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IL MISTERO DI CHINATOWN di Mario Mazzanti: incontro con l’autore

giugno 15, 2021

“Il mistero di Chinatown” di Mario Mazzanti (Newton Compton): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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Mario Mazzanti, toscano d’origine, è cresciuto a Milano, dove ha compiuto gli studi di Medicina, e vive a Bergamo. Con la Newton Compton ha pubblicato Un giorno perfetto per uccidere e Non uccidere, raccolti poi, insieme a un racconto, in Tre casi scottantiI 444 scalini e Il mistero di Chinatown.

Abbiamo chiesto a Mario Mazzanti di raccontarci qualcosa sul nuovo romanzo: Il mistero di Chinatown.

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«Dopo aver pubblicato per Newton Compton tre storie che hanno come protagonisti il profiler Claps e il commissario Sensi (Un giorno perfetto per uccidere, Non uccidere, I 444 scalini)», ha detto Mario Mazzanti a Letteratitudine, «in questo nuovo romanzo, “Il mistero di Chinatown”, metto in panchina questi personaggi per far comparire per la prima volta due nuovi protagonisti: l’anatomopatologo Tommy Davies e il giornalista freelance Abisso, nati e cresciuti insieme nella periferie post industriali di Sesto San Giovanni, e in questa storia alle prese con un intrigo legato a un traffico criminale di organi per trapianti illegali.
Perché cambiare? Per quale motivo abbandonare due personaggi che con le loro vicende avevano appassionato o comunque raccolto le simpatie di buona parte dei lettori?
Certo, per chi scrive, la voglia di cambiare e provare a fare qualcosa di diverso dal solito è una compagna spesso presente, e inoltre bisogna ammettere che verso i propri personaggi si forma col tempo un curioso rapporto di amore-odio che non di rado porta al desiderio di abbandonarli… Ci sono però altri motivi più razionali, il principale dei quali deriva dal fatto che ritengo che in un crime il focus debba sempre essere sulla storia, cioè, per meglio dire, sulla vicenda criminale in sé e la strada che porta a scoprirne le ragioni, a individuare i colpevoli e, ma non necessariamente, consegnarli infine alla giustizia; i personaggi, cioè, devono semplicemente essere gli attori che rendono possibile questo percorso. Semplificando ampiamente: la storia deve essere la vera protagonista e i personaggi in qualche modo il mezzo che, dandole spessore, la rendono da un lato viva e credibile, e dall’altro permettono il suo dipanarsi; un po’ come il bravo attore serve e nobilita la pièce teatrale. Ecco, detto questo, personalmente credo che nei sequel, e in maniera sempre più evidente al prolungarsi della serie, si corra il rischio di capovolgere questo rapporto e portare i riflettori a concentrarsi maggiormente, piuttosto che sulla storia, sul protagonista… sulle sue vicende personali, sulle sue debolezze e sui suoi punti di forza, col rischio aggiuntivo di farne così quasi una figura stereotipata, cristallizzata nei suoi vizi e nelle sue virtù, e tutto a scapito della qualità del “prodotto”. Certo, i lettori si affezionano, vorrebbero sempre nuove avventure con i loro beniamini, ma per chi scrive, per chi cerca di inventare sempre nuove storie, alla fine tutto questo viene avvertito come una limitazione, un recinto nel quale ci si sente costretti e dal quale si ha una gran voglia di evadere… E nuovi personaggi rappresentano una boccata d’aria fresca. È così che sono nati Tommy e Abisso. Cresciuti insieme nelle case popolari di una periferia dove gli spazi verdi sono le aree dismesse dalle industrie siderurgiche, e diventati nel tempo l’uno un affermato anatomopatologo di un grande ospedale, e l’altro un giornalista freelance un po’ sfigato e alla perenne ricerca di uno scoop che dia una svolta alla sua precaria carriera; ma strade pur così diverse non hanno impedito loro di mantenere tanto una solida amicizia, quanto un senso di appartenenza a quella periferia. Così quando Tommy s’imbatte nel caso di un giovane cinese morto all’aeroporto con una vasta porzione di fegato appena espiantata, confida subito ad Abisso il sospetto di trovarsi di fronte a qualcosa di terribile e triste come un traffico internazionale di organi a danno della estremamente chiusa comunità cinese di Milano. Abisso fiuta la possibilità dello scoop che sta aspettando da anni, e si getta a capofitto in un’indagine giornalistica; ma oltre all’aiuto di Tommy, ha bisogno di qualcuno che lo introduca nei misteri della Chinatown cittadina… Lo trova in Jin Wang, redattrice del settimanale in lingua più letto dai cinesi di Milano e ovviamente lei stessa membro di quella comunità, anzi, una banana come gli anziani cinesi apostrofano le ragazze troppo occidentalizzate: gialle fuori, ma bianche dentro.
La storia raccontata ne “Il mistero di Chinatown” è dunque quella dell’indagine di Tommy, Abisso e Jin Wang sulle tracce di un’organizzazione criminale che si arricchisce con i trapianti illegali di organi; indagine che si intreccia con altre vicende parallele, ma alla fine convergenti, come quella di Ma Yong, vedova del giovane cinese morto all’aeroporto, e ora costretta dagli spietati creditori del marito a ripagare un debito, quella di un magnate russo alla disperata ricerca di un cuore nuovo per poter continuare a vivere, e quella di Vera, fidanzata di Tommy, ma soprattutto manager rampante nella Sanità privata lombarda… E come nella migliore tradizione del crime, sarà un vero e proprio vaso di Pandora quello che verrà scoperchiato».

