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PIETRE D’INCANTO di Antonio Calbi (recensione)

agosto 3, 2021

“Pietre d’Incanto” di Antonio Calbi (Verbavolant)

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Messere Teatro, lei è un incanto!

di Daniela Sessa

“Messere Teatro, lei è un incanto!” potrebbe esclamare uno dei personaggi di “Le smanie per la villeggiatura”, la commedia di Goldoni che Antonio Calbi, Sovrintendente della Fondazione Inda di Siracusa, racconta di aver messo in scena nei suoi giochi di bambino. “Messere Teatro, lei è un incanto!” ha pensato lo stesso Antonio Calbi, approdato nel 2018 a Siracusa dopo l’esperienza di “cinque stagioni nel ventre di un teatro a palchetti qual è il teatro Argentina”. Lo racconta, questo suo incanto in maiuscolo, in un libro “Pietre d’Incanto” (Verbavolant) che è un diario, un progetto, un catalogo, un coro, un resoconto della sua esperienza a Siracusa. Di più, “Pietre d’Incanto” è una narrazione proustiana condotta sul filo di una cronaca che a ogni riga, a ogni parola si fa passato e memoria per poi proiettarsi nella visione. Nel dipanare il tempo, Calbi si offre nudo ai suoi lettori e al suo pubblico, nudo della sua capacità visionaria, vorticosa e impellente. Lo si vede legare con la stessa corda le tre dimensioni del tempo. Il passato di tredicenne, giunto a Milano dalla Lucania, alla scoperta del complesso residenziale Monte Amiata, traduzione architettonica del collettivismo degli anni ’60-’70: qui, incontra il teatro antico replicato nelle assi della costruzione, si immagina architetto di teatri perché “Cos’è la città se non un grande palcoscenico?” e vi innesta il ricordo di Giovanni Testori, lo scrittore e critico ossessionato dal tradimento della spiritualità. Testori nel ricordo di Calbi è quello di “In exitu”, l’opera estrema della estrema degradazione dell’uomo che suscitò tanta sgradevolezza, e che Calbi immagina come “il non-finito della pietà Rondanini”. Non solo Testori ma anche Pier Paolo Pasolini (bella la lettura di “Pilade”), Peter Stein e Franco Battiato in un commosso ritratto sulle note di “La cura”, sulla rosa disegnata per la Milanesiana di Elisabetta Sgarbi – “incrocio fra le arti”-, la poesia di Rumi e la colonna sonora composta per “Persiani” di Eschilo nel 1990 al Teatro Greco. Una viva stele è il lungo elenco di registi, attori, traduttori, coreografi, scenografi, costumisti, coreuti citati nome per nome. La corda fa il nodo al futuro, lo spazio-tempo che più appartiene all’autore, dando ragione delle sue perenne malinconia e intelligenza critica: nella narrazione di “Pietre d’Incanto” si rincorrono i progetti, gli auspici e i desideri per la valorizzazione del teatro, in particolare del teatro di pietra, per il quale Calbi immagina uno scambio di testimone dalla parola alla pluralità dei linguaggi. Che non è, si badi, avanguardia ma tradizione: furono i Greci a chiamare Melpomene la musa della poesia tragica. Il balzo progettuale di Calbi ha un comune denominatore: il rapporto teatro-città. Ovvero il teatro come prassi democratica, come “parlamento sociale”, come ginnasio della conoscenza di sé e dell’altro. Scrive Calbi “Il teatro è tra i riti più semplici e potenti che l’essere umano abbia codificato da tempi antichissimi” e pure “il teatro è un atto di creazione” che “contiene in sé la possibilità, o meglio la necessità, di variare, trasformarsi, evolvere, affinché resti vivo, efficace, presente al proprio tempo, continuando a preservarsi nella sua essenza e nella sua bellezza”. Qualcuno può leggere in queste parole solo le dichiarazioni d’intenti di un manager culturale e di un critico, persino di un architetto (Calbi è appassionato e studioso di architettura); qualcun altro, un po’ più accorto, in quella pagina di prosa poetica può scorgervi Dioniso con tutto il suo furore vivificante, tutta l’oltranza e la fisicità. Quel Dioniso partorito dal dio come nelle “Baccanti” di Carlus Padrissa (in scena per questa stagione di rappresentazioni classiche a Siracusa), sembra essere già arrivato quando l’autore visitò per la prima volta come Soprintendente il Teatro Greco di Siracusa, emozionato e “partorito al mondo, in un nuovo paesaggio dove il cielo ha un ruolo da coprotagonista”. Nell’entusiasmo dello sguardo si radica la passione per il mestiere del teatro. Perché è mestiere immaginare scenari futuri, immaginare e progettare. Come nel passato per Milano, Roma e Matera, ora per Siracusa “capitale di un’utopia possibile”. Utopia e distopia. Calbi immagina tra dieci anni il quartiere di Ortigia con stradine affollate di atelier d’artisti e botteghe di artigiani, l’attuale sede dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico restituita alla sua destinazione ossia un museo multimediale ed esperienziale, il castello Maniace un contenitore culturale, il teatro Verga un centro congressi e il teatro Comunale la casa dei teatri e delle compagnie. Non solo teatro ma anche letteratura e arte: nelle prigioni borboniche i fondi e gli archivi degli scrittori siciliani e nel palazzo liberty della Camera di Commercio un centro per le arti visive contemporanee. Sogni che si vestono di realismo quando l’autore lamenta lo stato d’abbandono di luoghi unici come la Tonnara di Santa Panagia. O di disincanto per il mancato spettacolo di Jan Fabre al teatro di pietra. Il ritratto di Jan Fabre è un racconto a sé, in cui l’artista belga diventa personaggio della memoria e la vicenda del mancato spettacolo di corpi metafora della difficoltà di guardare al teatro come arte “primaria, ancestrale”. L’io narra e si narra ed eleva a comprimario il Teatro. Personaggio singolare è il teatro in “Pietre d’Incanto”, vero ed evanescente al tempo stesso. Vero nella sua solida architettura (quello di Siracusa è scavato nella pietra) e nelle sue prerogative culturali, artistiche, umane, sentimentali, politiche ed economiche. Evanescente quando si fa spazio del desiderio inavverato o possibile di Milo Rau per un’Orestea da Mosul al teatro di pietra. Quando si fa rincorrere, sulla via della sperimentazione e della rigenerazione, al pari della bella Elena euripidea. A proposito di Elena di Euripide, “Pietre d’Incanto” ripercorre le stagioni calbiane al Teatro greco di Siracusa anche con la voce dei protagonisti. Da Davide Livermore a Muriel Mayette-Holtz, da Elisabetta Pozzi al piccolo talentuoso Riccardo Scalia, da Sax Nicosia a Laura Marinoni, a Graziano Piazza e Viola Graziosi solo per citarne alcuni. In mezzo le foto di scena scattate da Tommaso La Pera. Quando un’opera si fregia della commistione dei generi, si dice opera totale: questo libro di Antonio Calbi lo è. Ma è soprattutto un viaggio galoppante dentro uno spazio artistico che prima di essere fisico è spazio mentale. D’altronde il teatro dà e vuole per sé ardore e gioia. Lo sapeva Nietzsche, che scriveva in un bigliettino a Cosima Wagner “Ma questa volta vengo come Dioniso il vittorioso, che farà della terra una giornata di festa”.

[Nella foto di Franca Centaro, Antonio Calbi con Mattarella – in occasione della visita del Presidente della Repubblica, il 19 luglio, per assistere alla tragedia di Livermore].

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