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ILARIA TUTI racconta FIGLIA DELLA CENERE

settembre 6, 2021

Figlia della cenere - Ilaria Tuti - copertinaCome nasce un romanzo? Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: ILARIA TUTI racconta il suo romanzo “Figlia della cenere” (Longanesi)

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di Ilaria Tuti

La pandemia ci ha tolto molto, ma in alcuni casi è anche riuscita a restituire qualcosa di prezioso: il tempo.
L’anno scorso mi sono ripresa il mio tempo. Ho riassaporato la calma della casa, il mutare dei colori in giardino, l’assenza di impegni che nei due anni precedenti mi avevano portata sempre più spesso lontano dalla famiglia. Mi sono riappropriata dei miei spazi, fatti anche di silenzi, di piante da curare, da animali da accudire, di una bambina felice da crescere, di un marito desideroso, come me, di rallentare la corsa.
Sembra un paradosso, ma quando scrivere diventa una professione, allora è proprio scrivere che si fa arduo, dovendo dividersi continuamente tra impegni che ruotano attorno ai libri, ma che non aiutano a crearli.
E mentre attorno a me, a noi, lo spazio sembrava rimpicciolire, delimitato da restrizioni fisiche e paure, quello interiore cominciava a dilatarsi.
Figlia della cenere è una storia nata nella tranquillità apparente di un universo in espansione, nel moto invisibile di una rivoluzione che compie il suo ciclo per ritornare al punto di partenza, al vuoto che attende di essere riempito. Sentivo di avere nuove energie a disposizione, una rinnovata curiosità da esercitare nella ricerca di parole.
Era arrivato il momento di abbandonare la strada già percorsa per incamminarmi lungo un sentiero inesplorato. Avvertivo l’esigenza di cambiare. Ho rinunciato alla Natura tanto importante nei precedenti romanzi – un ruolo centrale, il suo, una vera e propria lingua che utilizza codici arcaici e arcani per parlare all’inconscio, per far vibrare ricordi primordiali immagazzinati nel nostro DNA – per utilizzare altri simboli, non meno potenti: quelli della Storia antica.
Ho scelto Aquileia, non come mera ambientazione pittoresca, ma come tema fondamentale della memoria, delle origini, dell’appartenenza a una terra e alle stirpi che l’hanno attraversata. Aquileia, con i suoi mosaici pavimentali millenari, un unicum nel mondo occidentale, non solo per estensione, ma soprattutto per contenuto simbolico e interesse archeologico: attraverso immagini in apparenza incompatibili con il contesto di una chiesa cristiana, raccontano una storia ancora da scoprire del tutto, narrano di un viaggio epico intrapreso da Alessandria d’Egitto fino alle sponde dell’alto Adriatico, di un culto ormai scomparso e di mani che pazientemente, con piccoli frammenti di pietra, sono state capaci di rappresentare il cammino dell’illuminazione, di innalzare i cancelli del paradiso e una basilica che ancora oggi ci pone davanti alla grandiosità del mistero in cui siamo immersi.
In tempo di divieti di circolazione e chiusure, non è stato facile essere presente sul territorio che mi accingevo a raccontare, ma per me è fondamentale farlo. Districandomi tra zone rosse e gialle, tra sospensioni di servizi e riprese momentanee, sono riuscita a tornare più volte ad Aquileia, a camminare sulle passerelle trasparenti sospese sopra i tesori di tessere, a scendere nella cripta degli affreschi, a respirare l’aria dei secoli, a meravigliarmi davanti alle teche del Museo archeologico nazionale. Ho visto le duecentotré mosche d’oro con cui una sacerdotessa d’Oriente adornava le proprie vesti, e i tralci di vite d’oro che appuntava sui calzari – è diventata un personaggio di Figlia della cenere.
Ho visto le lucerne con il simbolo della menorah ebraica accanto a quelle con le prime croci cristiane. E ho visto anche le statuette di Iside e Osiride e le gemme magiche con cui gli antichi romani si proteggevano dagli spiriti ostili e dal malocchio.
Tutto assieme, tutto affiorato dalla terra di Aquileia: un coacervo di genti, culture, credi e pensieri così diversi tra loro e per questo preziosi.
Solo così posso raccontare: emozionandomi, stupendomi per prima, lasciandomi ammaliare. Ci sono milioni di storie che attendono di essere ascoltate, e non tutte si tramandano grazie alle parole. Devo sempre restare in ascolto, con il cuore e con la mente.
I personaggi della serie mi attendevano: la commissaria Teresa Battaglia, l’ispettore Massimo Marini, la squadra, un nuovo, feroce assassino – che poi, alla fine, non è nemmeno l’incarnazione del male assoluto, perché quello, spesso, appartiene alla normalità e non al mondo dei mostri, ha un nome che conosciamo (padre, figlio, marito, compagno, amico), siede accanto alla vittima, respira la sua aria, giorno dopo giorno, fino a quando si rivela.
Un assassino che proprio Teresa, ventisette anni prima, ha catturato e richiuso in carcere, e che oggi, dopo tanto tempo, chiede di parlarle. Chiede di parlare con lei, ma anche di lei, perché le loro esistenze non si sono solo scontrate, ma in qualche modo anche intrecciate.
Tornare da Teresa è come tornare da un’amica. Lei mi accompagna ormai da anni, è una presenza benevola che sento essere quasi fisica, perché nel personaggio ho descritto tante donne diverse e vere che ho incontrato nella mia vita. Teresa ha una “voce” che non mente.
E non mente nemmeno questo romanzo, che all’interno della serie io chiamo “quello della sincerità”. Tra queste pagine ogni velo è destinato a cadere, e ogni personaggio a vedere. Se stesso, gli altri, il futuro, il passato. Soprattutto il passato di Teresa, che lei non ha mai nascosto – non del tutto – ma che fino a questo romanzo aveva solo suggerito. In Figlia della cenere lo viviamo assieme a lei. La vediamo morire, letteralmente, per rinascere dalle proprie ceneri e diventare la donna che conosciamo:

