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NEVE D’OTTOBRE di Angela Nanetti: intervista all’autrice

luglio 6, 2021

“Neve d’ottobre” di Angela Nanetti (Neri Pozza)

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di Simona Lo Iacono

La neve che cade in ottobre è sempre un segno propiziatorio, in montagna. Fa maturare l’uva. Odora di latte. Fa esclamare ai bambini tutta la loro meraviglia. È quasi un momento sacro, una di quelle strade che – a volte – si aprono per farci scorgere il mistero che si nasconde dietro le nostre vite.
Non tutti sanno percepirlo. Ci vogliono occhi buoni, passo da scalatore, braccia forti. Ci vuole anche qualche ferita inferta ai senza colpa, il marchio fiammante dei veri sopravvissuti.
Giulio ha quindi tutte le caratteristiche per capire il richiamo della neve di ottobre. È un uomo massiccio, che sa inseguire un amore lontano. Ha compassione per le faine rimaste impigliate nelle tagliole. Sente il guaito e il dolore del mondo.
E, soprattutto, Giulio ha una ferita che pulsa in testa, che lo rende irrequieto e spaventato. Uno sfregio che nasconde una prevaricazione e una profonda avversione verso la sua diversità.
A questa diversità offre riparo e voce Angela Nanetti nel suo bellissimo romanzo “Neve d’ottobre” (Neri Pozza), dove ci racconta di Giulio e di suo fratello Vittorio, di un rapporto rotto e ricongiunto proprio dalla neve, dal suo manto solenne, divino, di fronte al quale ogni stortura viene sanata.

– Chiedo dunque alla bravissima autrice: Chi è Giulio?  
E’ l’infanzia che mi commuove e mi affascina, quella  degli stupori inaspettati, della fantasia senza limiti e del tempo senza confini, delle emozioni e dei dolori laceranti, dello sguardo divergente sul mondo. L’infanzia che ci sorprende, talvolta ci irrita o ci spaventa, perché è un’infanzia libera, lontana dalla nostra razionalità, difficile da capire e da conciliare con le nostre esigenze.
Giulio è questa infanzia, alla quale si aggiunge il dono di una sensibilità vibrante che lo rende partecipe fino allo sperdimento della natura che lo circonda, osservatore appassionato della vita di piante e animali, solidale con la sofferenza dei più deboli e segnati dalle ingiustizie.  Capace di intuire il percorso segreto del dolore, che lui stesso conosce nella sua carne, passa accanto alla grande storia quasi ignorandola, ma non gli sfugge la storia quotidiana di tante piccole vite: la faina cacciata con trappole crudeli, i cavalli destinati al macello, il grande albero abbattuto dal fulmine, la bambina ferita che diventerà sua moglie.  Anche da adulto Giulio conserverà una umanità particolare, frutto di questa infanzia che si porta dentro, la quale gli permetterà una libertà totale di scelte e di comportamenti. Figlio di un giudice pieno di ambizione e di inquietudini, sarà l’uomo del maso e delle sue fatiche, della terra indurita da rendere di nuovo feconda, dei prati estivi tagliati con la falce, rimanendo fedele per tutta la vita ai boschi e alla montagna, e alla donna aspra e  dolente che fin da bambino ha voluto sposare. Agli occhi del fratello socialmente affermato è un perdente, per il padre è un ribelle avverso a ogni regola; ma Giulio è piuttosto l’alterità incompresa che abita ognuno di noi e che ci rende unici, se solo abbiamo il coraggio di riconoscerla.

– E chi è Vittorio?
Vittorio, il fratello minore di cinque anni, è una natura gregaria e opportunista, non ha la libertà di Giulio e non la cerca, ha bisogno di modelli e di sicurezza. Giulio è il suo idolo, ma dopo la caduta di cui è stato vittima, la irrequietezza, l’instabilità umorale, le trasgressioni che scatenano le ire del padre e destabilizzano il precario equilibrio della famiglia, lo allontanano da lui. Nell’opera di rimozione che i genitori mettono in atto, anche il dolore di Giulio diventa per Vittorio un elemento di disturbo e l’ammirazione si tramuta  in delusione e fastidio. Niente rimane dell’eroe che sfidava le regole e gli insegnava il coraggio, resta solo l’irresponsabile di cui non ci si può fidare, e peggio ancora il ladro, che ha bisogno di una forte correzione e deve essere allontanato dalla famiglia, come decide il padre, non essendo in grado la madre di esercitare la giusta autorità. Vittorio finisce così per scegliere a modello il padre e per coltivare la sua stessa ambizione, che farà di lui un giovane  professore universitario e un architetto affermato. Giulio, che ha sperperato i doni ricevuti dagli dei, quelli a cui lui vanamente ambiva, sarà  il fratello fallito di cui ci si deve vergognare non senza nascondere  una inconfessata invidia,  infine lo straniero che la vita e la lontananza hanno reso irriconoscibile.  E tuttavia dei due è ancora Giulio, pur nella estrema fragilità finale, a rivelarsi il piu’ forte: fedele a se stesso e alle sue scelte, guarda alla vita che se ne va senza illusioni e senza infingimenti, grato anche di quella disponibilità estorta che Vittorio gli offre, forse precaria come una nevicata ottobrina ma pur sempre dono.

