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SCRIVERE A DESTRA di Antonio Di Grado (recensione)

settembre 24, 2021

“Scrivere a destra. Vite narrate e vite perdute nel ventennio nero” di Antonio Di Grado (Perrone)

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Antonio Di Grado e il cuoco di Salò

di Daniela Sessa

…dalla parte sbagliata”: non ha dubbi il cuoco di Salò di fronte all’ultimo conato politico del Duce. Si moriva dalla parte sbagliata, nel campo di battaglia lungo i venti anni più tristi della storia d’Italia fino alla piccola Salò, di cui Pasolini impresse l’oscenità e che De Gregori raccontò attraverso gli occhi di un paria della storia. Occhi minori per guardare le vicende di uomini e dei loro furori ideologici, per riannodare i fili della storia quando il tempo è passato e occorre pacificare. O magari solo accompagnare alle emozioni la comprensione. Il cuoco di Salò è una canzone di De Gregori del 2001, arrangiata da Franco Battiato. E Franco Battiato presta il primo esergo al nuovo libro di Antonio Di Grado Scrivere a destra. Vite narrate e vite perdute nel ventennio nero. Non sono occhi minori quelli di Antonio Di Grado: sono gli occhi di uno studioso e profondo conoscitore e indagatore della letteratura. Ha armi ben più affilate del cuoco ma anche dell’arrotino Calogero, del sellaio Ezechiele e del taverniere Porfirio, il terzetto politico di Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini. Non vuole fare una rivoluzione ideologica Antonio Di Grado né tantomeno revisionismo. Vuole raccontare le vite perdute in anni di astratti furori, riannodare i fili di una memoria necessariamente distinta e scevra da pregiudizi, riconoscere “i prodigi d’invenzione e di scrittura scaturiti proprio da quegli ingannevoli miraggi”.

Altra e alta è la sua rivoluzione: restituire alla dignità letteraria, estrarre dalle macerie della critica marxista, che ancora oggi spadroneggia col suo piffero stonato del corretto e del moralismo, autori dall’eleganza di Curzio Malaparte o di Giuseppe Berto, e salvare dall’amnesia il consenso al regime di Pirandello, Brancati, Vittorini e raccontare la militanza di Carlo Cassola. Allievo orgoglioso di Salvatore Battaglia, filologo e critico, a Di Grado interessa indagare i sentimenti che indussero penne di grande virtù a presentarsi al “gran ballo del consenso” e che caddero in inevitabili crisi di coscienza. Gli interessa strappare all’oblio romanzi che raccontano quei sentimenti: storie di “camicie nere” fedeli a un’idea, illusi da un sogno e precipitati nell’orrore della violenza (“Tiro al piccione” di Giose Rimanelli, “L’uomo è forte” di Corrado Alvaro, “Clara fra i lupi” di Arnaldo Fraiteli) oppure agitati da oscure pulsioni come i borghesi di Alberto Moravia. Nomi noti ma soprattutto nomi ignoti (Marcello Gallian, Paola Masino) a chi nelle pariniane querule scuole, nelle università o dalle pagine culturali dei giornali si ostina a fare ancora dell’avversario, anche letterario, un nemico. È una domanda al senso della memoria il saggio di Di Grado, mentre ancora si confondono maliziosamente divisione e condivisione. Lo dice il cuoco di Salò: la parte era sbagliata ma si moriva da entrambe le parti. Con la stessa ferocia. Lo scrive a chiare lettere Di Grado quando rifiuta il vittoriniano uomini e no come categoria letteraria e azzardo storico, quando ribadisce (e non c’è riga in cui sia scritto a lettere di fuoco) il suo “antifascismo inattaccabile”. Presupposto e punto di arrivo della sua analisi. Che è come dire: più conosco ciò che mi è differente, più salde si fanno le mie idee. E quel “Che ne facciamo dei morti?” di Cesare Pavese? Ne facciamo uomini di pena, ombre di cui tutti siamo responsabili, ombre reduci dalle trincee di una truffaldina palingenesi che va rispettata solo quando maturata dentro coscienze pure. Nella centrifuga dell’intrepida scrittura di Di Grado finiscono anni pieni di fermenti e sperimentazioni, indagati sia sul piano dell’evoluzione temporale – dal nostalgico De Roberto e il suo entourage di giovani scrittori tra cui il fascista Concetto Pettinato fino al neorealismo e a Sciascia, passando per il sonno di Vitaliano Brancati – ; sia su quello ideologico – il rapporto tra il socialismo rivoluzionario e il fascismo, il nodo dell’engagement imposto dal comunismo postbellico – ;  sia su quello letterario e culturale in una cavalcata di nomi, titoli, diatribe (Vittorini e Pavese, Calvino e Vigorelli), riscoperte (Francesco Lanza) e indimenticabili ritratti (Curzio Malaparte “che del secolo, come Vittorini, sposò e patì tutti gli azzardi”). Tra i ritratti paradigmatici del Novecento (secolo lungo per Di Grado), di quel ventennio del Novecento che tanto riverbero ancora ha nelle gabbie politiche contemporanee vi è il ritratto di Margherita Sarfatti, colei che creò il mito di Mussolini e ne rimase schiacciata, perché “pensava di inaugurare un vernissage e di esporvi una scultura”, frusciando, lei, come il mazzo di rose notato dal cuoco di Salò.

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La scheda del libro: “Scrivere a destra. Vite narrate e vite perdute nel ventennio nero” di Antonio Di Grado (Perrone)

Scrittori in camicia nera. Prigionieri di un sogno? Accecati da un abbaglio? Avidi di privilegi? Luoghi comuni che non possono spiegare le aspirazioni, le convinzioni e soprattutto le opere dei numerosi artisti di cui questo libro si occupa, alcuni noti e altri invece da sottrarre all’oblio, alcuni fervidi fascisti e altri cauti fiancheggiatori, altri ancora in preda al dubbio o in cerca di nuovi approdi. Dove la storia dipinge di nero la letteratura scorge sfumature, dove la storia scava trincee la letteratura getta ponti: non di assoluzione, ma di conoscenza.
Perciò da questa galleria di ritratti, da questo regesto di opere quasi tutte dimenticate, se resta salda la necessità di difendere una “coscienza divisa” fra idealità e valori incompatibili, emerge tuttavia il dovere dell’attenzione per opere letterarie di rilievo scritte “dall’altra parte”.
Antonio Di Grado racconta la letteratura di destra frugando nella discarica in cui la storia si disfa dei vinti, e ne riporta alla luce reliquie di disperata bellezza, create da due generazioni di intellettuali tristemente segnati dalla disdetta, smarriti tra ingenue illusioni e “astratti furori”.

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Antonio Di Grado, già professore ordinario di Letteratura italiana all’università di Catania, dirige la Fondazione Leonardo Sciascia per volontà dello scrittore scomparso. Nei suoi libri più recenti si è occupato dei romanzi sull’anarchia (L’idea che uccide, 2018), delle mistiche (Le amanti del Loin-Près, 2019) e delle congetture letterarie sull’Oltre (Al di là. Soglie, transiti, rinascite, 2020). Per Giulio Perrone Editore ha scritto con Barbara Distefano In Sicilia con Leonardo Sciascia (2021).

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