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ULISSE NON È LUI di Giovanni Kezich (un estratto)

settembre 16, 2021

ULISSE NON È LUI di Giovanni Kezich (Baldini+Castoldi): un brano estratto dal romanzo

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“Ulisse non è lui. La grande sciarada di Omero alle origini della coscienza” di Giovanni Kezich (Baldini+Castoldi)

Fatta passare per millenni come una storia meravigliosa e travagliata, a tratti cruenta ma destinata a buon fine, l’Odissea spiazza da subito il lettore con il suo incedere altalenante e il suo scarso equilibrio, visto che le peripezie di Ulisse tra maghe e ciclopi, sirene e mostri marini, che tanto hanno affascinato i lettori di ogni epoca, impegnano a malapena un sesto di un poema che è dedicato piuttosto, nella sua parte preponderante, ai preparativi di un massacro tremendo e immotivato, quello dei cosiddetti «proci», i pretendenti di Penelope: una strage che, a dispetto di tante fantasmagorie di facciata, costituisce il vero obiettivo della narrazione. Eppure, alcune vistose incongruenze dovrebbero mettere subito in allarme: qual è lo scopo dell’inspiegabile viaggio di Telemaco, rischioso e apparentemente inutile, che apre il poema? E perché Ulisse, atteso da dieci anni, si ripresenta a Itaca in sincronia perfetta con il viaggio del figlio, e per giunta da solo, pur essendo partito con un gran seguito di navi e di compagni? E come è possibile che egli non venga riconosciuto subito da un servo fedele, da sua moglie e da suo padre?
A partire da queste domande, Giovanni Kezich scopre nel poema una trama nascosta che ci porta lontano dalle rassicuranti convenzioni della poesia eroica e ci introduce in un ambito enigmatico come quello di un giallo, una sciarada elusiva e tendenziosa che cerca di occultare una certa verità raccontandocene un’altra: come se il vero obiettivo dell’Odissea non fosse il glorificarsi delle gesta del suo protagonista, ma l’addolcire con le arti della poesia il rimorso per la strage di raggelante brutalità che, a dieci anni dalla caduta di Troia, si è consumata in un’isola remota lasciata a se stessa, dove il re non era mai tornato.
Forte di un’intuizione folgorante maturata a contatto con il testo di Omero, Ulisse non è lui non è la semplice enunciazione di uno scoop interpretativo, ma una rilettura approfondita, illuminante e fascinosa del poema più letto e più amato della storia: una scommessa, ambiziosa e coltissima, che punta a riconsiderare daccapo l’Odissea come un documento antropologico, che può forse raccontarci, dell’antica civiltà greca come di noi stessi, molto più di quello che sinora abbiamo saputo capire.

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Le prime pagine del volume “Ulisse non è lui. La grande sciarada di Omero alle origini della coscienza” di Giovanni Kezich (Baldini+Castoldi)

 

 

L’enigma di un uomo multiforme

Che Ulisse non fosse lui, cioè che l’uomo in carne e ossa approdato a Itaca per massacrare i proci non fosse lo stesso eroe leggendario, astuto e infallibile che aveva espugnato la città di Troia e beffato il ciclope, che era scampato al canto delle sirene e a tanti altri pericoli spaventosi, Omero lo sapeva benissimo, anzi meglio di chiunque altro, e ce lo fa capire subito, fin dal primo verso, usando una parola difficile,

πολύτροπος: ἄνδρα μοι ἔννεπε, μοῦσα, πολύτροπον…
Narrami l’uomo d’ingegno molteplice, o Musa…