– È questo il destino degli innocenti e dei puri di cuore?
Di chi non si adegua, credo, di chi non è conforme, di chi segue sostanzialmente se stesso. Lo stesso Vittorio parla del fratello “composto di una diversa materia,  di un metallo diverso.” E di “un diverso alfabeto”.  E’ la diversità dell’altro che riesce difficile da accettare. Forse perché veniamo dall’orda primitiva dei cacciatori, e per centinaia di migliaia di anni la uniformità dei gesti e dei comportamenti, stretti gli uni agli altri intorno a un fuoco precario o al seguito di un capo, ci ha garantito un barlume di sicurezza in piu’e nelle cacce una maggiore efficacia. E dunque preferiamo quelli simili a noi, che condividono i nostri gusti, i nostri modelli, nel migliore o peggiore dei casi i nostri valori, le nostre tradizioni, arrivando persino al colore della pelle e ai tratti fisionomici, e Ignorando il fatto che la genetica ci ha destinati a quella diversità radicale  che  garantisce il successo della vita. Nel caso di Giulio a questo “peccato delle origini”  occorre aggiungere il contesto familiare e sociale, l’autoritarismo e le ambizioni del padre, centrato su se stesso e sulle sue relazioni e indotto a pretendere dai figli e dalla moglie una ubbidienza che riduca al minimo i suoi doveri familiari. La libertà di Giulio cozza non soltanto contro i suoi principi educativi e le aspettative  derivanti dalla sua funzione e dal suo ruolo sociale, ma contro l’esigenza primigenia che la identità del figlio, in quanto generato da lui, gli appartenga.

– “A chi assomiglia?” “Mi assomiglia?”
In queste domande, che accompagnano spesso una nascita e nella apparente bonomia celano l’insidia del possesso, sta il fallimento del rapporto del giudice Mosca con Giulio. Perché l’ identità di Giulio è precisa e caratterizzata fin dall’infanzia, uno spirito libero, una fantasia accesa, una curiosità partecipe per il mondo della natura, una sensibilità acuta anche se nascosta, che lo induce a una solidarietà spontanea verso le creature piu’ deboli, a rompere le consuetudini e a infrangere le regole di quella che il padre chiama “ la società civile”. I confini dell’infanzia di Giulio sono mobili, vanno oltre la cerchia famigliare, superano le mura domestiche, che racchiudono in una apparente armonia l’infelicità della madre, rompono le consuetudini e le regole di quella società civile di cui il padre è ministro e gelido esecutore,  si allargano sui prati della fienagione, entrano nella oscurità dei boschi e delle tane, si estendono alla malga dove vive con la famiglia Joseph Zelter, l’altoatesino ostile, crudele cacciatore di faine E’ un piccolo mondo sconfinato, dal quale verrà strappato brutalmente  dalla guerra e dalla decisione senza appello del padre di rinchiuderlo in un istituto correzionale. Ma Giulio non è un ribelle né un trasgressore e resterà il metallo diverso che il giudice ha tentato invano di trasformare, e rigetta infine come spurio.

