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MARIA CHE DANZA SULLE ANTENNE DI UN CALABRONE di Alberto Coco: incontro con l’autore

agosto 16, 2021

Maria che Danza. Sulle antenne di un calabrone - Alberto Coco - copertina“Maria che danza sulle antenne di un calabrone” di Alberto Coco (Porto Seguro): incontro con l’autore e un brano estratto dal romanzo

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Alberto Coco, 1964, vive a Cusago (Milano). Ha lavorato a contatto con il mondo occupandosi di marketing e di comunicazione, di licensing e publishing. Per conto della società nella quale lavora, Ubisoft, racconta ai ragazzi italiani le saghe che hanno fatto la storia dell’industria dei videogiochi. Maria che danza sulle antenne di un calabrone è il suo primo romanzo.

È un viaggio lungo una vita quello narrato da Pina a Berto, i protagonisti del romanzo d’esordio di Alberto Coco, “Maria che danza sulle antenne di un calabrone” edito da Porto Seguro (425 pp., 19,90 euro), una nonna e un nipote legati tra loro da un amore quasi figliale, da una solida devozione e da una stima sincera che li unirà in un percorso a ritroso nel tempo capace di saldare per sempre il loro legame.
In un reticolato di vite vissute, di intimità, segreti e ricordi, il romanzo esplora la tragedia della morte e della malattia, lo splendore della vita e il suo mistero più grande: la rinascita.

Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Da dove nasce il mio romanzo? Dalla voglia di raccontare», ha detto Alberto Coco a Letteratitudine. «Che è nata con me insieme a braccia e gambe. La mia prima storia l’ho creata all’età di quattro anni e ne serbo ancora qualche traccia sfocata nella mia memoria.
Poi è arrivata mia nonna, nonna Pina. Sì, proprio lei, la protagonista di Maria che danza sulle antenne di un calabrone, perché lei è la scintilla che ha fatto scoppiare il romanzo nella mia testa.
Lei era una grande narratrice e con lei e i suoi racconti è arrivato il gusto di raccontare, un secondo organo, probabilmente una ghiandola che produce sostanze ricche di felicità, il desiderio di comunicare e di essere in connessione con l’umanità.
Una scoperta che aveva lo stesso sapore dei miracoli con cui mia nonna farciva sempre i suoi racconti.
Racconti di vite vissute, fatti, fattarelli, echi di un mondo lontano. Alcuni si ripetevano e tra questi c’era la storia del figlio Enzo morto nel ’44 in un tragico incidente. Iniziava a raccontarla e i suoi e i suoi occhi si sgranavano, s’inumidivano e brillavano come i fanali di un’automobile nella notte. E allora io mi schiacciavo contro il suo corpo sul divano in finta pelle perché sapevo che alla fine lei avrebbe pianto e io con lei.
Un giorno, avrò avuto otto o nove anni, mi annunciò lo svelamento di un segreto. Un segreto inquietante che conoscevano solo alcune persone, le più vicine a lei, le più intime. Io mi drizzai sulla sedia e dentro le mie orecchie tese, lei fece scivolare tutti i dettagli di uno strano fatto successo a lei, legato a un sogno e a suo figlio Enzo. Era inquietante, prodigioso e surreale.
Enzo continua a vivere, aveva detto alla fine del suo racconto, tra le lacrime.
Con quello strano fatto ho dovuto fare i conti tutta la vita e mi è rimasto conficcato nel cervello come una di quelle schegge di realtà da cui sono partito per costruire il romanzo.
La troverete anche voi lettori a metà del libro: è il classico punto di svolta che i manuali di narratologia consigliano di mettere al centro della storia. Non ne posso parlare qui, perché vi priverei del gusto della scoperta. Ma vi posso assicurare che la riconoscerete perché è la cosa più assurda del libro, la più assurda e la più vera.
Attorno a essa ho costruito tutta la trama. Di realtà ce n’è anche altra: alcune ambientazioni, la famiglia di immigrati del sud, i rapporti difficili con mio padre, mia nonna, i sogni che diventano realtà, i suoi racconti fantastici con Santi, Madonne e Arcangeli, guaritrici e guarigioni miracolose: sono partito da tutte queste schegge di realtà per scrivere Maria che danza sulle antenne di un calabrone. Perché volevo essere autentico, soprattutto nel trasmettere le emozioni, perché volevo fare sorridere e commuovere voi come faceva mia nonna con me».

