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LORO di Roberto Cotroneo (recensione)

agosto 16, 2021

Loro - Roberto Cotroneo - copertina“Loro” di Roberto Cotroneo (Neri Pozza)

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di Simona Lo Iacono

All’inizio è come un sogno. Una giovane donna che si presenta ad un colloquio di lavoro e si ritrova in una villa con mura di vetro, dove l’idea di spazio quasi non esiste. Vi arriva nell’estate del 2018, in una Roma che si fa dolcissima e offre lo spettacolo della cupola di san Pietro sullo sfondo. Ha appena abbandonato il corso di studi in medicina e ha alle spalle una esperienza (troppo presto conclusa) da pianista. Dunque conosce bene la bellezza, Margherita B, è abituata a sentirla fluire dalle dita, a farla emergere tra i tasti del pianoforte. Eppure, nulla può prepararla al parco che contorna l’abitazione, alle vetrate che lasciano intravedere la biblioteca, lo studio, un ordine rigoroso e maniacale, la servitù rispettosa, attenta.
È lì per fare da precettrice a due gemelle; la padrona di casa, Alessandra Brandi, la accoglie senza quasi leggere il curriculum preparato con cura, spuntando dal giardino a piedi nudi, come se facesse parte del medesimo miraggio che avvolge la casa. Ed è un sussurro, il nome delle bambine, Lucrezia e Lavinia, nomi che rimandano alla capitale dei cives e che adombrano significati di gloriose matrone. La prima condivide con lei l’amore per il pianoforte, la seconda invece ama l’equitazione. Due creature identiche, educate, perfettamente incastonate in quell’ambientazione senza apparenti confini, che le riservano allegra confidenza e garbo. Tutto appare perfetto, anche la stanza che le viene assegnata, sebbene non abbia pareti a schermarla dallo sguardo esterno. Inoltre è un luogo in cui i suoi gusti sono stati anticipati, perché vi trova i classici di autori inglesi in lingua originale, scaffali in acciaio che assorbono la luce del cielo, un letto basso, accogliente, un armadio a scomparsa.
Il padrone di casa interviene solo qualche giorno più tardi, ed è un uomo raffinato, che la accoglie con un baciamano degno di quella ambientazione favolosa, una Camelot fitta di eroi e tavole rotonde, giardini affatati e strani tempietti vegliati dalla dea Ecate. Il suo nome è Umberto e, sin dall’inizio, Margherita ne è sottilmente attratta, anche se è incline ad attribuire quella vaga seduzione a tutto l’incanto che l’avvolge, alle gemelle che sono amabili e vispe, al mondo della villa. Evanescente, luminoso, quasi partorito dagli astri.
Certo, le appare strano che nessun bambino venga a trovare le gemelle, che la servitù di casa sia nottambula o fin troppo presente, che ai limiti del parco un giardiniere, Gaetano, espertissimo nella cura dei roseti, abbia spesso la forma inquietante di un custode vigile, assuefatto ai misteri.
Ma la bellezza del luogo le fa superare tutto, persino quando ai limiti del tempietto iniziano ad apparirle le figure inquietanti di un uomo e un bambino, vestiti con fogge desuete.
Da questo momento in poi il turbine in cui Margherita cade, non è – come si potrebbe pensare – il tuffo terribile e rovinoso in un mondo altro, o in una discesa luciferina che voglia ghermirla. Piuttosto è l’affondo in un luogo che non è più solo il fuori, ma il dentro, e non è il presente, ma il passato, e non ha a che fare con gli spettri, ma con un altro genere di fantasmi, quelli che sostano dentro di noi.
La magia della casa inizia a rovesciarsi, diventa uno specchio che rimanda un’altra immagine, tutti i suoi abitanti sono e potrebbero essere i complici di un mistero inaccettabile e rimosso, Alessandra, Umberto, le gemelle.
Le bambine, in particolare, a tratti le appaiono le artefici di una connivenza ambigua con gli eventi, fatta di doppio ma anche di unità, quasi sommassero in sé un indistricabile essere che a tratti pare asservito alle ombre, e a tratti pare dominarle.
E “loro”, le ombre, iniziano piano piano a somigliare troppo al rimosso del nostro cuore, alle parti innominabili e segrete, fino a sopravanzare la casa, i suoi abitanti e persino la storia, per abitarci e interrogarci. Per ricordarci, senza via di scampo, che gli abissi da scrutare spesso si vestono di incanto solo per ingannarci, o per renderci più sopportabile il loro peso.
Loro” (Neri Pozza), ultimo – incredibile – romanzo di Roberto Cotroneo, regala un finale sorprendente, è sottilmente attraversato da altri impareggiabili libri, dal respiro lieve di indimenticabili autori. Tra tutti, Henry James, con il quale Roberto Cotroneo intreccia un dialogo serrato e con il quale sembra ribadire che “non soltanto le nostre colpe, ma anche le nostre più involontarie sventure, tendono a corrompere la nostra morale”.

