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L’AVVENTURA di Giovanni Truppi (un estratto)

luglio 5, 2021

Pubblichiamo un brano estratto dal volume “L’avventura” di Giovanni Truppi (La nave di Teseo +)

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Decidiamo di fare il bagno. Ci spogliamo, poggiamo le nostre cose su un masso, entriamo in acqua, e per un attimo esiste solo l’istante in cui mi trovo. Mi sento leggerissimo e beato, e il mare sorregge al mio posto tutto l’ultimo anno.

Tra la fine di luglio e l’inizio di settembre del 2020, Giovanni Truppi ha caricato il suo pianoforte smontabile su un camper ed è partito per una manciata di concerti resi possibili dall’allentamento delle restrizioni dopo la prima ondata della pandemia. Cercando di evitare le strade principali e tenendo il più possibile il mare a vista, Giovanni e i suoi due compagni di viaggio hanno percorso l’intero perimetro della costa italiana, dal confine con la Francia a quello con la Slovenia, immergendosi ogni giorno dentro un paesaggio impercettibile o in chiassoso mutamento. Dalle sponde contratte e burbere della Liguria, alla macchia assordante di cicale della Maremma toscana; dai litorali piatti e densi attorno Roma, alla costa del Cilento – quella dell’infanzia di Giovanni – e poi alla Calabria selvaggia, malinconica; da Taranto ad Ancona, superando gli uliveti infiniti della Puglia, la frugalità generosa e quieta dell’Abruzzo, i lidi romagnoli, fino alla curva geografica che rende il nostro mare una faccenda più orientale.
Tappa dopo tappa, la costa italiana si delinea come un lento e ineludibile film famigliare dentro le parole semplici ed essenziali con i gestori dei campeggi, i turisti locali, gli amici e i parenti rintracciati lungo il percorso, osservando lo sciamare dei ragazzini sui lungomari e le processioni di santi, gli anziani stretti davanti ai tramonti, i braccianti nei campi e nelle baracche nascoste, le piccole folle illanguidite dal caldo, con le infradito affondate dentro spiagge di tardo approdo e i chilometri addosso verso bagni limpidi e solitari.
Giovanni Truppi racconta un’Italia solo apparentemente minore e perfettamente contemporanea, risvegliando una memoria che ci raccoglie tutti, nelle generazioni di ogni estate, e ci sospinge verso il desiderio della prossima a venire.

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Un brano estratto dal volume “L’avventura” di Giovanni Truppi (La nave di Teseo +)