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Un brano estratto da “Maria che danza sulle antenne di un calabrone” di Alberto Coco (Porto Seguro)

IL “GRANDE INGANNO” ERA UNA GRANDE CAZZATA

Berto varcò il portoncino d’ingresso annusando l’aria come un cane da caccia. Melanzane fritte, pensò. Intuire che pietanza si stesse stufando sui fornelli della nonna era una consuetudine per lui. Come salire le scale a chiocciola dalla parte più larga della pedata o schiacciare due volte i bottoni del citofono e del campanello di casa. Con il tempo erano diventati parte di un rito che si ripeteva ogni volta che andava in visita alla nonna. A ogni piano, l’odore si faceva sempre più intenso e di fronte alla porta d’ingresso fu certo che si trattava di parmigiana.
Inspirò profondamente, impostò il suo più bel sor- riso e suonò alla porta. Dall’altra parte si ritrovò lo stesso sorriso e gli stessi suoi occhi grigioverdi.
“Figlio mio! Fatti abbracciare”
Berto si dovette piegare sulle ginocchia perché la nonna era minuta e un po’ curva. Il suo grande seno premeva contro il suo petto e lui si sentì a casa.
“Scusa se ti ho trascurato” le sussurrò all’orecchio.
“Ma che scusa! Ricordo bene com’è la vita alla tua età” disse sospirando tra le braccia del nipote.
Poi si guardarono negli occhi, perché lì avevano imparato a scorgere perfino le più lievi tracce di guai. Anche quell’indagine rapida e discreta faceva parte della liturgia. Sostituiva la domanda “come stai?” cui entrambi avrebbero risposto “bene” anche sul letto di morte. L’uno passò l’esame dell’altro: entrambi ave- vano imparato a mentirsi.
“Voi giovani vivete la vita e noi anziani la ricordiamo” disse Pina inaugurando la fase del lamento filosofico, come lo chiamava Berto. Negli ultimi anni ruotava tutto sul concetto del tempo che passa.
“Ricordi e nostalgia: ecco cos’è la vita a questa età. Siediti Berto, fammi lamentare un po’” disse Pina, gettando un occhio al forno.
“Parmigiana?”
La nonna annuì avvolta in una nuvola di vapore. “E un po’ di pasta e piselli in brodo. Con tanta cipolla, come piace a te.”
Pina fece il giro del tavolo, si sedette accanto a Berto e gli prese la mano.
“Mi siedo qui, lavoro all’uncinetto e ricordo.”
Aveva appena gettato un amo. Se lui non avesse ab- boccato, lei non sarebbe andata oltre. Era il suo modo discreto con cui chiedeva il permesso di parlare dei suoi guai, una parola che nel vocabolario di Pina po- teva comprendere anche un po’ di nostalgia.
“Cosa ricordi?” abboccò Berto.
Pina esitò un istante con gli occhi alzati al cielo. Era sempre lassù che trovava le risposte più originali.
“Il tempo passato, le persone morte e le emozioni che non posso rivivere” disse in un fiato. Pina aveva il dono della sintesi e usava parole sapide come le pie- tanze che preparava.
“È brutto sopravvivere al tuo mondo che muore. È così la vita, figlio mio: ti danni per sopravvivere e a un tratto ti rendi conto di essere sola, che piano piano, che a uno a uno, se ne sono andati tutti attorno a te.”
“Ma tu non sei sola, hai tante persone attorno: figli e nipoti che ti vogliono bene.”
“Lo so, ma la nostalgia per tutti coloro che non ci sono più rimane. Ed è più amara della cicoria. Mi credi se ti dico che sono arrivata persino a sentire la mancanza di quello sciagurato di tuo nonno?”
Berto scosse la testa più volte in segno di diniego. Era arrivata al paradosso che in genere segnava la conclusione del lamento filosofico. Aveva sempre un sapore un po’ amaro e un po’ dolce e lo scopo di risollevare l’umore dell’interlocutore.
“Roba da non credere, vero? Ecco cos’è la vecchiaia: ti fa sentire nostalgia per chi hai perso solo perché l’hai perso.”
Berto sorrise: la massima era arrivata. Così si lamentava Pina, con saggezza e rispetto per il prossimo, attenta a lenire le ferite dei “guai” con gli unguenti della filosofia e dell’ironia. E a Berto ricordava la
storiella dei due contadini che ogni giorno pranza- vano insieme. Gliela aveva raccontata la nonna.
“Anche oggi pane e cipolle” si lamentava sempre uno dei due.
“Dì a tua moglie di prepararti qualcosa di diverso” commentò un giorno l’altro un po’ seccato.
“Ma di che cosa stai parlando” rispondeva il primo, “il pranzo me lo preparo io.”
Così Pina apriva il suo cuore a Berto e passava a lui il testimone del lamento.
Anche lui doveva rispettare una certa forma. Innanzitutto, non poteva rispondere in modo positivo, perché secondo il galateo di Pina, se uno racconta che va tutto male, l’altro non può dire che va tutto bene: sarebbe irrispettoso dello stato d’animo dell’altro. In genere partiva dalle conclusioni di Pina; non raccon- tava mai la verità ma neanche una bugia.
“Cara nonna, tu hai nostalgia per quello che hai perso e io invece per quello che non riesco ad avere.”
Nonna Pina lo guardò con uno sguardo interrogativo.
“L’amore nonna, cos’altro può interessare alla nostra età?” rispose Berto in tono scanzonato.
“Lo troverai, figlio mio.”
Pina lo chiamava così: figlio mio. Così non aveva mai chiamato neanche i suoi figli, e tanto meno gli al- tri nipoti. Quel privilegio spettava solo a lui. Forse perché l’aveva cresciuto, ma più probabilmente per- ché Berto assomigliava a quel figlio morto giovane.
“Enzo è morto, se n’è stato un po’ in cielo e poi ha deciso di rinascere con te” così soleva dirgli sin da quando era bambino. Lui ascoltava, s’inquietava un po’ al pensiero di essere un altro, ma godeva del posto speciale che quella misteriosa reincarnazione gli garantiva nel cuore conteso della matriarca.
Pina s’alzò sulle sue gambe corte e sottili, s’avvicinò con andatura pendolante alla finestra e scostò la tenda perché sapeva che a Berto piaceva la luce. Caricò la moka di caffè e la mise sul fuoco. Approfittò di quel passaggio dai fornelli per alzare il coperchio della pentola e saggiare con uno sguardo il punto di cottura dei piselli.