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Un estratto dal romanzo: “Il mistero di Chinatown” di Mario Mazzanti (Newton Compton)

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«Ecco l’assassino. È lui». Per un istante Tommy Davies alzò lo sguardo verso il suo giovane assistente. «Osserva bene: non può parlare, ma sta rendendo una piena confessione».

Maggio 2019, quattro giorni prima

Pioveva sull’aeroporto di Malpensa. Una pioggia sottile e insistente che aveva iniziato a cadere nel tardo pomeriggio, rovinando una luminosa giornata di primavera.
Wu Yaunsong, nel terminal 1 dello scalo milanese e in coda per il controllo passaporti, lanciò un’occhiata nervosa ai due connazionali che lo avevano scortato all’aeroporto e ancora non lo perdevano di vista: continuavano a osservarlo da lontano, con il volto completamente inespressivo e senza mai sbattere i loro occhi a mandorla. Si rigirò tra le dita il ciondolo di giada che gli avevano consegnato con l’ordine di non toglierlo mai dal collo e tenerlo ben in vista al suo arrivo. L’orologio segnava le 19:30; Wu avvertì una stretta allo stomaco: da lì a un’ora e mezzo il suo aereo sarebbe decollato per Beijing, Pechino. Volo diretto. Là avrebbe consegnato la merce preziosa che trasportava con sé.
Wu Yaunsong aveva ventiquattro anni, un lavoro duro e senza orario in un capannone dove si producevano filati, e una moglie, Ma Yong, appena più giovane di lui; lavoravano entrambi in quel capannone, ma sarebbe più esatto dire ci vivevano, dormendo nelle poche ore di riposo su delle brandine da campeggio condivise in uno spazio angusto con una quindicina di connazionali.
Ma Wu aveva anche, e soprattutto, un debito da saldare con chi, un anno e mezzo prima, li aveva fatti giungere da clandestini in Italia.
Un grosso debito che con il lavoro pur durissimo suo e di Ma Yong non stava riuscendo a onorare. Lo avrebbe però fatto con quel viaggio: gli era stata data quella possibilità, senza altre alternative che una ritorsione verso la sua famiglia in Cina, prima ancora che verso di lui e Ma Yong. Wu guardò il biglietto che stringeva tra le mani assieme al passaporto; sola andata: se qualcosa non avesse funzionato, non sarebbe stato necessario un biglietto di ritorno. Per la prima volta, iniziò a provare una sottile paura per quello che stava facendo. Non era timore per il passaggio dei controlli: rassomigliava alla foto sul passaporto che gli era stato dato, e comunque il funzionario gli avrebbe lanciato solo un’occhiata distratta: per gli italiani tutti i cinesi sono uguali… Quanto a ciò che di tanto prezioso trasportava per saldare il debito, non poteva destare alcun sospetto.
Adesso era però come se per la prima volta si rendesse realmente conto di quello che stava facendo. Forse aveva sbagliato tutto, forse sarebbe stato più giusto rimanere in Cina nel suo sperduto, piccolo villaggio rurale dello Zhejiang. Accontentarsi di una vita povera, se non addirittura misera, ma nella sua grande famiglia, con a fianco Ma Yong e nel futuro un figlio, l’unico che, per legge, il Partito consentisse di procreare. E ancora per una prima volta, dopo molto tempo, tra le pieghe dell’ansia avvertì nella lontananza da Ma Yong qualcosa di simile a quel sentimento privo di qualsiasi praticità chiamato amore.
Sfiorò di nuovo il ciondolo di giada al collo che rappresentava la dea Guanyin prima di passare, quasi senza rendersene conto e senza alcun intoppo, tutti i controlli. Raggiunse il gate d’imbarco con il suo bagaglio a mano, l’unico che aveva, e si sedette in attesa che venisse chiamato il volo.
Guanyin, la dea della pietà e della compassione… Che davvero potesse proteggerlo…
Mentre la paura si andava tramutando in senso di nausea, avrebbe voluto avere con sé una foto di Ma Yong.
Il jet aveva rapidamente raggiunto i diecimila metri di quota. Wu slacciò la cintura; il posto che occupava, per lui dal fisico così minuto, era comodo: dieci ore e mezza e sarebbe arrivato a Beijing.
Solo oscurità dal finestrino, e in quell’oscurità di una notte che viaggiando verso il sole nascente sarebbe stata effimera, si persero i pensieri di Wu…
