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LA RAGAZZA CON LA STELLA BLU di Pam Jenoff (un estratto)

settembre 15, 2021

undefined“La ragazza con la stella blu” di Pam Jenoff (Newton Compton – traduzione di Carlotta Mele): un brano estratto dal romanzo
Dall’autrice del bestseller “La ragazza della neve”

* * *

1942. Sadie Gault ha diciotto anni e vive insieme ai genitori nel ghetto di Cracovia. Quando i nazisti rastrellano la città, Sadie e la madre, incinta, sono costrette a cercare rifugio nelle fogne. Ha così inizio per loro un lungo periodo di terrore, trascorso al buio nel sottosuolo. Un giorno Sadie alza lo sguardo e, attraverso una grata, vede una ragazza della sua età che compra dei fiori. Ella Stepanek è un’agiata giovane polacca che ha conservato molti privilegi perché la sua matrigna ha ottenuto la benevolenza degli occupanti tedeschi, pur guadagnando per sé e per la famiglia il disprezzo degli amici di sempre. Sola e in pena per il fidanzato partito per la guerra, Ella vaga per Cracovia senza sosta. Un giorno, al mercato, intravede qualcosa che si muove sotto una grata del marciapiede. Quando si accorge che lì si nasconde una ragazza, la sua vita cambia per sempre. Ella decide di aiutare Sadie e la loro diventa presto un’amicizia profonda e intensa, ma la guerra porterà i loro destini in rotta di collisione. Eventi terribili metteranno alla prova tutto ciò in cui credono, ponendole di fronte a delle sfide impossibili.

* * *

Un brano estratto da “La ragazza con la stella blu” di Pam Jenoff (Newton Compton – traduzione di Carlotta Mele)