(Riproduzione riservata)

© Porto Seguro

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La scheda del libro: “Maria che danza sulle antenne di un calabrone” di Alberto Coco (Porto Seguro)

Tutto ha inizio in un inverno milanese del 1983. Berto, studente ventenne di giurisprudenza e figlio unico di una famiglia di immigrati del Sud appartenenti alla piccola borghesia meneghina, durante il classico pranzo domenicale apprende dalla zia Enza della malattia che ha colpito l’adorata nonna Pina: un tumore al cervello. Per il giovane la notizia è ferale e decide di prendersi cura di lei e di nasconderle la malattia con un inganno: fa credere alla nonna che i dottori hanno trovato uno strano oggetto nella testa, una forcina, e che questa potrà essere rimossa solo attraverso delle cure speciali. L’anziana donna, una signora d’altri tempi dall’intelligenza acuta e di buone maniere, cerca di stare al gioco per non ferire i famigliari, fintantoché una mattina esprime un desiderio: chiede al nipote Berto di accompagnarla fino a San Severo in Puglia – il suo paese d’origine – per rivedere il mare, vivere i suoi ultimi giorni, svelare un mistero che attanaglia il suo cuore da quarant’anni, da quel lontano 1944 quando l’adorato figlio Enzo perse la vita in un incidente.

Il lungo viaggio di nonna e nipote a bordo della Ford Orion “presa in prestito” al padre di Berto, diventa pretesto per una narrazione che si fa percorso nella memoria e che porta i lettori nell’Italia del Biennio rosso, del ventennio fascista e del post armistizio del ’43. Chilometro dopo chilometro riaffiorano alla memoria i ricordi di Pina, della sua infanzia, delle difficili condizioni delle donne nell’Italia dei primi decenni del XX secolo, di padri padroni e di figli incapaci e codardi, evocando nella mente di Berto il difficile rapporto con il padre, fatto di rancorosi silenzi e di muta rassegnazione di fronte a quell’uomo incapace di gestire le proprie emozioni.

A contraltare di questo sistema famigliare, la sacralità della famiglia di Pino e Maria, gli altri due protagonisti della storia, che faranno avvicinare Berto al mondo irrazionale e magico, in una dimensione che affonda le radici nella cultura popolare contadina del Sud, con la sua spiritualità profonda, la religiosità magica e un po’ pagana.

È l’amore, però, il vero protagonista del romanzo: l’amore raccontato in tutte le sue forme più pure, l’amore tra nonni e nipoti, di una madre per il figlio morto giovane, di un padre per una figlia straordinariamente “diversa”.

 

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