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PAOLO MALAGUTI racconta SE L’ACQUA RIDE

agosto 25, 2021

Se l'acqua ride - Paolo Malaguti - copertinaCome nasce un romanzo? Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: PAOLO MALAGUTI racconta il suo romanzo “Se l’acqua ride” (Einaudi), finalista al Premio Campiello 2021

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di Paolo Malaguti

Sulla copertina di un libro, assieme al titolo, si trova normalmente il nome dell’autore, ma questa convenzione, si sa, non rispecchia la realtà dei fatti. E non solo perché dietro a una pubblicazione c’è il lavoro di un’intera squadra (editor, grafici, addetti stampa e così via), ma perché, per quanto individuale e solitaria possa essere l’azione della scrittura, sono convinto che ogni autore arrivi a costruire un testo (narrativa, saggistica, poesia) sulla scorta di più incontri. Nel mio percorso questo principio si è sempre rivelato valido, mai però come in quest’ultimo romanzo, “Se l’acqua ride”.
Provo a procedere in ordine cronologico, e parto dal luogo in cui ho ambientato il romanzo, ossia la fetta di pianura padana compresa tra Padova, Venezia, Ferrara e il delta del Po. In questo quadrilatero sghembo di acqua e terra ho le mie radici. I miei nonni paterni erano di Ferrara, quelli materni della bassa padovana. Mi piace la pianura, in particolare la campagna piatta e apparentemente uguale che prelude all’Adriatico. Mi piace la nebbia nelle mattine d’inverno lungo i canali e gli argini, mi piace il sole a picco nelle canicole estive sui campi secchi dopo la mietitura. In età adulta è arrivato l’amore per la montagna, ma quello è un punto approdo, non di partenza, e la faccenda cambia.


