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UNA SPIA TRA LE RIGHE di Salvatore Silvano Nigro (recensione)

agosto 6, 2021

Una spia tra le righe - Salvatore Silvano Nigro - copertina“Una spia tra le righe” di Salvatore Silvano Nigro (Sellerio)  

In Una spia tra le righe Salvatore Silvano Nigro ripercorre una indagine critica di quasi un ventennio sugli  autori più amati

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I NAUFRAGI DI UN PASSEGGERE DISAVVEDUTO

Una recensione in forma di  viaggio  (e viceversa)

di Salvo Sequenzia

Il viaggio ha un lontano cominciamento. Ed ha attributo «sentimentale».
Viene fatto in «désobligeante», in calesse, secondo un modo antico, intimo, di viaggiare. A compierlo, «lungo la Francia e l’Italia», è un reverendo irlandese, Laurence Sterne, uomo «d’animo libero, e di spirito bizzarro, e d’argutissimo ingegno».
Parte per il «Viaggio riposatissimo» con «mezza dozzina di camicie, e un pajo di brache di seta nera»; né dimentica l’inseparabile «miniatura ch’io porto meco da tanto tempo» quale scrigno d’affetti perduti e amuleto portafortuna. Porta con sé, anche, che non basterebbero valigie e bauli  a contenere, «tutto ciò che egli aveva già inviscerato nell’anima».
Correva – trattandosi di viaggio  pare opportuno usare questo verbo –  l’anno di grazia 1768, e Laurence Sterne dava alle stampe A Sentimental Journey Through France and Italy, il journal di un viaggio oltre quei  «termini ed argini certi» che con «irrepugnabile autorità» la Natura  «piantò  onde circoscrivere l’umana incontentabilità». Un viaggio di  «calamajo e penna», dunque, letteratissimo, che il «povero viaggiatore navigante e posteggiante» compie  oltre il reale; anzi, fuori di esso,  «lungo i reami più colti del globo a caccia di cognizioni e incrementi […] curioso di ammirare spettacoli e d’investigare scoperte».
Di questo viaggio letterario prenderà nota il Foscolo ‘inglese’ volgarizzandolo in toscano nel Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e  l’Italia,  stampato nel 1813 a Pisa  «Co’ caratteri di Didot». Per questa traduzione Foscolo userà l’eteronimo, celeberrimo, di Didimo Chierico. Una Epistola di Didimo Chierico e una Notizia intorno gli scritti e il carattere di Didimo Chierico, quest’ultima a firma dello stesso Foscolo, accompagnano, a mo’ di proemio e di congedo esplicativo, l’esperimento letterario di Sterne, enfatizzandone l’aspetto metaletterario ed escogitando quell’invenzione del ‘manoscritto ritrovato’ – e pubblicato – che tanta fortuna avrà in seguito da Manzoni in poi.
Il viaggio di Sterne inaugura quella specie di viaggi che la letteratura chiama romanzi. Sono viaggi oltre. Improbabili, occasionali, mentiti. Affollatissimi e chiassosi. Perigliosi assai, se non esiziali. Spesso, senza ritorno.
Del carattere didimeo, sfuggente, ancipite,  del Journey sterniano si accorgerà Giorgio Manganelli, callidissimo traduttore e scrittore sulfureo votato alla  «letteratura come menzogna»; secondo il quale «il nome magico: Sterne, […] con il Sentimental Journey […] dà il massimo di nitida letizia ad un modo di scrivere che direi “narratività senza narrazione”» ( G. Manganelli, Laboriose inezie, 1986, p. 10).
Manganelli, con Sterne, sale sulla «désobligeante» del narrare per inseguire la «gioia della verbalità pura», andando in contro, in un incessante e ininterrotto progredire e regredire,  a quella indefinibile, pervasiva, ubiqua  regione  della letteratura nella quale si annidano beffe, agguati, tranelli, imposture, menzogne e congiure di parole.
Nigro Salvatore SilvanoInforcate le lenti, in questo viaggio «supremo, riassuntivo… del non detto», si unisce ai due Salvatore Silvano Nigro, sedotto dai sublimi eslegi sconfinamenti, e  dal «felice vanverare», dal «minchionare» perfido ed estroso della scrittura, con il suo recente libro Una spia tra le righe (Sellerio, La nuova diagonale, 2021, pp. 364).
Come in una partitura musicale di perfezione e leggerezza mozartiane, il principe degli italianisti, recensore arguto e coltissimo, massimo conoscitore della letteratura seicentesca e studioso, fra gli altri, di Manzoni, Consolo, Pontormo, Soldati, cattedratico nei più prestigiosi atenei del mondo e consulente editoriale per Laterza, Adelphi e Sellerio, amico di Sciascia, di Manganelli e di Camilleri – del quale ha scritto le bandelle dei romanzi editi da Sellerio – ripercorre il repertorio tematico della sua inesauribile e ubertosa attività di indagine critica condotta lungo l’arco di quasi un ventennio racchiudendolo in «trenta episodi critici» come egli stesso, nella chiusa delle Referenze, chiama i saggi che compongono la preziosa raccolta ripartita in dieci capitoli e in una Appendice divisa in due parti.
