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YOGA di Emmanuel Carrère (recensione)

giugno 7, 2021

“Yoga” di Emmanuel Carrère (Adelphi – traduzioni di Lorenza Di Lella e Francesca Scala)

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di Erika Di Giorgio

La prosa di Emmanuel Carrère riesce sempre a catturarti e ad ammaliarti, a prescindere dal tipo di libri e di tematiche di cui questo grande autore francese decide di occuparsi. È così anche per questo volume da poco giunto in Italia e dal titolo piuttosto indicativo: “Yoga” (Adelphi, traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala). Una narrazione che non si limita a descrivere lo yoga e l’arte della meditazione, ma che si spinge fino ai limiti di una ricerca introspettiva che potremmo definire con l’appellativo di “autobiografia psichiatrica”.

Yoga, intanto (includendo il più generale concetto di meditazione, nonché la pratica di certe arti marziali come il tai chi): una forma di ginnastica fisico/spirituale che mira all’esplorazione e all’espansione della coscienza. E che  Carrère conosce piuttosto bene dato che la pratica da circa tre decenni.
La storia inizia con il racconto di un ritiro di meditazione Vipassana, svolta all’inizio del 2015, poco prima degli attacchi di “Charlie Hebdo”, e quello di una grave depressione. Perché, per quanto si possa provare a tenere la vita sotto controllo, per quanto ci si possa sforzare, anche con la meditazione, a governare i propri fantasmi, a riempire i buchi neri che si affacciano ai margini dell’esistenza, il precipizio da cui si cerca disperatamente di fuoriuscire a volte mostra nuove crepe in cui sprofondare. Nuovi livelli di dolore con cui fare i conti. Ed ecco la meditazione contrapposta all’incubo del terrorismo, lo yoga contro la depressione, la ricerca dell’unità interiore a fronteggiare un disturbo bipolare invalidante. Perché la vita a volte questo è: un insieme di equilibri precari e di dolori da ammansire; di abissi da cui sfuggire. E dunque: un matrimonio che va in frantumi, l’angoscia derivante dagli attentati di Charlie Hebdo, l’inferno della crisi migratoria. E all’improvviso ci si ritrova al Sainte-Anne, sottoposti a terapia elettroconvulsivante (leggasi elettroshock). A fare a pugni con i propri mostri interiori. E a tentare di trasformare la lotta in materiale letterario, nel romanzo di un’esplorazione psichica senza compromessi e senza sconti. Un’impresa che può apparire titanica ai più. E lo è senza ombra di dubbio.
Ma se ti chiami Emmanuel Carrère, se hai imparato a misurare la tua esistenza con il metro creativo della narrazione, e se sei dotato di uno stile unico e riconoscibile come un marchio, non c’è nulla la mondo che non possa essere raccontato.

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La scheda del libro: “Yoga” di Emmanuel Carrère (Adelphi – traduzioni di Lorenza Di Lella e Francesca Scala)

La vita che Emmanuel Carrère racconta, questa volta, è proprio la sua: trascorsa, in gran parte, a combattere contro quella che gli antichi chiamavano melanconia. C’è stato un momento in cui lo scrittore credeva di aver sconfitto i suoi demoni, di aver raggiunto «uno stato di meraviglia e serenità»; allora ha deciso di buttare giù un libretto «arguto e accattivante» sulle discipline che pratica da anni: lo yoga, la meditazione, il tai chi. Solo che quei demoni erano ancora in agguato, e quando meno se l’aspettava gli sono piombati addosso: e non sono bastati i farmaci, ci sono volute quattordici sedute di elettroshock per farlo uscire da quello che era stato diagnosticato come «disturbo bipolare di tipo II». Questo non è dunque il libretto «arguto e accattivante» sullo yoga che Carrère intendeva offrirci: è molto di più. Vi si parla, certo, di che cos’è lo yoga e di come lo si pratica, e di un seminario di meditazione Vipassana che non era consentito abbandonare, e che lui abbandona senza esitazioni dopo aver appreso la morte di un amico nell’attentato a «Charlie Hebdo»; ma anche di una relazione erotica intensissima e dei mesi terribili trascorsi al Sainte-Anne, l’ospedale psichiatrico di Parigi; del sorriso di Martha Argerich mentre suona la polacca Eroica di Chopin e di un soggiorno a Leros insieme ad alcuni ragazzi fuggiti dall’Afghanistan; di un’americana la cui sorella schizofrenica è scomparsa nel nulla e di come lui abbia smesso di battere a macchina con un solo dito – per finire, del suo lento ritorno alla vita, alla scrittura, all’amore. Ancora una volta Emmanuel Carrère riesce ad ammaliarci, con la «favolosa fluidità» della sua prosa («Le Monde») e con quel tono amichevole, quasi fraterno, che è soltanto suo, di raccontarsi quasi che si rivolgesse, personalmente, a ciascuno dei suoi lettori.

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Emmanuel Carrère è scrittore, regista e sceneggiatore francese.
Laureato all’Istituto di Studi Politici di Parigi, è figlio di Louis Carrère e della sovietologa e accademica Hélène Carrère d’Encausse, prima donna ad essere eletta nell’Académie française, figlia di immigrati georgiani che fuggirono la Rivoluzione russa.
I suoi esordi sono stati nella critica cineatografica, per «Positif» e «Télérama». Il suo primo libro, Werner Herzog, un saggio, è stato pubblicato nel 1982.
Il suo esordio come romanziere risale invece al 1983: è L’amico del giaguaro, pubblicato da Flammarion. Il successivo Bravura (1984, in Italia pubblicato nel 1991 da Marcos y Marcos), invece, è stato pubblicato da POL, editore con il quale da allora non ha più interrotto i rapporti. Nel 1986 è uscito Baffi (da cui nove anni dopo lo stesso Carrère ha tratto l’omonimo film), nel 1988 Fuori tiro, nel 1995 La settimana bianca, nel 2000 L’avversario, nel 2002 Facciamo un gioco, nel 2007 La vita come un romanzo russo, nel 2009 Vite che non sono la mia e nel 2012 Limonov (con il quale vince il Prix Renaudot).
Tradotta in Italia dal 1996 al 2011 per l’editore Einaudi, che ne ha pubblicato 5 titoli, l’opera di Carrère viene rilanciata nel 2012 da Adelphi con la biografia del controverso personaggio Limonov, finalmente bestseller di vendite, e la ripubblicazione delle opere precedenti.
Altre pubblicazioni con Adelphi sono: Il regno (2015), A Calais (2016), Io sono vivo, voi siete morti (2016), Propizio è avere ove recarsi (2017), Un romanzo russo (2018) e Yoga (2021).

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