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EUROPA ROMANZA. SETTE STORIE LINGUISTICHE di Lorenzo Tomasin (intervista)

agosto 9, 2021

“Europa romanza. Sette storie linguistiche” di Lorenzo Tomasin (Einaudi): intervista all’autore

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di Massimo Maugeri

Lorenzo Tomasin (Venezia, 1975) è ordinario di Filologia romanza e di Storia della lingua italiana all’Università di Losanna. Si è formato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e ha ottenuto una Venia legendi in Romanische Philologie a Saarbrücken. Codirige il cantiere del Vocabolario storico-etimologico del veneziano (VEV) e ha codiretto la Storia dell’italiano scritto (Carocci 2014-21). Per Einaudi ha pubblicato Il caos e l’ordine. Le lingue romanze nella storia della cultura europea (2019).

Ho chiesto a Lorenzo Tomasin di raccontarci qualcosa, nell’ambito della chiacchierata che propongo qui di seguito, sul suo nuovo libro intitolato Europa romanza. Sette storie linguistiche (Einaudi, 2021). Un’opera intrisa di grande fascino e che ci conduce alla ricerca delle radici linguistiche europee offrendoci sette interessantissime storie di donne e di uomini ricavate da documenti legati a vicende private e privi di qualunque “preoccupazione letteraria”…

– Lorenzo, partiamo dall’inizio. Anzi, da ancora prima… con una domanda apparentemente ingenua, banale e generica: perché è importante indagare sulle origini delle lingue?
Per le stesse ragioni per le quali è importante ricostruire la storia di ogni fatto della cultura umana per comprenderne ragioni, svolgimenti e strutture. Poiché le lingue sono il motore stesso della storia (senza linguaggio e senza lingue non c’è storia, ma solo evoluzione naturale, come ho argomentato altrove), lo studio delle lingue non può che essere, in via preliminare e privilegiata, uno studio storico.

– Che tipo di relazione lega lingue e identità?
Dipende da che cosa si intende per identità: questo termine ha avuto vicende un po’ tormentate di recente, ed è stato adibito a usi vari e talvolta francamente avvilenti (l’aggettivo identitario fa riferimento spesso a una visione esclusiva e rivedicativa dell’identità, che non riesce a interessarmi). Se per identità intendiamo l’insieme di fattori storici e culturali che ci rendono ciò che siamo, certo la storia delle lingue è uno fattori più importanti e rivelatori.

– Come nasce questo tuo libro? Qual è stata la “scintilla” iniziale che ti ha spinto a progettarlo e poi a scriverlo?
Questo libro nasce in realtà come una specie di serie di esempi concreti per illustrare le idee esposte in un volume del 2019, Il caos e l’ordine. Le lingue romanze nella storia della cultura europea (Einaudi), insieme al quale credo vada idealmente considerato. Ma in realtà diventa qualcosa di ben diverso (e forse anche di più efficace), raggiungendo – grazie soprattutto all’operazione cui mi hanno costretto, in qualche modo, temi e personaggi che vi ho affrontato – qualche obiettivo ulteriore.

– Cosa puoi dirci sull’attività di studio e ricerca, propedeutiche alla scrittura, in cui di certo sarai stato impegnato (tenuto conto, peraltro, delle problematiche connesse alla pandemia da Covid-19)?
Da molti anni mi occupo, seguendo una tradizione abbastanza solida negli studi di storia della lingua italiana, dello studio di testi documentari d’archivio quali fonti per la storia linguistica. Il retroterra di questo libro è dunque costituito dagli incontri – di testi, di persone, di fatti storici e di fenomenologie linguistiche – collezionati in anni di frequentazione delle carte antiche, soprattutto medievali, cui gli storici si rivolgono abitualmente per altri fini, che i letterati ignorano o trattano solo superficialmente e strumentalmente, e che i linguisti di solito trascurano per rivolgersi a testimonianze più facilmente accessibili.

– In generale, qual è il ruolo dei testi “non letterari” per comprendere l’evoluzione di una o più lingue nonché le loro possibili interazioni e commistioni?
È un ruolo fondamentale. Troppo a lungo la storia delle lingue scritte – ad esempio delle lingue romanze – si è studiata quasi solo a partire da testi letterari o comunque da testi scritti per essere letti da un pubblico, conservati e trasmessi. Il che è un po’ come studiare il comportamento umano basandosi solo su ciò che accade nelle circostanze pubbliche, nelle cerimonie, nelle liturgie o nei teatri, e trascurando completamente ciò che le donne e gli uomini fanno nella vita quotidiana, cioè nella maggior parte del loro tempo. La storiografia ha già capito da tempo che non ha senso studiare la storia tout court solo guardando ai grandi eventi ; la storia delle lingue, invece, è ancora troppo sbilanciata su un versante, quello letterario, che della produzione linguistica umana rappresenta di fatto un distretto minimo.

– Chi sono, in linea generale, le donne e gli uomini che hai intercettato nell’ambito di queste “sette storie linguistiche”?
Sono – con poche eccezioni – persone qualsiasi che non hanno alcuna ragione particolare per, come si dice, passare alla storia. Le accomuna il fatto di essere plurilingui, o meglio di vivere quotidianamente a contatto con più lingue, per ragioni legate a tempi e luoghi che frequentano, o a private vicende biografiche. Questa condizione, che può sembrare eccezionale, è in realtà molto comune, e caratterizza fin dal Medioevo la cultura europea, intrinsecamente pluri- e multi-lingue (cioè basata sulla convivenza di più lingue nei singoli individui e nella società).