Capitolo uno

Sadie

Cracovia, Polonia
Marzo 1942

Tutto cambiò quando vennero a prendere i bambini.
Sarei dovuta rimanere nel sottotetto dell’edificio a tre
piani che condividevamo con una decina di altre famiglie
del ghetto. Ogni mattina, prima di unirsi alle squadre di
lavoro dirette in fabbrica, la mamma mi aiutava a nascondermi
lassù, lasciandomi con un secchio pulito per i bisogni
e l’ammonimento severo di non uscire. Ma in quello
spazio angusto nel quale non potevo correre né muovermi
e nemmeno stare in piedi, sentivo tutto il freddo e
la solitudine. Le ore passavano lente, il silenzio rotto solo
dal suono di qualcuno che graffiava: erano i bambini
stivati dall’altro lato del muro, più piccoli di me, che non
potevo vedere ma riuscivo a sentire. Li tenevano separati
uno dall’altro senza spazio per correre o giocare. Però
si mandavano messaggi in codice graffiando e tamburellando
con le dita, in una specie di Morse improvvisato. A
volte, per la noia, mi univo a loro.
«La libertà sta dove la trovi», diceva spesso mio padre
quando mi lamentavo. Papà aveva la capacità di vedere il
mondo esattamente come lo voleva. «La prigione più grande
è la nostra mente». Era facile dirlo, per lui. Anche se
il lavoro manuale che svolgeva nel ghetto era ben distante
dalla professione di contabile che esercitava prima della
guerra, almeno poteva uscire ogni giorno e vedere altra
gente. Non doveva starsene rintanato come me. Non
ero quasi mai uscita dall’edificio da quando, sei mesi prima,
eravamo stati costretti a lasciare lo storico quartiere
ebraico nel centro e trasferirci nel distretto di Podgórze,
sulla sponda meridionale del fiume, dove era stato stabilito
il ghetto. Io volevo una vita normale, la mia vita. Volevo
essere libera di correre oltre quelle mura verso tutti i
posti che avevo sempre frequentato, e che avevo dato per
scontati fino a quel momento. Immaginavo di prendere
il tram per andare nei negozi della Rynek, oppure al kino
a vedere un film, o a esplorare le antiche colline erbose
nei dintorni della città. Desideravo almeno che Stefania,
la mia migliore amica, fosse nascosta accanto a me. Invece
viveva in un appartamento indipendente dall’altra parte
del ghetto, designato alle famiglie della polizia ebraica.
Ma quella volta non fu la noia o la solitudine a farmi
uscire dal mio nascondiglio. Fu la fame. Avevo sempre
avuto un grande appetito e quella mattina la mia colazione
era stata mezza fetta di pane, ancora meno del solito.
Mamma mi aveva offerto la sua porzione, ma sapevo che
aveva bisogno di forze per la lunga giornata di lavoro che
la attendeva.
Con il passare della mattinata la pancia vuota iniziò a
tormentarmi. Tra i pensieri si insinuarono prepotenti le visioni
del cibo che mangiavamo prima della guerra: abbondanti
zuppe di funghi, saporiti borscht e i pierogi, i ravioli
ripieni che faceva mia nonna. A metà mattinata mi sentivo
così debole per la fame che mi avventurai fuori dal
nascondiglio. Scesi giù nella cucina condivisa, che consisteva
in un solitario fornello a gas e un lavandino da cui
sgocciolava tiepida acqua marroncina. Non avevo inten-
zione di prendere del cibo: se ce ne fosse stato, non mi sarei
mai azzardata a rubare. In realtà volevo vedere se nella
credenza fossero rimaste delle briciole, e riempirmi lo
stomaco con un bicchiere d’acqua.
Rimasi in cucina più a lungo del dovuto, a leggere la copia
spiegazzata del libro che avevo portato con me. La cosa
che odiavo di più del nascondiglio nella soffitta era che
fosse troppo buio per leggere. Avevo sempre amato i libri,
e papà ne aveva portati il più possibile dall’appartamento
del ghetto, malgrado le proteste di mia madre secondo
cui lo spazio negli zaini serviva per i vestiti e il cibo.
Era stato mio padre ad alimentare la mia passione per
lo studio e a sostenere il mio sogno di studiare medicina
all’Università Jagellonica, almeno fino a quando le leggi
tedesche non lo resero impossibile. Le università vennero
prima interdette agli ebrei, poi chiuse del tutto. Anche
nel ghetto tuttavia, alla fine di una lunga giornata di duro
