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LA FELICITÀ DEGLI ALTRI di Carmen Pellegrino (recensione)

settembre 1, 2021

“La felicità degli altri” di Carmen Pellegrino (La nave di Teseo): finalista al Premio Campiello 2021, vincitore del Premio Letterario Internazionale Latisana per il Nord Est – Territorio Coop Alleanza 3.0.

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[ascolta la puntata radiofonica di Letteratitudine dedicata a “La felicità degli altri” (La nave di Teseo): Carmen Pellegrino in conversazione con Massimo Maugeri]

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di Emma Di Rao

Irriguardosa, sprezzante e finanche crudele appare talora la felicità degli altri nei confronti dell’endemica tristezza di alcuni, ingenerosamente esclusi dal consorzio umano. La loro colpa? Una perplessità che fin dalla stagione dell’infanzia rende sospeso il loro sguardo sul mondo. E’quanto adombrano, in una sorta di critica collaterale, il titolo e la copertina de “La felicità degli altri”, il recente romanzo di Carmen Pellegrino, edito da La nave di Teseo. Se poi si volesse individuare la nota dominante che informa di sé l’opera la si potrebbe cogliere nella malinconia. Una malinconia da opporre all’altrui felicità e da intendere come segno di un inquieto baricentro esistenziale. Una malinconia che non ha comunque il sapore negativo e consunto della nostalgia, ma interviene come motore emotivo dell’intelligenza.
La struttura autodiegetica, in cui la voce narrante coincide con l’io personaggio di Cloe, rappresenta la premessa perché quest’ultima costruisca una rappresentazione del proprio mondo come un luogo abitato prevalentemente dal disamore e dall’oscurità. Oscurità che si addensa fittamente intorno alle figure di “un fuggevole padre”, di una madre assente in modo “ingombrante” e di un fratello morto in tenera età. Desiderosa di risemantizzare il proprio vissuto, la protagonista sceglie di ricorrere a una tecnica appresa dall’archeologia, ovvero quella dell’anastilosi, “eseguita per gradi e con soprassalti improvvisi”, il cui esito potrebbe consentire di “rimettere in posto gli elementi originari ritrovati” o di seppellire nuovamente le rovine. A condizione che si abbia il coraggio di ripartire dall’inizio e di nuotare nelle “acque primordiali”, a condizione che si intercettino quei fantasmi che ci stringono in un assedio e che si parli con loro senza più scacciarli. Sono infatti le ombre a costituire il sommerso “copiosamente abitato” della nostra esistenza, così come su invisibili tronchi di legno si posano i palazzi e le facciate di marmo di Venezia, che “resta salda sulla più insicura delle basi”. Da qui la contiguità psicologica dell’io personaggio con una città che risulta “una configurazione dello spirito” e che non teme la propria fragilità. Non stupisce che proprio in questo luogo avvenga l’incontro con il professor T., docente di Estetica dell’ombra, da cui la protagonista riceverà il dono della ‘visibilità’. Un dono che diviene, peraltro, gradualmente reciproco: colui che si autodefinisce “il più storto degli uomini, il più inutile”, aggiungerà infatti alla sua innata gratitudine alla vita anche quella di aver incontrato un’interlocutrice il cui sguardo, affinato dal dolore, è capace di andare ben oltre le parvenze sensibili.
Convinto assertore della necessità di “fare la posta alle ombre”, questo umbratile personaggio, che si nutre di evanescenza, ritiene imprescindibile conservare il passato, benché vi fosse rimasto, in un certo senso, “impigliato”. Ed è forse per questo che non dismette mai, nemmeno col bel tempo, un impermeabile consunto che sostituirà con un capo nuovo solo in uno degli ultimi colloqui con Cloe, quasi a significare che ha finalmente assolto la sua funzione di guida nel regno delle ombre e che egli stesso si prepara a “un altro viaggio da fare prima di tornare a casa”.
Da ogni pagina del romanzo affiora la desultoria profondità psicologica della protagonista che, divenuta adulta, si vede ancora come “una bambina riversa sulla sponda di un fiume, impigliata per sempre nella creta”. Ne deriva l’urgenza di ancorare al circuito esperienziale dell’infanzia, qual è restituito da ricordi disomogenei, i cocci di un’identità a rischio di disfacimento. “Correttrice di bozze per la narrativa dedicata all’infanzia”: è questo, infatti, uno dei pochi dati certi che l’io personaggio fornisce di sé. Tutto il resto vacilla, muta, si disloca, sfuma, forse per quel desiderio di non essere che finisce per togliere consistenza persino al reale.
