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LA STRANTULIATA di Fabrizio Escheri (intervista)

agosto 25, 2021

La strantuliata - Fabrizio Escheri - copertina“La strantuliata” di Fabrizio Escheri (Ianieri Edizioni): intervista all’autore

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di Eliana Camaioni

In una torrida mattina, uguale a mille altre, il solitario autista di una corriera semivuota in servizio fra Licu e Spirlinga, di nome Blasco Blando Antonio Maria scopre una sagoma coperta da un telo, sul ciglio della strada. E’ il cadavere di un uomo, orribilmente sgozzato; un delitto di mafia, all’apparenza, ma che rivelerà insospettabili segreti e intrighi, con continui colpi di scena, allorquando Blasco Blando Antonio Maria, unico testimone della vicenda, si troverà a volerci vedere chiaro. E lì rivelerà il suo carattere “babbasunazzu”, con continui svarioni e ingenuità, comportamenti azzardati e imprudenti che lo trascineranno in un turbine grottesco di eventi impossibili da arrestare.
Con una voce tutta sua, inserita in modo inedito in quello che sembrerebbe un giallo classico ma finisce per non esserlo, Escheri ci regala uno spaccato autentico del cuore della Sicilia, rivisitato con la leggerezza di chi ha seriamente a cuore le sorti di questa terra.

– La prima cosa che colpisce, ne “La strantuliata”, è la particolarità della voce narrante. Che racconta con un serio disincanto una vicenda tutt’altro che facile da raccontare, e lo fa con un’autoironia dissacrante che riesce, però, a non scivolare mai nel grottesco. E’ una voce molto bella e particolare, che rinnova a mio avviso il genere classico in cui è adoperata.
Il protagonista de “La strantuliata” è un uomo comune, una persona che conduce una vita routinaria, svolgendo un lavoro ripetitivo (avanti e indietro da Licu a Sperlinga). Un uomo solo, senza affetti, tanto da avere “personificato” la sua compagna di lavoro, la Berta, un mezzo meccanico.
Pur avendo ogni giorno tanti compagni di viaggio, Blasco Blando Antonio Maria vive la sua solitudine quotidiana a bordo del bus, osservando gli altri ma senza costruire vere relazioni.
La vicenda in cui si trova coinvolto lo porta a sentirsi un protagonista, quasi un eroe, mentre egli è un “babbasunazzo” come è stato definito dalla critica. Un “quaquaraqua” sciasciano che crede di essere diventato “uomo” per il solo fatto di avere avuto il coraggio di testimoniare quanto ha visto.
Invece, da questo scatto di eroismo, egli ne esce travolto. La sua vita abitudinaria, la sua quiete solitaria nella casa di Licu, non esisteranno più, come trascinati dalla piena degli eventi, spazzati via da uno tsunami da cui non si riprenderà più.
Il ricordo di quegli eventi del 1936, di cui è stato involontario protagonista, lo porteranno ad un racconto autoironico, dal cui tono si intuisce quanto egli abbia compreso, col senno del poi, di essere davvero stato un “babbasunazzo”.

– Un altro grande classico, rinnovato Escheri mood, è l’inserimento del gergo. Che non è mai gratuito né macchiettistico, che non si preoccupa di essere compreso a tutti i costi, che non sta lì come pennacchio colorato sul carretto ma fluisce spontaneamente dalla bocca dei parlanti, perché è la loro lingua, spesso meravigliosamente intraducibile.
imageLa zona in cui è ambientato il romanzo, al confine tra le Madonie ed i Nebrodi, è caratterizzata da una lingua molto particolare. Il siciliano dell’entroterra, tipico di Licu, si mescola con il dialetto gallo-italico di Sperlinga, dalle assonanze francofone. E’ la terra del Gran Lombardo di Vittorini, l’ultimo enclave angioino quando tutta la Sicilia divenne aragonese dopo i Vespri. Un territorio lontano ed esotico ancora pochi anni fa. Molti dei termini usati ne “La strantuliata”, soprattutto quelli dei proverbi che concludono ciascun capitolo, sono difficilmente comprensibili anche nel resto della Sicilia. Una lingua molto distante dal catanese, diffuso dalla cinematografia, o dal siciliano letterario di Camilleri. A lungo ci siamo interrogati se tradurre le frasi meno comprensibili, per facilitarne la lettura ai non sicilian mother tongue. Ma alla fine abbiamo scelto di lasciare i termini non tradotti, perché vi è un significato intraducibile nei termini dialettali che avrebbe necessitato di un saggio di linguistica piuttosto che di una semplice nota di traduzione in calce.