lavoro, papà non perse l’abitudine di trasmettermi le
sue conoscenze e dibattere con me delle sue idee. Qualche
giorno prima, non so come, era persino riuscito a trovarmi
un libro nuovo, Il conte di Montecristo. Ma il mio
nascondiglio era troppo buio per leggere, e di sera c’era
poco tempo perché dopo il coprifuoco venivano spente
tutte le luci. Solo un altro pochino, dissi a me stessa voltando
un’altra pagina in cucina. Un paio di minuti in più
non avrebbero fatto la differenza.
Avevo appena finito di leccare il coltello sporco del pane
quando avvertii lo stridore di pesanti pneumatici, seguito
da un vociare ululante. Mi pietrificai e per poco non
feci cadere il libro. Fuori c’erano le SS e la Gestapo, affiancate
dalla spregevole Jüdischer Ordnungsdienst, la polizia
ebraica del ghetto, che eseguiva gli ordini. Si trattava
di una aktion: senza alcun preavviso, un grande numero
di ebrei veniva prelevato dal ghetto per essere depor-
tato nei campi di concentramento. Era proprio quello il
motivo per cui dovevo nascondermi. Schizzai fuori dalla
cucina, superai l’atrio e salii le scale. Dal basso si udì un
grande fracasso quando la porta principale della palazzina
si frantumò e la polizia fece irruzione. Non sarei mai
riuscita a tornare in tempo nella soffitta.
Quindi corsi al nostro appartamento al terzo piano. Mi
guardai attorno disperatamente, con il cuore in gola, cercando
un armadio o qualsiasi cosa adatta a nascondermi
in quella stanzetta in cui non c’era nulla se non il letto e
un comò. C’erano altri posti, lo sapevo: la finta parete di
gesso che una delle famiglie aveva costruito nell’edificio
adiacente nemmeno una settimana prima. Ma era troppo
distante, ormai impossibile da raggiungere. Mi focalizzai
sul grande baule riposto ai piedi del letto dei miei genitori.
Una volta, poco dopo esserci trasferiti nel ghetto, la
mamma mi aveva mostrato come nascondermi. Ci eravamo
esercitate come in un gioco, lei apriva il baule per farmi
sgattaiolare dentro prima che lo richiudesse.
Era un pessimo nascondiglio, esposto proprio al centro
della stanza. Ma non avevo altro. Dovevo provare. Corsi
verso il letto e mi infilai nel baule, chiudendolo a fatica.
Ringraziai il cielo di essere piccola come la mamma. Avevo
sempre odiato quella caratteristica, perché mi faceva
sembrare di almeno due anni più piccola. Ma in quel momento
mi sembrò una benedizione, come del resto il fatto
di essere dimagrita negli ultimi mesi viste le scarse razioni
di cibo del ghetto. Riuscivo ancora a entrare nel baule.
Quando avevamo fatto le prove, avevamo immaginato
che la mamma mettesse una coperta o dei vestiti sopra il
baule. Certo non potevo farlo da sola. Perciò ora il baule
era lì, messo a nudo, e chiunque fosse entrato nella stanza
avrebbe potuto vederlo e aprirlo. Mi rannicchiai in posizione
fetale con le braccia attorno alle gambe, percepen-
do sulla manica la fascia bianca con la stella blu che tutti
gli ebrei erano tenuti a indossare.
Dall’edificio accanto udii un gran frastuono, il rumore
del gesso che veniva spaccato da un’ascia, o un martello.
La polizia aveva scovato il nascondiglio dietro la parete,
sicuramente a causa della vernice troppo fresca. Nell’aria
risuonò un grido sconosciuto, un bambino scoperto e
trascinato via. Se fossi andata nella soffitta mi avrebbero
trovato lo stesso.
Qualcuno si avvicinò alla porta dell’appartamento e la
spalancò. Il mio cuore ebbe un tuffo. Sentivo respirare,
percepivo degli occhi che perlustravano la stanza. Mi dispiace
mamma, pensai, immaginando che mi rimproverasse
per aver lasciato il mio nascondiglio. Mi preparai a essere
scovata. Sarebbero stati più gentili con me se mi fossi
arresa e fossi uscita? I passi si fecero più leggeri, il tedesco
proseguì per il corridoio fermandosi a ogni porta.
La guerra era arrivata a Cracovia durante un tiepido
giorno d’autunno di due anni e mezzo prima, quando le
sirene antiaeree avevano suonato per la prima volta e fatto
scappare i ragazzini dalle strade. La vita si era fatta subito