Tornava in Cina per la prima volta da quando l’aveva lasciata assieme a Ma Yong, e non poteva fare a meno di ricordare quanto diverso e difficile fosse stato il viaggio da clandestini per giungere in Italia. In realtà Wu avrebbe preferito gli Stati Uniti, ma la cifra richiesta per raggiungerli era per lui inarrivabile e una volta là maggiore il rischio di essere espulsi essendo più efficace la lotta ai clandestini.
In una ventina erano stati fatti salire su un aereo per Mosca, e da lì, su un camion che, con un viaggio interminabile, li aveva portati fino in Ucraina, in una città di cui non conosceva il nome affacciata sul mare. La sera stessa erano stati imbarcati su una nave carica di container e rinchiusi in una stiva. Per quattro giorni non avevano visto la luce del sole, e di quel viaggio ricordava solo il buio e l’umido, lento rollio che pareva rimescolare l’aria greve della stiva. Non avevano però subìto controlli e, appena sbarcati, dei connazionali li avevano divisi in più appartamenti. Due giorni dopo erano a Brescia, a stirare vestiti in un laboratorio tessile per sedici ore al giorno e una paga di seicento euro al mese ognuno. E con un debito residuo complessivo di ventitremila. Il corrispettivo di venticinquemila dollari era infatti la cifra che avevano pattuito con gli shé tóu, le teste di serpente, per raggiungere l’Italia. Mille in anticipo – tutti i risparmi delle famiglie – e il resto con il lavoro che gli stessi shé tóu avrebbero procurato loro in Italia. Ci avrebbero messo due anni a onorare quel debito, lui e Ma Yong, trattenendosi gli shé tóu mille euro al mese lasciandogliene solo duecento; ma dopo poche settimane dacché erano giunti in Italia, la sventura aveva iniziato ad accanirsi su di loro… Aveva cominciato a presentarsi con un’irruzione della guardia di finanza nel laboratorio; solo nascondendosi in un’angusta intercapedine, dove erano rimasti rintanati per più di dieci ore, erano riusciti a sfuggire all’identificazione e un provvedimento di espulsione. Ma era solo l’inizio della sventura… Gli shé tóu avevano procurato loro un nuovo lavoro, alla periferia di Milano questa volta, ma lì, poco dopo, Ma Yong si era ammalata della malattia dello Xiao Chuan, i suoni sibilanti e la respirazione difficoltosa. Non aveva mai smesso completamente di lavorare, ma non aveva più potuto farlo che per poche ore al giorno, e la sua paga era diminuita notevolmente. Inizialmente gli shé tóu non avevano messo fretta, e del resto Wu consegnava loro tutto il denaro che poteva, ma quando Ma Yong aveva dovuto diminuire ancora di più il lavoro fino ad arrivare a non poterlo fare per giornate intere, avevano cambiato atteggiamento: il debito andava saldato subito. In caso contrario avrebbero punito, prima ancora che loro, le famiglie lontane. Ma c’era un’altra possibilità: un viaggio in Cina… a trasportare un certo tipo di merce.
Quando molte ore dopo l’aereo iniziò la lunga discesa verso Beijing, Wu era ancora sveglio. Non era mai stato a Pechino e pur provenendo dalla provincia dello Zhejiang, neanche a Shanghai. Quando aveva lasciato la Cina con Ma Yong, erano partiti da Hangzhou, la città sul Lago dell’Ovest, la perla caduta dalla Via Lattea, ed era l’unica città che Wu avesse mai visto fino ad allora. Vi aveva lavorato come muratore per oltre un anno ed era rimasto impressionato da quanto diversa dalla sua fosse la gente che l’abitava, e spaventato da quanto grande fosse e quanto alti potessero essere i suoi palazzi… nel villaggio tra le montagne del Sud della provincia dove sia lui che Ma Yong erano nati e cresciuti, non esistevano case più alte di due piani e bastavano pochi minuti a piedi per attraversarlo tutto. Un villaggio i cui campi non davano più da tempo un raccolto sufficiente; era per questo che Wu lo aveva lasciato per Hangzhou, dove la richiesta di mano d’opera per la costruzione di nuovi grandi palazzi era alta. Al contrario, la paga bassa e le condizioni di vita misere come al villaggio: dormiva in una baracca, Wu, e il cibo era poco più di quanto fosse appena sufficiente a sfamarlo; ma quella paga, per quanto bassa, gli permetteva di guadagnare in un mese più di quanto avrebbe fatto in un anno al villaggio.
