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VIRITÀ di Giusy Sciacca (recensione)

luglio 16, 2021

“Virità, femminile singolare-plurale”di Giusy Sciacca (Kalòs)

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di Emma Di Rao

Se l’isola di Sicilia è “la meravigliosa terra della fecondità e della floridità”, come si legge nell’Introduzione di “Virità” di Giusy Sciacca, edito da Kalòs, anche le parole cui l’autrice ricorre per veicolare tale immagine risultano altrettanto feconde di promesse e floride di traboccante bellezza. E l’isola diviene così la splendida cornice in cui vengono incastonati gli struggenti monologhi ai quali venti personaggi femminili affidano le loro verità. Pronunciate con estremo coraggio e sottratte a una trama più ampia ed oscura, quelle piccolissime schegge di verità, quelle particelle minimali di vita, divengono simili a meteore che attraversano l’orizzonte informe dell’insignificanza, accendendolo di luce.
Ognuna delle figure che affollano le pagine di “Virità” nutre infatti un unico, irrinunciabile desiderio: condensare l’arco temporale della propria esistenza in un momento rivelatore, in un palpito segreto, che la emancipi dai ferrei vincoli imposti dall’apparenza o da un’anonima collettività. Mormorare con un filo di voce o gridare a perdifiato la propria verità è anche riconquista di un modo d’essere autentico e ancora intatto, troppo a lungo sepolto sotto la coltre dell’ignoranza e del pregiudizio. Ma ‘virità’ è anche luce e in quanto luce essa fugge la fredda oscurità delle tradizioni consolidate che nulla sanno del magma incandescente nascosto nelle pieghe più riposte dell’io. Eppure, occorre ricordare che questa luce è, in qualche modo, attraversata dal buio di cui conserva memoria e conoscenza, come si evince dal monologo in cui Demetra invoca con trepidazione il ritorno dell’amata Kore dall’oltretomba, rassegnandosi nell’accettare un equilibrio fondato sul connubio di perdite e di conquiste, di gioia e dolore, di luce e oscurità. Accettare tale equilibrio altro non è che accettare la vita stessa, purché si possa, anche per un breve istante, confessare al mondo quanto di se stessi è stato rivelato dallo squarciarsi improvviso delle tenebre. E sebbene non sia più consentito imprimere un corso diverso al proprio destino, si può comunque effettuarne una rilettura che permetta di riconoscersi finalmente in esso.
Identificandosi con la luce, la verità non poteva che abitare nell’Isola Femmina le cui atmosfere sono improntate alle rapinose dolcezze del paesaggio marino e terrestre. L’isola di Sicilia non è, tuttavia, soltanto lo scenario in cui si dipanano le vicende rievocate dalle voci narranti: essa è, soprattutto, condizione interiore e visione del mondo, una visione così ricca e complessa da risultare spesso indecifrabile ai più, ma non a chi, come l’autrice, sa farsi visionaria interprete di un substrato culturale, esistenziale e psicologico di cui ella stessa è parte.
Estremamente originale ed efficace risulta il titolo del libro che rivela l’intento progettuale dell’opera e che, pur sembrando contenere indicazioni di carattere puramente grammaticale, possiede, in realtà, una valenza fortemente allusiva. Risulta evidente che il femminile singolare di ‘virità’ scaturisce dalla situazione narrativa in cui ad esporre la verità, nell’ambito di ogni singolo monologo, è una figura di donna e in cui la verità appare una prerogativa esclusiva dell’animo femminile. Altrettanto evidente è che il numero plurale non si correla solo alla presenza di venti protagoniste, ma anche a ciò che potrebbe definirsi pluralismo prospettico: non esiste infatti una verità oggettiva e incontrovertibile, ma una multiforme verità dai volti diversi a seconda del punto di vista adottato, nonché del vissuto e dell’interiorità di ogni individuo che si accinga ad esporre la sua versione. Un relativismo che non comporta il dissolversi o la negazione della verità stessa: al contrario, il proliferare delle singole verità diventa fonte di arricchimento ed aggiunge un supplemento di senso alle opinioni comuni o alle tradizioni ufficiali, quasi sempre ignare delle molteplici sfaccettature del sentire umano. Da qui l’impianto strutturale del libro: non un personaggio principale, ma venti figure femminili intorno alle quali vengono costruiti altrettanti quadri narrativi in cui ogni personaggio espone la sua personalissima verità su un evento della propria esistenza. Nessuna di loro ha infatti rinunciato a interrogarsi sul significato del proprio vivere terreno e a isolarne il tratto più rilevante.
