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L’UOMO CHE VENDETTE IL MONDO di Alessandro Galano: incontro con l’autore

agosto 17, 2021

L' uomo che vendette il mondo - Alessandro Galano - copertina“L’uomo che vendette il mondo” di Alessandro Galano (Scatole Parlanti): incontro con l’autore

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Alessandro Galano è nato a Foggia nel 1982. È giornalista, docente e responsabile eventi per la libreria Ubik di Foggia. Cura la comunicazione di “Leggo QuINDI Sono – Le giovani parole”, premio letterario dedicato all’editoria indipendente. È tra i fondatori della testata “Foggia Città Aperta” e si occupa
della rubrica La versione di… su “Jazzit”. Ha pubblicato racconti su varie riviste. “L’uomo che vendette il mondo” (Scatole Parlanti) è il suo primo romanzo.
Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene.

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«L’uomo che vendette il mondo è la traduzione di un brano di David Bowie, The Man Who Sold The World», ha detto Alessandro Galano a Letteratitudine. «Una canzone piuttosto oscura, misteriosa, che riprende i versi di un’antica poesia dalle atmosfere altrettanto inquietanti, Antigonish, dell’autore Hughes Mearns e che tanta fortuna ha avuto nel folklore anglo-americano (dove è nota anche con il titolo The Little Man Who Wasn’t There, Il piccolo uomo che non era lì). Qui si narra di un’apparizione spettrale, di un fantasma che avrebbe dimorato in un’abitazione di una piccola cittadina della Nuova Scozia, Antigonish appunto, e dell’incontro avvenuto tra il suo autore e lo spirito. Questo avrebbe avuto luogo sulla scalinata della casa, proprio come canta Bowie, riprendendo esattamente il momento centrale dell’evento: nel suo brano però, il fantasma rappresenta un altro se stesso, con ogni probabilità quello che starebbe per svanire – il vecchio, giovane Bowie – lasciando il passo alla star – il nuovo, affermato Bowie.

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In realtà, nella canzone i contorni sono sfumati e la domanda che sottende ogni verso è questa: chi dei due è il vero fantasma? Ovvero, chi dei due è L’uomo che vendette il mondo? A confermarlo, inoltre, uno scambio di battute piuttosto evocativo: “Pensavo fossi morto molto tempo fa” dice uno all’altro, e questi: “Oh, no. Non io… Io non ho mai perso il controllo. Sei a tu per tu con l’uomo che vendette il mondo”.
La canzone ricorre nel romanzo, naturalmente, anche se attraverso l’interpretazione di Kurt Cobain. Ed è, se vogliamo, una piccola allegoria di quanto accade ai due protagonisti della storia: Santo e Alex. Il primo è colui che cerca – l’altro, anzitutto, ma anche se stesso; il secondo è colui che è cercato, l’apparizione, il presunto fantasma che però, riprendendo quella scalinata cantata nel brano, finisce per confondersi con l’uomo che ha davanti, tanto da chiedergli (e da chiedere al lettore): sicuro che sia proprio io, il fantasma?
Al di là dell’ispirazione, L’uomo che vendette il mondo è un romanzo di formazione – o di “tarda” formazione, come mi piace definirlo. In senso lato poi, è soprattutto un libro sull’amicizia, sui legami, sulla solidità di questi anche in presenza di una “grande assenza”. Si muove su tre piani temporali (adolescenza, giovinezza, adultità), talora sfasati, perché la linearità del tempo è una pura convenzione umana e i romanzi riescono a rendere questo concetto forse meglio di qualsiasi teorema scientifico.
All’origine di tutto, comunque, c’è una scintilla: la visita, del tutto casuale, di una clinica psichiatrica, avvenuta diversi anni fa. All’epoca ancora non lo sapevo, ma il libro è nato in quel momento, durante una bozza scritta a penna al rientro da quell’esperienza. Da lì in poi, infatti, ho iniziato a interrogarmi sulla linea di demarcazione che separa i due mondi, quello sano o considerato tale, e quello insano. La vita e la sospensione della vita. E mi sono chiesto: sicuro di essere sempre stato da questa parte? E se ti capitasse? E se capitasse a una persona a te cara, così, all’improvviso? La risposta a queste domande è Alex, l’amico perduto che ritorna dopo dieci anni nella vita di Santo. Pazzo, apparentemente. Bloccato, privo di vita, svuotato.
O forse, semplicemente, fantasma.
Se si vuole, è questa l’ispirazione vera e propria del romanzo».