Una struttura articolata, dunque, che ha ricorrenze tematiche e «sentimentali» frastagliate, extravaganti, desultorie, elettive e reiettive, ma che convergono e si definiscono in una costellazione di senso coerente e felicemente compiuta: una «gran macchina», così la definisce Matteo Palumbo nella densa e raffinata prefazione che apre il volume, con evidente allusione a «quella gran macchina del duomo» che ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni il ‘viaggiatore’ Renzo Tramaglino scorge «sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto».
Di una «gran macchina», in effetti, si tratta. Una macchina ‘significante’ che ha prodotto, tra i suoi migliori esiti,  una «euresi» avvolgente, contagiosa e contaminatrice. «Euresi» è parola gaddiana, cavata da una pagina dell’Adalgisa. Non esiste sui vocabolari, e definisce una tensione naturale (1) che spinge la materia ad accedere a livelli di complessità (2) sempre maggiore, ad organizzarsi in un sistema di relazioni (3) sempre più ampio, e ad apprendere una forma di unità sempre più inclusiva (4). In questo hapax è racchiuso il nucleo fondativo dell’attività critica di Nigro quale si individua nel repertorio di argomenti e di temi affrontati nei vari saggi che compongono il volume e che si caratterizza per i quattro aspetti sopra mentovati. La tensione naturale si manifesta in una sorta di  inquieta, fertilissima curiositas verso temi, forme, concetti e personaggi che ‘stazionano’ nella  vasta geografia  di un  mappamondo letterario sempre cangiante, e che muove Nigro a prediligere temi, personaggi ed autori particolarissimi, ingombranti, perniciosi e diffidenti, di ‘discutibile’ fama.
La complessità  di questa vasta materia di studio e di indagine viene organizzata secondo un sistema di relazioni orizzontali, distribuite nello spazio geografico e ideale in cui realtà e immaginazione colludono; e di relazioni verticali, distese lungo un asse temporale in cui il tempo non è solo quello scandito da normali orologi, ma da Orologi discordanti, quelli collezionati da Isabella d’Este, cui è dedicato uno dei saggi-chiave del volume, che modulano il flusso inverificabile dell’invenzione e traggono in inganno il «Tempo, mai oblioso e scordevole», irretendolo «nei disguidi del possibile: tra vita che passa e vita che sta; e vita che nella memoria ritorna». Quello su cui Nigro posa il suo sguardo indagatore, armato di malevoli occhiali, è un «mobile universo di folate»  che urta e risuona nell’intreccio recondito fra il detto e il non detto della scrittura, distillando  umori e concetti, insinuandosi tra gli spazi bianchi, negli interstizi delle chiose, nei rimandi delle postille, nelle dilatazioni incontenibili delle digressioni, squaternandosi nel gran Teatro seicentesco della «simulazione» e della «dissimulazione», dietro le cui quinte si muovono i «segretari di lettere» (Servir da segretario), depositari dei segreti più intimi di principi e signori, adusi all’inganno e alla compiacenza, all’«arte grande della gratuità». Alla figura del segretario, personaggio proteiforme capace, per «servir da segretario», di trasformarsi in spia, in saggio consigliere, in astuto diplomatico, in accorto e avveduto consigliere, Nigro dedica alcuni delle suoi più raffinati ritratti critici: da Torquato Accetto (Cavalleria e dissimulazione), l’autore del fortunatissimo trattatello Della dissimulazione onesta, ad Antonio Perez (Una spia tra le righe), il segretario-spia al servizio di Filippo II di Spagna  che nel Cinquecento e nel Seicento «sarà al centro di un ‘tenebroso affare’ internazionale» e  che ha ispirato il titolo del libro di Nigro.