La cicatrice sul ventre bruciava. Avrebbe bruciato per sempre. Le era sceso il sangue del cuore, tra le gambe. Era rinata, e non dalla costola di un uomo che si credeva fatto a immagine e somiglianza di un dio, ma dalle proprie, incrinate, doloranti, spezzate.
 
Questa storia segna la fine di un’epoca per lei, ma, come in tutti i processi di rinnovamento profondo, la fine è soltanto un nuovo inizio.

(Riproduzione riservata)

© Ilaria Tuti

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La scheda del libro: “Figlia della cenere” di Ilaria Tuti (Longanesi)

«La mia è una storia antica, scritta nelle ossa. Sono antiche le ceneri di cui sono figlia, ceneri da cui, troppe volte, sono rinata. E a tratti è un sollievo sapere che prima o poi la mia mente mi tradirà, che i ricordi sembreranno illusioni, racconti appartenenti a qualcun altro e non a me.
È quasi un sollievo sapere che è giunto il momento di darmi una risposta, e darla soprattutto a chi ne ha più bisogno. Perché i miei giorni da commissario stanno per terminare.
Eppure, nessun sollievo mi è concesso.
Oggi il presente torna a scivolare verso il passato, come un piano inclinato che mi costringe a rotolare dentro un buco nero.
Oggi capirò di dovere a me stessa, alla mia squadra, un ultimo atto, un ultimo scontro con la ferocia della verità.
Perché oggi ascolterò un assassino, e l’assassino parlerà di me.» 

Dopo Fiori sopra l’inferno e Ninfa dormiente, torna il commissario Teresa Battaglia in una storia intrisa di spietatezza e compassione, di crudeltà e lealtà, di menzogna e gentilezza. L’indagine più pericolosa per Teresa, il caso che segna la fine di un’epoca.

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Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Entrambi vedono come protagonisti il commissario Teresa Battaglia, uno straordinario personaggio che ha conquistato editori e lettori in tutto il mondo, e soprattutto la terra natia dell’autrice, la sua storia, i suoi misteri. Con Fiore di roccia (2020), e attraverso la voce di Agata Primus, Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne, dando vita a una storia profonda e autentica. Nel 2021, con Luce della notte, torna alle storie di Teresa Battaglia. Del 2021 è anche la nomina di Ninfa dormiente agli Edgar Awards.

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