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Un brano estratto dal romanzo L’uomo che vendette il mondo” di Alessandro Galano (Scatole Parlanti)

Quella notte non era la prima che andavamo alla Tomba della Medusa. L’Uomo-dalle-mani-in-tasca mi aveva già convinto in altre occasioni, sempre di notte, quando restavamo in pochi, come una specie di setta. Alex non si era mai trovato e fu per caso che si unì a noi. Ricordo il vento freddo che scuoteva la campagna intorno alla stalla priva di calorifero. Era inverno e le previsioni parlavano di neve già da alcuni giorni.
«Stiamo vedendo per l’allaccio, per la corrente elettrica» diceva sempre L’uomo, quasi un mantra da ripetere a ogni occasione.
«Poi faremo grandi cose, qua. Tempo un anno…».
Si sentivano cani abbaiare dalle case vicine ma nessuna finestra si sarebbe aperta, né alcuna luce avrebbe fatto capolino. La breccia sotto i nostri piedi scricchiolava e Alex era davanti, quasi conoscesse la strada: era una cosa che avevamo già fatto altre volte ma quella sera, quell’unica notte con Alex, rimase impressa nella mia mente.
«Andate avanti voi, ma fate piano».
«Non si vede un cazzo».
L’Uomo-dalle-mani-in-tasca accese i fari della sua auto, illuminando il buco dentro la rete metallica entro il quale abitualmente ci inoltravamo.
«Qua deve venire un parco archeologico senza precedenti, sai quanti soldi si possono fare?».
I lavori erano in piena evoluzione. Almeno, così sembrava. La Tomba, in effetti, prometteva.
«Negli anni Ottanta i tombaroli si sono fregati tutto e hanno rivenduto i reperti all’estero».
L’Uomo-dalle-mani-in-tasca guardava stupito il nuovo amico e, dando ampie sorsate alla lattina di birra, spiegava lui l’importanza del luogo nel quale ci trovavamo, con le scarpe infangate e trafitti dal vento gelido. Poco più tardi avrebbe raccontato la storia di suo padre e Alex se ne sarebbe uscito con quel riferimento alla fortuna: una parola che L’uomo non aveva mai tollerato.
«Ora, a New York, a Chicago, nei musei, ci stanno i reperti nostri». Allargando le braccia, quasi retorico, introduceva Alex, lo iniziava – io quelle storie le conoscevo, ma mi piaceva riascoltarle. «Le anfore, i vasi, tutte queste cose che dovrebbero stare qua» diceva, «stanno là!».
Attorno all’ipogeo sorgeva una piccola baracca di lamiera, adoperata dagli operai nelle ore diurne, apparentemente ancora in uso, con alcuni attrezzi da lavoro appoggiati sulle travi. C’era un piccolo passaggio che metteva in collegamento la baracca con uno degli ingressi nell’ipogeo il quale, nelle previsioni di gloria di qualche benpensante archeologo, sarebbe dovuto diventare una sorta di museo in situ. I nastri comunali, intorno, lo confermavano.
«L’idea» faceva sempre L’uomo, dando ambiziose sorsate di birra, «l’idea è quella di musealizzare tutta l’area, compresa la mia stalla di merda».
«Un chioschetto» diceva, «un chiosco, con le bibite fresche, i panini, davanti all’ingresso autostradale. Solo questo basta, qua, se funzionasse davvero, per fare un sacco di soldi».
La Tomba della Medusa era situata al centro di un ampio appezzamento, accanto alla stalla dell’Uomo-dalle-mani-in-tasca. Alle sue spalle scorreva l’autostrada, a un chilometro circa dal casello. In effetti, sarebbe stato possibile accedere all’area archeologica, al parco “La Medusa”, come si sarebbe scritto sui cartelli, tramite un semplice svincolo, una deviazione turistica.
«Te l’immagini, qua? Trattorie, bar, negozietti di gadget…».
Scavalcare poi, una volta dentro le lamiere degli operai, non era uno scherzo. Ci reggevamo l’un l’altro, appoggiandoci su assi arrugginite, restando impigliati nei chiodi e passandoci le buste con le lattine di birra da un piccolo pertugio radente l’erbaccia, in terra. Ma la visione, una volta dentro, ripagava ogni fatica.
«Questa è la Tomba del Principe».
Mi rivolsi direttamente ad Alex quella notte, facendogli strada, anticipando l’Uomo-dalle-mani-in-tasca che, dietro, ci copriva le spalle.
«Risale al terzo, quarto secolo avanti Cristo».
Ed era vero. Il mausoleo accoglieva i resti di un’antica famiglia romana. «Qui sorgeva una grande città, mio caro» aggiunsi subito, con fierezza.
«Dove qui?».
«Qui, qui» battei le scarpe, «sotto i nostri piedi».
«Un luogo fiorente, sulla strada per Roma. Duemilatrecento, forse duemila e quattrocento anni fa… Niente Autostrada Adriatica, niente casello, niente macchine. È questa la Tomba, Alex, la Tomba della Medusa: è un mausoleo e noi ci siamo dentro, capisci?».
Con la fiaccola illuminavamo i mosaici sulle pareti dell’ipogeo, quasi tutti crepati, eppure ancora così vividi. Nell’umida oscurità di muffa si sentiva solo lo schioccare delle nostre labbra al ritmo delle birre e le boccate di fumo del mio vecchio amico, quello che vent’anni dopo avrebbero rinchiuso in una clinica per malati di mente.
«Guarda qua, guarda».