– E in un romanzo che racconta il cuore più interno della nostra isola, non poteva mancare il grande protagonista dell’animo di questo popolo: il silenzio. Eloquente e diretto, accompagnato a volte da quella gestualità, incisiva ed essenziale, che la Sicilia predilige al di sopra di ogni parola, facendo suo il detto: “A megghiu parola è chidda ca nun si dici”.
Qualcuno ha detto che il vero protagonista del romanzo è un popolo di contadini, curvi sul tramonto, intenti nel duro lavoro del raccolto, che osservano silenziosi lo scorrere degli eventi.
Effettivamente, soprattutto in quegli anni (ma non solo) nelle terre del latifondo cerealicolo siciliano, lontano dalla città e dallo Stato, fino a poco tempo fa vigevano riti e regole antiche, pre-moderne, in cui l’individuo veniva schiacciato dagli eventi, in cui la legge del più forte, fosse esso il barone o il brigante, avevano il sopravvento.
Potremmo pensare che non sia più così, che Internet o i social abbiano sconfitto l’isolamento di quei territori, abbiano ravvicinato le persone. Ma non ne sono sicuro.
Proprio in questi giorni il territorio in cui è ambientato “La strantuliata” è stato devastato dagli incendi, causati certamente da mano umana (sono stati anche trovati degli inneschi). Ma il silenzio, l’omertà, la paura, continuano a prevalere.
A fare da contraltare al silenzio individuale, però, vi è oggi una voce collettiva, comunitaria. Come un coro da tragedia greca, che commenta e sottolinea, che è capace di denunzia e di invettiva. La speranza, per rompere quel silenzio, è riposta nella forza della comunità.

– Tutto il romanzo è dominato dalla Sicilia che non ti aspetti, fa man bassa dei luoghi comuni e li brucia come paglia nel forno. Uno di questi è il cliché di uno Stato salvifico, che per bocca di un anziano finisce gambe in aria: “Ma quale cazzo di dovere! Sentii la voce di mio nonno che mi urlava nella mente: questi piemontesi sono venuti a rubarci la terra e a fottere le nostre donne. Non devi mai collaborare con quei ladri, ricordatelo!”. Una prospettiva inedita, alla quale fa eco una dolorosa replica: “Aiutaci a rompere questo stato di cose, l’omertà di questo paese di merda! Non voglio rassegnarmi al fatto che vi lasciate ammazzare senza lamentarvi. Spero sempre che qualcuno di voi trovi la forza di spezzare le catene e di passare dalla parte dello Stato”.
Uno dei riferimenti reali a cui è ispirata la storia è quello a Pietro Nava, il rappresentante di commercio lombardo, casuale testimone dell’omicidio Livatino lungo la statale tra Canicattì ed Agrigento, che non esitò a testimoniare quanto aveva visto. Come per Blasco Blando, la sua vita venne travolta da quell’atto di coraggio, dovette cambiare nome, città, lavoro. Lui e la sua famiglia vennero inseriti in un programma di protezione per sfuggire alla vendetta della mafia. Ma nel 1936, nonostante il tentativo infruttuoso del Prefetto Mori di debellare il brigantaggio dalla Sicilia, lo Stato non aveva nulla da offrire a chi testimoniava, nessuna protezione, nessuna sicurezza. Ecco il perché della diffidenza rappresentata da chi riteneva un gesto folle quello del nostro protagonista. Oggi, fortunatamente, da questo punto di vista ritengo che le cose siano cambiate.

– Una funzione particolare, poi, è svolta dai proverbi inseriti alla fine di ciascun capitolo. Un sottotesto a tutti gli effetti, che ora commenta ora sfotte ora dice senza svelare, un coro greco tutto nostrano, che aggancia la narrazione e il lettore.
Ho raccolto i proverbi popolari in un quaderno per tanti anni. Essi contengono millenni di saggezza stratificata. In poche righe, tramite quei proverbi, ho potuto rappresentare la chiave di volta che consentisse al lettore di comprendere il capitolo concluso e aprirsi al nuovo. Come già detto, essi sono in gran parte intraducibili, perché il significato è di gran lunga più profondo e complesso del significante. Vi sono richiami ad una cultura antica, che affonda le radici nelle tradizioni dei popoli che hanno abitato quelle terre, che è legata alla terra, alla natura, alla vita in un ambiente così ostile. Temevo che fossero poco comprensibili per i lettori, ma ho dovuto ricredermi perché, da tanti commenti che ho ricevuto, ho compreso che sono stati una delle componenti più apprezzate del romanzo.

