. Risalirono dalla sponda del fiume e attraversarono un giardino pieno di piante sconosciute. L’edificio aveva la forma di ferro di cavallo con due ali che abbracciavano una loggia centrale. Le pareti della facciata erano affrescate con putti e ghirlande.
«Aspetta qui, non muoverti», gli intimò il birro strattonandolo per un braccio.
Michael non poté resistere alla tentazione di sbirciare il caleidoscopio di colori e di immagini che lo sovrastava. La volta del loggiato era suddivisa in scomparti da festoni di fiori e frutta che avevano come sfondo un cielo azzurro. Michael li osservò con attenzione seguendo quelle curve come l’acqua segue le anse del fiume. Ne riconobbe molti, sembravano staccarsi dalla base vegetale. Altri invece erano frutti sconosciuti. Dentro quei riquadri vi erano corpi nudi di uomini e donne che dovevano ricordare figure mitologiche, puttini con le ali, amorini con aquile, tridenti, pantere, elmi e scudi. Ma quello che lo affascinava di più erano i due grandi affreschi al centro del soffitto, che dovevano rappresentare dèi e dee perché le figure stavano in piedi sulle nuvole.
«Sono le storie di Amore e Psiche».
Una voce rimbombò amplificata dalla volta. Da una porta laterale entrò un uomo vestito riccamente e accompagnato da una donna e quattro camerieri.
«In questa villa hanno lavorato i pittori più famosi: Baldassarre Peruzzi, Raffaello Sanzio, Giulio Romano, Giovanni da Udine e Sebastiano del Piombo, che ho portato via personalmente alla Serenissima».
Michael fece un piccolo inchino, come gli avevano insegnato sin da bambino quando era in presenza di un cristiano.
«Niente inchini. Guarda! Guarda! Non è vietato guardare. Li ho fatti dipingere per la gioia degli occhi e dello spirito. Oggi è un anno esatto da quando sono stati terminati e inaugurati. Li hanno visti il papa, principi e cardinali. Ma anche i miei servi, i domestici, i cuochi e i giardinieri. Li puoi guardare anche tu, non si consumeranno».
Michael, nell’udire quelle parole, ma soprattutto quel tono inaspettato, si sentì rassicurato.
«Sai chi sono io? Sono il padrone di questa dimora. Il mio nome è Agostino Chigi. Mi chiamano il Magnifico perché sono molto ricco. Sai perché ti ho fatto condurre qui?».
Michael dondolò lievemente la testa.
«Perché sono ammalato e sto male. Ogni giorno peggioro e non voglio morire. Ogni cerusico e phisicus che ho chiamato non ha aiutato per niente il mio stato di salute. Anzi, salasso dopo salasso, riesco a malapena a camminare. Mi hanno parlato di te, mi hanno detto che, nonostante la tua giovane età, sei molto bravo. Mi ha fatto il tuo nome il cardinale Niccolò Ridolfi che hai guarito. Se ci riuscirai anche con me ti renderò ricco. Non mi importa se sei un giudeo, la mia fortuna di banchiere l’ho guadagnata soprattutto con la gente del tuo popolo, oltre che prestando denaro a papi e principi».
Michael questa volta alzò la testa: la sua professione era ciò che più lo soddisfaceva e lo inorgogliva, e quell’uomo lo cercava come speziale. Lo guardò. Messere Agostino Chigi aveva un’età apparente di cinquant’anni e i segni della malattia erano evidenti: la postura innaturale, una certa fatica a muoversi e parlare, la carnagione pallida. L’attenzione di Michael si spostò sulla donna che gli era accanto. Era bellissima, elegante e raffinata, con due grandi e magnetici occhi neri. La forma delle vesti e la schiena leggermente arcuata lasciavano intuire una gravidanza alle prime settimane.
«Quella che guardi», disse il Magnifico, «è Francesca Ordeaschi, mia moglie. Ma dimmi: cosa chiedi? Come posso ricompensarti già da ora?»
«Chiedo il vostro permesso…». Michael guardò in alto, verso la volta, allungando le mani in direzione di Agostino Chigi con la kippah arrotolata.
«Vi chiedo di lasciarmi indossare il copricapo».