Sporgendosi dal suo posto, Wu si sforzò di vedere la capitale dal finestrino, ma una fitta cappa di umidità e inquinamento sembrava nascondere ogni cosa.
L’altoparlante annunciò di allacciare le cinture. Di nuovo la paura, il desiderio di poter tornare indietro nel tempo e non ripetere cose sbagliate.
Di nuovo una sottile nausea.
Poche ore e tutto sarebbe finito, cercò di farsi coraggio Wu, pochi giorni ancora e sarebbe potuto tornare da Ma Yong, senza più debiti e un futuro davanti a loro.
Assieme a molti altri viaggiatori, Wu aveva raggiunto l’affollato salone degli arrivi internazionali di uno dei terminal dello sconfinato aeroporto di Beijing. Aveva passato la dogana e i severi controlli senza nessun problema: un cinese che tornava in patria per far visita alla famiglia. Si sentiva spaesato, provava un senso di estraneità rispetto a tutta quella gente e alla scintillante modernità dello scalo: era tornato nel suo Paese, ma quello che provava era quanto di più lontano potesse esserci dal sentirsi a casa. Mentre se ne stava in piedi, quasi immobile e con i muscoli un po’ contratti come se gli occorresse concentrazione per mantenere l’equilibrio, si chiese in che modo, in mezzo a quella folla, chi stava aspettando lui e la preziosa merce che trasportava riuscisse a notare il piccolo ciondolo di giada che portava al collo; ma ci volle non più di un minuto perché due uomini gli si avvicinassero. Wu riconobbe subito quel modo di muoversi e di guardare l’interlocutore: shé tóu.
«Sei Wu Yaunsong?», gli chiese uno dei due nel dialetto dello Zhejiang.
Wu annuì abbassando il capo.
«Vieni con noi».
Wu era stato fatto salire su un’auto che si era diretta velocemente verso la città.
Strade larghissime, a più corsie.
Traffico intenso, congesto.
Palazzoni enormi, squadrati, caserme di uno sconfinato esercito civile, alveari ognuno uguale all’altro.
Rallentamenti e code con i fumi di scarico delle auto che sembravano voler strisciare sull’asfalto prima di alzarsi verso la cappa grigio-giallastra che appesantiva il cielo.
A mano a mano che si avvicinavano al centro, aumentavano le auto di grossa cilindrata, Audi e Mercedes soprattutto, e la gente vestita all’occidentale, con le donne che portavano gonne al ginocchio e scarpe col tacco.
Grattacieli svettanti verso il cielo, palazzi scintillanti coperti di vetro.
Come quelli che aveva contribuito a costruire ad Hangzhou…
Erano stati giorni duri, quelli, difficili, ma per bassa che fosse, la paga era quanto più denaro avesse mai visto, tanto che avrebbe potuto permettergli di vivere lì con Ma Yong… Ma era solo un sogno, lì non poteva stare: la sua residenza ufficiale era “rurale” e non “urbana”; non aveva il permesso di risiedere in città, né mai lo avrebbe ottenuto e tanto meno ci sarebbe riuscita Ma Yong; condannati a vivere in povertà nel loro villaggio come milioni di altri contadini per non depauperare di braccia l’agricoltura. Anche la sua stessa presenza di muratore a Hangzhou era solo tollerata per la grande richiesta di manodopera, ma non l’avrebbero lasciato rimanere a lungo: in fondo era anche lì, come lo sarebbe stato più tardi in Italia, un clandestino.
E lì a Hangzhou, una sera di fronte alla sua cena frugale, qualcuno gli aveva parlato di come farsi una vita migliore in un altro Paese, e di come ci fosse chi poteva aiutarlo in questo. Era così che Wu aveva conosciuto gli shé tóu e alla fine si era messo d’accordo su tutto: dal modo in cui pagarli, alla possibilità di onorare il debito con un viaggio come quello che stava facendo adesso, se non fosse riuscito a rispettare gli accordi.
Ripensando a quei giorni, con lo sguardo perso oltre il finestrino dell’auto, Wu trasse un profondo respiro, e fu in quel preciso momento, proprio mentre l’auto imboccava il vialetto di accesso di un’elegante e discreta costruzione, che la sensazione di avere forse sbagliato tutto si tramutò in qualcosa di simile a un cupo presagio.
Wu era ormai disteso sul letto da almeno due ore; la camera che gli avevano assegnato gli pareva lussuosissima, eppure era tra le meno eleganti della clinica, era anzi situata su un altro piano rispetto alle camere di degenza, vere e proprie suite, che ospitavano i pazienti. Una clinica per ricchi, o potenti funzionari di partito, che vista da fuori pareva un hotel di lusso discretamente sorto in uno dei quartieri residenziali più verdi di Beijing.