Inoltre, la verità che ogni personaggio lascia emergere non solo è dissonante rispetto alle versioni cristallizzate, ma è anche la verità ‘altra’ a cui si giunge solo quando si riconsideri la propria esistenza dall’abissale distanza dell’aldilà. E proprio perché è svelata da uno sguardo assorto in una misteriosa lontananza, tale verità risulta, a nostro avviso, del tutto unica e, soprattutto, singolare. Una singolarità che crediamo debba intendersi come irripetibile unicità dell’individuo a cui essa appartiene.
Intessuto di voci desiderose di mescolarsi al mondo dei vivi e di recuperare una ‘porzione’ di esistenza, l’aldilà disegnato dall’autrice appare, pertanto, umanissimo e terreno e, in fondo, del tutto laico, anche quando a prendere la parola siano figure di sante o di religiose.
Naturalmente, il fatto che ogni personaggio conservi un forte legame con la dimensione terrena e con tutto ciò che l’ha contraddistinta determina il prevalere di un tono prevalentemente lirico e di un’atmosfera malinconica che finiscono con il pervadere il dispositivo narrativo conferendo ad esso un andamento poetico. D’altronde, l’atto stesso del rievocare la propria esistenza suscita nel personaggio una profonda temperie emotiva e si colora inevitabilmente di nostalgia.
Le figure alle quali Giusy Sciacca dà voce con la fervida capacità immaginativa che caratterizza la sua scrittura sono mutuate dal patrimonio mitologico, leggendario, storico, religioso, popolare. Si tratta di sante, dee, regnanti, nobildonne, rivoluzionarie, letterate, ma hanno diritto di parola anche figure non aristocratiche, schiave e popolane. Ciò è verosimilmente ascrivibile al fatto che l’autrice, mossa da una sorta di egualitarismo democratico, si è riproposta, a ragione, di accogliere e rappresentare tutti gli aspetti del reale, senza alcuna distinzione. Ogni figura appare pertanto esperta del dolore e dell’esilio e mostra ferite e traumi derivanti dall’emarginazione, dalla solitudine e dalla sopraffazione, ma in nessun caso risulta sconfitta e rinunciataria, avendo sempre trovato in sé il coraggio di affrontare con coerenza scelte difficili e dolorose.
E’ fin troppo noto che nell’ambito della narrazione ogni scrittore tende ad oggettivizzare la propria interiorità e la propria concezione del mondo in personaggi che a volte sono da ritenersi ‘altri da sé’, ovvero diversi dall’io letterario, a volte sono invece ‘altri sé’, cioè rifrazioni dell’io dell’autore. Al riguardo, non si può non rilevare la profonda empatia che intercorre tra le protagoniste del libro e la sensibilità artistica dell’autrice. Quest’ultima, partecipe delle emozioni delle sue creature, finisce con l’integrare le loro vicende, coinvolgendo il lettore nei meandri di un vissuto riscoperto e rinnovato.
Pur essendo autonomi e in sé conclusi, i vari monologhi che compongono il libro non sono da considerarsi microcosmi indipendenti gli uni dagli altri: fili sottili attraversano infatti i testi, creando una sorta di coralità che si alimenta soprattutto di sofferenza, una sofferenza derivante dalla dissonante alterità di queste figure di donne che hanno deciso di non allinearsi con le posizioni ufficiali o convenzionali. Spesso è grazie a tale coralità e a questo comune sentire che si dissolvono confini geografici e culturali. Basti pensare al personaggio di Bint Muhammad, la principessa musulmana che decide di togliersi la vita per non concedersi al nemico. Coniugando l’audace combattività di una guerriera con la propensione a contemplare le amiche stelle affinché la orientino nel mare oscuro del destino, la “Cleopatra di Sicilia” chiude il suo monologo con “Inshallah, Siqilliyya”. Una suggestiva immagine che salda due mondi, due terre, due culture e due religioni sotto “la bellezza della luna nuova”, creando peraltro un respiro universale che va ben oltre la stessa coralità.
Ad attenuare le separazioni tra un monologo e l’altro concorrono altri elementi che finiscono per creare uno spazio condiviso, una trama comune, quale, ad esempio, il fil rouge ravvisabile nel vento. Come è noto, il vento si configura, nell’ambito letterario, come un’immagine di valenza simbolica che a volte esprime l’inatteso, a volte racchiude in sé il senso di una vitalità positiva, in altri casi, è invece un elemento perturbante che allude a una dimensione ostile o negativa. Molto spesso, comunque, esso diviene stato d’animo e prospettiva esistenziale, come si riscontra anche in “Virità”. Qui il vento è, talora, il moto nostalgico che collega il reale con l’aldilà, come, ad esempio, nel monologo di santa Lucia in cui esso “trascina da mare a mare” le voci degli abitanti di Ortigia; altre volte, il vento è soffio, ciatu, come le urla sempre più deboli del padre cui i Mori, sulla spiaggia di Tusa, rapiscono la figlioletta, Anna Saragola, considerata poi un’eretica; o, ancora, il vento è l’impeto delle guerre sanguinose che i piedi alati di Mercurio attraversano per “soffiare” ammirazione e coraggio a Damarete di Agrigento, la moglie devota e mite di Gelone.