Sapide le pagine dedicate al disegnatore Tullio Pericoli, I racconti di Tullio Pericoli, nelle quali l’autore, rivisitando in modo originale le teorie di Umberto Eco sull’iconismo, l’indicalità e la traduzione intersemiotica tra codici diversi ma complementari quali la parola e l’immagine, afferma che «Un volto intravisto è come un riepilogo di uno splendido romanzo», sottolineando l’importanza che hanno le immagini, capaci di influenzare e perfino di condizionare la composizione di un’opera letteraria, come l’autore aveva già avuto modo di appurare decifrando le sottili congiure semiotiche tra testo letterario e illustrazioni ne La tabacchiera di don Lisander (1996), o tra romanzo e descrizioni iconografiche ne Il principe fulvo (2012).
La letteratura, racconta Nigro nel suo libro, è nient’altro che una ineffabile organizzazione di se stessa che si riflette sul mondo  e che si  mostra in  forma di beffa, di cunto, di cruciverba, di discanto, di ebullizione di chimere, di fascinazione, di impostura, di minchioneria, di tragediazione, di «trappola di parole». Il linguaggio della letteratura parla se stesso, di se stesso e con se stesso; e, parlando se stesso, inventa mondi possibili in quanto immaginabili, dove – spinozianamente – vale l’assioma Deus sive scriptor.
L’inventio sublime e geniale  si assapora nella beffa ordita da Filippo Brunelleschi ai danni del Grasso Legnajuolo (La beffa implacabile di Filippo Brunelleschi), narrata  da Manetti in una novella la cui testualizzazione avrà  grande fortuna letteraria sino ai giorni nostri.
Il «divertimento filosofico» concepito e realizzato dalla mente imprevedibile e geniale di Brunelleschi, agli occhi di Nigro diviene la prova provata del ‘principio di indeterminazione’ teorizzato nel Novecento da Heisenberg. L’inventore della prospettiva ‘anticipa’ la teoria della relatività formulata da Einstein e le teorie dell’indeterminatezza del reale di  Schrödinger: «Tutta la realtà è rimasta uguale attorno al Grasso, ma è cambiato per lui il punto da cui guardare…».  L’assunto è pirandelliano, ma anche sciasciano. La beffa muta in dramma nelle pagine de La scomparsa di Ettore Majorana, romanzo-inchiesta nel quale lo scrittore di Racalmuto cita la novella del Manetti come testo che tramanda, ribaltandola nel gioco crudele della sorte, la perfetta «pianificazione della scomparsa»: si scompare per giuoco per la beffa di divenire altri, ma si scompare anche per tragedia, per l’impossibilità di divenire altri.
L’invenzione si dà anche nelle allegorie dell’apostata della letteratura Giorgio Manganelli, indagatore della «sostanza notte» ed autore amatissimo dal Nostro.  E si rincorre nel venefico e ammaliatore gioco di specchi dell’«arabica impostura» dell’abate Vella (Sciascia e l’impostura), personaggio ‘posseduto’ dal delirio parossistico di sottomettere le leggi della storia e del potere alla bramosia e all’appetito narcisistico della bêtise  di un solo uomo,  che porteranno ad infrangersi il sogno liberale della rivoluzione siciliana del Vicerè Caracciolo e condurranno al sacrificio l’avvocato Di Blasi. Ma l’impostura si  fa teatro, e l’invenzione diviene fantasia,  nelle pagine di Camilleri (Vent’anni dopo; Trilogia fantastica), in una Sicilia in cui la realtà viene sublimata oscenamente in opra, in teatro ora buffonesco ora drammatico.
L’inventio suscita incantagioni e ammutinamenti della ragione nell’opera  di  Consolo e di Bonaviri (L’isola sospesa di Bonaviri; Una selva di dotti inchiostri); e si consegna a un destino di resa e di esilio in Pasolini (Inseguendo Pasolini)e in Elvira Mancuso (Una volpicina tra i villani).
Una spia tra le righe è un libro inesauribile.
La scrittura di Nigro è vibrata in una prosa viva, serpentina e incandescente, uscita fuori dalla fucina di Efesto, plasmata in  una forma di metalinguaggio in cui tutto il senso viene  trasferito non già al referente bensì  a tutto  ciò che si coagula attorno ad esso e si rapprende in una enciclopedia, in una immensa biblioteca ‘errante’ che appare e dispare tra i flutti di una trama avventurosa, screziata di peripezie e di digressioni che si configura come  saggio-racconto e racconto-saggio, secondo il modello esemplare di La famiglia Manzoni di Natalia Ginzburg, canonizzato da Nigro in un magistrale saggio del 2016 che accompagna la riedizione dell’opera voluta da Einaudi in occasione del centenario della nascita della scrittrice.
«E’ importante come si scrive, non ciò che si scrive», afferma Nigro, «passeggere disavveduto» nel suo felice peregrinare tra  libri e  biblioteche di ogni tempo.
Quel «come» che si allunga nel  meraviglioso e insidioso  viaggio della scrittura – compiuto ‘fuori del mondo’ e a dispetto del mondo –  si chiama letteratura.

