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PAOLO NORI racconta SANGUINA ANCORA

settembre 3, 2021

Sanguina ancora. L'incredibile vita di Fëdor M. Dostojevskij - Paolo Nori - copertinaCome nasce un romanzo? Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: PAOLO NORI racconta il suo romanzo “Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostojevskij” (Mondadori), finalista al Premio Campiello 2021

[Foto dell’autore, in basso, di Claudio Sforza]

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di Paolo Nori

Uno dei responsabili del fatto che ho scritto Sanguina ancora (L’incredibile vita di Fëdor Michajlovič Dostoevskij) è Antonio Pennacchi, che è anche uno dei personaggi del libro.
Un pomeriggio di una decina di anni fa, sono nella mia cucina, mi suona il telefono, rispondo, una voce mi dice: «Buongiorno, sono Antonio Pennacchi». «Oh, buongiorno», gli dico io, e lui mi dice che, insomma, ha letto dei romanzi che ho scritto e son proprio bravo, secondo lui. Che è una cosa che a me è successa solo con Antonio Pennacchi; non si fa così, di solito, e Pennacchi, una delle cose belle che aveva, se ne fregava, di come si fa.
Dopo ci vediamo, lo vado a trovare a Latina, lo invito in Emilia a far delle cose e, tutte le volte che mi vede, lui mi dice che dovrei scrivere una cosa un po’ più grossa.

A me, devo dire, sembrava di scrivere delle cose grosse e non capivo, cosa intendesse Pennacchi, stavo anche per offendermi, un po’, poi, tre anni fa, quando mi sono accorto che il 2021 sarebbe stato il bicentenario della nascita di Dostoevskij, ho pensato che, forse, un romanzo-biografia su Dostoevskij poteva essere la cosa più grossa che voleva Pennacchi.
Adesso, io non so se sia uscita una cosa più grossa o più piccola, di quelle che avevo scritto prima, ma sono contento che Pennacchi mi abbia spinto da questa parte.
La prima persona con cui ho parlato del libro, in Mondadori, è stato Carlo Carabba, che l’ha comprato, e quando ne abbiamo parlato per la prima volta, io non avevo ancora scritto niente, il libro ha cominciato a venire fuori, come se ci fosse già, e questa cosa è continuata poi quando ho cominciato a lavorarci davvero; un momento per me memorabile è stata una passeggiata serale nel giugno del 2019, a Mosca, con Alberto Rollo, che mi ha seguito poi per tutto il libro: eravamo a Mosca tutti e due, per un premio letterario, abbiamo cominciato a raccontarci il libro e lì, mi ricordo, mi rendo conto che è un’espressione volgare, ma mi prudevano le mani, non vedevo l’ora di mettermi al lavoro, e, tornato in Italia, ho cominciato.
Il titolo viene dal fatto che il primo romanzo russo che ho letto è stato Delitto e castigo, avevo 15 anni e ricordo la mia reazione quando ho letto che Raskol’nikov, il protagonista, si chiede «Ma io, sono come un insetto o sono come Napoleone?» e io mi sono fermato e mi sono chiesto «E io? Come sono?» e ho avuto l’impressione che quel libro, scritto 112 anni prima a 3.000 chilometri di distanza, avesse aperto in me una ferita che non avrebbe smesso tanto presto di sanguinare. Ecco il titolo, in un certo senso, è la risposta a quella impressione di 43 anni fa: avevo ragione, sanguina ancora.
Dopo, quando ho cominciato a scrivere il libro, le prime settimane non mi sentivo all’altezza, di un libro del genere, mi dicevo «Ma cosa credi di fare, raccontare la vita di Dostoevskij? Ma chi ti credi di essere, Arrigo Petacco?» poi sono andato avanti e questo sentimento, un misto di ritrosia e di vergogna che io chiamo “ritrosogna” è passato e pian piano, ci ho messo due anni, a scriverlo, il libro è saltato fuori.
In questo periodo, e nel periodo immediatamente precedente, ho tenuto un paio di corsi di scrittura che prevedevano la lettura di alcuni romanzi di Dostoevskij e il fatto di ragionare sui libri di Dostoevskij con altri appassionati di letteratura è una cosa che mi ha aiutato; nel frattempo, le mie prime quattro studentesse del corso di Traduzione editoriale dal russo della Iulm di Milano hanno tradotto una biografia di Dostoevskij a cura di Pavel Fokin, Dostoevskij bez gljanza (esce in ottobre per Utet col titolo Un certo Dostoevskij) che è stata, in un certo senso, la mia fonte principale, dal lato biografico (è un libro molto ben fatto, costruito con le testimonianze di Dostoevskij stesso e dei suoi contemporanei che l’hanno conosciuto nelle varie epoche della sua vita).
Nei quasi tre anni che sono stato su questo libro ho riletto tutto Dostoevskij e ho letto, o riletto, diverse cose su di lui, tra le quali la biografia di Maria Candida Ghidini, che insegna letteratura russa all’università di Parma e che mi ha aiutato a capire come mai Strachov, un collaboratore e amico di Dostoevskij, ha scritto a Tolstoj, dopo la morte di Dostoevskij, una lettera che il critico Vladimir Artemovič Tunimanov considera uno «dei più morbosi e strazianti documenti letterari del XIX secolo».
Ho poi avuto la fortuna di lavorare con Alessandra Mascaretti, che è stata la redattrice di Sanguina ancora; sarebbe un altro libro, se non ci avesse messo le mani lei.