Avevo già pensato di scrivere dei luoghi che più di altri sento miei, ma non l’avevo mai fatto. Quei paesaggi sono entrati marginalmente in alcuni lavori (non di narrativa pura però) nei quali ho parlato del dialetto veneto (in particolare della sua perdita) e dello stravolgimento causato dal (forse eccessivo) benessere in questa parte d’Italia. Ma non trovavo la chiave giusta per un romanzo che raccontasse le terre dei miei nonni, della mia famiglia. Ecco, questa chiave è arrivata, in modo imprevisto, dalla mia ignoranza.
Crescendo in quei luoghi, frequentandoli, considerandoli casa mia, ho commesso l’errore di credere di conoscerli. Magari non a fondo, ma il tanto che basta da poterli girare con la quieta convinzione che lo stupore della prima volta non mi sarebbe più venuto incontro. Mi sbagliavo.
Da quando, nel 2009, ho iniziato il mio viaggio nella scrittura, cerco di portare i miei libri ovunque mi venga chiesto. E quindi faccio tante presentazioni, tra loro diversissime. Ho parlato dei miei libri in chiese, centri sociali, rifugi alpini, stalle, scuole, case di riposo, cooperative, università, in barca, in bici, camminando in montagna, pedalando lungo i fiumi, campi scout, conventi, cene aziendali, feste private. A volte penso che sarebbe bello scrivere qualcosa su questi incontri, poi il timore dell’autoreferenzialità mi blocca. Ho imparato ad andare ovunque mi venga richiesto perché ho iniziato a scrivere per una piccola casa editrice, e l’editore che per primo mi ha dato fiducia era stato estremamente chiaro: “Il libro vive se si muove” mi ha detto. “Quindi dove ti chiamano, vai”.
A volte mi sono trovato di fronte a tante persone, altre volte alla presentazione erano presenti il libraio e qualche suo parente chiamato a viva forza per fare numero. A volte qualcuno si è commosso, altre volte mi son preso parole, altre ancora ho parlato a bassa voce per non svegliare due o tre signori che, vuoi per l’età, vuoi per la mia propensione alla logorrea, si erano placidamente addormentati in fondo alla sala. Sono convinto che non esista una presentazione che “vada male”. Ogni volta che il tuo libro ha la fortuna di uscire e di incontrare anche solo una persona, è un passo fatto.
Di molti di questi incontri restano poi tracce. Segni sul calendario, bottiglie di vino, locandine. Molto spesso altri libri. Anzi, quasi sempre torno a casa da una presentazione con qualche libro adagiato sul sedile dell’auto alla mia destra. Si tratta, nella quasi totalità dei casi, di opere (per lo più di grande formato e decisamente pesanti) dedicate al paese, alla città, al palazzo in cui ha avuto luogo la presentazione.
Quando arrivo a casa, piazzo il libro in un settore apposito della mia libreria. È la fila più bassa di scaffali, e questa scelta non è da imputarsi a questioni di merito, ma di statica. Quegli scaffali poggiano sul pavimento, quindi per quanto li carichi (come dicevo si tratta quasi sempre di volumazzi da cinque o sei chili l’uno) non si sfondano.
Talvolta mi capita di sfogliare questi libri, che spesso costituiscono il massimo grado di analisi storica e sociale su microporzioni di territorio: li sfoglio perché sono fonti inesauribili di racconti. Comunità minime, per secoli condannate (o benedette) all’oblio dalla Storia con la S maiuscola, vengono presentate nel loro incontro con le vicende che tutti abbiamo studiato a scuola. Il borgo di San Vittore nelle guerre napoleoniche. Borgoricco nella peste del 1630. Seren del Grappa durante la Grande Guerra.
Ecco, in questo attrito solo apparentemente straordinario e decisamente manzoniano tra massimi sistemi e piccole comunità spesso scaturisce la magia della narrativa. Di certo scaturisce sempre la magia del linguaggio, perché lì trovi la lettera del fante alla famiglia, il testamento del migrante ai parenti rimasti a casa, il registro dei fatti memorabili redatto in stile ampollosamente barocco del pievano a fine Seicento… Insomma, sfogliare questi libri è un po’ come andare a funghi. Sai che puoi anche non trovare nulla, ma in primo luogo la passeggiata è comunque piacevole, e in secondo luogo chiudi il libro sapendo che anche se non hai trovato niente magari sei stato tu a non aver cercato con la giusta attenzione.
Nel 2018, durante la promozione di “Prima dell’alba”, il mio secondo romanzo con Neri Pozza, sono stato invitato nel comune di Battaglia Terme, tra Padova e Monselice. Zone in cui mi sento a casa, dove l’accento di chi mi parla è del tutto identico a quello della mia famiglia. Al termine della presentazione mi è stato donato un volume intitolato “Canali e burci”, una ponderosa monografia sulla navigazione fluviale. Quando, qualche mese più tardi, ho sfogliato quel libro, ho subito capito che lì c’erano parecchie cose interessanti. C’era la storia dal basso, c’era un lavoro dimenticato, c’era, soprattutto, un gergo, un linguaggio che i barcari della pianura padana usavano tra loro per intendersi al variare dei dialetti.