Wu era vestito soltanto del camicione celeste allacciato sulla schiena che gli avevano consegnato appena giunto; gli avevano portato via tutto, compreso il ciondolo di Guanyin: di suo gli era rimasto solo quel cupo presagio e la conseguente sottile paura per ciò che doveva affrontare.
Dopo aver firmato tutta una serie di carte, gli avevano fatto dei prelievi e lo avevano visitato accuratamente. Poi l’avevano rimandato in camera invitandolo a riposare. Ma come per tutto il viaggio in aereo, Wu non era riuscito a chiudere occhio. Su una poltroncina di fronte al suo letto, sedeva immobile uno dei due shé tóu che lo aveva prelevato all’aeroporto: non lo aveva lasciato un solo attimo, e anche adesso, sebbene Wu fosse sdraiato immobile, non lo perdeva di vista nemmeno per un istante; una scelta saggia, dovette ammettere tra sé Wu: non ci fosse stato quell’uomo a sorvegliarlo, forse non sarebbe riuscito a resistere alla tentazione di fuggire così come si trovava… Una scelta saggia, dunque, e in fondo un bene anche per lui stesso: cosa ne sarebbe stato di Ma Yong e della famiglia se si fosse dato alla fuga? Gli shé tóu non perdonano e pretendono sempre di essere pagati… col sangue se necessario. Ormai non poteva più tornare indietro.
Doveva scacciare la paura, fare appello al suo coraggio: presto tutto sarebbe finito e sarebbe tornato da Ma Yong, senza più debiti e un futuro davanti a loro, si ripeté ancora una volta.
La porta si aprì improvvisamente ed entrò un medico seguito da una giovane infermiera; indossava sotto un camice immacolato la divisa azzurra da sala operatoria. Era sui cinquant’anni e aveva in viso l’espressione dura di chi si aspetta di essere obbedito senza discussioni. Senza una parola visitò sommariamente Wu. Poi, prima di lasciare la camera, gli rivolse seccamente la parola in mandarino.
«Gli esami vanno bene. Operiamo domani mattina: questa sera digiunerai».
Si era dovuto arrendere alla stanchezza, Wu, e, dopo un sonno agitato, al risveglio aveva subito ritrovato gli occhi impassibili dello shé tóu a osservarlo: era certo che per tutta la notte non avesse distolto lo sguardo un solo istante. Si era fatto giorno da non più di un’ora quando gli infermieri erano entrati nella camera.
Gli avevano praticato un’iniezione e pochi minuti dopo per Wu tutto aveva iniziato a farsi confuso. L’ansia, la paura avevano a poco a poco lasciato il posto a una sfuggente rassegnazione. Si era a malapena reso conto di essere stato sollevato di peso, adagiato su una barella e trasportato da qualche parte; aveva visto le luci del soffitto succedersi a una a una attraverso un lungo corridoio. Poi un ascensore, ma non avrebbe saputo dire se salisse o scendesse. Adesso, sempre più preda della preanestesia e ormai sul limitare della coscienza, si trovava in una sala dove aleggiava un odore pungente, e con un medico giovane a fianco che sembrava aspettare. Da una porta a vetri che di tanto in tanto si apriva con uno sbuffo, aveva intravisto la grande lampada da sala operatoria pendere dal soffitto e un lettino chirurgico. C’erano delle persone, tutte con camici verdi e mascherina. Anche loro sembravano aspettare.
Wu finalmente si arrese all’incoscienza, non vide uscire da un’altra porta a vetri identica alla prima il medico che lo aveva visitato la sera precedente: teneva le mani intrecciate sul petto per non toccare nulla, e indossava dei guanti in lattice sporchi di sangue.
«Come mai non è ancora intubato?», esclamò con tono irritato.
«Nell’altra sala ho il paziente con l’addome già aperto!».
Il giovane medico a fianco di Wu chinò la testa in segno di deferenza. «Al paziente manca l’elettrocardiogramma 17 tra gli esami preoperatori. Stanno venendo dal reparto a farglielo».
«Paziente?!? Il nostro paziente è nell’altra sala con l’addome aperto. Questo è un donatore: ci interessa solo il suo fegato. Ci interessa che sia sano e vivo adesso, non le possibili complicazioni che potrebbe avere! Lo addormenti subito. Ho aspettato fin troppo».