«Perché mai? Se ti concedo di stare al mio cospetto a capo scoperto». «È per quel cielo azzurro», rispose indicando il soffitto e le lunette affrescate.
«Sento il timore del cielo e la presenza divina sopra di me».
«Che sia! Metti la tua kippah e torna a casa. Domani mattina presentati con i tuoi medicamenti; vivrai qui nella villa fintanto che sarà necessario».
«Signore, ma a quest’ora il mio serraglio è già chiuso», rispose Michael.
«Non ci sono porte chiuse per Agostino Chigi. Ti farò accompagnare dalle mie guardie.
L’indomani all’alba, Michael Di Segni spingeva il suo carretto pieno di sacchetti e bottigliette di vetro. Non aveva mai dormito tutta la notte e nell’assoluto silenzio. Infrangendo la regola che vietava ai giudei di uscire di casa durante la notte, si era recato nella sua stanza di speziale e aveva preso tutto quanto gli sarebbe potuto servire. Arrivato sul ponte Sisto notò che anche i lavori degli scalpellini e dei muratori erano iniziati con le prime luci. Dovette ingegnarsi non poco per muoversi in quel dedalo di pietre, persone, attrezzi, macerie. Dovette anche fermarsi mentre le maestranze scendevano a fatica da un carro trainato da due buoi, un’impalcatura di legno che sarebbe servita per rivestire di marmi l’occhialone. Arrivato alla villa, aspettò in disparte, davanti all’ingresso della loggia. C’era un gran via vai di persone, artigiani e servi, ma nessuno faceva caso a lui o gli diceva niente. Michael ne approfittò per verificare i suoi medicamenti. Muovendo le mani tra i piccoli sacchetti di stoffa, bottiglie e barattoli di varie dimensioni, li ripassò mentalmente uno per uno. Le preziose spongiae somniferae, le spugne anestetiche imbevute di oppio, estratto di mandragora, giusquiamo, cicuta e belladonna. Le aveva essiccate all’aria ed erano pronte all’uso, dopo essere state di nuovo imbevute di acqua, per essere annusate e sorbite dal malato. I sacchetti con l’aconito, la digitale, l’elleboro, la belladonna, tutte piante velenose ma che diventavano medicamentose se usate con cura. Infine i medicinali contro le infiammazioni: la corteccia di salice bianco, la radice dello zenzero e il cartamo. Michael era lì che controllava i suoi preparati, quando un domestico in livrea lo chiamò.
«Vieni, il padrone ti aspetta!», disse girando sui tacchi e incamminandosi senza neppure guardarlo.
Michael rimase bloccato accanto al suo carretto. Sopra quelle assi di legno c’era tutta la sua vita di speziale e di medico, non gli piaceva abbandonarlo incustodito.
«Che fai?», chiese il domestico voltandosi.
«Non ti preoccupare, qui dentro nessuno ruba niente. Anzi chi ci ha provato ora si soffia il naso con qualche dito in meno».
Michael sfiorò i sacchetti e seguì l’uomo, prima attraverso la magnifica loggia che aveva visto la sera precedente, poi su per le scale fino al primo piano. I due si arrestarono davanti a una porta intarsiata e decorata con stucchi dorati.
«Aspetta qui!», gli intimò.
«E quando entri tieni un comportamento educato».
Aprì lentamente la porta.
«A richiesta di sua signoria», disse ad alta voce, «è arrivato lo speziale ebreo».
Prese Michael per un braccio e lo introdusse nella camera. Agostino Chigi se ne stava seduto davanti al letto su una grande poltrona di raso purpureo. Sbirciando da sotto gli occhi, Michael riconobbe, a lato, la moglie Francesca e un altro signore che, a giudicare dai vestiti, doveva essere molto importante. Chigi lo scrutò da capo a piedi.
«Allora, mi hanno detto che ti chiami Michael. Se un giorno vorrai convertirti al cristianesimo, potresti battezzarti con il nome di Michele. Ma forse è più bello Michael. Allora speziale, da dove partiamo? Alza quella testa e comportati senza inutili riverenze. Devi pensare a curarmi, non a guardarti i piedi».