– E quasi alla fine, last but not least, il bel passaggio dedicato alle donne, che centra con precisione il ruolo matriarcale delle figure femminili in Sicilia, quell’alchimia difficile ed esatta fra apparente sottomissione e regia occulta di ogni decisione. Nella terra di Cerere, è un omaggio raro al potere della Grande Madre. Dico bene?
A Gangi, che è il luogo reale celato dietro il toponimo di Licu (in realtà una contrada del paese) si celebra da oltre cinquanta anni una festa dedicata a Demetra/Cerere. Una festa del raccolto, l’intero borgo viene agghindato da spighe, ma anche una celebrazione della figura femminile, delle molteplici dimensioni del femmineo tipiche della cultura ancestrale di quei luoghi.
Donne forti, potenti, violente, come la “Regina di Gangi” di cui parla Marina Pino in un famoso libro dedicato alla madre dei briganti gangitani. Donne sottomesse, violentate, costrette a matrimoni forzati, a maternità non volute. Vi è un catalogo ricchissimo di figure femminili in quelle terre, che ancora oggi è osservabile se si ha occhio attento.
Mario Drago, un pittore milanese di origine gangitana, ha dipinto centinaia di quelle donne nei suoi acquerelli, così come esse sono ritratte nelle tele di Giambecchina a cui è dedicata un’intera ala del museo civico. Sono figure complesse, che mi affascinano, verso cui provo una tenerezza mista a terrore. Non sono ancora riuscito a comprendere se la loro sia una durezza indotta dalle violenze subite o se siano interiormente delle dominatrici, capaci di soggiogare uomini violenti come fossero domatrici di un circo. In ogni caso, sono figure misteriose ed attraenti, delle vere e proprie ammaliatrici.

– Concludo col titolo, la strantuliata. Senza svelarne il significato, mi limito a chiedere: è di questa che avrebbe bisogno, forse, il popolo siciliano tutto?
La strantuliata, nell’accezione che il termine ha nel libro, è un fatto esterno, che produce ripercussioni interne sulla vita dei protagonisti. Credo, in realtà, che avremmo bisogno al contrario di una scossa interiore nei siciliani per poter generare un vero cambiamento nella nostra amata isola.

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Copertina La strantuliataLa scheda del libro: “La strantuliata” di Fabrizio Escheri (Ianieri Edizioni): intervista all’autore

La strantuliata è un giallo ambientato nella Sicilia del latifondo a metà degli anni ’30 del Novecento. Il protagonista è l’autista della corriera che va da Licu a Sperlinga. La sua vita monotona sarà sconvolta dal rinvenimento, lungo la strada, del cadavere di Don Tano, sovrastante del barone di Chibbò. Da allora, gli eventi trascineranno l’autista al centro di un’intricata vicenda, portandolo a svelare i fili invisibili che legano nobili potenti, uomini di Stato e donne passionali, tra affronti, ricatti e vendette. Il suo senso di giustizia gli impedirà di restare indifferente, ma a caro prezzo, mentre sullo sfondo una pletora di contadini, curva sul raccolto, finge di non accorgersi di nulla. L’autista si ritroverà invischiato nell’omertà, con tutti i paradossi, le insensatezze e i disvelamenti a sorpresa che ne conseguiranno. Quel delitto sarà proprio una strantuliata, uno scossone inaspettato.

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Fabrizio Escheri (Palermo, 1966), dottore commercialista, coltiva due passioni: la Storia e le storie. Nelle lente serate estive trascorse nel suo rifugio di Gangi, sulle Madonie, al centro della Sicilia, ha raccolto i racconti degli anziani che vissero l’epopea dei briganti che infestavano quelle campagne prima che Cesare Mori, il prefetto di ferro, assediasse il paese per stanarli. La strantuliata è il suo romanzo d’esordio.

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