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UNA STRANA NEBBIA di Federico Zatti (intervista)

giugno 14, 2021

“Una strana nebbia. Le domande ancora aperte sul caso Moby Prince” di Federico Zatti (Mondadori): intervista all’autore

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Il libro sarà presentato a Taobuk, festival letterario di Taormina, domenica 20 giugno alle h. 15:30, a Palazzo Ciampoli (Taormina, ME)

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di Massimo Maugeri

Federico Zatti (1973) è giornalista e autore Rai. Da oltre quindici anni segue i principali fatti di attualità, scrivendo per programmi radio e tv. Attualmente lavora al programma di Rai Uno Unomattina.
Di recente, per la collana Strade blu. Non Fiction di Mondadori, Federico Zatti ha firmato il volume intitolato “Una strana nebbia“. Un saggio d’inchiesta che, come indica la frase riportata in copertina, si concentra su “Le domande ancora aperte sul caso Moby Prince”.
Stiamo parlando della più grande tragedia della nostra marina civile. Il fatto accadde trent’anni fa,  la sera del 10 aprile 1991, allorquando il traghetto di linea Moby Prince, in partenza dal porto di Livorno e diretto a Olbia, entrò in rotta di collisione con la petroliera Agip Abruzzo, all’ancora in rada, sfondandone la fiancata di dritta e provocando un incendio in cui persero la vita centoquaranta persone.

Ne ho discusso con l’autore…

– Federico, partiamo dall’inizio. Cosa ti ha spinto a interessarti al caso Moby Prince al punto da dedicargli un saggio d’inchiesta?
Quella della Moby Prince è una storia che non torna. 10 anni fa, lavorando a un racconto televisivo di questa vicenda, ho dovuto fare i conti con i troppi buchi logici di questo caso. Benché non sia considerata una scienza esatta, la narrazione ha una logica stringente e più apprendevo i dettagli degli avvenimenti, più si inceppava il racconto e mi costringeva a fermarmi e a pormi nuove domande.
Per anni è rimasta a “ronzare” nella mia testa, di tanto in tanto aggiungevo qualche nuovo tassello. Ma ho deciso di occuparmene a tempo pieno quando ho capito che bisognava operare un cambio radicale di prospettiva e cercare di sapere di più della petroliera. L’altra protagonista di quella notte, mai veramente raccontata. A quel punto sono emerse nuove domande che poi hanno prodotto l’ossatura al libro. Non mi interessava sapere dove fosse posizionata la petroliera, ma cosa trasportasse. Non per quale motivo i soccorsi non siano arrivati, ma perché siano stati efficienti nel soccorrere la petroliera e così palesemente inefficienti nell’occuparsi del traghetto. Assunto questo punto di vista, ho trovato che le cose già lette e viste mille volte erano in grado di rivelare nuovi dettagli. Come è stato per me ascoltare più che guardare una delle prove regine, il famoso video D’Alesio, che ritrae una rada del porto senza nebbia. Sotto quelle immagini importanti ci sono dei dialoghi che aprono nuovi e importanti interrogativi. Improvvisamente, il racconto di un incidente ha preso le sembianze di un grande mistero italiano che aveva al centro il petrolio e il suo controllo. A Livorno e non solo.

– Cosa puoi dirci sul tuo lavoro di documentazione, ricerca e investigazione giornalistica propedeutica alla scrittura di questo libro?
Federico Zatti - Scheda autore e Libri | Libri MondadoriIl lavoro di lettura delle carte dei processi è imprescindibile. Non si può però leggere tutto insieme perché è una mole troppo grande, bisogna ordinare gli argomenti e avere accesso ai documenti per sapere cosa andare a riprendere quando serve. Io ho avuto una grande fortuna, perché con l’avvio della Commissione d’inchiesta parlamentare nel 2016 tutte le testimonianze e le perizie sono state rifatte e rese di pubblico dominio, a portata di click.
E poi è stato utile andare a incontrare di persona qualche protagonista della vicenda. Così per la parte in cui mi occupo di marmo e delle cave di Carrara sono andato a trovare l’allora sostituto procuratore di Massa Augusto Lama, per conoscere l’organizzazione delle mansioni interne alla Moby Prince sono andato a incontrare l’ex dipendente della Navarma Florio Pacini, per capire di più di alcune ipotesi investigative (prematuramente abbandonate) sono andato a trovare l’ex ministro dell’Interno Vincenzo Scotti.