Un ulteriore filo che attraversa i monologhi delle venti protagoniste è la verticalità, quel movimento di elevazione che non è da intendersi come ricongiungimento a Dio, ma come spinta verso la riconquista di sé, come anelito di libertà. Lo si nota, ad esempio, nell’episodio in cui la baronessa di Carini, poco prima di essere trafitta dalla lama del padre, si rammarica del fatto che a lei, “uccello in gabbia”, non venga concesso di spiegare le ali e che la parete di pietra su cui poggia la mano insanguinata non si spalanchi per lasciarla volare.
Ci sembra superfluo ricordare quanto in letteratura l’immagine del volo si correli costantemente alla verticalità, che implica slancio vitale e conquista di una dimensione a lungo negata, mentre l’orizzontalità si connette sempre ad una condizione statica in cui si rimane inesorabilmente schiacciati e oppressi.
La medesima spinta dinamica affiora dal brano in cui santa Lucia, bisbigliando dalla sua teca, fa osservare che le sue braccia “non sono appoggiate ai fianchi. Sono in alto e protese in un abbraccio” verso la sua gente e verso l’amata città. Ed è un tratto umanissimo e poetico il fatto che, pur nutrendo una fede incrollabile nella religione cristiana, la martire siracusana deplori la propria sorte, ritenendola amara, ed esprima il desiderio del ritorno per riposare “sotto quella luna e all’ombra del limoni”.
D’altronde, tutti i sentimenti umani trovano accoglienza in questo libro e, in particolare, il tema amoroso, declinato nelle sue varie accezioni: a volte, esso si configura come tenero e devoto amore coniugale, quale il sentimento di Damarete, il cui concedersi al marito non assume mai i tratti del soccombere dinanzi a chi detiene il potere; a volte, esso appare passione divoratrice che ripropone il binomio eros-thanatos, quale rinveniamo nella vicenda della baronessa di Carini; in altri casi, esso è “fremito e abbandono”, come il sentimento a cui aspira la baronessa Maria Paternò, la prima divorziata siciliana. Al di là di queste accezioni, l’amore è comunque percepito in ogni pagina come insondabile mistero che, pur rendendo contraddittoria e dolente l’esistenza, l’arricchisce di una profondità incomparabile.
Persino la letteratura diventa, in “Virità”, materia di pensosa rievocazione, come si evince dal monologo di Nina Ciciliana, la poetessa le cui esigue notizie biografiche tendono a dissolversi nella dimensione fiabesca, nonostante alcuni elementi ne provino l’indubbia appartenenza alla scuola poetica siciliana. Persuasa che la poesia possa compiere “il miracolo di tramutare il sussulto dell’anima in parola” e che l’universo femminile sia “uno scrigno che raccoglie tesori”, Nina decide di non accontentarsi del fatto che la donna sia mero oggetto di culto e ammirazione e per questo motivo chiede, ed ottiene, di far parte della Scuola siciliana della corte di Federico II.
E la scuola poetica siciliana trova menzione anche nel commosso addio che Costanza di Aragona, dal vascello regale che la porta lontano dal suo ‘paradiso’, rivolge alla diletta isola. Nella chiusa del monologo, la decisa e struggente affermazione “Il mio cuore rimarrà siciliano” suona come un tenero tributo del personaggio all’amata terra ed inoltre, se è vero che la Sicilia è metafora del mondo, essa si arricchisce di ulteriori, sottesi significati.
La letteratura in quanto oggetto di riflessione, nonché di rievocazione personale, torna anche nel monologo di Mariannina Coffa, la “Saffo siciliana”, la cui anima assiste alle proprie esequie e la cui dichiarazione iniziale “Ho scritto molto. E ho amato molto” ripropone il noto binomio amore- scrittura che segna gli esordi della letteratura italiana. Il timore espresso dalla poetessa che la propria opera possa “sfiorire al vento” si coniuga efficacemente sia con la consapevolezza di non essere in sintonia con il proprio tempo sia con la speranza di un apprezzamento futuro: “Un giorno la mia poesia si leverà dalla polvere e chiederà di essere letta ad alta voce. Non era mio il tempo del riconoscimento”.
Ci piace, infine, considerare la bellissima chiusa di tale monologo “…e io qui, ispirata ancora, muoio e rinasco, libera di volare sulle ali della poesia senza catene” come il congedo di tutti i personaggi di questo pregevole libro. Grazie a una scrittura lussureggiante che non distoglie mai lo sguardo da ciò che pulsa e vive, le protagoniste di “Virità” possono infatti osare il volo in direzione di altezze mai toccate o immaginate. E soprattutto, sopravvivendo al naufragio dell’oblio, possono riafferrare il senso del tempo che ognuna di loro ha percepito nell’irripetibile stagione della propria esistenza.

