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ADDIO A LUISA ADORNO

luglio 14, 2021

Luisa Adorno È morta la scrittrice Luisa Adorno, pseudonimo di Mila Curradi (Pisa, 2 agosto 1921 – Roma, 12 luglio 2021). Avrebbe compiuto cent’anni il 2 agosto.

Quasi tutte le opere di Luisa Adorno sono pubblicate dall’editore Sellerio

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Luisa Adorno ha esercitato per tutta la vita la professione di insegnante in scuole medie e superiori. Ha collaborato con le riviste Il Mondo di Mario Pannunzio, Paragone, L’indice dei libri del mese, Abitare, Italianieuropei.

Si è distinta nel tempo per la partecipazione a numerose attività culturali: come testimone al convegno 100 anni di scrittrici, 100 libri di donne (assieme a Dacia Maraini, Fernanda Pivano, Inge Feltrinelli, Elvira Sellerio, Salone del libro di Torino 16-21 maggio 1996), come giudice nella commissione del Premio letterario Brancati-Zafferana su Letteratura e Resistenza (21-24 settembre 2005), come vicepresidente dell’Associazione amici di Leonardo Sciascia, come traduttrice – assieme a Jyrina Štastnà – del romanzo di Helena Šmahelova La fermata del treno dei boschi e come scrittrice nell’incontro alla Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia intitolato Le Storie salvano la vita? (3 luglio 2007).

Ha vinto il premio Alpi Apuane nel 1963, con il libro L’ultima provincia (Rizzoli, 1962). Ha vinto sempre con L’ultima provincia (Sellerio, 1983) il premio Lecce De Marzi nel 1983. Ha vinto nel 1985, con Le dorate stanze, il premio Prato-Europa e il Premio Nazionale Letterario Pisa sezione Narrativa; nel 1990, con Arco di luminara, il Premio Viareggio e il premio Racalmare-Leonardo Sciascia; nel 1995, con Come a un ballo in maschera, il Premio Donna Martina Franca; nel 1999, con Sebben che siamo donne, il premio Vittorini.

(Fonte: Wikipedia Italia)

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Di seguito, le schede di alcuni dei suoi libri principali.

“L’ultima provincia” di Luisa Adorno (Sellerio)

Un libro di tenace ironia, una prova di vivida ed elegante comicità, nelle cui pagine si ride di cuore, apertamente.

«Un attendibilissimo spaccato della società meridionale del secondo dopoguerra. Ironia feroca e divertimento dal principio alla fine» – Camilla Cederna, Corriere della Sera

«Questo libro di Luisa Adorno racconta che cosa è una prefettura, che cosa è un prefetto. E lo racconta con una vivacità, un’ironia, un brio da far pensare a certe pagine di Brancati» – Leonardo Sciascia

«La storia che racconto nell’Ultima provincia – così Luisa Adorno dichiara in un’intervista del 1983 – è assolutamente autobiografica, frutto di una lunga convivenza con la famiglia di mio marito, che è siciliano, alla fine della guerra; dopo una giovinezza abbastanza drammatica e dominata dalla guerra, sposai questo ragazzo che era il figlio (unico) di un prefetto siciliano. Mi scontrai subito con una realtà diversa dalla mia: fummo costretti a dividere la nostra casa con mio suocero, e lì tentai, con quel senso dell’umorismo classico di noi toscani, di ottenere una mediazione a questo stato di fatto. Cominciai così a prendere appunti su tutto ciò che avveniva in casa, riempii quaderni interi, ed alla fine decisi di condensare il tutto in un romanzo. Ebbe un discreto successo. Molti critici si occuparono del libro; gente come Pedullà o Sciascia dissero che veniva riportato fedelmente, al punto che arrivavano a riconoscervisi personalmente, il ritratto di una famiglia tradizionale meridionale, con i suoi rapporti strettissimi, con i drammi dei figli oppressi dalla famiglia, dalla madre, dalle maglie di lana, dalle sciarpette e così via. Il quadro, come si vede, è quello di una Sicilia che forse non esiste più; forse proprio questa però può essere una possibile chiave di lettura per il lettore di oggi». Nei ricordi di una sposina, dei suoi primi anni di matrimonio nella casa del suocero; nelle scenette irresistibili delle manie familiari, dell’idioma e dei modi di dire; nei rituali del cibo, si rifletteva il destino storico dell’Italia del dopoguerra. Entrato nel catalogo Sellerio nel 1983 un libro di tenace ironia, una prova di vivida ed elegante comicità, nelle cui pagine si ride di cuore, apertamente.

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“Tutti qui con me” di Luisa Adorno (Sellerio)

Mila Stella ritrae persone che hanno attraversato la sua vita, figure in movimento cui non fa mancare il suo sguardo a volte melanconico, a volte divertito, sempre sincero. Si va indietro nel tempo, al dopoguerra, al primo impatto con la Sicilia, e poi agli anni iniziali di insegnamento via via fino all’oggi. È lungo la strada che la Adorno percorre volti più noti e meno noti: Anna Banti, direttrice della rivista “Paragone” insieme al marito Roberto Longhi; Carlo Muscetta, l’insigne italianista; Luciano Dondoli, filosofo crociano; Rosario Assunto, professore di estetica; Niccolò Gallo, filologo e critico; Gugliemo Petroni, poeta e scrittore. Tutta la nostra vita, sembra dire la Adorno “è presente in noi in ogni momento, il passato è sempre ‘adesso’ indipendentemente dal fatto che lo sappiamo o no” (K. Brandys) . Su tutto e tutti svettano i paesaggi della Adorno, i suoi “luoghi dell’anima”, Pisa, e la Toscana, Roma, ma soprattutto la Sicilia e Catania, “fu proprio quel mondo, così diverso dal mio, in cui mi trovai, a esasperare il bisogno di raccontare che da sempre espletavo a voce”.

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“Le dorate stanze” di Luisa Adorno (Sellerio)

«Eppure sarebbe bastato che erompesse una risata – si legge nella Noia del ‘937 di Brancati, il racconto che forse più intensamente risuscita le atmosfere degli anni Trenta italiani, – una di quelle risate squillanti, energiche, di autentica e personale gioia, perché tutti trasalissero di stupore, d’invidia e infine di vergogna, come un’accolta di suonatori stonati alla pura arcata di un Paganini». Questa risata Pirandello, probabilmente con la stessa intuizione, si era provata a farla esplodere un po’ prima; ma in queste pagine di Luisa Adorno la ritroviamo come autentica e personale gioia che erompe dalla giovinezza delle tre protagoniste, nel primo di questa «storia in tre tempi». Cresce nell’aula del liceo a vincere «la noia dei brani di Mussolini da dilatare come temi in classe»; si modula d’ironia tra i piccoli fatti della Pisa d’anteguerra; si effonde ai goffi primi amori. Se le bombe la confondono nella diaspora della guerra, riesplode di entusiasmo con la Liberazione. Vibra ancora se la vita, che ha tentato logorarla, dà infine il suo ultimo bilancio: «la giovinezza è salva, per noi tre». Per questo danno il senso della religiosità compiuta – intesa come rispetto nell’accostarsi al respiro profondo dell’esistenza – gli incontri che animano gli altri due tempi della storia. Incroci con personaggi che non hanno nulla da salvare: con Anna, la matrigna coetanea, prigioniera del grande palazzo del Sud; col chiuso mal di vivere di Agathe, padrona della casa svizzera «che non ha visto la guerra».

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