Sfogliavo il volume, e provavo due emozioni antitetiche. Da un lato l’eccitazione che prova il cercatore quando si imbatte in una vena preziosa. E d’altra parte amarezza, perché quei racconti erano ambientati in luoghi che credevo di conoscere. “Se l’acqua ride” è partito così, rispondendo al desiderio di narrare un pezzo di mondo che io stesso, pur essendo di quel mondo figlio, avevo perso.
Scrivere mi piace sempre. Si tratta di un piacere complesso, composto da ingredienti che, di libro in libro, si mescolano e si sommano in equilibri differenti. Posso però dire con sicurezza che, ad oggi, “Se l’acqua ride” ha costituito per me l’esperienza di scrittura più piacevole e fluida che abbia mai avuto. Sarà che il lavoro di documentazione è stato più leggero rispetto ad altri romanzi storici, sarà che non avevo scadenze impellenti da rispettare. Il fatto è che questo libro è nato con una facilità che spesso mi ha stupito.
Alcuni capitoli fiorivano quasi senza progettazione, li immaginavo mentre li scrivevo, avevo in mente solo una scena, o un luogo, o un particolare del fiume o della barca che avrei voluto inserire, e poi partivo. Lo stesso per i personaggi: li ho pensati mentre li scrivevo, sapevo solo che volevo far dialogare due generazioni diverse sulla pagina, quella di un ragazzo degli anni Sessanta, che poi è diventato Ganbeto, il protagonista, e quello di un nonno barcaro, fiero esponente del mondo “del prima”, che ho chiamato Caronte. È stato il loro muoversi nello spazio e negli ambienti a caratterizzarli.
Credo che il motivo più profondo e al tempo stesso più semplice che sta alla base di questa facilità di scrittura siano gli incontri che ho avuto durante la costruzione del romanzo. Normalmente nella mia narrativa la gran parte delle fonti su cui mi documento sono bibliografiche. Per “La reliquia di Costantinopoli” ho studiato l’assedio turco del 1453, per “Prima dell’alba” ho studiato la giustizia militare italiana durante la Grande Guerra e la rotta di Caporetto… Qui invece i libri, a parte il già citato “Canali e burci”, sono stati tutto sommato pochi. Sono state le persone a fare la differenza: gli amici di Battaglia Terme infatti mi hanno fatto conoscere il Museo della Navigazione fluviale, e soprattutto mi hanno presentato una delle anime creatrici di quello spazio della memoria, ossia l’ex barcaro Riccardo Cappellozza, che a quasi novant’anni mi ha guidato nel museo, e ha risposto alle mie domande… No, non è vero, Riccardo non rispondeva alle domande. Era lui a raccontare, a spiegare, a ricordare, in un groviglio inestricabile e affascinante di nozioni tecniche e di legami affettivi.
Ricordo il nostro secondo incontro, avvenuto quando il libro era circa a metà strada: avevo alcuni dubbi molto precisi da sottoporgli. Credevo di cavarmela in pochi minuti senza disturbarlo troppo. E invece quella chiacchierata è durata più di due ore, durante le quali ho presto smesso di prendere appunti, perché non erano i dati la cosa importante. Quello che quel barcaro donava a chi voleva ascoltarlo erano i paesaggi, il senso della fatica, della fame, della libertà, della solitudine, e soprattutto il suo amore per quel lavoro che era stato costretto ad abbandonare a causa del cosiddetto progresso.
Con le amicizie che sono nate a Battaglia Terme, e con la mole di informazioni raccolta al Museo della navigazione fluviale, raccontare le estati di Ganbeto e Caronte a bordo della Teresina è stato un viaggio bello ed emozionante. L’unico rimpianto è quello di non essere riuscito a far leggere “Se l’acqua ride” a Riccardo, che se ne è andato poche settimane prima che il romanzo uscisse.
Devo rendere conto di un ultimo incontro, o meglio confronto, senza il quale non avrei potuto scrivere questo romanzo, ossia quello con dei libri precisi. Dietro a “Se l’acqua ride” c’è, credo, soprattutto Meneghello, e il suo modo ironico e affettuoso di raccontare la provincia veneta partendo dall’uso espressivo del dialetto, sperimentando l’attrito fertile tra codici differenti e solo in apparenza tra loro incomunicanti. Mi sono molto divertito cercando di impastare uno stile in qualche modo meneghelliano con le memorie familiari degli anni Sessanta: l’ingresso della televisione in casa, il desiderio smodato per la Vespa o la Cinquecento, l’accesso, per la prima volta, degli adolescenti di quella generazione a livelli di istruzione (e a codici linguistici) da cui i loro genitori erano stati esclusi.
La narrazione degli anni Sessanta e della violenza culturale del boom mi ha poi permesso di rileggere gli “Scritti corsari” di Pasolini, e di stupirmi ancora una volta di fronte a quella lucidità di analisi sul tempo presente, che sa quasi di profezia.
Infine l’avere scelto un protagonista come Ganbeto, che oltre a fare il barcaro è uno studente delle medie, mi ha permesso di omaggiare qui e lì, direttamente o indirettamente, tanti libri incontrati tra la mia infanzia e l’adolescenza, da Stevenson a Jack London, da Jules Verne a Salgari, e avanti fino a Melville. Il vecchio Caronte nella mia mente è un po’ Achab, un po’ Long John Silver… E un po’ mio nonno materno, ovviamente, che non sarà stato un pirata o un baleniere, ma sapeva impartire ordini con la stessa efficacia di un bucaniere, e che, come i veri lupi di mare, pur aprendo bocca con estrema parsimonia, sapeva come farsi capire.