L’estrema precarietà in cui versa la protagonista e la sua condizione di “bambina esiliata”, estranea a se stessa e al mondo, trovano la loro ragion d’essere nell’evento traumatico dell’abbandono da parte di colei che l’aveva generata. Fulcro da cui conseguono una dolorosa frammentazione dell’io e l’assunzione di nuove identità: rifiutato il nome ‘Clotilde’, “nome di piombo”, l’io personaggio sceglie via via di essere Cloe, Anais ed Esoluna, ubbidendo così alla necessità di decodificare quanto proviene da “un sotterraneo accuratamente evitato”. E non soltanto nomi, ma anche città e case vengono cambiate a causa della “troppa vergogna” sperimentata, in “un continuo saliscendi di stati emotivi” che accompagna la ricerca di un rapporto in grado di sanare la vecchia ferita e colmare un vuoto sempre più somigliante a un abisso.
In un labirinto intricato di interni ed esterni la protagonista si perde, torna indietro, riparte dall’inizio, alla ricerca del bandolo della matassa che possa renderla padrona del suo dolore, mentre presente e passato finiscono per confondersi, separarsi, riavvolgersi. Parimenti, la scrittura lascia sprofondare e riemergere con un movimento che toglie certezze e accetta di misurarsi con il punto cieco, con l’ignoto. Da ciò potrebbe derivare l’estrema brevità dei capitoli del romanzo, del tutto simili a frammenti sottratti dalla memoria all’oscurità del passato, autentiche schegge di percorsi familiari e ancestrali cui la voce narrante tenta di attribuire un senso.
A tale costante ricerca di senso va forse correlato il ricorrere a citazioni letterarie che si riscontra già nelle prime pagine, laddove le “miglia e miglia di altrove” immaginate, in tenera età, dalla protagonista vengono paragonate agli eikasia dei Greci, “regno di miraggi, ombre e illusioni”. Citazioni che, unitamente ai richiami alle Sacre Scritture, al mito, all’ambito artistico ed anche a quello scientifico, sono ascrivibili all’esigenza dell’io di spiegare e razionalizzare quanto delle proprie vicissitudini potrebbe apparire innaturale o sconosciuto. Se ne deduce che la memoria letteraria è ritenuta dalla voce narrante un filtro in grado di garantire chiarezza ed oggettività, ma soprattutto un elemento di indubbia stabilità intorno a cui aggregare le forze disperse dell’io.
Ad una profonda avversione nei confronti di se stessa si aggiunge nella protagonista un’infelicità innata, come dichiara esplicitamente – “sono nata triste” – , nonché la percezione di non poter trovare un’adeguata collocazione nel mondo, in quanto perennemente altrove, perennemente fuori posto, perennemente straniera. Tanto più che la felicità non riguarda di certo “gli ammutoliti abitanti del buio” di cui Cloe fa parte: essa è, invece, come spiega il professor T., prerogativa della “società che erige altari al contatto e alla comunicazione, e intanto muore di frammentazione e isolamento”. A tal proposito, occorre osservare che l’io narrante non è mai voce autoreferenziale e solipsistica, ma intreccia con il lettore un monologo dialogante che include un fitto corredo di riflessioni sulla contemporaneità, come, ad esempio, la presunta realizzazione dell’esse est percipi da parte del social network, o “l’architettura del disamore”- “cemento dove prima c’erano alberi e ombra” – o, ancora, l’assurda presunzione dell’uomo di piegare a sé spazio e tempo.
Allo stesso modo, inoltre, in cui esiste la felicità degli altri, esiste un “Dio degli altri”. A quest’ultimo si rivolge, ritenendolo generoso e incline al perdono, l’amato fratello della protagonista, Emmanuel, “una figurina di dolore priva di conforto”, che non nutre alcuna fiducia nel proprio Dio, sordo alle preghiere. Un’entità, insomma, “inerte e tiepida” a cui il Generale, guardiano, insieme a Madame, della Casa dei Timidi, dove Cloe è stata accolta all’età di dieci anni, intende sostituirsi per “allunare” bambini. Un’entità a cui viene spesso rivolta una domanda vana e accorata sul perché della furia umana e su “cosa c’entrano i bambini”.
Alla “costanza d’angosce” che connota la dimensione interiore dell’io fa da contraltare la Casa sulla Collina che accoglie in un abbraccio benevolo “i figli di nessuno che nel mondo aspettano solo una carezza”. Un luogo quasi mitico e correlato ad un valore simbolico, come lascia intendere la grafia maiuscola, una meta a cui si tende incessantemente, “un fantasioso aneddoto” in cui il reale faceva a volte irruzione “con delicatezza”. Ma poiché ogni elemento del reale viene investito dai dubbi e dallo sfaldarsi di qualsiasi certezza, anche la Collina, “fragile e delicata”, viene percepita da Cloe, che vi fa ritorno dopo molti anni, come possibilità di un ulteriore “incaglio del destino”.
Nessuna apertura, dunque, che consenta di sfuggire al non senso dell’esistenza, nessun varco che lasci intravedere una via di fuga, nessuna parola “incantatoria” con la sua fallace promessa di un nuovo inizio: “C’è un varco da cercare..l’attesa al varco è forse questo?”.