molto dura, e poi le cose erano andate anche peggio.
Il cibo era scomparso, facevamo file lunghissime per i generi
di prima necessità. Una volta mancò il pane per una
settimana intera.
Poi, circa un anno prima, per ordine del Governatorato
Generale, migliaia di ebrei provenienti da paesini e villaggi
si erano riversati a Cracovia, confusi, trascinando i propri
averi in spalla. All’inizio mi ero chiesta come avrebbero
fatto a trovare tutti un posto in cui stare a Kazimierz, il
già sovraffollato quartiere ebraico. Per legge però i nuovi
arrivati furono costretti a vivere nel distretto industriale
di Podgórze, dall’altra parte del fiume, in una zona isolata
da alte mura. Mamma collaborava con Gmina, l’orga-
nizzazione ebraica locale, per aiutare quella gente a sistemarsi.
Spesso, prima che si stabilissero nel ghetto, ospitavamo
a cena amici di amici. Raccontavano storie dei loro
paesi natali troppo spaventose per crederci, e la mamma
mi cacciava dalla stanza così che non le ascoltassi.
Qualche mese dopo l’istituzione del ghetto, anche a noi
venne ordinato di trasferirci. Quando papà me lo aveva
detto, avevo stentato a crederci. Noi non eravamo rifugiati,
ma residenti di Cracovia. Avevo vissuto nell’appartamento
di via Meiselsa per tutta la mia vita. Si trovava
in una posizione perfetta: al limitare del quartiere ebraico,
a pochi minuti a piedi dalle bellezze e dai piaceri del
centro, e anche abbastanza vicino all’ufficio di papà a via
Stradomska da permettergli di tornare a casa per pranzo.
Inoltre era situato sopra una caffetteria, dove ogni sera
suonava un pianista. A volte la musica giungeva leggera
fino a noi, e papà faceva volteggiare la mamma in cucina.
Ma, secondo i nuovi ordini, tutti gli ebrei erano ebrei. Nel
giorno stabilito. Una valigia ciascuno. E il mondo che avevo
conosciuto fino a quel punto era svanito per sempre.
Sbirciai da una fessura del baule, cercando di guardare
la stanzetta che condividevo con i miei genitori. Eravamo
fortunati, lo sapevo, ad avere un’intera stanza tutta
per noi. Era un privilegio che ci era stato concesso perché
mio padre era un capocantiere. Gli altri, spesso, dovevano
condividere un appartamento con due o tre famiglie.
A ogni modo, quel posto era angusto in confronto
alla nostra casa. Ci ritrovavamo sempre gli uni sugli altri,
i suoni e gli odori della vita quotidiana amplificati.
«Kinder, raus!», urlò più e più volte la polizia perlustrando
i corridoi. Bambini, uscite. Non era la prima volta che
i tedeschi venivano a prenderci durante il giorno sapendo
che i nostri genitori erano al lavoro.
Ma io non ero più una bambina. Avevo diciott’anni e
avrei potuto unirmi alle squadre di lavoro come avevano
fatto altri ragazzi della mia età, alcuni persino di qualche
anno più piccoli. Li vedevo mettersi in fila ogni mattina
per rispondere all’appello e poi marciare verso le fabbriche.
E io volevo lavorare, anche se intuivo quanto fosse
duro e terribile il lavoro dall’andatura lenta e dolorosa
che aveva preso mio padre, dalla sua schiena curva come
quella di un anziano, dalle mani spaccate e sanguinanti di
mia madre. Però lavorare voleva dire avere la possibilità
di uscire e parlare con la gente. Il fatto di tenermi nascosta
era spesso oggetto di discussione tra i miei genitori.
Secondo papà dovevo lavorare. Nel ghetto, se avevi una
tessera sindacale, eri molto stimato. I lavoratori venivano
apprezzati, e avevano molte meno probabilità di essere
deportati nei campi. Ma mamma, che di rado contraddiceva
papà, si opponeva. «Sembra più piccola della sua
età. Il lavoro è troppo duro. Sarà più al sicuro se rimarrà
nascosta». In quel momento, sul punto di essere scoperta,
mi chiesi se la mamma avrebbe pensato la stessa cosa.
Alla fine l’edificio tornò silenzioso, il terribile suono
degli ultimi passi svanì piano piano. Ma io non mi mossi.
Era proprio in quel modo che spesso la polizia coglieva
in flagrante chi si nascondeva: faceva finta di andarsene
e aspettava che qualcuno uscisse. Rimasi immobile,
senza osare lasciare il mio nascondiglio. Mi facevano male