– Uno degli elementi centrali di questo caso, e della tua inchiesta, risiede proprio nel titolo del libro (dotato peraltro di doppio senso): “Una strana nebbia”. È così?
“Una strana nebbia” è un titolo che dichiara da subito l’equivoco durato per 27 anni: attribuire la causa di questo incidente alla nebbia. Una nebbia talmente fitta e localizzata sulla petroliera da renderla invisibile e farla diventare un pericolo inevitabile durante la rotta di uscita dal porto della Moby Prince. La nebbia non c’era. Oggi è un dato acquisito e incontrovertibile. Lo assicurano un gran numero di testimonianze oculari, i bollettini meteo di quel tratto di costa, un video girato dalla terrazza di una casa che affaccia proprio sulla rada di Livorno. Ma se nebbia non fu e risulta alquanto improbabile immaginare la distrazione contemporanea di un’intera plancia di comando del traghetto, allora quell’incidente risulta inspiegabile. E la nebbia che calò su questa storia è di un altro tipo, una nebbia che ha nascosto per quasi trent’anni la verità.

– Quali sono stati gli altri elementi caratterizzanti di questa vicenda?
Il libro è disseminato di domande dalle quali poter ripartire con nuove indagini. Ad un certo punto però ho avanzato un’ipotesi inedita. Ho cominciato a vedere questo incidente non come uno scontro fortuito fra due navi, di cui una ferma e l’altra impegnata nella più delicata delle manovre di navigazione quale l’uscita da un porto, ma come un vero e proprio dirottamento. Sembra azzardato come scenario, ma molte delle tessere del puzzle di questa storia trovano la loro collocazione. Ne cito solo alcune: i corpi dei passeggeri furono ritrovati quasi tutti in un unico ambiente, non presentavano fratture come sarebbe dovuto accedere nel caso di un impatto violento e improvviso; la Moby Prince non comunicò via radio con la Capitaneria di Porto e le antenne radio del traghetto furono trovate spezzate; vennero ritrovati nella prua della Moby i componenti chimici di un esplosivo molto in uso negli attentati dei primi anni ’90; l’attendismo dei soccorsi potrebbe essere il risultato di un evento, quello sì imprevisto, quale il dirottamento di una nave passeggeri in un grande porto; vi furono due incidenti inspiegabili a poche ore e a poche miglia di distanza con protagoniste due grandi petroliere: l’incendio dell’Agip Abruzzo a Livorno e quello della Haven a Genova.

– Non solo i contenuti sono fondamentali… ma anche il modo in cui si sceglie di narrarli. Cosa puoi dirci sull’approccio narrativo prescelto per raccontare il caso Moby Prince?
Il libro narra più storie che sembrano correre parallele e che alla fine si intrecciano per cercare di fare luce sulla vicenda della Moby Prince. Si comincia con la storia del marmo di Carrara, poi un’indagine sulla Calcestruzzi, l’individuazione del legame tra la mafia corleonese e uno dei più grandi gruppi industriali del Nord Italia, la cavalcata di Gardini per la conquista dell’Enimont e la sua repentina sconfitta, il business del petrolio e gli appetiti criminali. Delineato questo scenario si ritorna a Livorno, a raccontare quella drammatica notte del 10 aprile 1991. A quel punto si entra nel vivo delle testimonianze e delle parole colte in quei concitati momenti: le comunicazioni radio sul canale delle emergenze e i mezzi discorsi di sottofondo alle immagini del video D’Alesio. Dopo aver ricostruito gli aspetti di cronaca dell’incidente, per quel che è possibile col materiale presente agli atti, riprendo le fila di alcune storie secondarie che riguardano il dopo incidente. Le sorti di chi era previsto a bordo del traghetto e invece all’ultimo minuto non salì, la fortuna della compagnia navale che non subì lo stigma di un incidente che all’epoca le attribuiva tutte le colpe, la vicenda della Haven.