L’immagine, che peraltro riecheggia suggestivamente il verso montaliano “Il varco è qui?” – non rileva che si tratti di memoria volontaria o involontaria – è contraddetta dalla consapevolezza, nel frattempo subentrata, che “ci sono vite che sono vie senza uscita, piegate sotto il carico di pesi disforici”. Ed è anche per questo che la protagonista decide di non diventare madre, “uccidendo l’unica cosa viva” in lei e aggiungendo così “un’altra ombra, la più potente” alle altre che va addizionando.
In questo complesso gioco di specchi mentali – ma è gioco serissimo – è quasi irrilevante l’ingresso temporale utilizzato dal lettore e, d’altronde, è la stessa voce narrante ad avvertire: “ e davvero ora non saprei dire a che punto della storia”, spingendosi fino a dichiarare la propria inattendibilità, come si evince da “Ciò che voglio dire è che quanto sostenuto ieri, o una pagina fa, potrebbe non valere più, potrebbe persino valere il contrario”.
La scrittura si affida pertanto sapientemente alle ipotesi e alle diramazioni nascoste, divenendo simile a un fiume carsico che scorre in profondità e che talora emerge per sparire poi nei meandri più nascosti.
Anche gli spazi bianchi nella pagina concorrono a creare suggestive pause di silenzio che si caricano di un intenso potenziale evocativo, veicolando attraverso il non detto un supplemento di senso.
Quasi uniformandosi ai contorni impalpabili dell’ombra, la scrittura ne assume la levità, ed è riflessiva levità, segno vaghissimo di una realtà dalle linee sfuggenti, ma densa di significati nascosti, talvolta indecifrabili. Ardite metafore, scarti semantici atti a sovvertire i consueti rapporti esistenti nell’ambito del reale, e, soprattutto, immagini di incomparabile bellezza conferiscono a questo romanzo una cifra stilistica colta di forte connotazione letteraria. Bastino qui pochi esempi fra i numerosissimi in cui il linguaggio de “La felicità degli altri” si libra verso altezze vertiginose decisamente poetiche, quali “un fiore che oltraggia di giallo o di viola il grigio”, “La Collina regalava riverberi di vento fresco” – efficacissima la sinestesia presente -, “Piccole infinite stelle si sono infilate nel cespo dell’albero, sembrano luci d’addobbo senza intermittenza” ed, ancora, “Una sera di maggio con lo stridio dei grilli e assente il vento o appena un fiato da ponente”, dove l’io trova una momentanea tregua nel catturare visioni della natura e nell’adozione di una disposizione contemplativa. Disposizione entro cui si collocano alcune movenze di intonazione leopardiana, come “E’ una notte chiara” o il sintagma “il caro vuoto”.
Di questo sguardo trasognato è spesso destinataria la luna: “Crogiolati pure, luna insidiosa, mentre sosto tra le macerie che tu mi rischiari”; salvo, poi, ad apparire del tutto spogliata di vaghezza in un’audace immagine: “la luna è stata rossa..si poteva prenderla in un bicchiere e farsene un bitter”. Chiaro esempio di un registro espressivo mobile e libero con cui l’io letterario, ovvero l’autrice, crea un proprio mondo significante che non è specchio del reale, ma una delle possibili letture di esso. Lettura profonda e illuminante in cui un linguaggio alto e ricercato, che fluisce al pari di un discorso lirico, ci consegna un mondo vivificato da un alfabeto di emozioni, esperienze interiori e ricordi in cui ognuno di noi si riconosce divenendo partecipe dell’affrancamento dell’io.
Un modus scribendi, quello di Carmen Pellegrino, sicuramente obliquo e del tutto consono alla trasversalità dei moti interiori e al fluttuare degli strati più profondi della coscienza in cui è collocata la vicenda della protagonista. Ed è a questa zona oscura che Cloe, pur “addestrata alla fuga”, dovrà tornare perché è là che tutto è iniziato. Perché è nel buio che si prega la luce di esistere, perché è nell’ombra che si appaga la sete di luce interiore, perché è nell’ombra che si trova qualcosa di irriducibile e di non sconfitto. In quel ‘perturbante’, per dirla con Freud, in quell’ombra che è la notte della coscienza si trova, infatti, anche il terreno fertile di cui la coscienza si nutre.
Il viaggio, l’unico da fare, dalla Collina al villaggio, seguendo “una mappa dalla geografia non plausibile”, sarà per la protagonista una vera catabasi all’interno del proprio essere. Tra le ombre note, tra i fantasmi delle paure e dei sensi di colpa, in un percorso esclusivamente interiore, i confini tra reale e irreale si fanno adesso sottilissimi e intercambiabili. Un gatto strabico, un bambino “fulvo, gli occhi assai verdi”, di nome Elias, un vecchio che intreccia “delicatissime ghirlande” di rose e margherite, “un’esperienza anecoica” nel nuovo cimitero spostato dalla vita cittadina. Tutto, nel villaggio, appare immerso in un’atmosfera indecifrabile, tutto, nel villaggio, appare “così estenuato”. E poi la sosta al civico 31. Per spiegare, per fare chiarezza, per rivolgere finalmente una domanda alla madre, non una domanda qualsiasi, ma quella domanda: “Che c’entravamo noi?”. E la risposta, “Vi misi al mondo per volontà degli altri”, se di certo non assolve, se non attenua la colpa, sortisce l’effetto di spostare, seppur di poco, la responsabilità. Spontaneo sorge, a questo punto, il confronto con l’episodio in cui la voce narrante ricorda di aver ammirato, durante un viaggio, una scultura della Vergine puerpera che appare: “…in solitudine, dopo il travaglio, Madre senza averlo scelto. Chiede di poter riposare senza congetture sulla sua sorte. Solo riposare”.