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La scheda del libro: “Una spia tra le righe” di Salvatore Silvano Nigro (Sellerio)  

Una spia tra le righe - Salvatore Silvano Nigro - copertinaTrenta racconti critici tutti legati dalla passione per la lettura del testo con una speciale lente, quella che scova fra le righe della pagina connessioni sorprendenti, scoperte impensabili, storie nascoste. Una passeggiata letteraria dal Quattrocento a oggi attraverso sentieri letterari inediti o poco battuti che conquisterà il lettore.

Una spia tra le righe è titolo che rimanda a una vera spia internazionale, ad Antonio Pérez segretario del re di Spagna Filippo II: al suo romanzo barocco, alla sua storia più volte raccontata tra intrighi evidenti e occultamenti sottaciuti. Ma è anche una traccia retorica nell’intera narrazione del libro. I racconti critici qui compresi sono infatti tra loro legati da un’idea conseguente che ha nei saggi e nei trattatelli narrativi di Giorgio Manganelli la sua suggestione massima: là dove le pagine letterarie vengono sottratte alla loro piattitudine tipografica e consegnate a una stratigrafia a più dimensioni nella quale leggere ciò che sta «oltre», «accanto», «attorno», «dietro», per potervi precipitare dentro. Ed è una narrazione lunga, questa del libro, che prende le mosse dal quattrocentesco prospettivismo geometrico e dalla precisione matematica applicati alla «follia», per attraversare le gore secentesche, e risalire lungo l’Ottocento e il Novecento per strade inedite o poco battute. Fra una notevole varietà di protagonisti come Soldati, Sciascia, Bonaviri, Consolo, Camilleri, abitano il libro un grande architetto e mago degli abissi psichici, che vuole «lo ’ncerto altrui mostrar visibile», i segretari barocchi che si convincono della necessità del tradimento, l’iniziatore del romanzo italiano che si ingegna con la narrativa seisettecentesca e collabora con l’illustratore del suo capolavoro, un padre della patria che, «minchionando, minchionato», si fa falsario, una ostinata zitella siciliana che, tra Verga e Capuana, inscena un femminismo convinto e provocatorio, un prete canadese che fa scoprire alla Yourcenar l’opera di Tomasi di Lampedusa per poi infrattarsi in un romanzo di Maria Bellonci accanto a Isabella d’Este e a Matteo Bandello novelliere del Rinascimento, un poeta in piazza che si rinnova inseguendo il giudizio competente di Pasolini, un ritrattista che disegna come altri scrivono e narrano. I racconti critici sono brevi e densi. E sono concepiti come capitoli di un libro unico; come soste di una passeggiata letteraria di ampio perimetro, programmata ma non priva di incontri inaspettati come quello riguardante Cervantes morente che predispone la restituzione all’Italia del Settecento e dell’Ottocento di un episodio della grande novellistica italiana del Cinquecento.

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Salvatore Silvano Nigro è un manzonista. È stato Fellow a I Tatti della Harvard. Ha insegnato Letteratura italiana a Tours (Université François Rabelais), a Parigi (École Normale Supérieure), a New York (New York University), a Bloomington (Indiana University), a New Haven (Yale University), a Pisa (Scuola Normale Superiore), a Milano (IULM), a Zurigo (Politecnico, Cattedra Francesco De Sanctis). Con Sellerio ha pubblicato Il Principe fulvo (2012) e La funesta docilità (2018).

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