le braccia e le gambe, poi mi si addormentarono. Persi
la cognizione del tempo. Attraverso la fessura vedevo che
la luce della stanza si faceva man mano più fioca, come se
il sole stesse calando.
Qualche tempo più tardi udii di nuovo un suono di passi,
stavolta quelli strascicati dei lavoratori che arrancavano
a casa, silenziosi ed esausti. Cercai di districarmi dalla
mia posizione rannicchiata. Ma avevo i muscoli rigidi e
indolenziti, e mi muovevo lentamente. Prima che riuscissi
a uscire, la porta dell’appartamento si spalancò e qualcuno
corse in camera a passi rapidi e leggeri. «Sadie!». Era
la mamma. Aveva un tono isterico.
«Jestem tutaj!», urlai. Sono qui. Dal momento che era
tornata, avrebbe potuto aiutarmi a venire fuori. Ma la mia
voce fu attutita dal baule. Quando provai ad aprire il catenaccio
quello rimase bloccato.
Mamma tornò in corridoio. La sentii aprire la porta della
soffitta e correre su per le scale continuando a cercarmi.
«Sadie!», gridò. Poi: «Bambina mia, bambina mia», più e
più volte. Mi cercava e non mi trovava. Alzava la voce, ormai
strillava. Pensava che me ne fossi andata per sempre.
«Mamma!», urlai. Era troppo lontana per sentirmi, e le
sue grida troppo forti. Lottai di nuovo disperatamente per
liberarmi, senza successo. Mamma tornò correndo nella
stanza, gemendo. Udii lo stridio della finestra che si apriva,
percepii una ventata di aria fredda. Quindi mi lanciai
contro il coperchio del baule, sbattendo la spalla con così
tanta forza che iniziò a pulsarmi. Il lucchetto cedette.
Uscii dal baule e mi tirai in piedi. «Mamma?». La trovai
in una posizione stranissima: un piede sul davanzale, la figura
flessuosa stagliata contro il gelido cielo del crepuscolo.
«Che stai facendo?». Per un secondo pensai che mi stesse
cercando fuori. Ma lei aveva il volto stravolto dal dolore e
dall’angoscia. E fu allora che capii perché mamma era sul
cornicione della finestra. Pensava che fossi stata catturata
insieme agli altri bambini. E non voleva più vivere. Se
non mi fossi liberata in tempo dal baule, sarebbe saltata
giù. Ero la sua unica figlia, ero tutto il suo mondo. Preferiva
uccidersi piuttosto che andare avanti senza di me.
Corsi verso di lei con i brividi che mi attraversavano la
schiena. «Sono qui, sono qui». La mamma traballò sul cornicione,
e io le afferrai un braccio per impedirle di cadere.
Fui sopraffatta dal senso di colpa. Avevo sempre volu-
to compiacerla, veder comparire quel prezioso sorriso sul
suo bellissimo viso. E ora le avevo causato così tanto dolore
che era stata sul punto di fare l’impensabile.
«Ero così preoccupata», disse quando la aiutai a scendere
e richiusi la finestra, come se bastasse a spiegare tutto.
«Non ti ho trovato in soffitta».
«Ma mamma, mi sono nascosta dove mi hai detto tu».
Indicai il baule. «L’altro posto, ricordi? Perché non mi
hai cercata lì?».
La mamma assunse un’espressione confusa. «Non pensavo
potessi ancora entrare lì dentro». Ci fu una pausa.
Poi scoppiammo entrambe a ridere, un suono stridente e
fuori luogo in quella stanza penosa. Per qualche secondo
fu come se fossimo tornate nel nostro vecchio appartamento
di via Meiselsa, e niente di tutto ciò fosse mai accaduto.
Se potevamo ancora ridere, allora le cose sarebbero
andate bene. Mi aggrappai a quell’ultimo pensiero
improbabile come a un salvagente in mare.
Poi però un urlo risuonò nell’edificio. Ne seguì un altro.
Le nostre risate si spensero. Erano le madri degli altri
bambini che erano stati portati via dalla polizia. Fuori
si udì un tonfo. Feci per sbirciare fuori dalla finestra ma
mia madre mi bloccò. «Non guardare», ordinò. Era troppo
tardi. Avevo intravisto Helga Kolberg, la donna che viveva
in fondo al corridoio, giacere immobile sul marciapiede,
tra la neve tinta di carbone, gli arti piegati in modo
strano, la gonna dispiegata tutt’attorno alla vita come
un ventaglio. Si era resa conto che i suoi bambini se n’erano
andati e, proprio come mia madre, sentì di non aveva
la forza di vivere senza di loro. Mi chiesi se saltare fosse
un istinto condiviso, o se ne avessero parlato, una specie