– In chiusura, al di là del caso Moby Prince e di questo tuo libro, vorrei chiederti: qual è il ruolo del giornalismo e della saggistica d’inchiesta?
È uno solo, porre le domande.
Per 27 anni la storia della Moby Prince ha avuto delle spiegazioni visibilmente zoppicanti. Solo la tenacia dei familiari delle vittime ha tenuto viva l’attenzione su questo grande mistero italiano. Il giornalismo d’inchiesta deve accendere delle curiosità, mettere in evidenza le incongruenze, battere sulle stesse domande finché non ottengono risposta. Oggi, benché siano passati 30 anni da quei tragici fatti, si riparte con la mente sgombra. La prima Commissione ha spazzato via le verità cristallizzate nei processi, la nuova Commissione d’inchiesta dovrà cercare le risposte che mancano, mantenendo acceso il faro dell’opinione pubblica su questa strage misteriosa.

– Credi che oggi (nell’epoca del web, dei social network e delle fake news), fare giornalismo d’inchiesta sia più facile o meno facile rispetto all’epoca pre-internet? Quali sono i pro e i contro, a tuo avviso?
Rischio di dire delle banalità. Ovvio che il moltiplicarsi di fonti spesso non certificate crea rumore e confusione, rischia di disorientare e di portare su false piste. Però, per quanto riguarda il mio caso, la fortuna di aver avuto una Commissione d’inchiesta che ha registrato le audizioni, trascritto i testi e riversato questa mole di materiale sul web ha reso più facile il lavoro e lo rende più facile a chiunque sia incuriosito dal caso Moby Prince e voglia farsi un’opinione propria. Su web si trova tutto, anche le registrazioni audio del canale delle emergenze, un materiale che, anche dopo trent’anni, mette i brividi ad ascoltarlo. L’accesso alle fonti è necessario per il buon giornalismo e, sapendo individuare quelle primarie e autentiche, si hanno indubbi vantaggi.

– Grazie mille, caro Federico.

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La scheda del libro: “Una strana nebbia. Le domande ancora aperte sul caso Moby Prince” di Federico Zatti (Mondadori)

Una strana nebbiaSono passati trent’anni da quella che ancora oggi rimane la più grande tragedia della nostra marina civile. La sera del 10 aprile 1991 il traghetto di linea Moby Prince , in partenza dal porto di Livorno e diretto a Olbia, entrò in rotta di collisione con la petroliera Agip Abruzzo , all’ancora in rada, sfondandone la fiancata di dritta e provocando un incendio in cui persero la vita centoquaranta persone. La causa dell’incidente venne attribuita fin da subito a un errore del comandante della Moby Prince , morto nel disastro, e a una fitta nebbia improvvisa. Ma sulla plancia del traghetto quella sera c’era Ugo Chessa, uno dei migliori comandanti in circolazione, e la visibilità era buona. I soccorsi furono tardivi, ma quando i pompieri riuscirono finalmente a domare le fiamme e a salire sulla Moby Prince trovarono quasi tutti i corpi dei passeggeri riuniti al centro della nave: molti avevano le valigie con loro e indossavano il giubbotto di salvataggio, pronti ad affrontare l’emergenza. Ma com’è possibile? Non doveva trattarsi di un incidente che aveva colto tutti di sorpresa? Evidentemente no. Nel 2006 la procura di Livorno decise di riaprire le indagini in seguito alle richieste del legale dei figli del comandante Chessa, senza raggiungere però dei risultati concreti. Grazie alla caparbietà dei familiari delle vittime e alla sensibilità di alcune figure istituzionali, il 22 luglio 2015 nacque la commissione parlamentare d’inchiesta sulla Moby Prince , la cui relazione finale ha smontato molte delle verità sedimentate in anni di processi e posto nuovi e inquietanti interrogativi. Partendo da qui, Federico Zatti ricostruisce con dovizia di particolari quanto accaduto quella notte, ribaltando il punto di vista: è l’ Agip Abruzzo la reale protagonista. «Sembra incredibile pensare al dirottamento di un traghetto per colpire una petroliera, ma non meno di imbottire un’autostrada con 500 chili di tritolo per uccidere un magistrato» scrive l’autore. I due attentati hanno infatti un obiettivo comune: colpire lo Stato con una violenza senza precedenti. Non a caso l’incidente della Moby Prince avvenne in un momento in cui il petrolio era diventato una terra di conquista per la mafia. Così, insieme alla disamina dei fatti e alle interviste ai protagonisti di quei tragici eventi, l’autore cerca di far luce sui molti interrogativi rimasti aperti, per diradare la nebbia che ancora avvolge il caso.

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