Michael si sentì rincuorato: quel banchiere dai modi spicci e rudi gli stava offrendo una relazione da uomo a uomo.
«Quali malanni lamentate?», chiese Michael.
«Malanni che non passano», rispose accasciandosi sull’enorme poltrona.
«Sono tre mesi che ho una febbre che va e viene».
«Me la può descrivere signore?»
«Viene ogni due tre giorni. Febbre molto alta, così mi dicono, ma io non la sento. Anzi, talvolta provo brividi di freddo che mi fanno scuotere tutto il corpo».
Michael, nell’udire quelle parole, storse la bocca.
«Quali altri sintomi avete?»
«Dolori alla schiena, il cuore che batte all’impazzata, a volte si aggiungono anche nausea, vomito e diarrea. Quando sono mezzo addormentato, con la febbre alta, vaneggio e pare dica cose incomprensibili».
«Signore, mi dovrei avvicinare e toccarvi, se me lo concedete».
«È il tuo lavoro», rispose Chigi.
Michael lo esaminò minuziosamente: il colore della pelle era giallastro. Tastò più volte l’addome cercando soprattutto il fegato. Era molto ingrossato.
«Dovrei vedere anche il vostro piscio».
Un servo accorse con un cantaro, il banchiere urinò e glielo porse. Michael si avvicinò a una finestra per vedere meglio. Quel liquido era torbido e scuro.
«Sembra febbre terzana», disse a denti stretti.
«Avete per caso frequentato zone paludose in questi ultimi tempi?» «Di febbre terzana si muore!», esclamò il banchiere sventolando le mani in aria e sobbalzando sulla poltrona.
«Di febbre terzana si guarisce, anche», lo rincuorò Michael.
«Allora, avete per caso frequentato zone paludose in questi ultimi tempi?»
«Molte volte», rispose aggiustandosi di nuovo sulla poltrona.
«Non solo negli ultimi tempi. Le ho attraversate per andare a Porto Ercole dopo che l’ho comprato, tutte le volte che ho visitato le miniere di allume nei monti della Tolfa e le saline che ho rilevato dallo stato pontificio».
«È pericoloso andare in quei posti!», replicò Michael.
«Che credi, ebreo? Il tuo mondo finisce alle porte del serraglio degli ebrei, il mio non ha confini e mi devo occupare di tutto. Per ventimila ducati ho acquistato Porto Ercole, rocca e castello compresi, in modo da avere uno sbocco sul mare per le navi che trasportano l’allume. Ho ventimila persone che lavorano per me, comprese le decine di agenti a Londra, il Cairo, Anversa e Costantinopoli. Come faccio a stare attento alle terre paludose?».
Michael si accorse che l’aveva fatto arrabbiare e cercò di cambiare discorso.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “I giorni più belli” di Giancarlo Melosi (Newton Compton)

1520. La famiglia Di Segni è una delle tante che vivono a Roma nel serraglio degli ebrei, dove la sera si chiudono i cancelli e nessuno può più entrare né uscire. Michael, giovane capofamiglia, è già un valente cerusico specializzato nella cura delle malattie con rimedi a base di erbe, ma, a causa delle ristrettezze economiche, vive in una casa fatiscente insieme alla moglie Ruth e la loro piccola Ariela. Un giorno, Michael viene convocato dal banchiere Agostino Chigi detto il Magnifico, da tempo affetto da un male che lo tormenta, nonostante i tanti consulti di medici cristiani. Il potente e ricco mecenate vive nel fasto di Villa Chigi con la moglie Francesca Ordeaschi, ex cortigiana, e pur di guarire è disposto anche a passare sopra al fatto che il giovane sia ebreo. Mentre Michael viene fatto trasferire alla villa per stare notte e giorno vicino al malato, Ruth e la figlia rimangono da sole e ai limiti della sopravvivenza… E così, a poca strada dalla residenza dei Chigi, dove si sta organizzando la sfarzosissima festa dell’anniversario del matrimonio, per qualcuno le cose si mettono davvero molto male e Michael dovrà dimostrare tutta la sua capacità di medico e la sua determinazione, se vorrà un futuro per sé e per la sua famiglia…

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