Forse è dinanzi a questa prospettiva che l’io personaggio può dar tregua al proprio dolore e sperare di andare oltre la “coltre d’odio”. Le parole finalmente pronunciate, le parole a lungo represse, ma sempre accarezzate, “Ti saluto, mamma”, aprono la “gabbia interiore” ed avviano un lento processo di riconciliazione con la vita. Ed anche dinanzi alla tomba del fratello, che aveva, secondo il professor T., riscritto il mito di Medea, e la cui morte aveva reso “insostenibile il peso della vita”, la protagonista si mostra pronta a deporre il rancore, a lungo coltivato, verso se stessa.
Ma la vera, autentica catarsi è affidata a Elias, il bambino che rifiuta di essere figlio di nessuno e che afferma: “Sono figlio di Dio, sai”. Dinanzi a questo semplice e “prodigioso capovolgimento della realtà”, Cloe s’inabissa in un pianto liberatorio e questa volta non per le proprie sventure, ma per quelle altrui.
A salvare l’io personaggio è dunque uno spostamento di prospettiva: da sé ad un ‘altro da sé o forse – ma è ipotesi immaginifica – è spostamento di prospettiva da sé ad ‘un altro sé ’, ovvero a quella proiezione del nostro io che a volte avvertiamo come estranea e che aspiriamo comunque ad inglobare nella nostra personalità per ricomporre una scissione traumatica.
Ombra tra le ombre, al pari del professor T., che potrebbe aver attraversato il regno dei morti per giungere sino alla protagonista, Elias può ora affidare a Pergola, il gatto strabico, il compito di far da guardiano ai morti e affiancare Cloe, camminando spalla a spalla, nel suo viaggio di ritorno verso la Collina.
Qui, abbandonata “l’inchiesta tragica sulle tenebre degli altri”, l’io personaggio si prenderà cura dei nuovi bambini, consapevole di essere parte di un comune destino di sofferenza che accomuna tutti gli esseri viventi e che richiede reciproca compassione, come il professor T. aveva sottolineato: “Risollevare quel telo di compassione entro cui tutti potremmo trovare asilo all’occorrenza”. E non sarà del tutto erroneo osservare, al riguardo, che ‘telo’ consuona con ‘velo’, quel velo di foscoliana memoria che le Grazie tessono per consentire alle pulsioni umane più violente di incanalarsi nella civiltà che nella compassione rinviene il proprio fondamento.
Accanto alla compassione, al riaffidarsi l’un l’altro, un ulteriore rimedio viene proposto: “un quaderno, tra le cui pagine dare un senso al caos”. Un quaderno da riempire con parole che vengono da lontano, con parole che trovano accoglienza tra le pagine pulite, con parole destinate a quelle “cronache dell’ombra” che potrebbero farsi “panno caldo là dove fa male”. Perché la scrittura, oltre a dar voce al non detto, lenisce i dolori, colma i vuoti e risarcisce dei mali dell’esistenza, divenendo così ‘luogo’ di resistenza.
Nella chiusa del romanzo, l’orizzonte del dolore sembra ampliarsi in una prospettiva spaziale indeterminata e visionaria: una spedizione di bambini si mette in marcia verso il Monte per porre una domanda a Dio. Giunti a destinazione, rinunciano però a chiedere cosa c’entrino loro “con le sofferenze del mondo”. Come, nel frattempo, una bambina riferisce, Dio si trova all’interno di una grotta, ha solo un filo di voce ed “è rannicchiato su una coperta di lana”. Forse, la stessa coperta – ci piace immaginarlo – che “la surroga di madre”, nella Casa sulla Collina, intrecciava amorevolmente con fili invisibili destinandola a un Dio che aveva rinunciato alla sua onnipotenza, come quel “filo di voce” suggerisce.
Struggente e carica di profonda umanità la preghiera che i piccoli levano a Dio: che Egli guarisca i loro padri dall’indifferenza e dalla violenza, nonché dalla cecità di chi a ragione difende la propria vita non riconoscendola però nella natura o nel proprio simile. E generosamente ipotizzano che la ragione di un cuore “che si rimpicciolisce” risieda nell’odio dei padri nei confronti di quel bambino che “in loro è rimasto ammutolito”. Stretti intorno a Dio, chiedono infine che gli uomini possano un giorno tornare a camminare insieme.
Non c’è risposta o non la si conosce. Ma ciò che importa è la domanda. Ciò che importa è il sentimento da cui la domanda scaturisce. Solo così c’è speranza che si diradi l’ombra. Che non è comunque più temibile della falsa luce.