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Virità femminile singolare-pluraleLa scheda del libro: “Virità, femminile singolare-plurale”di Giusy Sciacca (Kalòs)

Qual è la verità? Domanda sbagliata. La verità non è mai solo singolare, ma di certo è femminile.

Le protagoniste di questi venti racconti, stanche di essere spesso dimenticate o travisate, prendono la parola per narrare loro la storia e spiegare al lettore la propria versione dei fatti. Alcune abitano sull’Isola dai tempi del mito, altre sono partite per poi ritornare, altre ancora sono arrivate in epoche più moderne, fino a giungere agli albori del Novecento. Sono dee, artiste, nobildonne, talvolta sante, ma anche rivoluzionarie, eretiche, scienziate. In una parola, donne. E non aspettano altro che essere ascoltate. Il volume – che è il risultato dell’intreccio di queste singole voci, scelte e filtrate dalla scrittura dell’autrice – diventa così plurale. Come la parola virità, femminile singolare-plurale.

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Giusy Sciacca, nata a Lentini, vive tra Roma e Siracusa. È controllora del traffico aereo, autrice di racconti, romanzi e testi teatrali. Scrive di libri per diverse testate giornalistiche – «La Sicilia», «SicilyMag» e «La Voce di New York» – e ha fondato il blog Parola di Sikula, dedicato ai libri e alla cultura. È inoltre ideatrice e curatrice del Premio Nazionale di Poesia Sonetto d’Argento Jacopo da Lentini.

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