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “Il mistero di Chinatown” di Mario Mazzanti (Newton Compton)

Tommy Davies, anatomopatologo in un ospedale nei pressi di Malpensa, si trova a eseguire un’autopsia sul corpo di un cinese che, da Milano, è volato fino a Pechino, per far ritorno in Italia qualche giorno dopo e morire prima di scendere dall’aereo. A quanto pare, nel breve tempo trascorso in Cina, l’uomo ha subito un espianto di fegato. Sono molte le domande che Tommy si pone sulla singolare operazione cui l’uomo è stato sottoposto, soprattutto dopo la visita in ospedale del capitano Pauli del Nucleo Investigativo dei Carabinieri, che instilla in lui il sospetto che quella morte nasconda qualcosa. Quando Tommy mette a parte della faccenda il suo migliore amico, Gualtiero Abisso, un giornalista in cerca dello scoop che dia una svolta alla sua carriera, accende in lui il desiderio di far chiarezza sulla vicenda. E gli ricorda un’inchiesta su un traffico d’organi che ha condotto qualche anno prima… La scoperta che la morte del cinese non è un caso isolato lo convince che in ballo ci sia qualcosa di grosso, probabilmente legato a traffici internazionali. E così, con l’aiuto di alcuni cinesi in vista all’interno della comunità di Milano, soprattutto Jin Wang, la caporedattrice del settimanale più letto dai cinesi di Milano, Abisso proverà a far luce su un mistero sempre più inquietante, a mano a mano che il puzzle si compone. Perché ci sono persone che considerano la vita altrui una merce di scambio. E perché anche chi sembra innocente nasconde spesso un lato oscuro…

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