20 agosto

Torretta Antonacci

Ostuni si trova leggermente sopra il livello del mare, alle pendici della Murgia brindisina, e a prima mattina, da viale Quaranta, si poteva vedere dall’alto una striscia di chiome di ulivi scorrere parallela al mare, sia verso destra che verso sinistra. Adesso, sul treno per Foggia, ci passiamo in mezzo per chilometri. Nello scompartimento ci siamo solo io e Giovanni. L’appuntamento con Aboubakar Soumahoro è alle dodici e trenta in stazione, con Daniele e il camper ci ritroveremo direttamente stasera sul Gargano.
Non ricordo come sono venuto a conoscenza del lavoro di Aboubakar, ma è da circa un anno che lo seguo con attenzione. È raro che una persona che fa attività politica dia importanza sia ai bisogni concreti degli uomini che a quelli spirituali, e mi colpisce che la convinzione con cui parla dei diritti dei braccianti (il suo percorso nasce dal sindacalismo e dalle battaglie dei lavoratori stranieri della filiera agricola) sia la stessa che traspare quando discute dell’importanza di recuperare il senso di comunità. La costa italiana, soprattutto nel meridione, è anche lavoro rurale. Ho pensato quindi che i luoghi dove vivono i braccianti dovessero far parte di questo racconto e così l’ho contattato e gli ho proposto di incontrarci. Dopo pochi minuti che aspettiamo fuori dalla stazione, arriva una vecchia macchina grigio scuro. All’interno ci sono Aboubakar e Zambare, residente nel campo di Torretta Antonacci e delegato usb (Unione Sindacati di Base). L’autoradio suona musica in una lingua che non riconosco, io e Giovanni saliamo dietro, ci avviamo.
Aboubakar chiede com’è andato il viaggio, io domando da quanto tempo è qui. Credevo vivesse da queste parti, invece abita a Roma. Provo a spiegare meglio cosa stiamo facendo in questo mese. Mentre parliamo arriviamo in piena campagna. Passiamo a fianco a degli ulivi piccolissimi. Zambare, al volante, dice che sono di una varietà particolare ottenuta con degli innesti che non cresce molto ma produce più olio delle piante normali, anche se di scarsa qualità. Dopo poco costeggiamo un campo di pomodori e scherza dicendo che ogni volta che ci passa davanti avrebbe voglia di entrarci e lavorare perché è talmente produttivo che tre persone da sole, in una giornata, riescono a riempire di frutti un intero camion.
Aboubakar prende spunto per saltare altri convenevoli: poter lavorare vicino a dove si alloggia, spiega, è un vantaggio per i braccianti, perché permette di evitare i costi del viaggio che solitamente sono a loro carico. Mi viene in mente l’immagine dei furgoni dei caporali che trasportano i lavoratori nei campi ma mi fanno capire che si tratta di una concezione superata: ormai i braccianti si organizzano autonomamente per spostarsi e i veri caporali non si sporcano le mani ma curano soltanto i rapporti con le aziende. Il rischio quindi è che, solo perché è alla guida del furgone, passi per caporale chi altri non è che uno degli operai.
Chiedo quanto lontano da dove siamo possano trovarsi i campi. Anche a Campobasso, rispondono. Domando se quando si è così distanti dalla base si rimane a dormire sul posto, e mi dicono di no, che si rifà il tragitto ogni giorno. Chiedo che musica stiamo ascoltando, non sono sicuro di capire lo spelling e allora cerco su Shazam: Koffi Olomide, La ruta.
Incrociamo i pulmini delle squadre che partono per il secondo turno di lavoro. Quelli del primo, avviatisi alle quattro del mattino, sono già ritornati. Zambare continua a spiegare: spesso quelli che vengono identificati erroneamente come caporali sono i capisquadra, figure tipiche del lavoro nei campi – anche dette capo nero – che fanno da supervisori. Aboubakar chiosa, paragonandoli alla figura del capomastro nei cantieri edili. Mi sembra, ascoltandolo, che ritenga fondamentale calcare l’aspetto identitario e storico del lavoro agricolo. Come a dire che sebbene questi lavoratori siano in Italia da poco, le loro lotte hanno radici antiche.
Passiamo accanto a una fabbrica. Dicono che dà impiego a un centinaio di persone. Mi informo se d’inverno c’è meno lavoro e Zambare risponde che sì: ce n’è di meno, si guadagna di meno e, se la giornata viene interrotta per maltempo, non è pagata per intero. Chiedo se la tipologia di retribuzione – a cottimo o a giornata – dipenda anche dai tipi di colture e mi rispondono che viene preferito il cottimo solo per la raccolta dei pomodori mentre per tutto il resto è meglio il pagamento a giornata. Il problema, però, è che la giornata dovrebbe essere di sei ore, mentre molti datori di lavoro ne pretendono fino a otto o dieci e senza dichiarare il surplus in busta paga, così da risparmiare sui contributi.

(Riproduzione riservata)

© La nave di Teseo

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Giovanni Truppi è nato a Napoli nel 1981. Ha pubblicato cinque dischi: C’è un me dentro di me (2009), Il mondo è come te lo metti in testa (2013), GIOVANNI TRUPPI (2015), la raccolta Solopiano (2017) e Poesia e civiltà (2019), indicato tra i migliori dischi dell’anno dai principali media italiani e dal quotidiano francese “Le Monde”.
Nel 2019 ha ricevuto il premio PIMI come miglior artista indipendente dell’anno dal MEI. I suoi brani sono stati impiegati nel cinema, nel teatro e nella televisione.
Il suo ultimo lavoro, un Ep accompagnato da un libro di storie a fumetti, uscito nel 2020, si intitola 5.

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