Perché, ci si chiede, nel dare l’avvio a un racconto di tale importanza, il poeta sente il bisogno di dichiarare che il suo è un eroe “multiforme”(1), un uomo che è tante cose insieme? Questa parola, peraltro, ben si attaglia al protagonista di un poema complicato e indecifrabile, intessuto delle grandi emozioni dell’avventura come di insondabili e tediose cupità, un poema che, con il suo esordio nel bel mezzo di un guazzabuglio di storie pregresse, di cui veniamo messi al corrente un po’ alla volta, e con il suo finale così insoddisfacente, sembra non cominciare da nessuna parte e non voler finire mai, un poema che si presenta a ogni nuova lettura diverso da come uno se lo aspetta, suscitando l’impulso elementare e ancora del tutto inesausto del rileggere, del tornare a
narrare, del riprodurre, del rappresentare…
Gli antichi eroi del mare, si sa, sono volubili come il vento, e da sempre disorientano il lettore: generosi e crudeli, timorati ed empi, fedeli e fedifraghi, umili e arroganti… Così è Giasone degli Argonauti, così è Teseo con le sue vele nere, così è il Lemminkäinen del Kalevala o il Kalevipoeg dell’epica estone, così saranno, ognuno a modo proprio, il Giona della Bibbia e Sinbad il marinaio, ma Ulisse, in questo, li sorpassa tutti. Con Ulisse, infatti, la naturale volubilità, l’inafferrabilità dell’eroe marinaro viene a stagliarsi su due scenari completamente diversi. Il primo, che osserveremo con una sorta di grandangolo, è quello delle mirabolanti leggende diffuse in tutto il Mediterraneo antico, che avevano già consegnato al mito la figura di un eroe in contumacia, uno che a casa non era mai ritornato. Il secondo, che osserveremo piuttosto al teleobiettivo, come in una sorta di blow up, è invece quello assai più ristretto, ai limiti della claustrofobia, di una sanguinosa congiura consumata a porte chiuse nel palazzo di un’isola remota della Grecia occidentale per la costernazione e il lutto dei cittadini: un’impresa efferata e indecifrabile, che tutto potremmo qualificare fuorché “eroica”.
Si potrà obiettare che il concetto di “eroe” nell’antichità è molto diverso dal nostro, che normalmente si associa a dei valori positivi: “eroe” è il giovane che si lancia per salvare il bimbo che sta annegando, “eroe” è il partigiano fucilato… In antico, l’“eroe” è invece qualsiasi uomo portatore di un mito, qualsiasi uomo con un suo destino distinto, intessuto di bene e di male come tutte le cose dell’antichità, e collocato appena un gradino sotto il semidio cui tutto è concesso, come tutto è concesso a un Eracle, che esordisce sterminando la propria famiglia senza tanti complimenti, a un Teseo o a un Cefalo, anche loro macchiatisi di orrori consimili. Per questo, Ulisse potrà forse restare “eroe” anche dopo l’infamia della strage, ma il contrasto con il marinaio intrepido, loquace e scaltro che abbiamo imparato a conoscere nella parte centrale del poema resta comunque molto forte.
Due contesti lontani, che il poeta tiene accuratamente separati nella sua narrazione, e d’altro canto riesce a saldare a viva forza nel nome di un unico Ulisse e di un’unica Odissea: una giuntura fatta ad arte tra due vicende che, dieci anni dopo la caduta di Troia, appaiono ormai del tutto scollegate. Da un lato, infatti, c’è l’Ulisse reduce dalla guerra di Troia che, continuamente depistato da una serie incredibile di avversità e di contrattempi, sulla sua isola, sull’isola d’Itaca, sita da qualche parte dell’arcipelago delle Ionie, non ha mai potuto o voluto far ritorno. Dall’altro, c’è suo figlio Telemaco, ormai maggiorenne, che con un colpo di mano temerario riesce a reinsediare al potere la dinastia di Laerte, già sul punto di essere spodestata dalla piccola folla dei principi cefalonicesi che ambiscono alla mano di una regina rimasta ormai vedova di fatto.
Così, avendo in una mano la trama delicata delle avventure per mare di un eroe vagabondo, e nell’altra la stoffa molto più ruvida della cronaca di un massacro ancora ben presente nella memoria di tutti, un poeta di prim’ordine, che possiamo anche accontentarci per il momento di chiamare “Omero”, ben sapendo che potrebbe trattarsi di un alias, di un nickname, si industria a cucirle in un’unica tela.
Se però Omero fosse stato un semplice rapsodo, un singer of tales, un laudator temporis acti, un gazzettiere qualsiasi, non avrebbe avuto bisogno, per narrare il ritorno in patria del suo eroe, di complicarsi la vita con un rompicapo così difficile, in cui la sostanza meravigliosa del racconto rischia di continuo di smarrirsi nelle anse di un labirinto complesso di camuffamenti, di inopinati interventi della dea, di flashback, di agnizioni mancate, e di inutili circostanze accessorie. Alla luce di tutti questi marchingegni, sorge spontaneo il sospetto che qualcosa ci sfugga, e che il meccanismo narrativo sia in realtà uno specchietto per allodole, una trappola che nasconde qualcosa di non detto.

(…)

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1 La famosa locuzione del «moltiforme ingegno» (sic: Pindemonte, 1809) è forse migliore di tante altre: «di vari modi e di maniere adorno» (A.M. Salvini, 1742); «d’ingegno molteplice» (E. Romagnoli, 1932); «ingegno poliedrico» (E. Villa, 1964); «ingegnoso» (G. Vitali, 1958); «ricco d’astuzie» (R. Calzecchi Onesti, 1963); «scaltro» (E. Cetrangolo, 1990); «che molto gira» («much turning» J. Jaynes, 1976; trad. di L. Sosio, 1984); «eroe multiforme» (A. Privitera, 1991); «del lungo viaggio» (M.G. Ciani, 1994); «che ha molto viaggiato» (I. Malkin, 1998, trad. di L. Liomento, 2004); «molto versatile» (V. Di Benedetto,
2016); eccetera.

(Riproduzione riservata)

© Baldini+Castoldi

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Giovanni Kezich ha studiato antropologia e archeologia a Siena e a Londra, e si è occupato di poesia orale e di graffitismo pastorale rupestre, di mascherate carnevalesche e di cultura alpina, essendo stato per trent’anni direttore del Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina di San Michele all’Adige. Ha pubblicato tra l’altro: I poeti contadini. Introduzione all’ottava rima popolare (1986), Some Peasant Poets. An Odyssey in the Oral Poetry of Latium (2013), Carnevale re d’Europa (2015, Premio Gambrinus), Carnevale. La festa del mondo (2019) e, insieme a Marta Bazzanella, Shepherds Who Write. Pastoral Graffiti in the Uplands of Europe from Prehistory to the Modern Age, con la prefazione di M.J. Rowlands (2020). Da periegeta archeofilo, ha tradotto e curato il diario del viaggio etrusco di D. H. Lawrence (Paesi etruschi, con un contributo di Massimo Pallottino, 1985) e sul tema odissiaco Cefalonia. L’Itaca di Omero. L’enigma risolto (2020) di N. G. Livadas.

 

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