– C’è, in particolare, qualche suggestione che puoi offrirci? Partiamo dalla prima storia, per esempio. Quella che coinvolge Guglielma de Niola…
Guglielma è una donna veneziana vissuta tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento che proveniva per parte di padre (un de Niola) da una famiglia d’origine provenzale e molto probabilmente era stata abitualmente bilingue almeno durante l’infanzia, a contatto coi membri della famiglia paterna che provenivano d’Oltralpe. È anche una donna che sa leggere e scrivere, e che impiega la scrittura per fini pratici, legati alla tutela degli interessi e dei diritti suoi e della sua famiglia. È grazie alle sue annotazioni nell’archivio di famiglia – e al contenuto dei documenti che vi si conservano – che possiamo ricostruire la sua vicenda umana, economica e (quel che più interessa a me) linguistica.

– Passando in rassegna le altre “storie linguistiche” contemplate in questo tuo saggio, quali sono quelle che ti hanno appassionato di più? E perché?
Tutte le storie di questo libro mi hanno entusiasmato quando le ho scoperte. Ma ci sono certo alcuni personaggi che mi appassionano particolarmente, perché mi ha molto emozionato scoprire che – sebbene si tratti di mercanti non certo famosi – essi erano già noti grazie a documenti scoperti in luoghi molto lontani o molto diversi da quelli in cui mi ci sono imbattuto io. È il caso di un ebreo di Arles vissuto fra Tre e Quattrocento, Bondì de Iosef, che ho incontrato all’Archivio di Stato di Prato, non lontano da quel Bartol de Cavalls, mercante valenciano attivo nelle Baleari, che era già noto agli studi per essere il copista di uno dei più importanti codici della letteratura catalana medievale.

– In che modo, dai testi che ci proponi, è possibile scorgere le radici culturali di un’idea o di una forma storica peculiare dell’Europa?
L’Europa di cui sentiamo più parlare oggi è – comprensibilmente e in parte giustamente – quella della politica, dell’economia, della finanza. Ma mi pare che il processo di integrazione europea, e di dialogo tra le attuali nazioni d’Europa, tenda a dimenticare pericolosamente che l’Unione – qualsiasi unione – non può basarsi solo su effimeri e per definizione mutevoli interessi concreti. Senza una considerazione vasta, profonda e generosa degli elementi storici e culturali che danno senso al processo di integrazione europea ; senza un’idea di Europa che vada al di là di logiche ancorate al solo presente, l’Europa stessa rischia di perdere, assieme alla memoria del suo passato, la possibilità del proprio futuro.

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la scheda del libro: “Europa romanza. Sette storie linguistiche” di Lorenzo Tomasin (Einaudi)

Un viaggio alla ricerca delle radici linguistiche europee, tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna. Dal Mediterraneo all’Inghilterra, dalla penisola iberica al Mar Egeo, o lungo la porosa frontiera che corre a ovest e a sud del mondo germanico, questo libro propone sette storie di donne e di uomini, di ebrei e di cristiani, di mercanti viaggiatori e di persone stanziali che vivono a contatto di piú lingue, dentro o sui confini della Romània.

Nei documenti che li riguardano, di solito dedicati a vicende private e in genere liberi da qualsiasi preoccupazione letteraria, i volgari italiani, il francese, lo spagnolo, il catalano, il provenzale si mescolano tra loro, oppure incontrano il greco, l’arabo, l’ebraico, l’inglese o il tedesco. Manoscritti conservati in archivio, in molti casi dimenticati per secoli, aprono cosí una via d’accesso insolita alla filologia romanza, cioè alla storia dei testi e delle lingue discese dal latino che uniscono l’Europa: una storia che spesso si indaga quasi solo attraverso le testimonianze della letteratura, e che pure i documenti della vita quotidiana o del commercio illustrano nel modo piú vivido. Le pagine di questo libro propongono cosí di spostarsi nel tempo e nello spazio, raggiungendo luoghi ed epoche in cui la plurarlità usuale delle lingue e il contatto quotidiano fra culture diverse hanno posto le basi per nuovi scambi, nuovi incontri, nuove destinazioni.

«Questa carta è come mia madre ricevette l’affitto di Padova dopo che mio padre morí.» Non sappiamo esattamente quando e dove Guglielma de Niola, vedova di Stefano Venier, scrisse queste parole – e molti altri simili appunti – sulle pergamene, all’epoca ancora arrotolate e forse strette da nastri, che costituivano il suo cospicuo archivio familiare. Il contesto che possiamo immaginare è quello del laborioso riordino a cui la donna si dedicò a Venezia tra gli ultimi anni del Duecento e i primi del Trecento… In veneziano si svolsero certamente le conversazioni di Guglielma con il suo consulente (frate, notaio, o mercante che fosse): ma ancora in quegli scambi, l’anziana vedova Venier doveva forse tradire, nel modo di parlare e nell’accento, una debole traccia della lingua della sua infanzia, cioè il provenzale.

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