di patto suicida nel caso i loro peggiori incubi si fossero
avverati.
In quel momento mio padre entrò correndo nella stan-
za. Io e mamma non dicemmo una parola ma, dalla sua
espressione insolitamente cupa, capii che sapeva della
aktion e di cosa era successo alle altre famiglie. Papà si limitò
ad avvicinarsi e ad avvolgerci con le sue enormi braccia,
stringendoci più forte del solito.
Ci sedemmo, immobili e in silenzio, e io osservai i miei
genitori. Mamma era di una bellezza sorprendente: magra
e aggraziata, con i capelli biondo platino come le principesse
nordiche. Non assomigliava affatto alle altre donne
ebree, e più di qualche volta avevo sentito sussurrare che
non fosse “una di loro”, che fosse una forestiera. Avrebbe
potuto andarsene dal ghetto e vivere da non-ebrea, se non
fosse stato per noi. Ma io assomigliavo a papà, con i capelli
scuri e ricci, la pelle olivastra: era innegabile che fossimo
ebrei. Mio padre aveva finito per somigliare proprio
al tipo di operaio che i tedeschi volevano nel ghetto, con
le spalle larghe per sollevare grossi tubi o lastre di cemento.
In realtà era un contabile – o meglio, lo era stato fino
a quando per la sua società era diventato illegale tenerlo
come dipendente. Nonostante volessi sempre compiacere
la mamma, era papà il mio alleato, custode di segreti e
tessitore di sogni, la persona che rimaneva sveglia fino a
tardi con me a sussurrare al buio e con cui avevo esplorato
la città a caccia di tesori. Mi strinsi a lui con più forza,
cercando di perdermi nella sicurezza del suo abbraccio.
Però le braccia di papà offrivano ben poco riparo da tutti
i cambiamenti che si susseguivano intorno a noi. Nonostante
le condizioni terribili, il ghetto ci era sembrato abbastanza
sicuro. Vivevamo insieme ad altri ebrei, e i tedeschi
avevano persino istituito lo Judenrat, un consiglio
di ebrei per la gestione degli affari quotidiani. Papà diceva
spesso che magari, se non avessimo dato nell’occhio e
avessimo obbedito agli ordini, i tedeschi ci avrebbero lasciati
in pace dentro quelle mura finché la guerra non fos-
se finita. Lo speravano in molti. Ma dopo quella giornata,
io non ne ero più tanto sicura. Osservai l’appartamento,
invasa da un misto di disgusto e paura. I primi tempi
odiavo vivere lì: ora invece ero terrorizzata all’idea che
potessero portarci via.
«Dobbiamo fare qualcosa», sbottò mamma dando voce
ai miei pensieri, il tono più acuto del solito.
«Domani la porto con me e la faccio registrare per avere
un permesso di lavoro», disse papà. Stavolta la mamma
non si oppose. Prima della guerra, era bello essere bambini.
Ma in quel momento l’unica cosa che poteva salvarci
era renderci utili e lavorare.
La mamma però non parlava solo di un visto lavorativo.
«Verranno ancora, e la prossima volta non saremo così
fortunati». Non si prese la briga di trattenersi per il mio
bene. Io annuii, silenziosa. Le cose stavano cambiando,
disse una voce dentro di me. Non potevamo stare lì per
sempre.
«Andrà tutto bene, kochana», mi rassicurò papà. Come
faceva a dirlo? Ma la mamma gli posò la testa sulla spalla:
sembrava credergli, come sempre. Volevo farlo anche io.
«Penserò a qualcosa. Perlomeno…», aggiunse papà mentre
ci abbracciavamo, «…siamo ancora tutti insieme». Quelle
parole riecheggiarono nella stanza, a metà tra una promessa
e una preghiera.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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Pam Jenoff è nata nel Maryland ed è cresciuta nei dintorni di Philadelphia. Ha frequentato la George Washington University. Dopo un’esperienza al Pentagono, è stata trasferita al Dipartimento di Stato e poi assegnata al Consolato degli USA a Cracovia, in Polonia; rientrata dall’estero, oggi insegna nella facoltà di Giurisprudenza della Rutgers University, in New Jersey. I suoi romanzi sono pubblicati in 27 Paesi. Con la Newton Compton ha pubblicato La ragazza della neve, Le ragazze di Parigi e La ragazza con la stella blu. Per saperne di più www.pamjenoff.com

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