Ovunque, pezzi di mosaico evidentemente franati anni prima, sotto i colpi delle scavatrici dei tombaroli. Vicino, poi: anfore, vasi spaccati, reperti di importanza inaudita, resti organici ossidati, in rilievo, alcuni segnalati con delle asticelle, dei numeri. Cazzuole e aggeggi cantieristici erano posti in disordine, quasi che un paio di operai o di studiosi, di ricercatori con la barba, avessero interrotto per qualche minuto il loro meticoloso lavorio, allontanandosi per una pausa pranzo mai più conclusa. Il terriccio sul quale pestavamo lenti sapeva d’altro mondo e con i piedi, con la punta delle scarpe, smuovevamo i triangoli, i rettangoli spaccati, neri e rossi, di antichi mosaici inestimabili. Ignari di Roma e del Principe che forse principe non era. Della Medusa.
«Perché si chiama così?» chiese d’un tratto Alex, un pezzo di anfora in mano, la faccia ingiallita dalla fiamma. «La Medusa?».
«Era lo stemma della famiglia».
«Il vessillo?».
«Il vessillo, sì. Il simbolo».
Al di là della notte nella quale ci trovavamo, a quell’ora di una vagonata di secoli prima un messaggero, forse un messo imperiale a cavallo, si metteva in viaggio verso la Città Eterna per dare la notizia della morte dell’alto principe a sud-est della Capitale del Mondo. Poco più in là di Alex e della sua sigaretta accesa, la serva del principe si occupava del nobile corpo ormai freddo, adoperando spezie per la conservazione della salma mentre un sacerdote del tempio, col nasone e i sopraccigli rabbuiati dal sonno, si presentava sull’uscio della ricca abitazione – poco più in là ma non molto lontano da noi, dalle birre, dalla sigaretta di Alex.
«È quella la Medusa?».
Aveva il naso del volto rotto, la punta mancante finita sotto i tacchi in fuga di chissà quale tombarolo, anni addietro, forse durante un blitz dei carabinieri. Un biglietto furtivo per New York già stampato: gli occhi bianchi senza pupille della Medusa hanno rischiato davvero di vedere la Statua della Libertà, così come la sua corona alata, i capelli di pietra attorcigliati intorno al volto, sotto e sopra e ai lati, simili a maledizioni interrotte sul più bello.
«Sì, è quella la Medusa».
Con una lattina di birra in mano, la fiaccola alle sue spalle, lo vidi accostarsi il più possibile alla statua di pietra incassata nella parete. Nessuno di noi aveva mai osato toccarla, nonostante non lesinassimo di profanare tutto il resto. L’Uomo-dalle-mani-in-tasca ci aveva sempre detto che sarebbe stato meglio non toccare la Medusa, la faccia, che non era il caso, senza mai motivarcelo, impegnando una sorta di rispetto scientifico o di superstizione che non gli appartenevano. Quella notte però, seduto in disparte, zitto alla sua maniera, dovette assistere alla scena inedita e mai più ripetuta di qualcuno che, senza timore, avanzava una mano, un dito, sul naso vuoto del volto della Medusa.
«No» feci appena, sottovoce. «Che fai, Alex?».
Con l’indice e il medio illuminati dalla fiaccola, il mio amico colmò quel piccolo vuoto, in silenzio, due dita, respirando piano l’umidità dell’ipogeo e inalando poi forte quell’odore di muffa, di pioggia piovuta chissà quanto tempo prima, di secoli bagnati. Vidi i capelli biondi scompigliati, la testa che si inclinava di lato prima che l’Uomo-dalle-mani-in-tasca ci richiamasse all’ordine, alzandosi di scatto e tirando via le birre – e forse fu lì, in quell’esatto momento, che cancellò Alex.
«Andiamo» disse, «ho sentito un rumore».
Quando mi voltai per vedere se Alex ci stava dietro lo trovai con gli occhi sbarrati, il bavero del giaccone troppo grande poco sopra il labbro e quella sua faccia impossibile, pallida e attraversata, che mi fissava. Si stava accendendo una sigaretta con le mani tremanti e dietro, esattamente all’altezza della sua testa, c’era la Medusa.

(Riproduzione riservata)

© Scatole Parlanti

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La scheda del libro: “L’uomo che vendette il mondo” di Alessandro Galano (Scatole Parlanti)

Santo Bardi è un professore precario di trentacinque anni, tornato single dopo una lunga relazione con Paola, la “donna sbagliata” della sua vita. Durante una cena estiva riceve una telefonata: Alex, il suo miglior amico, del quale non ha notizie da dieci anni, è stato ricoverato in una clinica per malati psichici, Villa Navis. Ha avuto uno strano incidente, forse causato da un’overdose di ketamina: è come “bloccato”. Dopo la notizia, Santo rompe con i vecchi legami, cambia casa, si impone una svolta; trova il coraggio di frequentare la clinica. Qui incontra Alba Laura, una studentessa albanese che accudisce un’anziana signora di cui Santo si finge nipote. Ma, soprattutto, ritrova Alex. Le visite all’amico evocano il tempo trascorso e la sua storia personale, in cui spiccano le “sparizioni controllate”: periodi di oblio in cui faceva smarrire ogni sua traccia. Tra Roma e Budapest, per Santo comincia un viaggio nella vita perduta di Alex, ma anche dentro di sé.

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