(Riproduzione riservata)

© Paolo Nori

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La scheda del libro: “Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostojevskij” di Paolo Nori (Mondadori)

Tutto comincia con Delitto e castigo, un romanzo che Paolo Nori legge da ragazzo: è una iniziazione e, al contempo, un’avventura. La scoperta è a suo modo violenta: quel romanzo, pubblicato centododici anni prima, a tremila chilometri di distanza, apre una ferita che non smette di sanguinare. “Sanguino ancora. Perché?” si chiede Paolo Nori, e la sua è una risposta altrettanto sanguinosa, anzi è un romanzo che racconta di un uomo che non ha mai smesso di trovarsi tanto spaesato quanto spietatamente esposto al suo tempo. Se da una parte Nori ricostruisce gli eventi capitali della vita di Fëdor M. Dostoevskij, dall’altra lascia emergere ciò che di sé, quasi fraternamente, Dostoevskij gli lascia raccontare. Perché di questa prossimità è fatta la convivenza con lo scrittore che più di ogni altro ci chiede di bruciare la distanza fra la nostra e la sua esperienza di esistere.

Ingegnere senza vocazione, genio precoce della letteratura, nuovo Gogol’, aspirante rivoluzionario, condannato a morte, confinato in Siberia, cittadino perplesso della “città più astratta e premeditata del globo terracqueo”, giocatore incapace e disperato, marito innamorato, padre incredulo (“Abbiate dei figli! Non c’è al mondo felicità più grande”, è lui che lo scrive), goffo, calvo, un po’ gobbo, vecchio fin da quando è giovane, uomo malato, confuso, contraddittorio, disperato, ridicolo, così simile a noi. Quanto ci chiama, sembra chiedere Paolo Nori, quanto ci chiama a sentire la sua disarmante prossimità, il suo essere ferocemente solo, la sua smagliante unicità? Quanto ci chiama a riconoscere dove la sua ferita continua a sanguinare?

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Paolo Nori (Parma, 1963), laureato in letteratura russa, ha pubblicato romanzi e saggi, tra i quali Bassotuba non c’è (1999), Si chiama Francesca, questo romanzo (2002), Noi la farem vendetta (2006), I malcontenti (2010), I russi sono matti (2019) e Che dispiacere (2020). Ha tradotto e curato opere di autori russi, tra cui Puškin, Gogol’, Turgenev, Tolstòj, Cechov, Dostoevskij.

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