 

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La scheda del libro: “La felicità degli altri” di Carmen Pellegrino (La nave di Teseo)

Cloe è una donna che ha imparato a parlare con le ombre. Un’anima in ascolto, alla ricerca di una voce che la riporti al luogo accidentato della sua origine, al trauma antico di quando, bambina, cercava di farsi amare da chi l’aveva messa al mondo. Nel suo cammino costellato di fragorosi insuccessi e improvvisi passi avanti, Cloe attraversa città, cambia case, assume nuove identità, accompagnata da voci, ricordi, personaggi sfuggenti: Emanuel, il fratello amatissimo; il professor T., docente di Estetica dell’ombra; Madame e il Generale, guardiani della Casa dei timidi, dove la donna era stata accolta a dieci anni. Cloe è uno sguardo che cerca attenzione e verità, il suo viaggio coraggioso è il racconto di un amore e di una speranza che non si spengono, anche quando dentro e fuori di noi non c’è che rovina.

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Carmen Pellegrino, scrittrice e storica, ha indagato alcuni dei nodi salienti della modernità, concentrando i suoi studi sui movimenti collettivi di dissidenza (come in ’68 napoletano. Lotte studentesche e conflitti sociali tra conservatorismo e utopie, 2008), e focalizzando successivamente le sue ricerche sul razzismo, l’esclusione sociale e le condizioni di sfruttamento. Coautrice di varie opere collettanee (tra le quali Qui si chiama fatica, 2010; Non è un paese per donne, 2011; Novantadue, 2012), con il primo romanzo Cade la terra (2015) ha vinto il premio Rapallo Carige opera prima e il premio Selezione Campiello. Con il secondo romanzo Se mi tornassi questa sera accanto (2017) ha vinto il premio Dessì. Tra i suoi temi di indagine più recenti, centrale è quello dei borghi disabitati e delle rovine di antichi insediamenti, attraverso cui ha gettato le basi per una scienza dell’abbandono come forma di recupero alla coscienza del vissuto storico dei luoghi.

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