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La scheda del libro: “Loro” di Roberto Cotroneo (Neri Pozza)

Può il memoriale di una giovane donna sconvolgere a tal punto da turbare persino coloro che si avventurano abitualmente nei recessi piú oscuri della mente?
È quanto accade in queste pagine, nelle quali Margherita B. narra dei fatti accaduti nel 2018, quando prende servizio, stando alle sue parole, come istitutrice presso una famiglia aristocratica, gli Ordelaffi, in una magnifica villa progettata da un celebre architetto alle porte di Roma: la casa di vetro.
Il compito che le viene affidato è prendersi cura delle gemelline Lucrezia e Lavinia. Nella casa di vetro, tutto sembra meraviglioso quell’estate. Ogni cosa è scelta con gusto, con garbo, con dedizione. Le gemelle, identiche, sono una meraviglia di educazione e di talento. Lucrezia ama il pianoforte, Lavinia l’equitazione. Ma pochi giorni dopo l’arrivo di Margherita cominciano a rivelarsi presenze terrificanti. Sono loro, dicono le bambine, gli antichi ospiti della casa, tornati per riportare in luce l’orrore.
Romanzo fitto, intenso, con personaggi indimenticabili, Loro rivisita le ossessioni che da anni segnano la narrativa di Roberto Cotroneo: il tema della verità e dell’ambiguità, del bene e del male, della violenza, del sacro e della felicità, quando brucia fino a farsi cenere. Le sue pagine, oscure e strazianti, si muovono per territori sinistri, e indagano soprattutto quella terra di nessuno che è la nostra mente.
Un romanzo che, nel suo finale del tutto imprevedibile, è un omaggio alla grande letteratura e, nello stesso tempo, un racconto nitido che si muove dentro uno scenario torbido e sa guardare oltre l’ignoto. Alla fine, a prevalere saranno il fallimento di ogni ragione e il trionfo di un mondo che non è di questo mondo.
Perché, come ha scritto Nietzsche: «quando scruterai in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te».

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Roberto Cotroneo è giornalista, scrittore e critico letterario italiano. Ha studiato Filosofia all’università di Torino e pianoforte al Conservatorio di Alessandria. Dal 2004 è editorialista dell’“Unità” e collaboratore di “Panorama”.
Nel 2003 esce per Mondadori Chiedimi chi erano i Beatles. Lettera a mio figlio sull’amore per la musica, un racconto sulla musica vista attraverso storie, ricordi, pensieri e grandi suggestioni.
Ha curato il volume delle Opere di Giorgio Bassani per la collana di classici “i Meridiani” di Mondadori (1998) e ha scritto saggi su Fabrizio De André e Francesco Guccini. Alcuni suoi racconti sono pubblicati in varie antologie. I suoi libri sono tradotti in molti paesi del mondo.
Finalista al Premio Campiello nel 1996 con Presto con fuoco. Nel 1999 vince il premio Fenice-Europa con il libro L’età perfetta. Nel tempo libero ama suonare il pianoforte. Tra gli altri suoi libri ricordiamo: Se una mattina d’estate un bambino. Lettera a mio figlio sull’amore per i libri (1994), Eco: due o tre cose che so di lui (2001), Presto con fuoco (1995), Otranto (1997), L’età perfetta (1999), Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome (2002), Il vento dell’odio (2008), Manuale di scrittura creativa (2011), Il sogno di scrivere. Perché lo abbiamo tutti. Perché è giusto realizzarlo (2014), Lo sguardo rovesciato. Come la fotografia sta cambiando le nostre vite (2015), Genius loci. Nel teatro dell’arte (2017), L’invenzione di Caravaggio (2018) e Il demone della perfezione (Neri Pozza 2020).

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