(Riproduzione riservata)

© Paolo Malaguti

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La scheda del libro: “Se l’acqua ride” di Paolo Malaguti (Einaudi)

Finalista del Premio Biella Letteratura e Industria 2021 – Finalista Premio Campiello 2021

Paolo Malaguti ha scritto un libro pieno di grazia, l’avventura al tramonto di un mondo che corre sull’acqua osservato dagli occhi piú curiosi che ci siano, quelli di un ragazzino che vuole diventare grande.

Sulla corrente dei fiumi nulla cambia mai davvero. Al timone degli affusolati burchi dal fondo piatto, da sempre i barcari trasportano merci lungo la rete di acque che si snoda da Cremona a Trieste, da Ferrara a Treviso. Quando Ganbeto sale come mozzo sulla Teresina del nonno Caronte, l’estate si fa epica e avventurosa. Sono i ruggenti anni ’60, nelle case entrano il bagno e la televisione in bianco e nero, Carosello e il maestro Manzi. I trasporti viaggiano sempre piú via terra, e i pochi burchi che ancora resistono, per ostinazione oltre che per profitto, preferiscono la sicurezza del motore ai ritmi lenti delle correnti e delle maree. Quello del barcaro è un mestiere antico, ma l’acqua non dà certezze, e molti uomini sono costretti a impiegarsi come operai nelle grandi fabbriche. A bordo della Teresina, Ganbeto si sente invincibile. Gli attracchi, le osterie, le burrasche, il mare e la laguna, le campane di piazza San Marco, i coloriti modi di dire di Caronte e i suoi cappelli estrosi, le ragazze che s’incontrano lungo le rotte. Presto, però, non potrà piú far finta di niente, lui che ha un piede nel vecchio e uno nel nuovo dovrà imparare la lezione piú dolorosa di tutte: per crescere bisogna sempre lasciare indietro qualcosa. «Poche cose restavano chiare, nella sua mente: che Pellestrina è un’isola magnifica. Che il mare ti entra dentro piú dei fiumi. Che, soprattutto, non avrebbe mai fatto altro nella vita: il barcaro era l’arte per la quale sentiva di essere nato». È il 1966, l’anno della grande alluvione. Ganbeto conquista i canali sul burchio del nonno Caronte, imparando a vivere a colpi di remo.

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Paolo Malaguti è nato a Monselice (Padova) nel 1978. È autore di Sul Grappa dopo la vittoria (Santi Quaranta 2009), Sillabario veneto (Santi Quaranta 2011), I mercanti di stampe proibite (Santi Quaranta 2013), La reliquia di Costantinopoli (Neri Pozza 2015, con cui ha partecipato al Premio Strega), Nuovo sillabario veneto (BEAT 2016), Prima dell’alba (Neri Pozza 2017), Lungo la Pedemontana. In giro lento tra storia, paesaggio veneto e fantasie (Marsilio 2018) e L’ultimo carnevale (Solferino 2019). Per Einaudi ha pubblicato Se l’acqua ride (2020).

 

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