-“Un grande libro sul perdono”
E’ una chiave di lettura molto interessante. Il perdono si riceve o si dà, non solo agli altri ma anche a se stessi, è una grande terapia e prende varie forme e definizioni, ma presuppone come risultato finale, perché ci si senta guariti, non solo il riconoscimento della  colpa o della offesa e una sua riparazione, ma l’ accettazione da parte dell’altro. In questo senso forse solo Greta, la madre di Andrea, si sente perdonata. E tuttavia nel romanzo il tema circola, perché i torti e le ferite sono tanti: ci sono quelli della storia, la violenza indiretta della italianizzazione forzata voluta dal fascismo in Alto Adige e la violenza esplicita del terrorismo del dopoguerra; la disumanità dello sterminio e del meccanismo che lo sottende, e le colpe dei complici e degli esecutori. Non tutte uguali e meritevoli della stessa condanna e del perdono: c’è l’oscurità totale della coscienza della SS Schneider, il tormento del pastore von Staden, che si sente indirettamente responsabile della morte di un uomo, e c’è il fariseismo del giudice che gioca a dadi con la vita altrui. Infine Peter, il fratello di Andrea, il lontano compagno di  giochi, che Giulio salva dall’ ergastolo con un perdono indiretto, forse per la consapevolezza della sua condizione di vittima di una storia piu’ grande di lui.  E ci sono i torti e le ferite prodotte all’interno della famiglia, la brutalità ferina del contadino Joseph, la violenza nascosta dietro le regole del giudice Mosca; l’ignavia stanca della madre, che per troppo tempo tace e si adegua, pur amando il figlio; il conformismo vile di Vittorio, che fa proprio il giudizio di condanna del padre nei confronti di Giulio senza un ripensamento. Eppure dentro a questo dolore serpeggia un barlume di luce: forse non è il perdono ma la possibilità di una speranza, la sola che può rendere gli uomini migliori. Davanti al Caso, la divinità cieca e impersonale alla quale si affida il giudice Mosca, delegando ai dadi la responsabilità di una vita, ci sono i casi e gli accidenti, che il medico offre a Vittorio e a se stesso come  “ seconda occasione”, non per cancellare gli errori, ma per riparare le ferite inferte e subite. La madre la coglie, separandosi, e la coglie Giulio, ritornando al maso e al mondo dal quale era stato strappato; la coglie Andrea grazie all’amore di Giulio, che le insegna la maternità che le è stata negata, e forse può coglierla Vittorio, se riuscirà a liberarsi dai lacci tenaci della consuetudine. Non la possono cogliere il dottor Kostner, né il giovane partigiano Victor Acciaioli, che il Caso, il grande giocoliere, ha affidato a uomini senza speranza e quindi senza futuro.

Grazie per le sue risposte gentilissima Angela e complimenti per la meraviglia nascosta in questo testo.

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La scheda del libro: “Neve d’ottobre” di Angela Nanetti (Neri Pozza)

Neve d’ottobre è un perfetto esempio di come la letteratura possa farsi vita più della vita stessa, fino alle pagine finali, quando tutto è scritto e nessuno è più capace di assolversi. Resta soltanto quel rimorso lontano, che unisce vittime e carnefici, a testimoniare il peso del destino, che non riscatta nessuno, a cominciare dagli innocenti.

Quanti segreti nasconde il rimorso? Quali segni indelebili lascia l’antico episodio di un padre che alza le mani sul figlio, di uno schiaffo che provoca una caduta? Giulio è inquieto, insofferente alle regole, un sognatore timido, spaventato. Ama le sue montagne del Trentino dove cerca una libertà che nessuno gli ha insegnato. E la sua vita sarà sempre lontana da qualcosa: da un padre potente, severo e ambiguo, da una madre debole, da un fratello indifferente. Attraversa la seconda guerra mondiale in modo spavaldo e inconsapevole, osservandola da lontano. Finisce in un orribile collegio dove gli studenti vengono molestati, ma riesce a fuggire. Torna tra le sue montagne e cerca l’amore, ma senza saperlo riconoscere, e tantomeno capire. Vorrebbe un equilibrio ma non sa tenerlo con sé. Intanto arriva l’Italia del boom industriale, del futuro per tutti, ma Giulio è sempre là, tra il maso e la montagna, sempre altrove, sempre a cercarsi un tempo in cui nascondersi. Angela Nanetti, con una scrittura cesellata e asciutta, disegna una mappa della solitudine, i confini di un uomo di poche parole e di silenzi sofferti. Un personaggio così intenso da sentirselo addosso, pagina dopo pagina. La storia di un’esistenza che è rinuncia, rassegnazione, stupore.

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Libri di Angela NanettiAngela Nanetti è nata a Budrio (Bologna) e si è laureata in Storia medievale. Ha insegnato nelle scuole medie e superiori di Pescara, dove risiede. Dal 1984 a oggi ha pubblicato più di venti romanzi per ragazzi, molto dei quali premiati in Italia e all’estero. È tradotta in 25 Paesi. Il bambino di Budrio (Neri Pozza, 2014) è arrivato finalista alla prima edizione del Premio Neri Pozza e ha vinto il Premio Terriccio, riconoscimento al romanzo storico.

 

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